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” LA SUBLIMAZIONE DELLA MATERIA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione- Il nostro viaggio sulla terra è un itinerario alla scoperta dell’amore. Le esperienze sono programmate da un disegno superiore affinché ci rendiamo conto di appartenere all’amore di Dio e a quello dei fratelli.

        Le persone nascono da una coppia di essere umani, ma i genitori sono soltanto la causa strumentale della vita terrena. A monte vi è il progetto di Dio, che crea l’anima immortale e la fa incarnare usando la volontà dei genitori. Alla fine del viaggio terreno dovremo ritornare a Dio nei mondi superiori.

         Pensiamo a quanto i genitori sono importanti per il figlio. Per un autore, addirittura l’essere di cui parlano i filosofi comparirebbe nella mente come retaggio dell’esperienza della madre. La psicoanalisi dimostra come i primi anni di vita siano fondamentali per lo sviluppo psichico successivo, se le cose non vanno come dovrebbero si creano conflitti che portano alla destrutturazione della personalità, un edipo irrisolto ha conseguenze catastrofiche nella psiche di una persona.

          Ora, se i genitori, che sono solo la causa strumentale della vita terrena, assumono un ruolo così importante, tanto più lo riveste Dio. Ma le persone, prese dalla dimensione materiale, si dimenticano con facilità di Dio. Il compito dei maestri spirituali è risvegliare nelle persone il desiderio di Dio.

           Ci dimentichiamo anche che questa vita sulla terra avrà un termine. Il buddhismo soprattutto pone l’attenzione al problema della morte per risvegliare le coscienze a questo momento decisivo con lo scopo di prendere coscienza che la dimensione materiale è passeggera.
Molti autori spirituali richiamo l’attenzione sul fatto che l’anziano si sta avvicinando a Dio, a quella dimensione superiore fatta di spirito. Il qui e l’ora è collegato con la dimensione spirituale, per cui un avvenimento in quella scatena delle conseguenze in questa. Anche Jung sosteneva che una vita senza senso può indurre la dimensione spirituale a scatenare nella dimensione materiale una morte improvvisa, per esempio un malore. La causa biochimica nella dimensione materiale (per esempio la necrosi da infarto del miocardio, con tutto quello che ne segue, come l’innalzamento a livello ematico degli enzimi) è scatenata dalla volontà della dimensione spirituale di far cessare la vita nel corpo fisico.

           Per cui, secondo questo principio ermetico, gli altri avvenimenti fisici della vecchiaia sono provocati dalla dimensione spirituale che li scatena senza che il soggetto ne abbia consapevolezza. L’anziano a volte perde l’appetito, ha meno sensibilità visiva, acustica, soffre a volte di asma: sono tutti indizi che il suo essere sta perdendo contatto con il mondo terreno e si sta aprendo a quello al di là, dove non si mangia, dove non si vede e non si ode con i sensi della carne, dove non si respira. Inoltre l’anima starebbe a livello addominale, per cui l’anziano, nel momento nel quale inizia a perdere l’anima che passa gradualmente nell’altra dimensione, a volte anche nell’arco di anni, inizia a soffrire di problemi intestinali, come colite ulcerosa, diverticolosi, diverticolite. La persona vecchia può presentare disidratazione dei tessuti e per questo anche stitichezza, infatti l’umido è collegato alla vita terrena, anche la psicoanalisi ravvisa psichicamente nel mare il materno. Per di più gli anziani camminano a fatica, si aggrava loro il piede diabetico, si slogano le caviglie: questo perché l’anima procederebbe nel suo viaggio nell’oltretomba partendo a livello addominale ma poi attraverso i piedi. La Cabala insegna che il collegamento della persona con il mondo terreno si situa sotto la pianta dei piedi, dominata da Malkut. Le anime del purgatorio possono manifestarsi come passi sul soffitto, come se fossero fissate al momento della morte nel quale perdettero del tutto l’anima attraverso i piedi. Per la medicina tradizionale cinese il piede è collegato esotericamente con il feto, come a dire che è l’essenza stessa della persona che vive nel mondo materiale. In geroglifico egiziano la parola “vita”, ankh, è rappresentata dalla croce ansata, che trae origine dalla suola della scarpa. L’anziano ricorda male, confabula, perde il senno in quanto avvicinandosi al mondo superiore non ha più affinità con questo e inizia a non funzionare più adeguatamente a livello neurologico, psichiatrico e psichico, la carta dei tarocchi del Matto serba l’insegnamento secondo il quale chi si avvicina alle realtà spirituali perde il lume della ragione. Nella morte si ferma il cuore e il polso radiale: per le medicine orientali il battito sinusale e il polso arterioso sono espressione dell’energia dell’organismo, per cui se la energia vitale cessa di stare nella dimensione terrena, questi reperti non si possono più apprezzare. Per questa ragione gli inquisitori della chiesa cattolica raccomandavano, per non incorrere in un danno, di non farsi mai toccare i polsi da parte di una strega.

          La dimensione spirituale influenza l’uomo per tutto il corso dell’esistenza terrena, non solo la fine. Secondo i maestri spirituali, i bambini avrebbero un collegamento più profondo con le energie spirituali, essi capiscono meglio il pensiero intuitivo, ma non solo, vedrebbero gli angeli e parlerebbero con loro, per poi dimenticare la maggior parte dei fenomeni una volta cresciuti. Chi da adulto sente il desiderio di Dio, avverte in qualche modo quello del ritorno alla Patria celeste. Così come il desiderio di sapere sulle cose esoteriche, gli spiriti, la magia, gli UFO, le civiltà perdute. Chi si avvicina al mondo del paranormale e riceve messaggi dagli angeli, dopo la seduta, può avvertire un senso di abbandono nel sonno, in quanto dormendo le persone ritornano con l’anima a quel mondo occulto nel quale si trovano gli angeli. La depressione e le idee suicidarie possono anche nascondere esigenze dello spirito che vuole staccarsi da questo mondo inappagante, come notato da Hillman.

           I maestri spirituali di oggi attingono le loro conoscenze perlopiù dalla tradizione dei popoli antichi. I libri sacri delle religioni tramandano da millenni questi insegnamenti. Pensiamo alla Bibbia. Con la morte non finisce tutto ma c’è l’incontro con Dio. Gesù, l’Uomo Dio, dice al ladrone pentito, crocifisso assieme a Lui, che quel giorno sarà in Paradiso con Lui. Nella Bibbia i sogni sono il luogo della manifestazione del mondo occulto, specie degli angeli. Giuseppe viene avvertito in sogno da un angelo di non temere di prendere in sposa Maria messa incinta dallo Spirito Santo. Secondo la Bibbia quindi l’anima quando si stacca dal corpo non va nel nulla ma in Paradiso o, come si evince nell’Antico Testamento, nello Sheol, che in parte potrebbe essere identificato come il limbo dei padri. L’anima entrerebbe nella dimensione spirituale anche durante il sonno, se gli angeli appaiono nei sogni e danno ordini. Ma non solo. La Bibbia testimonierebbe il fenomeno che gli esoteristi moderni chiamano Multiplicity, per cui le anime delle persone in stato di veglia possono staccarsi temporaneamente dal corpo, senza nessuna relazione con la morte, ed entrare in altri esseri umani viventi, perlopiù nella totale inconsapevolezza delle persone. Prima che il profeta Elia venga rapito in cielo nel carro di fuoco, il discepolo Eliseo gli chiede che lo spirito di profeta di Elia possa venire in lui. La New Age parla di Fiamme Gemelle quando una sola anima decide di incarnarsi in due corpi diversi. Ricordiamo che Eva fu formata da Dio da una costola di Adamo. Le anime avrebbero una propria coscienza (Io superiore) separata da quella materiale (Io inferiore) e potrebbero guidare le persone lungo il cammino evolutivo, sarebbero la parte divina che crea quelle sincronicità tra persone in vista di un bene superiore. I maestri spirituali richiamano a volte questi fatti. Per esempio è possibile che un partner di una coppia di innamorati muoia all’improvviso: l’anima del defunto decide di mettere fine al tempo terreno per poter accedere nei mondi superiori e da lì intercedere per il partner ancora vivo.

         Ma, a parte questo, cosa è l’arte se non un continuo collegamento con la dimensione onirica, quella dell’inconscio collettivo, nel quale abitano gli archetipi divini? Jung insisteva molto su questo aspetto della creazione artistica. Personalmente ci ha molto sorpreso Haydn il quale presso la famiglia Esterházy componeva, sempre, delle melodie bellissime e soprattutto sempre nuove ma che tuttavia non smettevano di dilettare il gusto dell’uditorio. Evidentemente l’artista attinge al patrimonio inconscio dell’umanità: il grande artista compie una operazione di evocazione ma non per scopo esoterico bensì artistico. Pertanto la vera arte è un vero miracolo in terra.

            Anche il lavoro intellettuale in genere affonda le proprie radici nell’inconscio. Jung ammise che la sua opera, che ha rivoluzionato la psicologia, deriva dal fatto che in questo psichiatra svizzero emerse prepotentemente l’inconscio, in una maniera anche molto veemente, rischiando di travolgerlo. In Mysterium Coniunctionis Jung scriveva: “Occorre nondimeno lasciare aperta la possibilità che l’inconscio sia capace, ad ogni momento, di rivelare sé stesso in maniera inattesa”. Quando emerge l’inconscio, si manifestano gli dei terribili, la cosa può coincidere con una malattia nosografica, ma nondimeno questa dimensione spirituale lancia un messaggio, sia personale sia universale.

           Jung aveva modo di notare nei suoi scritti che la strada che si cela dentro di noi è come un elemento vivente della psiche, che la filosofia classica cinese chiama Tao e paragona a un corso d’acqua che inesorabilmente scorre verso la propria meta. Essere nel Tao significa compimento, integrità, vocazione, pienezza realizzata, principio e fine, e completa realizzazione del significato dell’esistenza intrinseco a tutte le cose. La personalità è il Tao, continuava Jung.

           Non esiste solamente una personalità cosciente, ma essa è l’insieme di conscio, inconscio personale, inconscio collettivo, i quali poi non vanno pensati separatamente, ma come un agglomerato unico che si interseca reciprocamente in continuazione.

           Bisogna dire che nella vita adulta siamo tutti persone parzialmente false. Winnicott parlava di un Vero Sé e di un Falso Sé, la cui dinamica è fondamentale per l’adattamento. Quando nasciamo abbiamo solo il Vero Sé, siamo persone del tutto autentiche, non mettiamo maschere, ma crescendo impariamo che fare buon viso a cattivo gioco si rivela necessario per stabilire rapporti umani soddisfacenti. Se per esempio dicessimo sempre la verità, rischieremmo di litigare con tutti. Il problema nasce quando il Falso Sé prevarica sul Vero Sé facendoci dimenticare chi siamo veramente. L’assenza di desiderio, di un obiettivo fondamentale, di una predilezione può significare la presenza ingombrante di un Falso Sé che non ci fa riconoscere ciò che vogliamo veramente.

          Ma tutto questo a livello cosciente. Sotto la nostra coscienza, albergano innumerevoli tendenze, complessi e pulsioni dei quali non sappiamo nulla. Possiamo dire che ogni persona è Altro a sé stesso in senso radicale, in quanto non conosce il proprio inconscio. Dentro di noi alberga un Altro del quale non sappiamo assolutamente nulla. Quindi in certe persone questi contenuti inconsci vogliono emergere anche prepotentemente e chiedono di essere integrati nella vita cosciente affinché diventiamo più autentici. Ogni nostra parte interiore ha il suo valore se solo riusciamo ad accettarla.

           Quando emerge l’inconscio collettivo con tutta la sua forza, allora ciò che prima era latente in noi, la nostra vera personalità, inizia a voler essere integrato nella coscienza. È come fosse una rivelazione divina. È un processo assai doloroso che Jung paragonava a una crocifissione. È il processo di individuazione. Ogni persona che lo esperimenta può raggiungere la maturità psichica, oltre al fatto che, nell’emergere dei contenuti inconsci, si può trovare materiale per l’arte e il lavoro intellettuale in genere.

           I sistemi complessi non sono la somma delle parti di cui sono fatti, ma le eccedono, quindi si possono comportare in maniera imprevedibile. Il cervello umano per esempio potrebbe essere descritto in termini di funzioni cellulari e interazioni neurochimiche, ma questa definizione non può spiegare la coscienza, una capacità che va ben oltre le funzioni neurali, che quindi è complessa. Potremmo tranquillamente dire che la coscienza è una proprietà emergente, e più precisamente un qualcosa che è più della semplice somma delle parti. In accordo con questo principio si potrebbe allora dire che osservare una realtà non è solo un fotogramma che la nostra mente acquisisce, ma è una conclusione che la stessa ne trae.

         In definitiva possiamo concludere che tutto ciò che ci circonda non è un dato di fatto ma la proiezione di una nostra dinamica interiore. Ne consegue che solo la persona che esprime la sua vera personalità inconscia sa trovare il senso della vita: in quanto ciò che vede nel mondo e che realizza è una proiezione della propria mente. Se la mente è divisa o offuscata, emergono dati squilibrati che ledono la nostra felicità e la ricerca del senso della vita.

           Allora, pensando alla dimensione spirituale, nel quale vi è Dio, gli angeli, i defunti e le nostre anime, dovremmo cessare di preoccuparci parossisticamente per gli inconvenienti della vita. In quanto la nostra vita è governata da Dio e da queste intelligenze spirituali. La tradizione cristiana insegna ad abbandonarsi a Dio nella ricerca perfetta della sua volontà, un salmo della Bibbia ebraica dice che il fedele è come un bimbo svezzato nelle braccia di sua madre. In tutta la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento) l’espressione “non temere” ricorre 365 volte, come i giorni dell’anno, tanto Dio si premura a dire all’uomo di non preoccuparsi. La Regina della Pace che appare a Medjugorje consiglia di pensare di più alle cose spirituali e meno a quelle materiali perché il futuro è di Dio.

         Pertanto non esiste il nulla. Tutto è essere! Noi occidentali amiamo astrarre e pensare senza collegamento con la realtà. Abbiamo creato il concetto di Non Essere, come se esistesse veramente. In realtà le tradizioni orientali sono più concrete: da millenni fanno esperienza del mondo spirituale e quando i cinesi parlano di wu non intendono un Non Essere assoluto, il Nulla, ma un non essere determinato, cioè qualcosa che manca. Il carattere wu deriva dalla stilizzazione di una balla di fieno e del fuoco sottostante, quindi indica ciò che rimane dopo che il fuoco brucia il fieno, cioè un niente determinato, un nulla particolare.

         L’induismo parla di avidya, “ignoranza”, come causa della reincarnazione nelle vite terrene, nelle quali si soffre, quindi sarebbe da evitare nella maniera più drastica possibile. L’ideale sarebbe acquisire in questa vita tanta di quella conoscenza da estinguere l’attaccamento a questo mondo terreno. Detto in altri termini, la ignoranza ci preclude l’accesso ai mondi superiori in quanto il preconcetto non ci fa pregustare le realtà spirituali. La nostra mente non si stacca dal mondo terreno per via delle false conoscenze. Il secondo aforisma di Vasugupta contenuto nei Śivasūtravimarśinī così recita in sanscrito: jñānaṃ bandhaḥ, cioè “il legame consiste nella (non) conoscenza”.

           Le persone sono talmente prese dagli affanni terreni, credendo che siano la vera realtà e che quindi Dio e il mondo spirituale non esistano, che si dimenticano di pensare al mondo dell’avvenire, non pensandolo non lo sentono, non sentendolo non si preparano già in questa vita all’incontro con le energie dell’Assoluto.

            Ma la questione più importante della vita è: Come prepararsi all’incontro definitivo con Assoluto? Paolo (Efesini 6, 13-18): “Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi”.

             Nei rotoli del Mar Morto la ricerca sapienziale mira alle “origini” (twṣ’wt) dei misteri della sapienza (vd. 4Q417). La sapienza deve decifrare il mistero del mondo e far balenare alla mente cosa occorre fare per salvarsi. Nell’ebraico biblico il verbo per “credere”, emin, indica di per sé “appoggiarsi a”, come a dire che il credente si salva unicamente se si affida completamente a Dio. Ma per farlo bisogna sapere quale via seguire.

          Questa concezione biblica della fede ha qualche analogia con quella vedica. La fede vedica, infatti, è un appoggiarsi saldamente alla verità, ma talmente saldamente che il credente è colui che esiste per la sua fede. Non per nulla chi ha opinioni eterodosse è detto in sanscrito nastika, che letteralmente vuol dire “non è”, na asti. Colui che crede è per i Veda l’uomo ideale, definito per l’appunto “io sono”, aham asmi, quindi la fede fonda la persona, è la sua stessa essenza più profonda.

          Su questa linea si può citare la Taittirīya-Upaniṣad (1, 11, 3) che rivela: “Quando un uomo persevera, egli allora ha fede. Nessuno ha fede senza avere perseveranza. Solo avendo perseveranza si ha fede”. “Persevera” è in sanscrito nistiṣthati. Il verbo è niḥ-ṣṭhā-, che significa “crescere”. Niṣṭhā indica lo stato di essere fondato, di poggiare su una base così solida che la sua crescita ulteriore è resa possibile: costanza. Perciò, usato in congiunzione con la fede, suggerisce una salda fiducia nella verità, così saldamente creduta: crescita saldamente radicata. Suggerisce una crescita costante perché ci si radica sul fondamento del proprio essere. La fede non è una questione di avere un’opinione, ma di essere.

             Shinran è stato un monaco buddhista giapponese nato nel XII secolo d.C. La sua idea fondamentale è che la salvezza deriva da una forza spirituale totalmente “altra” da noi stessi, zettai tariki, cioè dalla forza della compassione del Buddha. Egli critica aspramente chi pensa che la salvezza possa formarsi per via delle proprie forze e si affida completamente alla benevolenza del Buddha. È il Buddha che chiama ogni essere senziente alla salvezza facendolo avvicinare a sé. Shinran contemplava anche il concetto di eko, cioè trasferimento dei meriti: nessun essere senziente può accumulare meriti ma è il Buddha che li trasferisce loro affinché tutti abbiano la fede e possano salvarsi. È come se il Buddha afferrasse l’uomo che si è abbandonato a lui ed entrasse nella sua intima coscienza. Shinran usava il termine shingyō per indicare la fede, è una traduzione del sanscrito prasadā: assume però il nuovo significato di “mente pura e serena” di chi avendo accettato in sé l’azione compassionevole del Buddha si è liberato dal dubbio e da ogni calcolo egoistico.

             Secondo la dottrina rosacrociana, la materia non va abbandonata, cioè per prepararsi a ritornare nel mondo spirituale l’uomo non dovrebbe necessariamente abbandonare tutto quanto. Solo ad uno stadio finale la persona abbandona tutta la materia, cessa di amare in ogni modo ogni cosa creata. Fino a quel momento l’uomo deve, anziché lasciare del tutto, spiritualizzare la materia che lo circonda. Per esempio non bisogna subito abbandonare l’amore delle creature per l’indifferenza, solo i grandi santi amano solamente Dio. Sant’Agostino scriveva: “Strano come era dolce, all’improvviso, fare a meno di quelle mie fatue dolcezze, e come la paura di perderle ormai era gioia di averle lasciate. Perché eri Tu, o Dio, a cacciarle via da me e a entrare al loro posto, Tu vera e somma dolcezza!” (Confessioni ), 1, 1).

         Invece di solito le persone non arrivano a queste vette, ma, amando le creature spiritualmente, si avvicinando a Dio. Solo dopo, quando l’amore carnale si è spiritualizzato nell’amore fraterno, una persona potrebbe arrivare anche a lasciare ogni affetto terreno per Dio.

          Esiste il simbolo della Stella di Davide, formato da due triangoli equilateri, uno con la punta in basso (amore carnale) e uno con la punta in alto (amore spirituale). I due triangoli sono uniti come segno della unione delle due energie spirituali.

          A tal proposito esiste l’esempio della Cina. Oggi si dicono molte imprecisioni sulla Cina, per esempio che è marxista. C’è del vero, ma gli orientamenti cinesi sono assai variegati.

           Il comunismo cinese si basa anche sul marxismo di Karl Marx, sui cui scritti i leader comunisti sia sovietici che cinesi basarono una teoria della storia come progressione attraverso una sequenza fissa di modi di produzione, con i suoi vari passaggi (società primitiva, schiavitù, feudalesimo, capitalismo, socialismo). Per loro il socialismo implica innanzitutto l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione ed un sistema di distribuzione economica basata sul principio di “ad ognuno sulla base del suo lavoro”. Passaggio fondamentale per giungere al socialismo era il comunismo, fondato sull’uguaglianza e sull’equità e per cui si dava “ad ognuno in base alle sue necessità”. Fondamentale era anche il passaggio attraverso il capitalismo, ossia il potenziamento della produzione e la crescita economica. Tra i comunisti si discuteva quindi su quanto effettivamente il capitalismo fosse già emerso in Cina. C’erano anche dibattiti sul ruolo dei vari gruppi sociali nella rivoluzione e nel progresso verso il socialismo.

           In questo senso in Cina non si è mai avuto un vero e proprio marxismo, come quello pensato da Marx e dai suoi più importanti interpreti. Per realizzare il socialismo era necessario il passaggio anche al capitalismo, come a dire che la materia serve, è fondamentale in una società, ma non va intesa in senso egoistico (feudatario) ma ridistribuita a tutti in senso filantropico e fraterno.

              Tra la fine degli anni ‘70 e la metà degli anni ‘80, l’agricoltura era stata largamente decollettivizzata, così come i diritti di uso della terra e gran parte del controllo sulla produzione (che fu dato alle famiglie).

          Anche negli anni ‘80 continuano i processi di riforma; in questo periodo una personalità molto importante è Fang Lizhi che riprende i concetti del “Signor Scienza” e del “Signor Tecnologia”. In quegli anni in Cina viene dato sempre più spazio al mercato e ci sono sempre più capitali stranieri nell’economia cinese, grazie all’istituzione delle ZES (zone franche ideate per attrarre capitali stranieri). Le aziende di Stato vennero così “minacciate” sempre di più dalle imprese private, dalle TVE (aziende pubbliche di piccole dimensioni amministrate dalle autorità locali), dalle joint-ventures e dalle aziende interamente a capitale straniero. Viene anche smantellato il sistema di welfare (danwei) che era stato creato (nel 1983 vengono abolite le comuni popolari, e perdono quindi il finanziamento la scuola, gli ospedali, l’assistenza agli anziani). Tutto questo generò la più grande migrazione interna della storia: milioni di contadini si spostarono verso le città, oppure facevano i pendolari per andare a lavorare. È, in realtà, ancora vietato spostarsi internamente in Cina (bisognerebbe rimanere nel proprio indirizzo di residenza), ma questi spostamenti sono tollerati in quanto la manodopera è molto richiesta.

          Certamente questo passaggio capitalista ha fatto il gioco del socialismo per l’estensione della ricchezza a tutti in base al proprio lavoro e quindi al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni, specie quelle rurali e più povere.

        Ma il socialismo non è quello puro, bensì una applicazione del confucianesimo. Il confucianesimo da quando è nato nel VI secolo a.C. in Cina si basa sulla benevolenza verso tutti, anche le donne.

         Noi siamo esseri umani, la benevolenza non sta nello strappare la materia di dosso alle persone per obiettivi spirituali impossibili, bensì nell’indirizzarla e sublimarla in una direzione più spirituale.

          Ogni cosa dipende da Dio e dalle sue intelligenze spirituali. È la verità costituita dalla Provvidenza divina, cioè il fatto che Dio “provvede” alle nostre necessità, spirituali e materiali. Nondimeno egli vuole anche il nostro impegno, lasciando agire liberamente le cause seconde. San Luigi, il fondatore delle Suore della Provvidenza, amava dire che le suore devono esercitare un servizio competente come per aiutare la Provvidenza divina a esercitarsi bene.

          Questo progetto di amore è la nostra vita. Dio ci crea per amore, non siamo frutto del caso. Cosa tra l’altro logicamente impossibile, perché dire che siano nati per caso è come dire che battendo a caso sulla tastiera del computer si genera la Divina Commedia. Dio per amore mantiene il nostro essere in continuazione, basterebbe un solo istante in cui Dio smettesse di sostenerci, per precipitare nel nulla. Dio per amore provvede alle nostre necessità, permettendo anche lo spazio del nostro impegno per averne merito. Quindi per il cristianesimo la materia non è in sé il principio negativo degli gnostici, ma qualcosa di imperfetto da perfezionare. La materia va spiritualizzata in vista di un risultato superiore. Anche San Tommaso d’Aquino diceva che la grazia non toglie la natura ma la perfeziona. Nella materia c’è allo stesso tempo molto male ma molta potenzialità di perfezionamento, con l’aiuto però della grazia divina. Scoto Eriugena scriveva che se Cristo si è incarnato in questa materia, allora tutto è luce.

         La mistica cristiana ci insegna che molti santi non hanno rinunciato a tutto, ma sono stati integrati nella vita sociale. Moscati era un medico, non aveva seguito l’esempio di rinuncia radicale di Francesco d’Assisi. Ogni santo ha una sua missione da compiere, solo ad alcuni Dio richiede la rinuncia a tutto. In un classico indiano riguardo la bhakti, cioè la devozione personale alla divinità, è consigliata la stessa cosa: “Fin quando il Sé indossa un corpo occorre mantenere gli usi sociali, come il cibarsi e svolgere un impiego”, che nell’originale sanscrito suona loke ‘pi tāvad eva bhojanādi-vyāpāras tv ā-śarira-dhāranāvadhi (Nāradabhaktisūtra 14).

         In questo alone di pensiero si giustifica altresì il mito dell’uomo serpente. I re antichi erano spesso raffigurati come serpenti. Il re serpente unisce la dimensione terrena (serpente che striscia sul suolo) all’umanità e allo spirito, come a dire che il re è wang, carattere cinese formato dalla unione di tre linee orizzontali (sottoterra, terra, cielo).

            L’esperienza realizzativa degli sciamani primordiali era espressa mediante la trasformazione in serpente o mediante lo sposalizio dello sciamano con una donna serpente.

            A questa realizzazione spirituale si affianca il mito delle origini, che vede spesso una figura divina o semidivina in forma di serpente quale primo sovrano, e in taluni casi addirittura quale capostipite dell’umanità. Così, anche i più antichi sovrani mitici del mondo greco, Cecrope, Erittonio e Cadmo, saranno ancora descritti e raffigurati come uomini serpenti o tritoni. Particolarmente interessante è la figura di Cecrope, primo re di Atene, il cui nome letteralmente significa “il caudato”. Figlio della madre Terra, mezzo uomo e mezzo serpente, egli “nasce” direttamente dal suolo dell’Attica. Fra le molte azioni che gli si attribuivano, vi era anche l’istituzione della monogamia. Di Erittonio, figlio di Efesto e della Terra, nato anche lui direttamente dal suolo e a sua volta re di Atene, si diceva che fosse stato addirittura per intero un serpente. In Estremo Oriente, l’espressione “trono del Drago” sarà utilizzata, fino agli albori del XX secolo, per indicare il sacro seggio degli Imperatori cinesi.

         Cadmo appartiene alla quinta generazione dei re primitivi fondatori di paesi e di stirpi, e che discendono dalle nozze di Zeus in forma di toro con Io in forma di giovenca. Cadmo, figlio di Agenore, re di Tiro, è il fondatore mitico di Tebe. Ma per farlo, deve prima uccidere il drago custode di una sorgente. Libera Armònia dal drago Tifeo, cioè Tifone. Zeus, in premio, gliela dona in sposa. Prime nozze della storia, vengono ricordate ritualmente nei Misteri di Samotracia. Ma quando Semele, una delle quattro figlie di Cadmo, resta incinta di Zeus e partorisce Diòniso all’insaputa del padre, Cadmo, infuriato, chiude madre e figlio in un cofano che fa gettare in mare. La reazione vendicativa di Zeus determina la distruzione della reggia e la perdita del regno. Cadmo e Armònia si spingono allora fino in Illiria, e qui instaurano il loro secondo regno. Entrambi, ormai vecchi e prossimi alla morte, vengono infine trasformati dagli dei misericordiosi in una coppia immortale di serpenti. Presso gli Illiri furono eretti, a loro ricordo, due cenotafi di pietra in forma di serpente.

Marco Calzoli è nato a Todi (Pg) il 26.06.1983. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022. Ha dato alle stampe con varie Case Editrici 47 libri di poesie, di filosofia, di psicologia, di scienze umane, di antropologia. Ha pubblicato anche molti articoli. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web.

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