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” LA VIOLENZA NELLE RELAZIONI PERVERSE ” – DOTT. MARCO CALZOLI

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Redazione-  Ogni forma di violenza che lede la morale e la psiche della persona, il mobbing, lo stalking, l’abuso sessuale, il bullismo, le molestie morali, ed altre forme di vessazione e sopraffazione, sono da considerarsi fenomeni perversi. In particolare, Sandra Filippini (2005), che ha approfondito gli aspetti psicodinamici implicati nelle relazioni di maltrattamento all’interno della coppia, ritiene che è dall’incrocio di due concetti, narcisismo e perversione, che si situa il punto di origine delle dinamiche di violenza nelle relazioni di coppia. In tal senso si parla di relazione perversa (Zavattini, 1988; Pandolfi, 1999), rifacendosi ai concetti di perversione narcisistica (Racamier, 1992) e di perversione relazionale (Pandolfi, 1999; Filippini, 2005).

Ma che cosa s’intende con perversione? Nella letteratura psicanalitica il termine ha acquisito, nel corso del tempo, diversi significati: di perversione sessuale, prima di tutto, ma anche di tratto di carattere, di modo di relazione oggettuale, di stile di rapporto, di modalità difensiva. Meltzer separa “le perversioni sessuali come aspetto organizzato della vita mentale, dalla perversità come parte del processo totale del funzionamento mentale” (Meltzer, 1975).

Ripercorrendo l’evoluzione storica del concetto di perversione, notiamo che fino al 1905 la perversione è associata essenzialmente alla nevrosi ed è intesa come una fissazione agli aspetti pregenitali dell’organizzazione libidica. È cioè intesa, più che altro, in termini di perversione sessuale. Solo successivamente, a partire dagli autori di scuola kleiniana e con il delinearsi del concetto di narcisismo, si accede ad una considerazione della perversione non tanto e non solo come fissazione preedipica dello sviluppo, ma come organizzazione psichica a sé stante. Inizia così a delinearsi il concetto di perversione relazionale. Di seguito verrà trattato dapprima la perversione sessuale, seguita dal passaggio al concetto di perversione relazionale, legato a sua volta alla definizione di perversione narcisistica, che insieme vanno a costituire la relazione narcisistico-perversa, da cui ha origine la violenza. Vedremo così le tappe, i passaggi che il narcisista percorre nel mettere in atto la perversione e di conseguenza il maltrattamento, per arrivare infine a delineare le possibili caratteristiche della personalità del perpetratore.

Perversione sessuale. Il termine perversione fu usato inizialmente da Freud per indicare le perversioni sessuali. Esse si costituirebbero o per un arresto di sviluppo della sessualità o per una regressione verso la sessualità infantile. F. Parenti in “Alla ricerca del sesso smarrito” (1990) definisce il termine perversione distinguendolo da quello di deviazione: perversioni sono le anomalie del comportamento sessuale che implicano sempre una violenza reale o immaginata verso altri individui; deviazioni sono tutte le variazioni anomale del comportamento sessuale non considerabili lesive verso gli altri individui. Freud inizialmente descrisse la perversione nei “Tre saggi sulla teoria sessuale” (1905) definendola come il risultato di un cattivo esito del processo di sviluppo psico-sessuale, per cui nella vita adulta persistono elementi della sessualità infantile, che, al contrario di quanto accade nella nevrosi, non sono stati trasformati dai meccanismi di difesa e sono accettati dall’Io (per questo motivo Freud ha sostenuto che la nevrosi è il negativo della perversione). Successivamente, nel saggio sul “Feticismo” (1927), Freud spiegò la perversione come difesa dalla perdita totale del rapporto con la realtà (che avviene invece nelle psicosi) attraverso il diniego della realtà della castrazione. La perversione quindi, per Freud, si esplicherebbe nel tentativo di evitare la realtà della mancanza del pene e quindi l’angoscia di castrazione nell’uomo. Egli pone il meccanismo del diniego alla base

della perversione e, in quanto diniego della realtà, la perversione rappresenta una difesa dalla psicosi (Freud 1924).

Questo secondo punto di vista fu abbracciato dagli autori della scuola kleiniana che considerano le perversioni come sistemi di difesa molto precoci contro l’angoscia primitiva, piuttosto che semplici regressioni ad un livello arcaico del desiderio, e considerano le perversioni non tanto un negativo della nevrosi, quanto della psicosi, nel senso che la sintomatologia perversa nasconderebbe un difetto nello sviluppo del senso di realtà.

Del tema della perversione si è occupata anche, in numerosi articoli e libri, Janine Chasseguet- Smirgel (1978, 1984, 1991), la quale sostiene che in tutte le perversioni c’è uno sfondo sadico. Lo scopo del perverso è la distruzione della realtà che, a sua volta, ha l’obiettivo di annullare le differenze tra i sessi, tra le generazioni, attraverso un processo che tende a rendere tutto uguale: ano e vagina, feci e latte, defecazione e nascita. L’autrice mostra come, nell’universo sadico, avviene una fecalizzazione che annulla le differenze. Chasseguet-Smirgel fa propria l’affermazione di Stoller (1975) secondo il quale la perversione è una forma erotizzata di odio.

Un Panel del Congresso dell’International Psychoanalytic Association di Barcellona del 1997 è stato dedicato al tema delle perversioni. In esso Goldberg ha spiegato la perversione come un fenomeno consistente in tre elementi:

– il primo è rappresentato dalla sessualizzazione, intesa come un meccanismo difensivo presente in soggetti con un difetto strutturale del sé;

– il secondo è una scissione (“a vertical split”) tra una parte “normale” della personalità ed altre vissute come più egodistoniche;

– il terzo ha a che fare con dinamiche individuali, diverse quindi caso per caso.

Perversione relazionale. Nella letteratura psicanalitica, successivamente al 1905, si passò dal concetto di perversione sessuale al significato di perversione relazionale, usato anche con il termine di perversità per riferirsi ad alcuni tipi di comportamento, di personalità o di legame. Il termine ha un’implicazione non sessuale e si avvicina al concetto di distorsione, rovesciamento, pervertimento di ciò che è reale, vero e giusto. È sinonimo insomma di perversione morale (Cohen, 1992; Hirigoyen, 1998). “Il perverso non può agire da solo, ma ha bisogno di un altro, di qualcuno cioè che entri in specifica e non generica relazione con lui. In questo senso la perversione è davvero una patologia relazionale: non la si vede che nel rapporto con l’altro, una vera e propria preda che il perverso soggioga e sfrutta a proprio vantaggio” (Filippini, 2003). De Masi, in continuità con la linea di pensiero della Melanie Klein, in “La perversione sadomasochista. L’oggetto e le teorie” (1999), sostiene che lo scopo fondamentale del perverso consiste nel dominio sull’oggetto. Masud Khan, nel suo libro “Le figure della perversione” (1979), concepisce la perversione addirittura come difesa dal rapporto stesso, attraverso una apparenza di intimità: il soggetto perverso teme, evita, si difende dalla reciprocità negandola, annullandola, detenendo il potere e il controllo della relazione. Il perverso ha bisogno di negare la separatezza con l’altro e la stessa esistenza autonoma. Ciò che contraddistingue quindi la relazionalità delle coppie perverse dalle comuni difficoltà di qualsiasi altra coppia, è la dinamica, la dinamica perversa del dominio, del controllo, dell’annullamento dell’altro. La relazione perversa si colloca entro un dominio caratterizzato da potere, controllo, manipolazione. In questo dominio non c’è spazio per sedimentazione di vissuti emotivi, in altre parole non c’è esperienza di sentimento, non c’è empatia, non c’è identità piena né dell’io né dell’altro, non c’è possibilità alcuna di condivisione. L’essenza della perversione (“Voglio che tu vuoi!”) si caratterizza dunque come fenomeno di controllo della volontà dell’altro attuato tramite manipolazioni di svuotamento dell’anima. Quest’ultimo concetto, definito anche in termini di disumanizzazione dell’altro, è connesso con la volontà di base che va a colpire non un aspetto particolare della persona, ma quella radice di senso e gusto che forma la volontà, l’io, la relazione.

La relazione oggettuale del perverso soddisfa l’esigenza di fusionalità e di intimità, di controllo tecnico “totipotente”, presimbolico, arcaico e fascinatorio. L’oggetto perverso può essere “idoleggiato”, vale a dire idolatrato e feticizzato, ma al contempo anche disumanizzato e reso inconsapevole strumento delle proprie esigenze narcisistiche; non vi è reciprocità nella relazione perversa, ma un coesistere di istanze fusionali e distruttive, cioè un’ambivalenza diversamente modulata, sia nel senso della seduttività, che della fascinazione, che della collusione. “La relazione del perverso con il suo oggetto è indifferente, cioè non c’è separazione e differenza tra soggetto ed oggetto sia in quanto l’oggetto non ha uno statuto proprio, non esiste per sé, sia perché esso è affettivamente indifferente per il soggetto perverso che lo usa per i propri scopi e lo svaluta” (Filippini, 2003). La relazione perversa, nel suo precario equilibrio tra narcisismo primario e dipendenza oggettuale, è dunque caratterizzata della feticizzazione dell’altro, che, oltre a rappresentare l’oggetto primario, è di fatto reso inumano per poter essere controllato, immobilizzato, messo in condizione di non poter essere mai perduto. “L’oggetto del perverso, così come l’oggetto transazionale, è un oggetto inventato, manipolato, usato, saccheggiato, scartato, coccolato ed idealizzato; può essere oggetto di identificazione e nello stesso tempo può essere ridotto a cosa inanimata” (Faraci, 2005). La perversione nasce ed è caratterizzata dall’incapacità di considerare l’altro come essere umano.

Perversione narcisistica. Racamier fa riferimento alla patologia perversa non sessuale come ad una perversione “non sessuale, ma morale, non erotica, ma narcisistica” (Racamier, 1992; trad. it. 1993). Ne deriva che il problema è narcisistico e non primariamente libidico, si riflette cioè sulla struttura stessa del sé, sul nucleo della personalità del soggetto. Le perversioni relazionali insorgono sul terreno della struttura narcisistica della personalità. Caratteristica dell’assetto narcisistico di personalità è l’indifferenza verso la relazione oggettuale: il narcisista non riconosce l’esistenza dell’altro. E la perversione relazionale consiste proprio nel disconoscere l’alterità, nell’usare l’altro a proprio piacere, l’obiettivo è trasformare la relazione d’oggetto in relazione di potere, corrompere la relazione per ottenere il controllo. Si parla così di relazione narcisistico-perversa. Racamier (1992) precisa che, mentre nella relazione con il narcisista l’altro, l’oggetto, può non accorgersi dell’uso che di lui viene fatto, nella relazione narcisistico-perversa c’è un vero e proprio maltrattamento: l’oggetto assume in modo più chiaro la connotazione di vittima. “La perversione narcisistica è caratterizzata dal bisogno e dal piacere di far valere se stessi a spese di altri. Si tratta di un piacere specifico. Certo non è erogeno, anche se qualche aspetto di perversione sessuale vi è spesso, se non sempre, associato. Tale piacere è ottenuto con manovre e comportamenti pragmaticamente organizzati a detrimento di persone reali. Quanto al bisogno che sottende questa perversione, le sue sorgenti inconsce (…) sono fondamentalmente contro-depressive e anti-conflittuali” (Racamier, 1992; trad. it. 1993).

Centrale per capire come in certe strutture narcisistiche si innesti un comportamento perverso è l’uso che viene fatto dell’oggetto. Esso, nella condizione narcisistica, esiste essenzialmente come un’estensione del sé, viene considerato solo in rapporto alle proprie necessità. La qualità dell’amore portato all’oggetto è in grande misura narcisistica: “Lo amo in quanto mi ammira” direbbe il narcisista, e “Lo amo anche perché mi ammira” direbbe la normale persona innamorata, in cui l’aspetto narcisistico è una normale componente dell’amore. Ciò che caratterizza una relazione d’oggetto narcisistica, quindi, è il significato, o la funzione, che l’oggetto “d’amore” ha per la persona narcisistica: l’oggetto che viene investito narcisisticamente viene usato per sostenere o riparare l’autostima, e dunque non viene vissuto come entità autonoma e separata, è piuttosto un’estensione del sé. Il narcisista non è che non ama gli oggetti, ma li ama in quanto estensioni di sé. Il bisogno dell’oggetto può manifestarsi direttamente e apertamente, come avviene nelle personalità dipendenti, avide e scontente di ciò che ricevono (anzi, per la verità, di ciò che prendono) dagli altri, o può manifestarsi in modo diametralmente opposto, con atteggiamenti di auto-sufficienza grandiosa in cui la dipendenza dagli altri è negata sul piano cosciente, ma non per questo meno attiva in pratica: la dipendenza dagli altri c’è oggettivamente, ed è parallelamente negata, o esorcizzata, tramite l’esibizione grandiosa della propria persona. L’oggetto, con i suoi desideri e i suoi bisogni, non viene preso in considerazione, direi quasi che non viene visto. L’incapacità di provare gratitudine e rimorso sono due tipici indicatori di questa cecità, o indifferenza, di fronte all’oggetto. Provare gratitudine implica che si riconosca il valore dell’oggetto e, conseguentemente, la propria dipendenza da esso. Ed è questo quello che il narcisista non tollera: il sentire di dipendere da qualcosa che è “altro” rispetto a sé. Per una persona con “un impedimento narcisistico” è difficile chiedere scusa: farlo significa per lui provare rammarico per l’offesa recata all’oggetto, ovvero sentirsi in colpa. Quelle rare volte, invece, in cui un narcisista chiede scusa, lo fa in una maniera poco convincente, perché più che interessato all’altro egli è interessato a sé stesso, alla propria immagine.

«Carlo mi chiede così ripetutamente ed esageratamente scusa quando si accorge di avermi fatto un torto che diventa quasi fastidioso, appiccicoso. Sembra non sincero. Ho l’impressione che non mi chieda scusa perché è veramente dispiaciuto di avermi ferita, ma perché si vergogna di sé, del suo comportamento».

Chi funziona coltivando un’illusione di auto-sufficienza e tenendo sempre attiva una rappresentazione di sé grandiosa e onnipotente non solo non ritiene di dover ringraziare o chiedere scusa ma si muove nella vita come se tutto gli sia dovuto, e come se gli altri, o l’altro, non avessero valore se non per occuparsi di lui, per riconoscere le sue superiori qualità. Gli altri funzionano come degli specchi che riflettono l’immagine di sé grandiosa. L’altro è oggettivamente (ma non soggettivamente) necessario per la sua funzione di rispecchiamento: è necessario, appunto, solo in quanto specchio. Spesso è attraverso questo “altro”, attraverso ciò che sente, attraverso il suo disagio (come nell’esempio precedente), che si capisce veramente la dinamica narcisistica, ovvero l’uso che il narcisista fa delle persone.

Per quanto possa essere disagevole per la propria identità venire manipolato, o anche solo ignorato, da un narcisista grandioso, il danno ricevuto è inferiore a quello inflitto dal narcisista-perverso: per quest’ultimo l’oggetto non è solo uno strumento occasionale utile a mantenere alta l’immagine di sé, ma una vera e propria preda che egli soggioga e sfrutta a proprio vantaggio. Anche nella relazione narcisistico-perversa l’oggetto viene usato con la finalità di mantenere il sé coeso, ma ciò avviene con mezzi che vanno oltre l’uso dell’oggetto come supporto e specchio del proprio sé grandioso. Il rifornimento narcisistico nella relazione narcisistico-perversa si effettua in altre parole con un surplus di danneggiamento e di manipolazione nei confronti dell’oggetto perché entrano in gioco i mezzi tipici della perversione, e cioè il diniego e la scissione messi in atto con il piacere specifico di umiliare e distruggere, oltre a quella peculiare capacità, tipica della perversione, di alterare la realtà. Il perverso narcisista non tollera i successi dell’altro, non sopporta ciò che interpreta come sottrazione di amore e di ammirazione, odia che l’altra persona venga meno alla

funzione di specchio di Sé stesso. Inoltre, non tollera la differenziazione e l’individuazione, poiché l’altro non viene vissuto come una entità autonoma e separata, e quindi è inconcepibile il suo distacco (Ponsi, 2003). Vengono negate, quindi, sia le proprie parti deboli, sia la realtà oggettiva dell’altro (vi è una cecità della diversità), sia, soprattutto, l’esistenza stessa del rapporto interpersonale.

Racamier (1992) individua nel perverso-narcisista un meccanismo difensivo consistente nell’evitamento della sofferenza connessa al lutto, alla dipendenza e al conflitto: “una difesa tale da lavorare, al servizio del narcisismo del soggetto, contro un processo psichico minaccioso di lutto e di conflitto interno. Questo processo verrà subito denegato. Poi, una volta sottoposto al diniego, sarà espulso in altre persone, in virtù di potenti manovre agite. (…) L’erotizzazione del sistema difensivo, il godimento ottenuto tanto dall’ipervalorizzazione di sé quanto dalla rovina degli oggetti utilizzati come chiavistello e come “spalla”, e di perciò stesso squalificanti in quanto persone: ecco che cosa (…) lo spinge fino alla perversione”. Continua: “Sottolineo il carattere difensivo dell’uso narcisistico-perverso della relazione con l’altro: tale uso sta alla base della perversione relazionale. Si tratta di una difesa anti-oggettuale, in cui cioè il trionfo sull’oggetto serve a denegare il bisogno di quest’ultimo e la dipendenza da esso” (Racamier, 1992; trad. it. 1993).

In conclusione, il narcisista perverso è “narcisista” in quanto lavora per mantenere la propria autostima ed è “perverso” in quanto fa pagare ad altri il prezzo della difesa dal collasso del sé.

Bibliografia

  • J. Chasseguet- Smirgel, “Sadomasochism in the Perversions: Some Thoughts on the Desctruction of Reality”, in Journal of the American Psychoanalytic Association 39 (1991), pp. 399-415;
  • S. J. Cohen, The misuse of persons. Analyzing pathological dependency, London 1992;

  • S. Filippini, Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia, Milano 2005;
  • M. F. Hirigoyen (1998), Le harcèlement moral, tr. it. Molestie morali. La violenza perversa nella famiglia e nel lavoro, Torino 2000;
  • D. Meltzer, Stati sessuali della mente, Roma 1975;
  • D. Norsa, G. C. Zavattini, “La relazione perversa: tra coppia e bambino”, in Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza 55.6 (1988), pp. 643-658;

  • A. M. Pandolfi, “Le perversioni relazionali nella coppia e nella famiglia”, in Lo psicoanalista con e senza divano. Individui, famiglie, istituzioni tra psicosi e perversioni, Convegno Internazionale CERP, Verona, 12 -13 novembre 1999;
  • M. Ponsi, “Narcisismo e perversione relazionale”, relazione del terzo seminario su “I Profili clinici del narcisismo” (organizzato dal C.P.F. presso il Convitto della Calza, 22 febbraio 2003);
  • P. C. Racamier, Pensèe perverse et decervelage, in Secrets de famille et pensèe perverse, Milano 1993;
  • R. G. Stoller, Perversion. The Erotic Form of Hatred, New York 1975.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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