CORONAVIRUS E SCARCERAZIONI
Una riflessione su sanità penitenziaria, diritto costituzionale alla salute ,necessità di difesa sociale
Redazione- 376 detenuti in regime di 41bis usciti dal carcere da 7 marzo per ragioni sanitarie ( anche se non tutte dipendenti da contagio o da prevenzione contagio covid 19 ),ossia trecentosettantasei scarcerazioni per concessione di benefici diversi ( in massima parte arresti domiciliari) sono troppe da sopportare A non considerare la possibilità che se ne aggiungano altre 456, di cui 225 per detenuti già condannati e 231 per detenuti in attesa di giudizio.
Sono troppe da sopportare da parte delle famiglie delle vittime di mafia,da parte dei morti ammazzati nelle stragi di mafia, da parte delle vittime di interi settori dell’economia di questo paese soggette a pizzo,usura , ed altre illecite richieste. Sono troppe per la storia di un paese che ha sofferto e soffre corruzione, illegalità,criminalità organizzata, malaffare.
Senza aggiungere , a causa della prevenzione covid 19, tutte le altre scarcerazioni di detenuti per altri reati tra i quali quelli più odiosi di violenza sulle donne , femminicidi9 e maltrattamenti in famiglia.
376 nomi e cognomi su una lista che il Dap ( Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della Giustizia ) ha fornito, su esplicita e reiterata richiesta alla Commissione parlamentare antimafia solo qualche giorno fa.
Probabilmente nei mesi di marzo e di aprile le centinaia di detenuti mandati a casa per ragioni di salute con provvedimenti dei Magistrati di sorveglianza rappresentano la manovalanza della criminalità organizzata , a parte i boss di rango che sono pochi ma comunque temibili anche in regime di detenzione domiciliare per le loro sicure capacità di tenere in piedi le fila del malaffare. Un gran numero di detenuti legati per la maggior parte alle cosche mafiose e operativi nelle organizzazioni criminali , considerato che mai si sono dissociati ; in sostanza quelli ad “alta sorveglianza “ 3 , inseriti nel circuito che ospita 9.000 detenuti quasi totalmente appartenenti a mafie e gang. .
Dopo che la stampa si è occupata di queste scarcerazioni e lo scontro tra i magistrati del Tribunale di sorveglianza di Cagliari con il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria culminato con le dimissioni di quest’ultimo, il Ministro della giustizia sta correndo ai ripari . A parte le nuove nomine ai vertici del Dap dei magistrati Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia,il monitoraggio posizione per posizione degli scarcerati ,il Ministero attraverso il Dap ha inviato ai Direttori degli istituti penitenziari una circolare nella quale chiede di comunicare immediatamente al Dipartimento ogni ulteriore istanza dei detenuti in regime di 41 bis e comunque inseriti in un circuito della cosiddetta “ alta sicurezza” per essere esaminate dalla Procura generale antimafia .E ha anche predisposto per l’approvazione un decreto , attualmente in stand-by ,per riacchiappare i boss e riportarli in carcere. Un decreto leggero per monitorare la situazione sulla base di una valutazione mensile delle varie posizioni, ma anche sulla base di condizioni ambientali ( andamento della pandemia nel paese e dentro gli istituti) ,le condizioni sanitarie dei singoli istituti di pena , le condizioni numeriche dei detenuti .
In una situazione complicata da un ulteriore avvenimento : lo scontro relativo alla nomina del capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria , avvenuta circa due anni fa, tra il ministro Bonafede e il pubblico ministero Di Matteo, oggi al Consiglio superiore della magistratura, che a quel tempo , invitato a scegliere di ricoprire quel ruolo o quello agli affari penali, dopo poche ore di riflessione, avendo scelto di voler lavorare nel Dap, se lo era visto rifiutare . A causa secondo quanto afferma lo stesso magistrato delle pressioni esercitate dalle opinioni espresse dai boss di mafia al 41 bis sulla sua nomina.
Questa riflessione vuole esaminare, alla luce dei problemi derivanti dall’attuale pandemia da coronavirus ,la situazione sanitaria degli istituti di pena , ma travolta dagli ultimi avvenimenti di cronaca, deve indugiare ancora qualche momento sulla sequenza temporale di alcuni fatti, proprio relativi a quella cronaca, che destano degli interrogativi.
Dal 7 marzo si verificano , in piena emergenza coronavirus ( sono dell’8 marzo le stringenti misure di contrasto al contagio per l’intera popolazione e su tutto il territorio nazionale ), rivolte nelle carceri : da Salerno a Napoli , da Roma a Milano ,tanto da far nascere il sospetto che siano state organizzate da un’unica regia. Il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria invia una circolare in cui si segnalano i rischi sanitario per contagio da virus per detenuti affetti da alcune patologie. Dopo la circolare si susseguono i provvedimenti dei Magistrati di Sorveglianza con cui ad alcuni detenuti viene concesso il beneficio degli arresti domiciliari.
Per quattro giorni dal 7 marzo dunque resta alta la tensione negli istituti penitenziari con 12 morti tra i quali tossicodipendenti che pagano il prezzo più alto come detenuti tra i più deboli nell’arcipelago carcerario. Gli altri che danno vita alle rivolte sono affiliati a camorra e mafia. Il 9 marzo dicevamo inizia il lock down in tutto il paese. L’ 11 marzo le rivolte sono sedate .Curiosamente non partecipano alle rivolte gli affiliati alla ‘ndrangheta ; nelle carceri calabresi non ci sono rivolte.
Il “Cura Italia” prevede che chi ha una pena residua di 18 mesi e con lo’esclusione di condanne per determinati reati può fruire della concessione degli arresti domiciliari.
Vengono scarcerati 6.000 detenuti. Segue un’ulteriore circolare del Dap che permette anche la scarcerazione di detenuti affetti da malattie oncologiche, affetti da Hiv ma anche malattie cronache dell’apparato cardiocircolatorio e respiratorio. Il confine così si allarga e diventano possibili le scarcerazioni dei boss mafiosi.
A quella data sui 61.000 detenuti i contagiati da coronavirus sono 19, e gli agenti 116 su un corpo di 37.000 unità.
Per riprendere dunque l’esame della sanità penitenziaria dunque va detto che per tutte le scarcerazioni ha pesato la precaria condizione di salute del beneficiario . Il fatto che il Dap non sia riuscito a trovare soluzioni alternative alla scarcerazione è una sconfitta dell’amministrazione penitenziaria ma anche della sanità pubblica. Si, della sanità pubblica, perché l’amministrazione penitenziaria non è sola a condurre questa battaglia . La sanità pubblica che negli ospedali del territorio ,già ridotti alle condizioni che tutti conosciamo da anni di tagli alle spese, è riuscita a far barriera e contrastare l’azione del virus, mentre negli istituti penitenziari ha avuto una sconfitta epocale. Perché con un’altrettanto scelta epocale alla sanità pubblica era stata affidata qualche anno fa la medicina penitenziaria, avendo sostituito in questo compito appunto l’amministrazione penitenziaria proprio in termini di prevenzione, diagnosi e cura dei detenuti. La sanità pubblica avrebbe dovuto predisporre anche negli istituti penitenziari rafforzando per esempio i centri di eccellenza di Roma Viterbo e Milano per accogliere quei detenuti che probabilmente non andavano scarcerati come i boss della mafia
Sembra una eternità ma è appena ieri,qualche decennio fa, che la medicina penitenziaria era fonte di diseguaglianze . In particolare per quello che riguardava il costo delle medicine per le terapie che l’amministrazione penitenziaria non forniva e che ogni carcerato doveva sostenere da sé. La solidarietà delle opere assistenziali ( tra le quali la S. Vincenzo de’ Paoli ,affiancata successivamente dalla Caritas ) a volte fungeva da sostituto. Quando non era lo stesso medico carcerario che procurava i farmaci di tasca sua o attraverso singoli benefattori. Chi scrive ha conosciuto il Dott. Alfonso De Deo criminologo e medico carcerario ( autore con il Prof. Giuseppe Bolino della ricerca “Il sesso in carcere “ Feltrinelli 1970 ) che con il cappellano Don Antonio Di Nello del Penitenziario di La Badia di Sulmona gli raccontava proprio la necessità di quella solidarietà senza la quale ci sarebbero state vere e proprie ingiustizie almeno in termini di diritto alla salute. Diseguaglianza dicevo rispetto alla provenienza e alla nazionalità dei detenuti molti dei quali irregolari, senza fissa dimora, senza documenti di riconoscimento che erano impossibilitati ad accedere alle cure che il Servizio Sanitario Nazionale poteva dare ai detenuti italiani in tema di diagnosi strumentale per esempio.
Queste ed altre disparità insieme con l’assottigliarsi di anno in anno delle risorse della medicina carceraria e le lotte dei detenuti determinarono in anni recenti la scelta e la necessità di affidare al Servizio Sanitario Nazionale la medicina penitenziaria .
In realtà fin dall’istituzione dell’ordinamento penitenziario con la L. 354 del 1975,( sottolineo era l’anno 1975 ) la tutela della salute era diventata una delle materie fonte di acceso dibattito . Come dicevamo crescenti spinte hanno portato nell’aprile 2008, al Dpcm (pubblicato in GU il 30 maggio dello stesso anno) “Modalità e criteri per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, dei rapporti di lavoro, delle risorse finanziarie e delle attrezzature e beni strumentali in materia di sanità penitenziaria”.
Già prima dell’emanazione della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale – 833/78 si era però consapevoli che l’istituzione penitenziaria non potesse farsi completamente carico dell’assolvimento dell’obbligo di garantire il diritto alla salute della popolazione detenuta, tant’è che nell’art. 17 del vecchio regolamento d’esecuzione – DPR 431/1976 – veniva espressamente prevista una programmazione in ambito regionale dell’organizzazione dei servizi sanitari. Ancora, con l’art. 46 della legge 354/1975, dedicato all’assistenza post-penitenziaria, veniva stabilito fin da
allora l’obbligo per l’Amministrazione penitenziaria di segnalare agli organi preposti alla tutela della sanità pubblica i dimessi affetti da grave infermità psichica o fisica. Successivamente, con l’entrata in vigore della citata legge 833 del 1978 e successive modificazioni viene testualmente disposto che la salute di ogni individuo (i detenuti non vengono citali, ma neanche espressamente esclusi) deve essere assicurata
dai Servizio sanitario nazionale, nei rispetto della dignità e della libertà della persona umana.
Gli anni 90 videro comunque il crescere di un movimento di opinione a favore del passaggio delle competenze che, partendo dall’esperienza di singoli e passando attraverso le associazioni di volontariato attive nelle carceri, arriva a coinvolgere Enti locali, sindacati, autorità politiche, che daranno poi vita nel 2005 al Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti e delle detenute adulti e giovani.
Il D.l.vo 230/99 e relativi Decreti attuativi: opera preliminarmente una ripartizione delle competenze in materia sanitaria tra il Ministero della salute e il Ministero della giustizia prevedendo, attraverso forme graduali;
– il trasferirne rito al primo delle funzioni sanitarie, in specie di programmazione, indirizzo e coordinamento tra strutture penitenziarie. Amministrazioni centrali, Regioni e Asl connesse con l’esigenza primaria di tutela della salute dei detenuti;
-l’istituzione di un contingente di personale medico e sanitario da destinare ali Amministrazione penitenziaria.
Dal punto di vista procedurale sono individuali due differenti percorsi:
-il trasferimento, alla data del 1.1.2000, dal Ministero della giustizia – Dipartimento
dell’amministrazione penitenziaria alle Asl di tutto il territorio nazionale, delle sole funzioni relative alla prevenzione generale e alla diagnosi e terapia delle tossicodipendenze;
-l’individuazione di almeno tre Regioni nelle quali avviare il trasferimento graduale in forma sperimentale anche di tutte le altre funzioni sanitarie.
Dal 2000 dunque si cerca di sperimentare negli istituti penali un modello di medicina nuovo e più rispondente alla tutela costituzionale della salute dei detenuti anche attraverso l’ istituzione di Commissioni composte da dirigenti e funzionari delle Asl e del Prap per elaborare i vari progetti obiettivi regionali. In tutte le sedi di sperimentazione si optava per una fase di studio preliminare delle criticità correlale
al passaggio delle competenze in materia sanitaria da questa Amministrazione al Ssn.
Nel 2002 veniva istituita, con decreto 16 maggio 2002 del Ministero della giustizia emanato di concerto con il Ministro della Salute, la “Commissione mista di studio per il rinnovamento de! Servizio sanitario penitenziario”. Cosiddetta Commissione Tinebra .
A tale commissione veniva affidato l’incarico di “pervenire all’adozione di un nuovo modello legislativo “per” innovare i metodi organizzativi e la qualità del servizio sanitario penitenziario, tenendo conto dei risultati delle sperimentazioni effettuate”. Si trattava, viste le difficoltà incontrate nella fase di sperimentazione, di elaborare un modello che potremmo definire “intermedio” rispetto al precedente, in quanto avrebbe dovuto mantenere in capo ai medici dell’amministrazione la medicina di base, riservando il compilo di garantire medicina specialistica,assistenza farmaceutica e ospedaliera al Sistema sanitario nazionale.
Nessuna delle proposte scaturiste dai lavori della commissione trovò uno sbocco normativo ma le argomentazioni discusse rappresentarono la base di partenza della della successiva indagine conoscitiva avviata nel 2003 presso le Commissioni riunite II (Giustizia) e XII (Affari sociali della Camera dei deputati).
Un importante ruolo di stimolo nei confronti del Governo Prodi e dei Ministri della salute Livia Turco e della Giustizia Clemente Mastella, affinché si avviasse il percorso di transito di tutti i servizi sanitari alle Asl, continuò ad essere svolto da alcune Regioni (in particolare Toscana, Emilia Romagna e Lazio), dal Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti (organismo che ha sede presso l’Ufficio del garante dei diritti dei detenuti del Lazio, presieduto da Leda Colombini, presidente dell’associazione di volontariato “a Roma Insieme” e responsabile delle politiche sociali di Lega autonomie locali Nazionale), dai Garanti regionali dei diritti dei detenuti, da importanti sigle sindacali (Cgil) e associazioni Onlus (Antigone).
Nella G.U n. 126 del 30 maggio 2008 veniva quindi pubblicato il Dpcm. 01 aprile 2008 “Le modalità, i criteri e le procedure per il trasferimento al Servizio sanitario nazionale delle funzioni sanitarie, delle risorse finanziarie,dei rapporti di lavoro, delle attrezzature, arredi e beni strumentali relativi alla sanità penitenziaria” in attuazione dell’art. 2, e, 283°, legge 24 dicembre 2007, n. 244 (Finanziaria 2008). Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva in precedenza assicurato che entro febbraio 2008 i Provveditori regionali avrebbero fatto pervenire gli elenchi aggiornati delle attrezzature, degli arredi e dei beni strumentali di proprietà
del [Amministrazione penitenziaria trasferiti alle Aziende sanitarie, in base alle
competenze territoriali (art. 4 del citato Dpcm).
Veniva prevista, altresì, la presa in carico daparte delle Regioni degli Ospedali psichiatrici giudiziari e delle Case di cura e custodia (art. 5), secondo le modalità e i tempi previsti nelle apposite linee guida (All. n. 4), ispirate ai principi
di territorialità e di riabilitazione socio-sanitaria degli internali portatori di patologia psichiatrica.
Dal 14 giugno 2008 sono state trasferite ape legis al Servizio sanitario nazionale tutte le [unzioni sanitarie svolte dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e dal Dipartimento della Giustizia minorile del Ministero della Giustizia.
Ecco dunque che il coronavirus ha fatto venire al pettine per così dire uno dei nodi più importanti della gestione degli istituti penitenziari che insieme al sovraffollamento, alle criticità del processo penale ,compresa la dibattuta questione della prescrizione, compongono un puzzle veramente pericoloso nel quale bisogna intervenire assolutamente con ogni mezzo a disposizione proprio perché appunto parliamo di diritti costituzionali dei tenuti, difesa sociale e in definitiva funzione della pena.
Probabilmente per evitare le scarcerazioni il servizio sanitario nazionale anche in questo settore doveva mettere in campo una serie di risorse di uomini e mezzi forse imponenti . Come imponenti probabilmente è la soluzione dei problemi collegati a questa situazione di cui sono stati esaminati alcuni elementi di cronaca attuale ma anche di storia di un passato recente. L’auspicio è che malgrado lo sconcerto di questo momento si possano trovare le opportunità di cambiamento in questo settore della vita del paese veramente decisivo e comunque alla pari con molti altri ai quali, proprio in questo momento si cerca di dare una priorità.
Fonti per la storia della medicina penitenziaria :
http://www.ristretti.it/commenti/2009/settembre/pdf7/articolo_starnini.pdf
http://www.antoniocasella.eu/salute/Salvati_passaggio_2010.pdf
BRUNETTI B., Relazione: La tutela della salute in carcere Organizzazione del servizio sanitario penitenziario. Evoluzione normativa. in http://www.ristretti.it/areestudio/salute/zippati/salute_brunetti.pdf
https://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_2_3_0_7.page
