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LE COMPETENZE DEL MUSICOTERAPISTA

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Redazione-L’articolo che segue non voglio che sia inteso come un auto-elogio per un successo professionale raggiunto bensì vorrei che descrivesse brevemente quali sono le competenze che un musicoterapista dovrebbe possedere alla fine del percorso di studi per poter praticare la propria professione. Se è vero che in Italia ci sono ancora molti passi da fare per il pieno riconoscimento della professione, la preparazione di molti corsi di formazione non ha niente da invidiare ai corsi d’oltremanica, dove la musicoterapia è storicamente nata ed è più consolidata.

Per accedere al registro del Health and Care Professions Council, l’organizzazione che nel Regno Unito protegge e vigila l’operato dei musicoterapisti e arte terapisti, ci sono molte conoscenze che lo studente neo laureato deve sapere. Agli studenti che seguono uno dei master di formazione riconosciuto dal HCPC non è richiesta nessuna documentazione aggiuntiva poiché è dato per scontato che il corso abbia coperto tutti gli standard di competenza necessari per praticare adeguatamente la professione.

Data la mia particolare situazione, cioè far riconoscere un titolo e un percorso di formazione conseguiti all’estero, per accedere al registro ho dovuto dimostrare in particolare di avere una conoscenza teorica delle tappe di sviluppo motorio e cognitivo umano, conoscere le caratteristiche dei più diffusi disturbi neurologici, cognitivi e psichiatrici, possedere una conoscenza teorica e pratica delle tecniche di improvvisazione, compreso quello di improvvisare in diversi stili musicali ed infine una conoscenza teorica dell’impatto che la cultura e la diversità possono avere nella pratica musicoterapica.

Per dimostrare di avere le necessarie competenze teoriche e pratiche ho riportato quattro casi clinici, la descrizione di una seduta one-off di musicoterapia per persone che appartenevano a culture diverse ma condividevano tutte la stessa situazione personale (cioè essere coniugi o figli di persone con demenza) ed ho scritto un breve saggio sull’impatto della cultura e della diversità nella pratica musicoterapica.

Grazie al consenso alle registrazioni audio e video datomi dai clienti con cui lavoro, ho registrato le sedute ed ho isolato i frammenti più significativi che potessero mostrare l’uso dell’improvvisazione con le tecniche musicali più appropriate alla persona, mostrando esempi di musica tonale, atonale, descrivendo i diversi livelli di struttura musicale emersi e naturalmente facendo particolare attenzione alle caratteristiche dei parametri musicali utilizzati. Per ogni caso ho riportato le informazioni sul cliente, i motivi dell’invio, il progetto terapeutico, la descrizione dettagliata del frammento scelto (non solo le già menzionate caratteristiche musicali ma anche l’uso dello spazio e la postura sia del cliente che del terapista) e le risonanze provate con la persona con cui stavo lavorando. Ho poi concluso spiegando i possibili futuri obiettivi terapeutici da raggiungere. Le conoscenze acquisite nel corso di formazione mi hanno permesso di descrivere in modo accurato la pratica clinica.

Il saggio sull’impatto della cultura, uguaglianza e diversità nella pratica musicoterapica è stata invece la parte più difficile perché affrontata solo marginalmente e teoricamente nel corso di formazione italiano. Nel Regno Unito la riflessione sulla diversità e uguaglianza culturale sia del cliente che del terapista è in atto da molti anni dato che storicamente questo Paese ha accolto popoli da tutto il mondo. Come terapista proveniente da un Paese diverso, so che la mia cultura di appartenenza influisce profondamente sulla relazione con la persona e per questo motivo è sempre necessario riflettere su cosa c’è di culturale all’interno della seduta, specialmente quando incontro una persona che ha origini diverse dalle mie.

Durante le lezioni del corso si era parlato di come la musica sia presente in tutte le culture ma il significato simbolico può essere diverso se paragonato all’idea occidentale. Per questo motivo il musicoterapista dovrebbe usare la “empatia culturale”[1] cioè dovrebbe capire l’esperienza culturale peculiare della persona così come le norme culturali del suo gruppo di appartenenza. Se per esempio nel nostro contesto culturale empatia significa contatto oculare e sorriso, gli stessi elementi in altri contesti potrebbero essere interpretati come irrispettosi, specialmente se tra cliente e terapista ci sono differenze anagrafiche o sessuali. Quando si parla di diversità ­­si intende anche differenze di capacità cognitive, fisiche e sensoriali ma anche differenze di estrazione sociale che il musicoterapista ­­­deve conoscere per progettare un intervento che vada incontro quanto più possibile ai bisogni della persona.

Raccogliere la documentazione per accedere al registro mi ha permesso di riflettere più profondamente sulla mia pratica clinica e sul mio livello di preparazione. Non mi ero mai rivista nei video, per esempio, e ciò mi ha fatto rendere conto di comportamenti e scelte che non sarebbero emersi in altro modo; scrivere la documentazione in inglese è stata una sfida e un’opportunità per migliorare l’inglese scritto; il saggio sull’impatto della cultura e la diversità nella pratica musicoterapica mi ha fatto riflettere su un tema così importante che forse non avrei approfondito altrimenti. Tutta questa esperienza la considero, in conclusione, come un’appendice importante

alla mia formazione.

[1] Lingle, D.W., & Ridley, C.R. Cultural Empathy in Multicultural Counseling. In J.C. Draguns, PB. Pedersen, W.J. Lonner, J.E. Trimble (Eds.), Counseling Across Cultures (4th ed.), 1996, CA: Sage

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