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VECCHIAIA E INVECCHIAMENTO TRA OPPORTUNITA’, PATOLOGIE E TESTIMONIANZA (SECONDA PARTE)

Una età da non cancellare

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Redazione- Seneca nelle lettere (Ad Lucilium, 1. 12) scrive:  “Dovunque io mi volgo, vedo i segni della mia vecchiaia. Ero andato nella mia villa suburbana e mi lagnavo delle spese necessarie per la casa che si va disfacendo. Il castaldo mi disse che non era colpa della sua negligenza e che egli faceva anzi tutto il possibile per evitare il male, ma purtroppo la villa era vecchia. Ed io nn posso a meno di pensare che la villa è nata e cresciuta per opera mia: ed allora che avverrà di me, se già così si sgretolano che questi sassi che hanno l’età mia? Adirato contro di lui afferro la prima occasione per litigare. “E’ evidente”, dico, “che questi platani sono trascurati, non hanno fronde. E come sono nodosi e secchi i rami, e come tristi e ruvidi i tronchi! E tutto questo non avverrebbe se qualcuno pensasse a scavare un pò intorno e ad irrigarli”. Quegli giura che ha sempre fatto tutto il possibile, che non ha cessato di prodigare loro ogni cura; ma sono alberi assai vecchi. Ebbene, sia detto fra noi, avevo io stesso piantato quei platani e ne avevo veduto poi le prime foglie. Mi volgo verso la porta e “chi è costui?” chiedo, “questo vecchio decrepito?” Ma non mi riconosci?'”Interrompe il vecchio, “io sono Felicione, al quale tu solevi portare le statuette nelle feste sigillari; sono il figlio del castaldo Filosito…”

In quasi tutta l’opera di Seneca si trova il riferimento alla vecchiaia anche se Seneca, detesta vecchiaia e vecchi: “Nihil turpius quam senex vivere incipiens”. E ancora: “Turpis et ridiculosa res est elementarius senex”.

Nell ’Epistulae morales ad Lucilium  104, 1-8  Seneca parla della sua malattia er la quale  si ritira in campagna. All’inizio la lettera presenta un carattere immediato di  confessione e comunicazione. Poi il discorso si allarga sul senso della malattia e della vecchiaia.

“Sono andato nel mio podere nomentano per sfuggire indovina a cosa? Alla città?

No, a una febbre che si è insinuata dentro di me e mi ha preso la mano. Il medico diagnosticava l’inizio di una malattia per via di un polso irregolare, incerto, turbativo delle funzioni normali. Subito ho fatto preparare la carrozza, non mi sono fatto convincere dalla mia Paolina che cercava di trattenermi: mi sono ricordato del mio Gallione che quando si prese una febbre in Acaia si imbarcò subito dicendo che non era una malattia del corpo ma del luogo.

Questo ho detto alla mia Paolina, che insiste perché io badi alla mia salute. In effetti, sapendo che lei vive e respira assieme a me, comincio a pensare a me stesso per pensare a lei. E benché la vecchiaia mi abbia reso più forte, in questo perdo il beneficio dell’età. Mi viene in mente che in questo vecchio c’è un ragazzo, a cui si usa indulgenza. E dunque poiché non riesco ad ottenere da lei che lei mi ami con più forza, è lei a ottenere da me che io mi ami con più cura.

Agli affetti onesti si deve indulgere e talora, anche in presenza di motivi forti per morire, il respiro deve essere richiamato indietro anche con grande sofferenza, e trattenuto coi denti per amore delle persone care: un uomo onesto deve vivere non quanto vuole ma quanto deve. Chi non pensa che per la moglie o per un amico non valga la pena di continuare a vivere, è uno snob.

È questo che l’animo deve imporsi, quando lo esige l’interesse delle persone care e non solo quando desidera morire, ma perfino quando ha cominciato deve smettere  ed offrirsi ai suoi.

È proprio di un animo grande, e spesso i grandi uomini lo hanno fatto, tornare a vivere per amore di altri. Ma gesto di grande umanità considero anche quello di custodire più attentamente la propria vecchiaia – il cui massimo vantaggio è proprio quello di badare meno a se stessi e di fare un uso più ardito della vita – se sai che questo è dolce, gradito, desiderato da qualcuno dei tuoi.

C’è in questo una gioia e un compenso grandissimo: che cosa infatti dà più piacere che essere caro a tua moglie al punto tale da diventare per questo più caro a te stesso? E così la mia Paolina mi può addebitare non soltanto le sue paure, ma anche le mie.

Mi chiedi come è andata questa idea di partire? Non appena ho lasciato la pesantezza della città e quell’odore di cucine fumanti che emanano vapori pestilenziali assieme alla polvere, ho subito cominciato a sentirmi guarire. Quante forze pensi che abbia recuperato, appena giunto al vigneto? Lasciato libero al pascolo, mi sono gettato sul mio cibo e ho recuperato me stesso. Non mi è rimasto quel torpore di un corpo incerto e incapace di ragionare. Comincio a lavorare con tutto il mio animo.

In questo il luogo non c’entra molto, se l’animo non è padrone di se stesso:

in questo caso, è capace di trovare solitudine anche in mezzo agli affari; ma chi

sceglie i luoghi per trovare pace, troverà vincoli dappertutto. A un tale che si lamentava che le passeggiate non gli erano giovate per niente, Socrate rispose: “Ti sta bene, perché passeggiavi in compagnia di te stesso”.

Quanto bene farebbero alcuni ad andare lontani da se stessi! Si vessano, si angosciano, si corrompono, si spaventano da soli. A che serve passare il mare e cambiare città? Se vuoi sfuggire a quello che ti tormenta, non devi essere da un’altra parte; devi essere un altro tu.

Pensa di essere andato ad Atene, a Rodi; scegli a tuo piacimento la città: che importa quali sono i suoi costumi? Ci porterai i tuoi.”

Scrive Gianrico Manzoni  in “ Il tema della vecchiaia in Seneca “ su I Commentari dell?Ateneo di Brescia ,1992, :  “La riflessione di Seneca sul tema della vecchiaia trova naturale collocazione all’interno dell’indagine sul significato del tempo; questa poi non è a sé stante, ma si colloca, sia pure in posizione originale, nell’ambito della speculazione stoica in materia.”(…) “La riflessione sul tempo percorre l’intera produzione anche se in misura disomogenea: persino pagine che sembrano, per l’oggetto trattato, portare in tutt’altra direzione, riservano al lettore la possibilitàd’incontrare uno spunto su questa materia.”(…) “Occorre dunque insegnare all’uomo che cosa sia il tempo, rammentargli non tanto la tripartizione tra passato , presente e futuro, quanto invece che di questi solo il primo appartiene a ciascuno di noi. Il presente che stiamo vivendo è breve, il futuro è incerto, mentre il passato è ben saldo. Mentre gli occupati vivono nel presente e per il presente, il saggio comprende di possedere solo il passato: non è vero che anch’egli non si sforzi di dare un senso e una motivazione al presente, è vero invece che il presente per una natura è così breve che non possiamo afferrarlo: quod agimus breve est (10,2); tam breve est, ut arripi non possit (10,6). L’antitesi dunque è tra presente e passato, tra coloro che si sentono occupati e chi invece totus suus est; ai primi (dei quali suus nemo est, 2,4) interessa il presente, ai secondi il passato . Ai primi è riservata dunque una vita intessuta di angosce e d’insoddisfazioni (l’elenco percorre passim l’intero De brevitate vitae),mentre i secondi osservano dall’alto, come il sapiens tradizionale, che è stoico ma anche epicureo, se si pensa al suave mari magno di Lucrezio, le miserie degli uomini, i loro affanni, dai quali sono ora liberati. Conclude il Grilli: … i primi non hanno passato e finiscono col non avere presente, i secondi dal passato riflettono una gioia serena sul presente. Dicevamo che il saggio giudizialmente non rifiuta l’interesse sul presente: minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris (epist.1,2), ma non può che constatarne la labilità. “(..)

“…E’ soprattutto nelle avversità della vita che si rivela quella saldezza d’animo che solo la vecchiaia possiede. Così avvenne che nell’epist.104,1 ss. Seneca, ormai vecchio, sarebbe in grado di resistere agli inconvenienti derivanti da una febbriciattola, ma rinuncia alla capacità di sopportazione che l’età gli ha conferito, per una forma di riguardo nei confronti della giovane moglie Paolina, di lui più giovane di una ventina d’anni. Sapendo che la vita di lei dipende da lui, Seneca decide di cambiare aria e di attenersi alle prescrizioni mediche. Ecco perché può esclamare nell’Epist. 70,2, di vivere gli optimos annos senectutis: è la fine della fuga del tempo, la conquista di un approdo sicuro. Scrive a Lucilio: “Abbiamo compiuto, o Lucilio, la traversata per mare della nostra vita, e come in mare, come scrive il nostro Virgilio, le terre e le città si allontanano così, in questo corso rapidissimo del tempo, prima abbiamo perso di vista l’infanzia, poi l’adolescenza, poi l’età che è intermedia tra la giovinezza e la vecchiaia, posta al confine di entrambe, infine gli ottimi anni della vecchiaia stessa… La vita conduce alcuni molto velocemente alla meta, cui bisognerebbe arrivare indugiando, altri li consuma e logora a poco a poco… Però ciò che è bene non è il vivere, ma il vivere bene.” Vivere bene dunque: vivere dando un senso attivo all’esistenza, ma non vanamente protesi alla ricerca di ciò che non ci appartiene; vivere avendo come meta quella vecchiaia che non è uno scoglio, ma il porto a cui tendere. In questo senso, in questa prospettiva, che dà un senso e un valore all’età, possiamo rivedere anche la famosa Epist. 12, che proprio di questo problema si occupa, muovendo da constatazioni tristi sulla fuga temporale e sulla conseguente labilità della vita umana. Seneca parte dalle consuete considerazioni negative sulla fatiscenza della villa in cui si trova, delle piante che l’adornano, infine della sua personale età avanzata. Ma la constatazione si tramuta presto (12,4 ss.) in una forma di gratitudine: la villa gli ha consentito una riflessione sulla sua vita, ora giunta in uno stadio avanzato e perciò, proprio in quanto tale, da apprezzare. Essa è infatti la parte più dolce dell’esistenza, il sapore più forte del frutto, il momento della vittoria sulle passioni. Accanto ad essa, nella valutazione serena e positiva della vecchiaia, può essere collocata l’Epist. 93, nella quale il filosofo scrive chiaramente che ciò che gli interessa è la qualità della vita, non il numero degli anni. Il numero degli anni infatti dipende dalle circostanze esteriori, il che in una prospettiva stoica le esclude dall’attenzione del soggetto. Il quale invece avrà riguardo delle forme dell’esistenza, che raggiungerà nella vecchiaia la qualità della saggezza. Scrive Seneca nel paragrafo 8 di questa lettera: “Vuoi sapere quale sia la vita che dura più a lungo? La vita che dura fino all’acquisto della saggezza. Chi l’ha raggiunta non ha toccato la meta più lontana, ma la più importante . E costui si vanti pure con orgoglio e ringrazi gli dèi ed attribuisce a sé stesso ed alla natura il merito di essersi elevato all’altezza di un dio. Infatti a ragione si attribuirà tale merito: ha restituito alla natura una vita migliore di quella che aveva ricevuto “

“Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste” è un saggio di Marc Augè tradotto da Daniela Damiani e pubblicato nel 2014 da Raffaello  Cortina .

Raggiunta l’età in cui succede che qualcuno sul metrò si alzi per cedergli il posto, Marc Augé scava nei propri ricordi personali per sviluppare una riflessione, acuta e delicata, sul tempo che passa. “Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo”, scrive il grande antropologo per evidenziare la differenza tra il tempo e l’età. Perché sono gli altri a dire che siamo vecchi, a definirci secondo luoghi comuni, ma questa etichetta resta superficiale e lontana da quel che avvertiamo dentro di noi… Dunque, la vecchiaia non esiste. Certo, i corpi si logorano ma la soggettività resta, in qualche modo, fuori dal tempo ed è così che, come scrive Augé alla fine di questo libro, “tutti muoiono giovani”.

Di se stesso Augè in queste pagine  dice di sentirsi ” stagionato o meglio stravecchio”, ma di “qualità”, così come si dice di un ottimo armagnac invecchiato, in altre parole, da vecchi non bisogna ” negare il fardello del tempo.

Marc Augé è un antopologo ed etnologo francese; ha rivestito il ruolo di Direttore di ricerca all’ORSTOM (oggi IRD) fino al 1970, quindi “directeur d’études” presso l’EHESS di Parigi, ha compiuto numerose missioni in Africa, in particolare in Costa d’Avorio e in Togo. Dalla metà degli anni Ottanta ha diversificato i suoi campi d’indagine. Ha quindi compiuto diversi viaggi in America Latina.  Partendo da un osservatorio più vicino, in Francia e in particolare Parigi, si dedica ormai da molti anni alla costruzione di una “antropologia dei mondi contemporanei”.La fama in ambito scientifico arriva con le sue ricerche sul campo in Costa d’Avorio e nel Togo concernenti la malattia, la morte e i sistemi religiosi (Le Rivage alladian, 1969; Théorie…

Scrive Wutz.it  in una interessante  recensione  “… Rimandiamo la vecchiaia, cerchiamo di respingerla fermandola attraverso il corpo. “Se si vuole rimanere giovani si deve insegnare al corpo a dissimulare o mentire. Mentire a chi? Agli altri e a se stessi”.Paradossalmente possiamo dire che sia vero pure il contrario. Tutta la nostra esistenza è scandita dall’età e dai limiti che questa età impone, la società ci ricorda continuamente in quale punto dell’arco della vita siamo posizionati e, di conseguenza, il ruolo che svolgiamo; raggiunto il suo vertice diventa molto difficile affrontare la curva discendente. Le persone che ci stanno accanto ci mettono di fronte alla realtà in molti modi, ma “io sono davvero questi quaranta, cinquanta, sessant’anni o più attraverso i quali mi trovo condannato a definirmi? In un certo senso è così e sono gli altri, la società e le sue regole che lo decidono”.
Conosco la mia età, posso dichiararla, ma non ci credo: “nessuno si riduce alla semplice apparenza della sua età fintantoché gli rimane un po’ di consapevolezza”.
Non tutti invecchiamo nello stesso modo, com’è ovvio: “non si invecchia alla stessa età a seconda di un’origine sociale o il genere di attività svolta” (e noi aggiungeremmo anche a seconda del genere uomo o donna). Talora all’imbarazzo nei confronti degli anni da dichiarare subentra l’orgoglio del traguardo raggiunto, il vanto di una condizione quasi di privilegio. “Prima di scagliare la pietra contro, diciamo, questi ‘esibizionisti’ dell’età – scrive ancora Augé -, riconosciamo loro comunque delle circostanze attenuanti. Se gli anziani giocano sulla loro età è perché gliela si rinfaccia tropo spesso, con maggiore o minore malizia, con cattiveria, con candore o indelicatezza”.”

Scrive Marco Portello  in https://www.doppiozero.com/materiali/teorie/linterluogo-di-auge :“Quasi dieci anni fa bastava mettere insieme i titoli dei libri generalisti sulla vecchiaia usciti in Italia dal 1971 per rendersi conto di quanto poco avesse fatto e stesse facendo la società italiana per se stessa. Nel novembre 2005 i titoli non superavano, largheggiando, la trentina. Ma considerato che almeno una decina di essi erano di autori stranieri, il panorama era ancora più desolante.  C’era persino il caso di una nota grande casa editrice che aveva riproposto lo stesso libro a quattro anni di distanza dalla prima edizione limitandosi a rinnovare il titolo! Dunque, più o meno un libro all’anno, a fronte di circa centocinquanta novità librarie quotidiane (calcolando per difetto). Oggi i titoli sono circa una quarantina: significa che il ritmo della riflessione in Italia non è sostanzialmente variato e gli stranieri continuano a essere ritenuti un riferimento. Credo che un maggiore e preciso impegno culturale vada esteso anche a questi territori, prima che la fisionomia “genetica” della nostra (nel senso di italiana) società prenda direzioni non più governabili (sono di pochi giorni fa le notizie fornite dal Rapporto SVIMEZ 2014 sullo stravolgimento demografico che si profila nel Sud Italia per i prossimi decenni). Lo pensavo dieci anni fa, ma vale ancora oggi: dire che c’è un ritardo, un vuoto, è un puro pericoloso eufemismo. L’unico dato oggettivo su cui accettare una seria discussione a me sembra quello dell’urgenza: noi non dovremmo perdere un solo minuto a fare le pulci agli studiosi inadempienti, ai sociologi miopi, ecc., noi dovremmo solo provvedere.”

L’inizio della riflessione di Augè è,  men che non si dica ,quasi fulminante perché paragona , con una metafora stringente e ricca di particolari la vecchiaia ad una “ gatta “ . Questo animale domestico  , come  afferma  Augè non cambia la sua indole ma riesce in ogni circostanza a tener desta la sua attenzione e soprattutto a trovare un adattamento proficuo .Una gatta che muore con la sua personalità integra. Ovvero diventa per Augé “un simbolo di quella che potrebbe essere una relazione con il tempo che riuscirebbe a fare astrazione dall’età”. Noi, aggiunge, “ci immergiamo nel tempo, ne assaporiamo alcuni istanti; ci proiettiamo in esso, lo reinventiamo, ci giochiamo; ‘prendiamo il nostro tempo’ o ‘lo lasciamo scorrere’: è la materia prima della nostra immaginazione.

 “Per ciascuno di noi la vita rappresenta una lunga e involontaria indagine” (p. 11) e quando si arriva al punto si scopre che “la vecchiaia non esiste”, come recita il sottotitolo del libro. E’ una cosa che Augé ripete più volte, anche in chiusura: la vecchiaia, dice, “è come l’esotismo: gli altri visti da lontano con gli occhi degli ignoranti. La vecchiaia non esiste” (p. 103). Già, la vecchiaia non esiste.

Per Enzo Bianchi la vecchiaia ,come si legge nel sito della comunità di Bose che riporta una scheda del libro “ La vita e i giorni Sulla vecchiaia”,  Il Mulino, 2018  : una terra sconosciuta in cui ci inoltriamo lentamente, paese aspro da attraversare e da conquistare, la vecchiaia ha le sue grandi ombre, le sue insidie e le sue fragilità, ma non va separata dalla vita: fa parte del cammino dell’esistenza e ha le sue chances. È il tempo di piantare alberi per chi verrà. Vecchiaia è arte del vivere, che possiamo in larga parte costruire, a partire dalla nostra consapevolezza, dalle nostre scelte, dalla qualità della convivenza che coltiviamo insieme agli altri, mai senza gli altri, giorno dopo giorno. È un prepararsi a lasciare la presa, ad accettare l’incompiuto, ad allentare il controllo sul mondo e sulle cose. Nell’inesorabile faccia a faccia con il corpo che progressivamente ci tradisce, Enzo Bianchi invita tutti noi ad accogliere questo tempo della vita pieno, senza nulla concedere a una malinconica nostalgia del futuro, ma anzi trovando qui l’occasione preziosa di un generoso atto di fiducia verso le nuove generazioni.”

Si parte dalle “Età e stagioni della vita” e si finisce con “Diario della vecchiaia”. Un cammino  che  fa riappropriare il letto  della gravità dell’argomento in modo  concreto. Bianchi parte dalla realtà , quella che egli stesso vive ora ogni giorno per parlare del declino del corpo,del tempo che passa inesorabilmente fino ad affermare , contro ogni logica   che della vecchiaia può parlare solo chi ne sa qualcosa”. Poi ci sono le piccole cose di ogni giorno che connotano i movimenti rallentati, la difficoltà a per un risveglio deciso e immediato, la  necessità di appoggi nel camminare e nel fare le scale. La lentezza come misura di molte azioni ricordando il monito del Qohelet  dove  “Un giorno – è scritto – gli arti tremeranno, “gli uomini forti diverranno curvi”, le salite faranno paura e “sarà fatica camminare sulla strada”, “il cinguettio degli uccelli si attenuerà, e i toni delle canzoni si affievoliranno.”  .

Il monito del poema è forte e deciso:

“Ricordati del tuo Creatore /nei giorni della tua giovinezza/ prima che vengano i giorni cattivi (…)/prima che si oscurino il sole,/la luce, la luna e le stelle/ e dopo la pioggia sia ancora nuvolo”.

Ed ecco dunque il senso e la sintesi della meditazione sulla vecchiaia di Enzo Bianchi :invecchiare è una evoluzione che parte da lontano, che si prepara in età matura, quando l’esistenza coincide con la forza del corpo e dello spirito e con la luce del sole, perché “dolce è la luce” (Qo, 11,7). La vecchiaia si prepara con la vita, “perché la vita che viviamo dipende anche, non solo ma anche, dalle nostre consapevolezze, dalle nostre scelte, dalla qualità della convivenza che cerchiamo di edificare insieme agli altri, mai senza gli altri, giorno dopo giorno”.

 

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