Ultime Notizie

LA LETTURA COME PIACERE (PRIMA PARTE)

6.573

Redazione- La lettura è importante nell’infanzia, età in cui il bambino va educato all’attesa, quando l’attesa è l’eterno-presente, quando il tempo è il tempo della famiglia, il tempo onirico, il tempo circolare.
Allora il libro per il bambino diventa la materia, il luogo che lo può accogliere, il luogo in cui vive i suoi segreti, il luogo in cui è protetto e in cui nessuno lo può imbrogliare, il luogo in cui può proiettare le sue angosce, le sue paure.
Infatti il rapporto che il bambino vive con il libro è lo stesso rapporto che vive con la madre. Il libro gli consente la costruzione delle strutture cognitive, che confluiranno nell’edificazione dell’IO.
Ma la lettura è ancor più importante per l’adolescenza, quando nella fase della trasformazione biologica ed istintuale riemerge il principio del piacere e la sconfitta del dispiacere, quando il tempo da circolare diventa lineare.
La lettura diventa in quel momento importante poiché il bambino, divenuto ragazzo che cresce, ma che non vuole crescere e che ha paura di crescere, sospende i legami affettivi con la famiglia, con i genitori, che contesta, per costruire una sua NUOVA IDENTITÀ.
Proprio allora, quando il giovane vive un lutto, quando “disprezza” l’infanzia, la famiglia esterna e il corpo, la lettura può aiutarlo a proiettare e a dissolvere le sue turbolente conflittualità.
Ancora una volta la lettura e la MATERIA-LIBRO diventano il luogo che accoglie, che non tradisce, che conosce il segreto del lettore.
La lettura si trasforma in luogo del SILENZIO, capace di spegnere i “comportamenti rumorosi”, causati dall’occupazione dello spazio dei giovani da parte di adulti invasivi ed invadenti.
Così il libro e la lettura diventano il luogo che aiuta l’adolescente a proiettarsi e a riconoscersi per una migliore valorizzazione del Sé, per la costruzione della sua identità.

Il libro è attesa, magia, mistero e in “lui” si rispecchia il mistero e la magia che ogni bambino o giovane porta con sé, in quanto persona.
Il libro, e con esso la lettura, è il luogo, lo spazio intermedio, che separa per unire agli altri.
La lettura, anche quando è ad alta voce, ovvero racconto, è SILENZIO, ovvero ASCOLTO dell’ALTRO.
La lettura è luogo privilegiato all’ascolto; è momento di sospensione del giudizio; è momento cui aggrapparsi al risveglio al mattino.
Riscoprire e valorizzare il libro e il piacere della lettura è urgente in un’epoca, la nostra, in cui il tempo si è dilatato, è uscito dai suoi cardini, è sempre tanto poco; mentre troppe sono le parole, minacciose parole, che colmano il vuoto, il vuoto che ci circonda. Il libro, così, diventa tempo sospeso, tempo onirico.

Il libro è SOGNO, è AVVENTURA senza rischio, è VIAGGIO con “biglietto di andata e ritorno”.
Attraverso il libro il bambino/ragazzo può tuffarsi in un oceano di emozioni; può librarsi in voli di infinite esplorazioni e conoscenze; può penetrare, scandagliare il mistero dell’animo umano.
In una società profana, circondata dalla follia delle immagini, dal frastuono dei rumori, il libro e la lettura restituiscono valore alla persona. La raccontano, recuperando l’unico vero valore: NOI PERSONA, al di fuori del quale non vi è altro.
Sicuramente tutti sono d’accordo sull’esigenza di recuperare l’infanzia e l’adolescenza al piacere della lettura. Forse diversa sarà la valutazione dei mezzi necessari a raggiungere l’obiettivo. Ma se di “piacere della lettura” vogliamo parlare, non possiamo non contemplare la “libertà di lettura”, che di per sé implica la massima disponibilità di testi/libri e l’assoluta autonomia di scelta. Dunque, una lettura non didattica; ma una lettura espressiva, evocatrice di emozioni, di immaginazione, di empatia.
E’ pur vero che alla base della “libertà di lettura” ci deve essere una solida preparazione tecnico-didattica, ma con ciò non bisogna confondere che ogni attività di lettura debba ricondursi ad una mera funzione didattica.
Il professor Roberto Denti, direttore scientifico della Fondazione “Il Battello a vapore”, ad esempio, aborrisce i testi scolastici, poiché appesantiti da apparati didattici, da note e così via, che, a suo dire, allontanano i giovani dalla lettura, dal libro, facendoli disamorare. Certamente è così, tuttavia personalmente opererei una distinzione fra la “lettura funzionale alla didattica” e la “lettura piacere”. Nella mia esperienza di insegnante ho incontrato molti ragazzi che, non essendo allenati alla lettura e per questo “lenti e pigri”, amavano e amano più i brani antologici (di poche pagine) che i testi di narrativa della “biblioteca” instituita in classe. Ciò perché i primi sono brevi e si possono leggere tutto d’un fiato. Quindi anch’essi, al di là della funzione didattica esperita, svolgono l’importante ruolo di avvicinare e avvincere il ragazzo al piacere della lettura.

Oggi la lettura è un diritto di tutti, almeno nei paesi democratici ed evoluti. Lontano è il tempo in cui era privilegio di pochi. Si ricordi a proposito “Il viaggio di Pulcinella” in “Autobiografia e Dialoghetti” di Monaldo Leopardi, in cui il marchese, padre di Giacomo, riteneva che la causa dello “sconquassamento“ del mondo fosse la troppa diffusione delle lettere e quel pizzicore di letteratura che “è entrato ancora nelle ossa dei pescivendoli e degli stallieri”. E lontana è la geografia di quei territori dove i libri sono, oppure sono stati, bruciati.

La lettura nasce con la scrittura. E la scrittura, … dalla cuneiforme sull’argilla, … al geroglifico sul papiro, … all’alfabeto sulle tavole di cera e sulla pergamena, … porta alla carta, al libro. Essa da sempre ha sostituito il racconto. Prima della scrittura tutto era raccontato a voce.
La lettura è nata ad alta voce; è nata per gli altri, non per se stessi. Si ricordi che pochi sapevano leggere. Di qui la sua alta funzione sociale. Nel Medioevo uno dei passatempi preferiti nelle corti era la lettura dei poemi, come la “Chancon de geste” etc..
E’ quindi giusto che la lettura riacquisti la sua vocazione primaria: raccontare.. ”AD ALTA VOCE”…
La lettura ad alta voce non costituisce un obiettivo didattico, ma è un traguardo di crescita; è dono; è offerta di un’intimità. E’ un DONO che non trova compimento in una restituzione.
La lettura “ad alta voce” è anche un’esperienza estremamente fisica e corporea, poiché fluisce non solo dalla voce ma da tutto il corpo. Corporea è la voce; corporeo è l’orecchio che ascolta.
La lettura ad alta voce va intesa come contatto, comunione, relazione fra anime per partecipare ad uno stesso segreto. Ma, nel contempo, comporta un mettersi in gioco, un margine di rischio personale, in cui tutti sono coinvolti, e perciò in gioco, tanto chi legge, quanto chi ascolta. La lettura, dunque, è anche CORALITA’, ma con percorsi del tutto individuali, poiché personale è la risonanza che le parole lette possono evocare in noi; personali e individuali sono l’immaginazione, la capacità di immedesimarsi e di fantasticare. Personale e individuale è l’empatia che le parole lette suscitano.

Con la lettura noi ci apriamo a pensieri nuovi e a sentimenti nuovi, ci proiettiamo all’esplorazione di spazi che avvolgono il mistero. La lettura è anima, è dimensione assolutamente interiore.

Samuel Johnson (1700) sosteneva che l’uomo deve leggere solo ciò che più gli aggrada e che è nelle sue inclinazioni, poiché a nulla giova ciò che non piace.
Victor Hugo nei “Miserabili”, dissertando sulla “cultura” della Signora Thénardier e descrivendola come “una donnaccia satura di romanzi sciocchi”, ebbe a scrivere che “non si leggono impunemente delle sciocchezze”.
Oggi, per i tempi che corrono e per l’influenza che hanno i messaggi subliminali di certi spot e di certa televisione o altri mass media, oso affermare , parafrasando V. Hugo, che non si possono vedere, ascoltare e leggere impunemente certe sciocchezze.

La lettura dell’infanzia è stata da sempre la lettura delle fiabe; fiabe intrise di paura, di magia. Nella più recente ed attuale editoria dell’infanzia chi ha indicato un cambiamento di rotta nella magia è stata la scrittrice inglese J.K. Rowling che con Harry Potter e tutta la sua serie ha affrontato la magia in modo nuovo. Harry Potter è, come molti bimbi delle più antiche fiabe, orfano, solo al mondo, senza famiglia. La sua è una vita in cui si intrecciano paura e magia. Ma questa volta la magia non è esterna al protagonista, il mago è proprio lui, Harry. E non a caso! Infatti la magia sta in ciascuno di noi, poiché infinite sono le potenzialità di ognuno, peraltro né conosciute, né pienamente sfruttate. Se noi crediamo fortemente in qualcosa, siamo in grado di realizzarla, di operare magie. Ovvero in ciascuno di noi vi è quella capacità magica/emotiva di trasmettere ciò che ci interessa.
Tornando alla lettura, per leggere ad alta voce non occorre frequentare un corso di dizione o di recitazione. Basta ricordare le sere in cui i nostri figli stavano poco bene e noi abbiamo letto loro una fiaba. Essi l’hanno gradita. Li abbiamo resi felici; abbiano loro donato un momento di sospensione del tempo, un attimo di magia. I nostri figli non si sono chiesti se la nostra pronuncia fosse giusta o quale scuola di alta recitazione avessimo mai frequentato. Ne sono rimasti semplicemente affascinati. Sono stati affascinati dal racconto che prendeva corpo attraverso la nostra voce, le nostre parole.
La lettura va amata. L’amore per essa viene trasmessa per “contagio”, come sostiene Federico Starnone, in “effe” Ed. Feltrinelli. La sua forza sta nella capacità e possibilità di immedesimazione che i lettori hanno. Anche di fronte ad un film ci si immedesima. Ma il film e il libro sono entità diversi. I tempi del film sono veloci, non consentono riflessioni, volano via subito. Una sequenza scalza l’altra. Il libro, invece, è sospensione del tempo; è immedesimazione profonda; è sedimentazione. Se ho in mano un libro e c’è qualcosa che mi colpisce, mi soffermo; impiego più tempo nella lettura. Rifletto.

Il libro vive, esiste, in quanto noi lo leggiamo.

Finora nella scuola, fatta eccezione della scuola dell’infanzia e primaria, si è realizzata una didattica della lettura e non si è perseguito il piacere della lettura, intendendo per piacere: l’amore della lettura. E’ stato imposto un unico testo di narrativa valido per tutti gli alunni di una classe. Ma non a tutti può piacere lo stesso libro. Il libro non può essere un’imposizione, deve essere una libera scelta! E se un libro non piace, può essere restituito. L’importante è che la lettura non diventi indigesta! Allora nasce spontanea la domanda: quale lettura e quali libri per i bambini, per i ragazzi?
Sicuramente quella/lli che si confanno maggiormente alla loro età evolutiva. E se è vero che si possono leggere le fiabe ai liceali, è pur anche vero che possono essere letti gli antichi classici greci ai bambini delle scuole primarie e/o dell’infanzia.
Tuttavia, secondo alcuni, un libro bellissimo ed importantissimo nel panorama dei capolavori della letteratura mondiale dell’infanzia, un libro peraltro scritto per gli adulti, “Il piccolo principe” di A. de Exaspery, è difficile che sia capito dai bambini della scuola primaria. Forse risulta di difficile comprensione anche per i ragazzi delle scuole medie: troppo pieno di metafore, di simbologie, di passaggi incomprensibili. Così sostengono!
Mentre “Tom Sawyer”, come “Pinocchio”, desta nei ragazzi e nei bambini la capacità di immedesimazione. Tom, come Pinocchio, come Harry, è senza famiglia e deve superare diverse prove, affrontando molte avventure … La differenza fra i tre capolavori sta nel ritmo narrativo, che nell’opera di Mark Twain è lento, come lento è lo scorrere delle acque del Mississipi, inadeguato ai ritmi sostenuti e veloci dei lettori di oggi. Lento è anche il ritmo narrativo di “Pippi Calzelunghe”, pur essendo questa un’opera della metà del Novecento.
Di certo ancora attuale e moderno è il ritmo narrativo incalzante di Pinocchio, pubblicato nel 1883, che sarebbe piaciuto anche al pedagogista Rosseau. In fondo l’”Emilio” di Rosseau è colui che “deve fare le sue esperienze”, che non può mutuare le esperienze dagli adulti.
Il contraltare di Pinocchio, burattino che preferisce il piacere al dovere (come tutti i bambini e adolescenti), è Enrico Bottini, protagonista di “Cuore” di E. De Amicis, che pensa solo a ciò che fa piacere ai genitori e al maestro. Insomma Enrico, diversamente da Pinocchio e da Tom è un bambino che non ha un’idea sua. Ancora “La gabbianella e il gatto…” di Sepùlveda è scritto bene, ma è farcito di intenti moralistici, di contro vi è “Il gatto tigrato e la rondinella” di J. Amado che tratta dell’infelice amore fra diversi.
Uno scrittore che ha riscosso da subito grande successo e che ha rotto gli schemi della letteratura per l’infanzia è Roal Dahl, i cui libri di horror e paura, che anni fa venivano letti nella scuola media, oggi sono scelti dai bambini della primaria, a conferma che le nuove generazioni di lettori hanno anticipato i tempi e i campi di interesse. C’è da chiedersi perché la paura piace tanto ai piccoli!
La fiaba nasce dai tempi più remoti. Vladimir Propp sostiene che le fiabe risalgano a 20.000 anni fa. Nel mondo greco e latino non abbiamo testimonianza di fiabe. Probabilmente esse sono state importate dai popoli barbari. Infatti appaiono in Europa nel Medioevo.
La prima raccolta di fiabe è italiana, l’affascinante “Lo cunto de li cunti” di V. Basile (1620). Da essa sono tratte tutte le altre fiabe, come testimonia Perrault. Nelle fiabe viene presentato un mondo con incredibili, dure prove da superare, sempre a lieto fine. La fiaba, differentemente dalla favola, non ha una morale esplicitata. In essa la donna diviene spesso la protagonista, quando nella realtà occupa un ruolo sociale subalterno e passivo nei confronti dell’uomo.
La fiaba era raccontata di notte, quando il tempo era sospeso e con esso le convenzioni e le situazioni sociali. Forse “Il femminile nella fiaba” (M.Luise Von Franz) vuole mettere in evidenza “l’assenza del principio femminile proprio dell’archetipo” narrativo della fiaba, mentre il “principio maschile” è scontato. Tranne che nelle corti, a raccontare era proprio la donna, generalmente la più anziana, depositaria delle verità ancestrali tramandate oralmente, detentrice di saggezza.
Le fiabe affondano le loro radici nella notte dei tempi e con esse l’uomo ha voluto svelare il mistero e la magia che permea da sempre l’esistenza dell’umanità e ha inteso narrare la paura di vivere, di confrontarsi con l’ignoto. Dunque le fiabe hanno avuto un tempo per l’umanità adulta, hanno oggi per l’infanzia il compito di esorcizzare la paura.
Bruno Bettelheim sostiene che la paura vissuta attraverso la narrazione della fiaba risulta catartica per l’infanzia.
La fortuna delle fiabe va ricercata nel Medioevo, periodo in cui si diffondono per l’Europa. Il Medioevo è stato il tempo del Cristianesimo, ma anche il tempo del sacro e del profano, delle superstizioni, della magia. Bisognava esorcizzare la paura dell’incertezza; bisognava rassicurare le folle diseredate che dopo le pene e le sofferenze di questa vita ci sarebbe stato un lieto fine. Se parliamo di educazione alla lettura, non possiamo tuttavia tacere sull’educazione

all’immagine di cui tratteremo la prossima settimana. (continua)

Fonti:
Robero DENTI, “Lasciamoli leggere”, Ed. Bruno Mondadori
Monstserrat SARTO, “Voglia di leggere”, Ed. PIEMME, Casale Monferrato 1993

BERNARDINI, DE MAURO “Contare e Raccontare” Ed. GLF Laterza
Vittorino ANDREOLI, ”Giovani”, Ed. Rizzoli, 2001

Roberto PIUMINI “Il ritratto segreto” in “Lo stralisco” Ed. Einaudi Tascabili, Torino 1995

Commenti

commenti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito Web utilizza i cookies per migliorare la tua esperienza. Daremo per scontato che tu lo accetti, ma puoi disattivarlo se lo desideri. Accetto Leggi di più