Ultime Notizie

LA PESTE AL TEMPO DI WILLIAM SHAKESPEARE(PRIMA PARTE)

0 5.199

Redazione- A pieno titolo si può affermare che l’esistenza di William Shakespeare si sia svolta all’ombra della peste bubbonica (1), pur permanendo in alcuni storici e critici di letteratura inglese dubbi sulla vera identità dello scrittore. William Shakespeare potrebbe infatti essere stato solo un mero pseudonimo, addirittura il prestanome adottato da un artista di origine italiana(2).

Una prima informazione sulla epidemia si trova nel registro dei battezzati della Holy Trinity Church, a Stratford – upon – Avon: nel mese di aprile 1564 il pastore John Bretchgirdle annotò il battesimo di Gulielmus filius Johannes Shakspere ed a distanza di pochi mesi registrò la morte di Oliver Gunne, apprendista tessitore. Le parole che seguirono paiono una sentenza e furono tre, semplici ed incisive: hic incipit pestis.

Il pestis latino verrà sostituito durante l’ early modern period nel quale visse il bardo di Avon, come usualmente viene chiamato il poeta e drammaturgo inglese, dalla più anglica plague. La si appelli  pestis o plague,  fu a lungo protagonista nella storia dell’umanità.

Lo narra il Boccaccio ed ancor prima di lui Tucidide, che raccontò dell’ateniese Pericle, morto a sua volta di peste: l’insorgenza della medesima fu causata dall’aver voluto combattere il nemico solo per mare,  stipando tantissimi uomini, pare 300.000,   dentro le mura della città .Il caldo torrido dell’estate e la   scarsa igiene fecero il resto.

La peste, nota fin dai tempi più remoti, nell’anno di nascita di William Shakespeare (3) fece strage di    almeno un quinto degli abitanti della città, ma risparmiò la vita del drammaturgo e quella dei suoi familiari. Grazie a lockdown particolarmente duri, e con l’ausilio dell’estate, l’epidemia si esaurì e la vita riprese un corso normale, anche se a distanza di pochi anni dalla nascita di Shakespeare, nelle città e nei paesi d’Inghilterra, la peste si ripresentò. All’inizio con poche, quasi minime avvisaglie, poi in modo sempre più subdolo, anche drammaticamente contagioso.

Le cronache dell’epoca narrano di malati che rimanevano a letto, con febbri forti, gelati fin dentro le ossa, estremamente deboli perché sfiniti da diarrea, vomito ed   anche emorragie, con ingrossamento dei linfonodi sotto le ascelle ed all’inguine. Morivano dopo lenta, inesorabile agonia. Le misure di prevenzione e contenimento adottate non mostrarono apprezzabili e significativi risultati: la soppressione di cani e gatti, ad esempio, si rivelò del tutto inutile poiché la causa dell’epidemia furono le pulci di cui erano vettori i topi. Bruciare ramerino essicato, incenso, foglie di alloro, ritenuti in grado di risanare l’aria infetta, non produsse alcun beneficio. E nel caso non si avessero a disposizione queste spezie, si ricorreva a bruciare vecchie scarpe. Camminando per strada le gente annusava pezzi di arancia, cotta in acqua   con chiodi di garofano, tentando addirittura con le medesime bucce di coprirsi bocca e naso. Una forma di rudimentale mascherina ante litteram. Fin da subito, però, il livello di contagio si manifestò con numeri sempre più alti nelle città ove la densità della popolazione era maggiore rispetto a quella delle campagne; divenne così inarrestabile l’esodo verso la campagna, con conseguente aumento dell’epidemia.

Le forze dell’ordine del tempo, consapevoli che gli assembramenti erano causa dell’aumento dei contagi, vietarono qualsivoglia forma di raggruppamento, obbligando poi la popolazione al rispetto del distanziamento sociale. Raccolti i dati presenti nei registri delle parrocchie, ogni settimana si tracciava la curva del contagio: quando il numero dei morti superava, in loco, la trentina, non si permettevano assemblee, feste, tiri con l’arco ed ogni altra forma di assembramento. Nella convinzione dell’impossibilità di contagiarsi durante le funzioni religiose, queste ultime vennero permesse.

I teatri londinesi, luoghi all’interno dei quali gli spettatori potevano raggiungere anche le tremila unità, pur relegati in spazi angusti, vennero chiusi e passarono davvero molti mesi prima che le autorità, valutata la curva dei decessi, ne consentisse la riapertura.

Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da pensare.

Come azionista ed attore che recitava in una propria compagnia, ma anche come autore principale delle opere messe in scena, William Shakespeare dovette far fronte alle dure conseguenze di un’inattività legata alla chiusura dei teatri. Ma i pur non lauti guadagni non lo sgomentarono, lo pungolarono anzi ad usare quel tempo in modo proficuo, leggendo e scrivendo.

Per quanto risulti ancora vexata quaestio  l’attribuzione delle  opere a Shakespeare come  loro vero autore –  tanto che sono ben presenti due  posizioni, in netto contrasto, una stratfordiana, a favore del bardo inglese, ed una antistratfordiana che sostiene addirittura John Florio, un dottissimo intellettuale  di ascendenze italiane (4) –  non ci può non stupire l’incredibile dottrina dell’artista, la sua stupefacente competenza del diritto italiano, inglese e della  toponomastica di città italiane nonché     la conoscenza del latino, del greco e perfino dell’ebraico.

Un linguaggio che diventa una lingua mirabile, dando voce ad un mondo in grado di penetrare l’animo umano con potenza, forza filosofica e talento introspettivo, con una pregnanza narrativa, incisiva ed al tempo stesso profonda, che conquista il lettore. Il drammaturgo e scrittore, pur figlio di un guantaio, come alcuni   sostengono, per altri invece figlio di un conciatore, per altri ancora di un macellaio, con non noto, o perlomeno incerto, percorso scolastico, in modo sublime appalesa ogni fremito che vibra nel cuore dei suoi personaggi.

Nelle sue opere, pubblicate dopo la morte, avvenuta nel 1616, la peste appare citata in continuazione ma diventa una parola di tutti i giorni.

Plague constantly appears throughout Shakespeare’s works in the form of everyday exclamation:, a plague upon it when thieves cannot be true to one another, a plague of sighing and grief. It blows a man like a bladder, a plague upon this howling, a plague of these pickle-herring (5).

Sembrano i modi di dirsi della peste pennellate, rimandi, metafore, assorbiti nel corredo di ornamenti stilistici attraverso i quali il morbo, da soggetto temibile, diventa oggetto promotore di intrecci nuovi, elemento semplice che promuove movimenti altri, garantendo la fluidità del plot narrativo. Ma, per dirla ancora con Greenblatt, la peste diventa comunque non più lo stigma della cui esistenza si ha orrore, ma un qualcosa di già profondamente perdurante,

al punto da   essere accettata e inclusa nel vivere il quotidiano (continua).

Commenti

commenti