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LA VERA CULTURA NON CONOSCE CONFINI-DOTT.SSA DIANA DELALLE

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Redazione-Si può affermare che la spettacolarizzazione nell’arte contemporanea, spesso accompagnata dalla provocazione di qualcosa di “mostruoso”, funziona sempre?

Certo che sì, ai passanti in transito a Milano nei primi giorni di aprile 2019 infatti non è potuto sfuggire che i Caselli Doganali di Porta Venezia erano ricoperti completamente di sacchi di juta cuciti con cordami di vario tipo, drappeggiati sulle strutture architettoniche degli edifici stessi.

L’impatto visivo provocava un’immediata curiosità, anche perché l’imponente installazione urbanistica di Ibrahim Mahama, trentaduenne artista ghanese, invitato a produrre l’opera dalla fondazione Nicola Trussardi, su concessione della galleria White Cube di Londra, non era certo gradevole dal punto di vista estetico. Infatti l’artista africano, che ha concepito l’installazione appositamente per questo luogo simbolo della città, dopo aver visitato molteplici siti possibili, ha usato composizioni di sacchi usurati di 12 o 15 metri per 5, già prima cuciti da donne del Ghana con “fili” ottenuti da vari materiali di scarto, per la realizzazione della sua opera.

Ma per quale motivo ha voluto “nascondere” i due monumenti seppellendoli sotto metri e metri di sacchi di juta usurati? Ha forse voluto creare una seconda pelle per conferire una nuova identità ai due edifici e costringere i passanti a ripensarli alla luce della storia e della loro funzione simbolica ed economica? Che cosa rappresentano i bastioni di Porta Venezia per i milanesi? Essi sono parte della loro identità culturale, sono i caselli daziari di storica memoria. Chi non ha letto nei “Promessi Sposi” del Manzoni dell’arrivo di Renzo a Milano attraverso Porta Orientale? Renzo entrò e poi uscì dalla città proprio da questo passaggio, così come uomini, mezzi e merci vi sono transitati per secoli da fuori e dentro la città e viceversa, dall’epoca romana al medioevo all’età moderna.

L’installazione, curata da Massimiliano Gioni, si intitola “A Friend” e vuol far riflettere sul concetto di “porta” come luogo di transito, che definisce ciò che sta dentro e ciò che sta fuori, ciò che è familiare e ciò che è straniero. Sta a testimoniare le tensioni del mondo globalizzato, il dramma delle

migrazioni, superando perciò il significato di critica della società consumistica a cui gli impacchettamenti urbanistici dell’artista Christo ci avevano abituato. “A Friend” simboleggia un luogo di passaggio, una porta che oggi è aperta, come un amico che ci accoglie. Ma c’è anche chi ha visto nella copertura dei sacchi di Mahama una sfida alla nostra identità, un tentativo di nascondere la nostra cultura imponendocene una straniera.

Ibrahim Mahama ha spiegato che il sacco di juta “racconta delle mani che l’hanno sollevato, come dei prodotti che ha portato con sé, tra porti, magazzini, mercati e città. Le condizioni delle persone vi restano imprigionate. E lo stesso accade ai luoghi che attraversa:”

Ma perché l’artista ha scelto di usare proprio i sacchi di juta? Perché essi sono il simbolo dei mercati del Ghana, i contenitori delle merci di molti luoghi del mondo. Fabbricati in Asia (prevalentemente in India) sono importati in Africa per il trasporto su scala internazionale di cacao, ma anche di altri prodotti alimentari come fagioli, riso, caffè. Vengono usati e riusati finché diventano tanto logori da poter trasportare solo il carbone, alla fine del loro ciclo. L’artista li ha comprati, barattandoli con sacchi nuovi, perché quelli strappati, usurati, marcati con parole e segni vari rappresentano meglio l’incessante movimento di chi arranca all’ombra dell’economia globale.

I sacchi di Mahama ci parlano degli uomini che li hanno maneggiati in diversi luoghi della terra, di cui c’è traccia sulle scritte impresse sul loro tessuto. Ricordano le donne del Ghana, che vengono retribuite per cucirli con materiali di recupero. Evidenziano il ruolo degli “invisibili” di Porta Venezia, tra cui soprattutto africani, di cui l’artista si è servito, in cambio di una ricompensa in denaro, per lo scarico dei materiali. I nostri Alpini, infine, sono intervenuti come arrampicatori a sollevare i teloni per ricoprire le parti alte dei due edifici senza usare ganci o chiodi o altri supporti che potessero scalfire le costruzioni originarie sottostanti. Insomma, un vero lavoro di squadra transnazionale.

Certamente Ibrahim Mahama con la sua installazione ci invita a pensare, a vedere il mondo in modo diverso, a rompere con le convenzioni del passato, a cercare un senso nel ruolo dell’arte contemporanea, a dare un giudizio su un’installazione che rappresenta una cultura diversa dalla nostra, ma non così lontana come può sembrarci.

Lo spettacolo della sua “mostruosa” installazione artistica ha funzionato, ci ha fatto interrogare sul possibile significato della sua opera, i passanti hanno espresso un giudizio, negativo o positivo che fosse, si sono interrogati sulla propria identità, hanno visto che

la vera cultura non conosce confini.

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