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LAVORARE COME MUSICOTERAPISTA NEL REGNO UNITO

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Un interessantissimo articolo, questo di Anna Fazzi che ci permette di conoscere e valutare le differenze esistenti nel campo lavorativo musicoterapico tra la realtà italiana e quella inglese.

Si può dire che Anna abbia avuto appena il tempo di terminare il suo tirocinio lavorativo  – previsto, anche se non obbligatoriamente, al termine del corso di studi, una volta superato l’esame di diploma –, per trovare immediatamente lavoro come libera professionista in un centro di riabilitazione a Birmingham, seconda città per popolazione del Regno Unito.

La trafila per poter accedere al Registro dell’ HCPC è stata lunga e faticosa e per nulla scontata. Gli standard richiesti per un professionista della musicoterapia in Inghilterra sono molto alti, come è d’altra parte ovvio e scontato, trattandosi di una professione concernente la “salute e la cura”.

Ma se questo è ovvio e scontato nel Regno Unito non lo è altrettanto in Italia, dove abbiamo cominciare a seguire le orme di un altro diplomato presso una istituzione statale italiana il quale, pur riuscendo con grande impegno e sacrificio a fare della musicoterapia la sua professione, non ha ancora la possibilità di iscriversi ad un registro statale che lo riconosca come professionista a tutti gli effetti.

Evidentemente una ottima preparazione di base ha aiutato i due giovani e gli sforzi di entrambi sono stati ripagati. Con una “lieve” differenza: Anna, appena diplomata, è già una professionista riconosciuta e come tale ha ottime possibilità di continuare a svolgere la sua professione nel Regno Unito e nei paesi ove la musicoterapia è una professione riconosciuta ; il nostro giovane musicoterapista rimasto in Italia potrà probabilmente continuare a svolgere la sua professione ma senza un riconoscimento ufficiale e quindi troverà sicuramente molte più difficoltà sulla sua strada rispetto al cercare un posto di lavoro adeguato e soddisfacente.

                                                                                                                                             S.G.

 

 

Redazione-Durante il corso di formazione per diventare musicoterapista ho conosciuto docenti appartenenti a scuole di pensiero diverse. Ricordo che rimasi affascinata soprattutto da coloro che avevano studiato all’estero, nel Regno Unito. Non sapevo precisamente il perché ma sentivo che quella era la forma mentis a me più congeniale. Durante i due anni della formazione provai in tutti i modi a partecipare al progetto Erasmus per studiare almeno qualche mese nel Regno Unito ma non ci fu nessuna possibilità di trasformare il sogno in realtà a causa delle differenze di formazione tra il corso italiano, benché istituzionale, e quello inglese.

Una volta diplomata volli comunque partecipare al progetto Erasmus placement che permette ai neodiplomati di svolgere un periodo di tirocinio presso una struttura straniera. Dal sito della British Association of Music Therapy scaricai una lista chilometrica di centri che offrivano servizi di musicoterapia e guardai tutti i siti web ad essi collegati. Feci una cernita seguendo gli interessi e la preparazione che avevo ricevuto ed incominciai ad inviare loro una-mail di presentazione. Tutti risposero con molta cortesia ma solo uno accettò la mia offerta di tirocinio e fu il Birmingham Centre for Arts Therapies, il centro per il quale lavoro tuttora. Da quel momento incominciò una lotta contro il tempo per munirmi di tutti i documenti necessari e lo scoglio più grande fu la registrazione al Health and Care Professions Council cioè l’ente presso il quale ogni professionista delle arti terapie deve iscriversi per poter svolgere la propria professione. Il riconoscimento del titolo italiano non è stato un passaggio automatico perché ho dovuto fornire tutti i possibili documento che provassero la mia competenza e affidabilità professionale. Hanno richiesto anche registrazioni audio-video del mio lavoro ed una dettagliata descrizione dei casi clinici perché dal loro punto di vista le informazioni cartacee fornite dalla mia scuola non erano sufficienti ad attestare le mie conoscenze. Ci sono voluti sei mesi ma alla fine sono entrata a far parte del registro dell’HCPC e posso definirmi musicoterapista anche nel Regno Unito!

Ho iniziato la mia pratica clinica a novembre dell’anno scorso e mi sembra sia passato molto più tempo viste le numerose situazioni che ho dovuto affrontare: sto seguendo clienti che hanno diagnosi molto diverse tra loro e grazie ai quali sto facendo esperienza in campi che, a torto, avevo subito escluso dopo la formazione. È stato emozionante e molto pauroso, soprattutto nei primi mesi, ma grazie alla costante supervisione e all’analisi delle registrazioni delle sedute, ho incominciato il cammino in questa professione con positività e determinazione.

Finito il progetto Erasmus, mi hanno chiesto di rimanere a lavorare ed ho deciso di restare per vari motivi. Da un punto di vista professionale, molto difficilmente sarei riuscita a farmi conoscere in così poco tempo e lavorare quasi a tempo pieno, per non parlare delle possibilità di avanzamento di carriera. Da un punto di vista economico, inoltre, essere libero professionista nel Regno Unito ha i suoi indubbi vantaggi perché la tassazione è inferiore se paragonata all’Italia. Tornare nel mio Paese avrebbe significato ricominciare tutto da capo. Oltre a quanto già detto, devo aggiungere che nel Regno Unito c’è un’organizzazione scolastica molto attenta ai bambini ed adolescenti con disabilità cognitiva, disturbo pervasivo dello sviluppo, paralisi cerebrale (solo per citare alcune delle patologie più comuni) che permette loro di frequentare scuole speciali in cui sono seguiti sotto tutti i punti di vista. Le arti terapie sono spesso raccomandate. Per quanto riguarda la cura degli anziani, la struttura sociale inglese è diversa infatti le famiglie raramente decidono di prendersi cura di loro, soprattutto in presenza di malattie neurodegenerative come la demenza. Negli ultimi decenni sono sorti numerosi centri residenziali molto accoglienti che assomigliano a piccoli villaggi dove possono passeggiare, ritrovarsi con gli altri residenti e fare attività ricreative. Anche in questi contesti è riconosciuto il valore delle arti terapie e sono richieste per migliorare la loro qualità di vita.

Quando finii il percorso di formazione mi trovai senza un punto di riferimento perché sapevo che per la maggior parte delle strutture sia pubbliche che private la figura del musicoterapista è misconosciuta. Ammetto che ero terrorizzata e avvilita all’idea di mettere da parte le conoscenze senza applicarle mai, soprattutto dopo un grande investimento di energie, tempo e soldi. Vivere qui mi sta permettendo di lavorare nell’ambito per cui ho studiato e per cui mi sono impegnata. Riconosco che c’è un lato negativo in tutto questo ed è stare lontana dagli affetti. In futuro non escludo di tornare in Italia, se le condizioni saranno favorevoli, ed anzi sarei felicissima di poter portare nel mio Paese le conoscenze e la pratica che sto

tesaurizzando qui.

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