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MALINCONIA NELL’INDIGENZA E PSICOANALISI- DOTT.SSA MARIA RITA FERRI (PRIMA PARTE)

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Redazione- La caduta in indigenza produce nell’Io una caduta in un intimo vuoto.Un gettarsi nel vuoto di vita, vita fin lì colma di senso.E’ cancellazione di autobiografia e possiamo certamente affermare che non si tratti di una ferita narcisistica, ciò che può essere riassunta in un nuovo orientamento di vita o in un ritrovamento dell’oggetto, ma una morte del narcisismo stesso, un suo spossessamento.

L’insulto del destino attraverso l’indigenza ha la sua traumaticità per l’Io nella perdita della continuità dell’identità, o meglio ancora nella perdita dell’identità stessa, nella “cosificazione “dell’essere, (cfr J.P.Sartre La Nausée, 1938)

Ogni lutto richiede un’identità che lo elabori, ma il lutto dell’indigenza mina alla radice tale possibilità, lacerando l’identità del soggetto, ovvero quel sentimento di continuità interna di cui parlò  Freud nel suo famoso discorso all’Associazione ebraica B’nai B’rith del 1926, si tratta di un sentimento percepito «…come chiara consapevolezza dell’interiore identità, la familiarità che nasce dalla medesima costruzione psichica».

Un’ombra melanconica e non depressiva si stende sul vivere del soggetto indigente: la sua”medesima costruzione psichica” è stata strappata, ciò che egli ha perduto non è nel mondo, non è l’oggetto, ma sé.

Poiché,infatti, il denaro è potere, nell’inconscio esso è il poter essere, non appartiene quindi al registro dell’avere, ma è cifra dell’essere. Pertanto il cadere nel vuoto indigente ha come effetto nella psiche più certamente una caduta malinconica che depressiva.

Partiamo ad analizzare il pensiero di S. Freud, in alcuni cenni sul tema, per addentrarci sulle riflessioni successive, in ambito psicoanalitico

S.Freud parla per la prima volta del lutto nella Minuta G, del 7 gennaio 1895, in questi termini: “l’affetto corrispondente alla melanconia è quello del lutto, cioè il rimpianto di qualcosa di perduto. Così nella melanconia dovrebbe trattarsi di una perdita e precisamente di una perdita della vita pulsionale”. Quindi, possiamo affermare che la melanconia consista nel lutto per un’improvvisa assenza della vita libidica (cfr S. Freud, 1892-97, p. 29-30).

Nel saggio “Lutto e melanconia” del 1917, S. Freud introdusse un concetto fondamentale che ci permette, oggi, di includere la perdita economica tra i fenomeni da cui il lutto ha origine. Estese, infatti il lutto, oltre alla perdita d’ oggetto d’amore, anche alla perdita di oggetti di diversa natura, simbolicamente raffigurabili come uno “spostamento”dell’antico, primo oggetto, Das Ding ma configurantesi ad esempio come perdita di un ideale o di un’immagine di sé, o anche, dunque, come una perdita sul piano sociale come un ruolo o una sicurezza economica.

S.Freud, in tale scritto sottolineò, inoltre, con particolare evidenza le differenze metapsicologiche tra la reazione luttuosa alla perdita e la reazione melanconica, in particolare trattando l’aspetto cosciente della perdita nel lutto, laddove nel soggetto melanconico sembra esservi una perdita di un oggetto inconscio.

Nel primo caso la visione del mondo, da parte del soggetto, vive come un oscuramento, senza l’oggetto amato il mondo è divenuto vuoto e impoverito di senso, mentre nel secondo caso il soggetto non sa cosa abbia perduto e sente quindi la perdita totalmente come perdita del Sé: “nel lutto il mondo si è impoverito e svuotato, mentre nella melanconia impoverito e svuotato è l’Io stesso” (Freud, 1917, p. 105).

E’ l’Io, dunque, che diviene vuoto ed impoverito, ma anche responsabile di una perdita senza nome, la perdita  dunque  corrisponde ad un abbassamento dell’autostima e alla realizzazione di un’immagine di sé difettuale e malvagia.

 Quindi possiamo affermare che il soggetto melanconico, che ha perduto se stesso, senza più volto perché, perdendo l’oggetto ha perduto il suo specchio narcisistico, senza conoscere “ciò che ha perduto” e quindi senza poter nominare il dolore né le cose del mondo cui d’improvviso divenne estraneo, icona di tristezza senza nome né confine, senza avvenire è, in realtà, un soggetto al lavoro.

 E quale  contenuto ha il lavoro melanconico?

  1. Freud afferma che esso consiste “nel preservare la pertinace adesione all’oggetto” ( cfr. S.Freud, , 1917, p. 105). La risposta melanconica alla perdita, è dunque, una risposta che aderisce, che tende a tenere a sé l’oggetto al punto che, “l’ombra dell’oggetto cade sull’Io” (ibidem) e perdersi.

Anche nel lutto, poiché l’ombra dell’oggetto su di lui si poggiò, include una perdita dell’Io, una perdita delle parti narcisistiche depositate sull’oggetto. Nella perdita dell’oggetto esiste, dunque, sotterranea, una perdita di parti egoiche.

Ciò che permette di superare la perdita, attraverso l’elaborazione del lutto è aver fatto l’esperienza di un legame affettivo neonatale tale da aver esitato nell’Io la rappresentazione interiorizzata di un buon oggetto materno, come base del Sé (cfr. M. Klein, La psicoanalisi dei bambini, a cura di Lyda Zaccaria Gairinger, Firenze, Martinelli 1969, 1988; M.Klein, Scritti 1921-1958, Torino Boringhieri 1978; Torino Bollati Boringhieri 1990).

Nel pensiero di Abraham si sottolinea come nel lutto  il soggetto riesca a riparare ed interiorizzare nuovamente l’oggetto amato e perduto nel proprio Io, mentre nel soggetto melanconico ciò non risulta possibile, (proprio perché la perdita è di natura inconscia, come ha aggiunto Freud nel suo manoscritto).

  1. Klein fa riferimento, nel superamento del sentimento luttuoso, al processo proprio della posizione depressiva (in alternativa a quanto non può accadere nella posizione schizo-paranoide, attraversata da meccanismi primitivi prevalenti di scissione e proiezione e in cui la integrazione è sconosciuta), consistente in una iniziale disintegrazione del mondo interno e in una sua successiva reintegrazione.

Se l’Io ha precocemente interiorizzato un buon oggetto interno, il senso di colpa per l’oggetto perduto sarà alla base di un processo di reintegrazione o, per meglio dire di riparazione dell’oggetto, riparazione del legame distrutto con l’accrescimento della fiducia nelle capacità riparative dell’ Io, e quindi nella propria bontà e, per proiezione, nella bontà del mondo.

Il soggetto, in questo caso, tornerà ad amare ancora, così come a progettare, a costruire e riparare simbolicamente nel lavoro, in età adulta, gli oggetti amati e perduti dell’infanzia

Questo spiega come un trauma di un segno tale come la perdita economica e quindi anche del proprio ruolo sociale non possa che produrre nella psiche del soggetto una regressione così massiccia da far tornare l’Io ai tempi dell’ Hilflosigkeit, in quel quid che precedette l’instaurarsi dell’Io prima degli affetti ( Fraire M., La condizione femminile della melanconia, in Pensare l’inconscio, Manifesto.libri, Roma, 2000M. Fraire, Rossana Rossanda La perdita, Bollati Boringhieri editore, Torino 2008).

 

La malinconia, dunque, èt ornare ad avere un Io prima dell’Io, tornare ad un mondo senza affetti, non perché perduti, ma perché non ancori raggiunti, e quindi privo di un senso soggettivo, ma per così dire, “cosificato”.

L’Io ne può conoscere solo un suo senso “tecnico”, mondo senza affetti, che non conosce gli affetti, è mondo senza legami significanti, senza alcuna differenza tra ciò che sia soggettivo e ciò che appartenga alla realtà oggettiva.

 L’immagine dell’oggetto, non avendo affetti con cui amalgamarsi, si mantiene sempre in una sola dimensione e senza valore per il soggetto.

Questi, inoltre, non disponendo di affetti, non può associarli alla percezione dell’oggetto, che rimane sempre “sospesa” in una scissione che attende senza speranza l’incontro con un affetto impossibile ad aversi, ma pure necessario per chè l’Io sia in grado di costruire rappresentazioni, e giungere quindi ad una stabilità dell’oggetto interno, poterlo ricordare, riparare e porlo alla base della stabilità del Sé.

La percezione, infatti, appartiene alla fisiologia delle sensazioni visive, la rappresentazione, al contrario, è il risultato di un lavoro psichico inconscio in cui l’Io lega la percezione ad un affetto, di piacere o dispiacere. E’ la rappresentazione che parlerà dell’oggetto, rivelerà le qualità di esso, “buone”e quindi relative ad un oggetto da investire libidicamente, o “cattive”, proprie di un oggetto da disinvestire.

(Per approfondire il concetto di “oggetto buono” e “oggetto cattivo” cfr. M. Klein, La psicoanalisi dei bambini, a cura di Lyda Zaccaria Gairinger, Firenze, Martinelli 1969, 1988; M.Klein, Scritti 1921-1958, Torino Boringhieri 1978; Torino Bollati Boringhieri 1990).

E’ la rappresentazione, dicevamo, che permette al soggetto di conoscere l’oggetto, è essa che ne farà un oggetto “buono” per l’Io, perché fondata sul piacere, da trattenere e desiderare introiettandolo, o cattivo, da temere, sfuggire e da cui difendersi espellendolo.

La rappresentazione è anche alla base dell’instaurarsi del “Principio di realtà”:

Il Principio di realtà ha una funzione di regolazione interna e adattamento esterno dell’Io. Il suo funzionamento si basa sul differimento della carica pulsionale, ovvero sul differimento della gratificazione della pulsione, in funzione delle condizioni presenti nel mondo esterno.

Grazie a tale operazione esso è anche alla base del processo secondario di pensiero, che nel sistema topico presiede al funzionamento preconscio-cosciente, ha alla base la capacità simbolica raggiunta grazie al differimento delle pulsioni e alla loro energia divenuta, tramite il differimento, legata. (cfr. S. Freud, Tre Saggi sulla sessualità, 1905, in Opere, IV, Bollati Boringhieri 1998)

La rappresentazione sottopone costantemente la percezione affettiva dell’oggetto all’esame di realtà, mantiene cioè tale percezione in relazione stretta col vero, ne favorisce il giudizio e la costanza di valutazione del reale, la possibilità di mutare il giudizio dell’oggetto in base al suo porsi nel mondo..

Rende possibile, quindi, all’Io, di distinguere tra mondo esterno e mondo interno, creando l’interiorizzazione dell’oggetto, e rendendolo quindi pensabile, oltre che percepirlo nella sua oggettività reale, raccoglie le diverse percezioni dell’oggetto in un ventaglio coerente, ne rende chiara la maggiore o minore affidabilità o bontà, dona all’Io un orientamento nel mondo, tale da potersi pro-gettarsi in esso.

Nella malinconia tutto ciò scompare, l’Io si trova collocato in un mondo senza oggetti, con un Sé senza volto, le percezioni degli oggetti si susseguono senza mai potersi unire, mancando gli affetti,  senza trovare un senso alle cose del mondo e mai poter forgiare l’oggetto né interiorizzarlo, strappandolo alla scissione.

Il pensiero secondario perde la sua capacità simbolica, o la comprime, si impoverisce di senso, divenendo più “tecnico” o operatorio, perde la flessibilità che il differimento pulsionale ed il legame dell’energia di base rende possibile e la sua capacità di significazione del reale si impoverisce. Potremmo dire che l’Io avrà così un pensiero che comprende  i bisogni ma non conosce il desiderio, un pensiero perduto.

Nulla gli appartiene perché nulla lo commuove, l’indifferenza del mondo è la sua stessa “indifferenza dell’anima” (cfr. L. Russo, L’indifferenza dell’anima, 1988, Borla).

Nella malinconia nessuno iato tra mondo interno ed esterno, mondo folle dove sogno e realtà hanno la stessa valenza, dove vivere è disperante, perché l’Io è in un mondo deserto di vita.

Non avendo affetti da vivere, non potrà dunque mai investire e, dunque, non percepirà mai un investimento su di sé come possibile, definendo tale posizione “bianca” come destino ad-essere. E rifiuterà ogni investimento a lui rivolto come ingannevole richiamo.

D’altronde è anche vero che, non potendo investire il mondo, esso gli sarà indifferente.

Il suo gesto di rifiuto o allontanamento è in realtà un’estrema difesa dall’incandescenza del desiderio dell’Altro, attraverso un’apparente negazione di valore della richiesta, e ponendo tra sé e il mondo un indescrivibile vuoto.

Il soggetto caduto in indigenza ha perduto la sua visibilità e quindi l’identità, diviene “silhouette dell’assenza”(cfr. S.Vegetti Finzi , Il Bambino della notte. Divenire donna, divenire madre, Collana Saggi, Milano, Mondadori, 1992.

Infatti lo stato dell’Hilfloigkeit, cioè dell’impotenza originaria dell’Io, in cui cade il soggetto melanconico, diviene impotenza-a-vivere.

Va tenuto conto, inoltre, che nell’indigenza è la stessa capacità a riparare, aver cura, tutelare e proteggere gli oggetti amati che viene meno, su cui l’Io poggiava la propria identità come buona. Tali attitudini sono l’espressione della pulsione libidica, l’Istinto di Vita che protegge l’esser-ci. La capacità riparatrice dell’Io è alimentata, inoltre, dalla’Istinto di Vita e dalla libido ed è dimostrazione di esistenza della presenza di Eros nella psiche che fronteggia l’Istinto di Morte.

Resta un’immagine malvagia di sé, distruttiva, che chiede conto del fallimento giunto, e l’Io stesso sarà individuato dalla  Todestrieb come oggetto da aggredire.

(Per approfondire il concetto di Isinto di Morte , o Todestrieb  cfr. S. Freud, Al di là del principio di piacere (1920), in Opere di Sigmund Freud (OSF) vol. 9.

Escluso dallo sguardo dell’Altro sociale, o meglio vittima di uno sguardo sociale che da quel momento lo esclude, l’Io vive o rivive per la prima volta un’invisibilità su cui non può nulla il suo sapere d’essere davanti all’insulto socialmente intrusivo e annichilente.

Venendo meno lo sguardo sociale, viene meno, dunque, la visibilità, e l’Io torna, regredisce ai tempi in cui poteva venir meno lo sguardo della madre e con esso, il mondo.

Filosofia melanconica che non può prescindere dal pensiero di M.C. Lambotte, che a breve analizzeremo.

Per comprendere il pensiero di M. C. Lambotte sul “Discorso Melanconico” è necessario partire da alcune premesse che riguardano la formazione dell’Io

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Nel momento inaugurale di ogni biografia il desiderio del soggetto è quello di “essere fatto oggetto d’affetto da parte dell’Altro” (Lucio Russo, L’indifferenza dell’anima,1988, Borla).

Questo concetto proviene da una profonda analisi nella “Fenomenologia dello Spirito” di Friedrich Hegel,(cfr Fenomenologia dello spirito, trad. di E. De Negri, 2 voll., La Nuova Italia, Firenze 1960, Fenomenologia dello spirito, a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano 2000).

Tale desiderio prende forma e si associa alla identificazione primaria, ovvero al

desiderio primordiale di porre dentro di sé  in una introiezione assoluta, che non conosce confini,  l’oggetto amato e in cui l’Io, nell’indistinzione necessaria che ne deriva, perde se stesso, divenendo egli stesso l’oggetto.

Egli sperimenta al contempo la presenza smisurata dell’oggetto e la propria irreversibile assenza.

Il primo legame d’amore con l’oggetto, nell’infans, è incorporarlo del tutto, includendo tutto ciò che abita la psiche dell’oggetto: paure, fantasmi, desideri, lutti…, l’identificazione non è, dunque, alle origini, mai essere come l’oggetto, ma è essere l’oggetto. Assumendo in sé ciò che abita l’Oggetto, si può affermare, con J.Lacan, che l’inconscio sia il discorso dell’Altro, ovvero accolga in sé ciò che abita l’Altro.

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Nel pensiero di M. Lambotte la psicologia dello sguardo è il luogo della psicologia della malinconia.

Nella teoria dello specchio di J. Lacan, integrata  al pensiero di D.D. Winnicott in Gioco e realtà, si pone infatti l’ asserzione del primo sguardo come archetipo o traccia del volto umano, nell’identificazione primigenia dell’Io. Esiste, infatti, alle origini, nell’incontro madre_bambino, un intreccio, uno scambio di sguardi, uno sporgersi l’uno nel mondo, negli occhi, dell’Altro, in un’intima attrazione.

Ciò si lega alla poetica dell’autoritratto, in cui il pittore dipinge nei suoi occhi lo sguardo che incontrò e da cui fu accolto una prima volta.

Si configura nell’immagine di sé che colse alle origini nello sguardo della madre, immagine divenuta icona del suo essere, la prima identificazione in cui l’Io si pro-gettò, magicamente catturato e impregnandosi così delle paure, desiderio, l’affetto dell’Altro.

“Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre?… ciò che il lattante vede è se stesso. In altre parole la madre guarda il bambino e ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge” (D.D.Winnicott, Gioco e realtà, trad. Giorgio Adamo e Renata Gaddini, prefazione di Renata Gaddini, Roma: Armando, 1974

 pag 189-191)

Lo sguardo dell’Altro, dunque, rappresenta l’incipit di ogni formazione identitaria, offre le linee che definiscono i contorni dell’ immagine in cui  l’Io possa riconoscersi.

E’ l’affetto contenuto nello sguardo dell’Altro (la madre) che rende possibile questo identificarsi con un’immagine intera di sé, laddove il soggetto, l’infans non giunge ancora a percepire l’interezza del suo corpo, essendo la fase dello specchio situata prima che si formi uno schema corporeo unitario, nella “discordanza primordiale”  (Jacques Lacan  Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io  Comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi Zurigo, 17 luglio 1949), tra ciò che sente e ciò che egli è, tenuto conto, appunto, che lo “stadio dello specchio” è da Jacques Lacan situato tra i sei e i diciotto mesi di vita.

In tale fase della vita la psiche non ha ancora strutturato un elemento che organizzi, accordi e colleghi le emozioni-sensazioni, percependole, perciò irreali, distaccate o, appunto “discordanti”. La percezione principale del piccolo Io è di avere un corpo “morcelé” non ancora integrato al suo interno e fra sé e la mente. J. Lacan,  Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io (1949) in Scritti (1966), a cura di G.B.Contri, Einaudi, Torino 1974  p.88.

E’ l’Affetto nello sguardo della madre che integra le parti ancora disgiunte della psiche e del soma dell’infans, che riunisce, nel riconoscimento affettivo l’Intero del soggetto e gli conferisce un’identità originaria attraverso il legame.

Ed è l’ebrezza di essere guardato che riunisce come forza integrativa del desiderio dell’Altro, le parti fin lì disgiunte dell’essere.

  1. Lambotte si sofferma ad analizzare cosa possa nascere da uno sguardo materno in cui il trauma abbia sottratto l’affetto e che si riduca, quindi, a mera percezione, avendo perduto l’affetto che permette di significare l’Altro e quindi riconoscerlo.
  2. Lambotte, infatti, riprendendo la fase dello specchio di Jacques Lacan, e unendola al pensiero di D. D. Winnicott, sottolinea come l’immagine che la superficie speculare rimandi è quella scorta nello sguardo materno, o per meglio dire il suo desiderio a lui rivolto.

Ma se gli affetti, per una sorta di difesa precoce nella mente della madre,fossero disgiunti dallo sguardo per una non.integrazione o una scissione sopraggiunta, fossero altro da esso, cosa vedrà il bambino nel volto della madre?

Potremmo giungere a ipotizzare che vedrà la scissione stessa, ovvero l’impossibilità di un legame, tra sé e sé ( ricordiamo il malinconico verso “…me di me privo…” di Giacomo Leopardi in Aspasia, canto XXIX; cfr. Leopardi, Giacomo, Canti: commentati da lui stesso, Palermo: R. Sandron, 1917 prima edizione, 1936 terza edizione notevolmente migliorata e accresciuta)

Vedrà un “impossibile” a dirsi e, prima ancora, a configurarsi. Cioè un vuoto d’essere o meglio la siderazione che precede l’essere.

Vedrà il volto della madre, ma mai se stesso nei suoi occhi, il volto non desiderante e quindi non vivo della madre. Davanti al suo sguardo si stenderà il vuoto d’essere di chi dovrebbe salvarlo dal non-sense del mondo.

Se, quindi, gli affetti non abitarono il primo sguardo, il soggetto non potrà mai  circoscrivere la sua sagoma ed investirla. Ciò fino a significare tale iniziale estraneità del suo essere da se stesso, non potrà mai abitare il suo corpo, perché alle origini non fu riconosciuto come vivo, come oggetto di desiderio, ovvero non fu riconosciuto un legame intrinseco con esso, perché, dunque, non fu davvero amato.

Lo specchio delle origini, dunque, è lo sguardo della madre e l’infans è in esso che vede se stesso, come sua intima immagine, se la madre è capace di desiderio e quindi di investimento affettivo.

Ogni problema di fragilità nel rapporto tra sé e sé, di natura identitaria o l’impossibilità per l’Io di costruire una salda autobiografia proviene da una fragilità o svuotamento primario di quel primo sguardo, che non potè offrire il riconoscimento inaugurale dovuto.

“…la fase speculare indicherebbe le condizioni necessarie nell’insorgere della melanconia in un difetto dello sguardo materno che, anziché circoscrivere la figura del bambino in un piacere dello scambio, attraverserebbe il corpo del bambino come se si dirigesse verso un altrove o si perdesse in un lontano senza limite.” M.C.Lambotte, Il discorso melanconico, Borla, Roma,1999, pag.234

Gli affenti disgiunti della madre, fondano una condizione, possiamo ipotizzare di un “lutto illuttuoso”, ovvero di un dolore così imponente da non poter essere pensato, né pronunciato e quindi non elaborabile che viva nella psiche della madre e ne freni la capacità di investimento libidico e ne oscuri lo sguardo.

Oppure l’esistenza di una fragilità strutturale tale, in lei, da non poter contenere, e dunque elaborare, il dispiacere e la perdita.

Gli occhi della madre, in tal caso, afferma M.C. Lambotte, inseguono, rapiti, un immaginario del passato senza fine e sconosciuto al bambino ed anche, a volte, a sé.

Così le resta una “vista non guardante”, uno sguardo incapace di riconoscimento perché svuotato degli affetti necessari a tale operazione.

Cosa accade dunque nella mente della madre strappata, a suo tempo, alla possibilità di accedere ad un lutto conseguente ad una perdita così profonda?

Il pensiero di J.P. Racamier può fornire numerosi spunti di riflessione per trovare una esauriente risposta a tale fondamentale quesito. Egli sottolinea esista una perdita originaria d’oggetto e quindi una depressione denegata nella madre. E come  tale depressione sia essa stessa un fallimento del lutto, per una perdita ignorata e quindi non pensata.

Un lutto che non evolve attraverso l’interiorizzazione del buon oggetto amato e perduto, permettendo all’Io così di ricostruire intimamente il legame con esso, riparandolo e quindi ritrovandolo simbolicamente nel mondo interno, come afferma M. Klein (Klein M, 1935, Contributo alla psicogenesi degli stati maniaco-depressivi, in Scritti 1921-1958, Bollati Boringhieri, Torino) è un lutto il luttuoso.

J.P. Racamier ci parla di incapacità dell’Io della madre, a volte, per fragilità, o per potenza del trauma, di entrare e formare il lavoro del lutto, egli parla di “lutto impossibile a farsi” e quindi l’Io implode in una depressione silente, che si basa sull’ “esclusione” del lutto dalla coscienza, attraverso un meccanismo difensivo arcaico: il diniego: viene negata, nella psiche della madre la perdita stessa o meglio il dolore della perdita, escludendo alcun legame con l’oggetto, cfr.  Racamier P.C. (1992). Le gènie des origins. Ed. Payot 2005.

Il posto dell’oggetto perduto, nella psiche materna, il luogo della sua “ombra” (Freud S., Lutto e Melanconia, 1917, in Opere Vol. 8,Torino, Bollati Boringhieri, 2014), sotto l’effetto del diniego, è avvertita come assenza di vita e non più  come mancanza dell’oggetto o luogo del desiderio ferito mortalmente ma pur vivo, che tornerà ad estendersi quando il processo di elaborazione del lutto sarà ultimato.

Il diniego, dunque, preclude il lutto, per la madre, e apre il varco alla depressione, la rinuncia inconscia e necessaria agli affetti. Per non aver mai più contatto e forme di collegamento con il dolore, il suo Io rinuncia al pathos in un’estensione a-patica del vivere. Il suo sguardo non è più attraversato dal desiderio, ma da una sorta di nostalgia del vivere, un allontanarsi dal momento, cancellazione del presente, in favore del tempo di altre vite, un tempo perduto e rincorso. Non più “mancanza ad essere”, con J. Lacan, come origine dell’amore oggettuale, ovvero del desiderio d’oggetto ma mancanza d’essere,che rappresenta un vero incipit del bisogno dell’AltroI e non il suo desiderio. Il lutto per così dire bianco, cioè negato ad essere è l’ombra ritagliata dal cuore del soggetto che soffrirà così di un mal di vivere essenziale,

Un lutto impossibile a farsi, dunque, nella mente della madre, è un lutto che viene necessariamente denegato, dicevamo, con J.P. Racamier, e, scisso e sfigurato prima di essere espulso, e, con A. Green, posto nel cuore del proprio bambino come  complesso della madre morta,  ( per approfondire il concetto di tale complesso, cfr. A.Green,  Narcisismo di vita narcisismo di morte, Borla, Roma 1992),.

Con tale nome A. Green si riferisce ad un complesso psichico nella mente della madre, nucleo amalgamato  e scisso, di natura luttuosa ma irraffigurabile, mero vuoto d’essere, nulla impensabile che nega il senso di tutto ciò che vive.

Tale complesso, costituito dall’inelaborabilità di una perdita primaria, nella psiche materna,  è assenza irreversibile d’oggetto, e al tempo stesso destino di irraggiungibilità di un’oggetto d’amore di cui lei non è che un resto, una traccia a cui l’Io della madre resta preso, inconfigurabile perché non ha raggiunto la sua pensabilità.

Rende il vivere come caratterizzato da una perdita primigenia e assoluta, è certezza di morte in vita.

Il complesso della madre morta è parte centrale del nucleo malinconico di cui tratteremo fra breve. Esso è il risultato di quel processo di cui abbiamo parlato in cui il lutto viene inzialmente denegato e successivamente viene scisso, ovvero allontanato da tutta la rete di possibili associazioni che possano produrre un contatto con esso o la sua ombra.

“…Ho parlato allora dei depressi che non si deprimono, né delirano, ma che hanno stabilito, per salvaguardare la propria integrità narcisistica, insieme esigente e fragile, un sistema ‘paradepressivo’ potente, un sistema che, per vie oscure, trasmette intorno a sé “la pena nel cuore e la confusione nella testa”

. pagg72-73)

Un lutto denegato cioè non riconosciuto come lutto è, dunque, soggetto ad un’operazione psichica di tagli tali da sfigurarlo; la scissione, in seguito, farà percepire all’Io un elemento  così sfigurato come estraneo a Sé.

 Ne resta l’impronta, impossibile ad essere riconosciuta, perché priva di forma, ad opera del diniego, e perché priva di legami e connessioni possibili, ad opera della scissione.

Un lutto, dunque defantasmato, inconfigurabile e quindi impensabile, può intraprendere o la via somatica (espulsione nel corpo) attraverso malattie e dolori fisici, o la via della trasmissione tra le generazioni FAIMBERG H., (1985), El telescopaje de generaciones: la genealogia de ciertas identificaciones, Revista de Psicoanalisis, 42, 5, pp.1043-1056 (trad. fr.: Le téléscopage des générations, à propos de la génélogie de certaines identifications, Psychanalyse à l’université, XII, 46, 1987, pp.181-200)

FAIMBERG H., (1993), A l’écoute du telescopage des generations: pertinence psychanalyque du concept. In: Kaes R. et al. (a cura di), Transmission de la vie psychique entre generations. Paris: Dunod.

In questosecondo caso l’esito sarà di costituire il nucleo malinconico nella psiche  dell’infans, processo di cui ci occuperemo tra breve.

Analizzeremo, quindi, la trasposizione del nucleo oscuro del complesso della madre morta nel cuore dell’infans, vedremo, nel pensiero di M. C. Lambotte, il processo di proiezione inconscia nella sua psiche, che lo accoglierà come un nero dono del destino. Il lutto impossibile a farsi nella madre va ad abitare la psiche del bambino e  diviene malinconia.

La teoria dello stadio dello specchio (J. Lacan) sottolinea ampiamente come il processo di formazione e di riconoscimento come propria dell’immagine di sé sia il processo di identificazione primordiale, in cui gli occhi della madre, il suo sguardo, siano la matrice identitaria primaria.

In tal senso il primo sguardo ha la consistenza dell’archetipo du visage de l’être.

Lo sguardo della madre rappresenta il primo specchio vivente e amoroso dell’infans, egli sa di essere ciò che gli appare negli occhi di lei.

Tale immagine speculare è alla base della formazione identitaria che nel tempo si formerà nel piccolo Io e sarà al tempo stesso una forma umana e un sentimento.

Negli studi e nella letteratura psicoanalitica la fragilità primaria della formazione autobiografica risale ad una difettualità nella psiche materna.

 Infatti   gli studi e le riflessioni rivolte alla fase dello specchio di J. Lacan sottolineano una correlazione tra il generarsi della malinconia e una défaillance dello sguardo materno, che non poté desiderare il bambino, per una propria madre morta interiorizzata, accogliendone la figura in un piacere sensoriale ed emotivo, ma che, attratta da un’antica perdita inconscia a cui non poté mai rinunciare, né nominare, attraversa con lo sguardo il corpo del bambino perdendosi in un orizzonte senza volto in cui è però inciso il suo destino e,

di conseguenza, quello del piccolo Io.

 

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

 

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