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LA COLONNA SONORA DEL RISORGIMENTO ITALIANO

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Redazione- I manuali di storia raccontano che partirono in mille dallo scoglio di Quarto presso Genova su due navi messe a disposizione da privati , destinazione Marsala in Sicilia.

Una spedizione comandata da Giuseppe Garibaldi  e dal suo leggendario luogotenente Nino Bixio.  Indubbiamente  Garibaldi è l’eroe risorgimentale più conosciuto e più amato del  Risorgimento italiano per il fascino delle vicende della sua vita , l’eroe dei due mondi, per la storia della sua compagna Anita che muore durante una campagna di guerra ,per la leggenda del suo ritiro come un Cincinnati sulla sua Caprera.

Da Palermo a Teano  risalendo  mezza penisola con un crescendo di vittorie  sull’esercito borbonico  e con annessioni acclamate  dal popolo  Garibaldi  è accompagnato  da un gruppo di uomini  armati  con qualche fucile e sciabola ,imbarcate a Quarto presso Genova sulle navi di Rubattino .Un gruppo  che la storia  dice   in numero di mille  partiti nel mese di maggio  del 1860 e diventati , dopo sette mesi , a dicembre milioni.

Un armata composta di migliaia di  volontari che parteciparono alle scaramucce contro l’esercito borbonico ma che lo acclamarono  e lo considerarono il capo di una rivoluzione che probabilmente la consegna a Teano di quelle terre  a Vittorio Emanuele II di Savoia fu tradita

Rivoluzionari in ogni paese del mondo guardarono a Garibaldi e cedettero in un risorgimento ideale anche attraverso per esempio i mezzi di comunicazione del tempo In quegli anni le tecniche tipografiche permettevano  di riprodurre a stampa ,con  la litografia, disegni, immagini e foto . Fu uno strumento formidabile per informare il mondo intero di quella guerra garibaldina al sud d’Italia per la cacciata dei Borboni e l’annessione al Piemonte del loro regno.

Quando Garibaldi entrò a Palermo e poi a Napoli i quotidiani da New York a Londra salutarono con una ovazione le sue vittorie. La storia di quella spedizione fu narrata da  antesignani del giornalismo moderno, da uomini di penna  , da romanzieri .

Poi  ancora da Giovanni Verga a Federico De Roberto, da Luigi Pirandello a Giuseppe Tomasi di Lampedusa, da Leonardo Sciascia a Vincenzo Consolo, da Andrea Camilleri a Simonetta Agnello Hornby, non c’è stato un romanziere di origine siciliana che non abbia fatto i conti, sia pure in tempi e in contesti culturali molto diversi tra di loro (dalla fine del XIX secolo all’inizio del XXI), col nodo storico rappresentato dal processo risorgimentale nel suo complesso, ma in particolare, con la spedizione dei Mille in Sicilia e con il conseguente crollo del Regno delle Due Sicilie.

In particolare  narratori siciliani si sono confrontati, infatti, con le modalità con cui l’Unità nazionale venne realizzata, con la condizioni di vita della Sicilia e dei Siciliani all’indomani dell’annessione alla monarchia sabauda, con la disillusione provocata dalle aspirazioni liberali disattese. Molti di loro hanno sottolineato ora il fallimento delle istanze di cambiamento, ascritte sia all’incapacità e alla debolezza della borghesia isolana di affermare, nel nuovo scenario nazionale, gli ideali che avevano animato le lotte antiborboniche, sia al trasformismo delle classi dirigenti nobiliari; ora le politiche repressive del governo nazionale; ora l’immobilismo astorico e atemporale di un’isola consegnata ad una sorta di destino ineludibile di morte e di disfacimento.

Milioni di persone in tutto il mondo furono messe al corrente sull’esito delle sue battaglie e quindi delle  gesta  di Garibaldi attraverso appunto i giornali dell’epoca. Ma milioni di persone cantarono inni a Garibaldi e canzoni  sia in italiano che in dialetto, divenuti poi la colonna sonora del risorgimento .

Insieme con l’aspetto mediatico della spedizione dei mille che abbiamo appena ricordato , la storia del risorgimento è stata fatta anche da canzoni , dalla musica popolare che ha poi accompagnato un secolo e mezzo di vita del nostro paese.

E proprio in riferimento a questa colonna sonora  voglio iniziare questa riflessione alla figura di Garibaldi e a quel suo inno .

Leggiamolo assieme .Fu scritto da Luigi Mercatini nel 1858 e musicato da Alessio Olivieri :

Inno di guerra di Garibaldi   

All’armi! All’armi!

     Si scopron le tombe, si levano i morti;
I martiri nostri son tutti risorti:
Le spade nel pugno, gli allori alle chiome,
La fiamma ed il nome — d’Italia sul cor.
     Veniamo! Veniamo! Su, o giovani schiere,
Su al vento per tutto le nostre bandiere,
Su tutti col ferro, su tutti col fuoco,
Su tutti col fuoco — d’Italia nel cor.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     2La terra dei fiori, dei suoni e dei carmi,
Ritorni, qual era, la terra dell’armi;
Di cento catene ci avvinser la mano,
Ma ancor di Legnano — sa i ferri brandir.
     Bastone Tedesco l’Italia non doma,
Non crescon al giogo le stirpi di Roma;
Più Italia non vuole stranieri e tiranni:
Già troppi son gli anni — che dura il servir.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     3Le case d’Italia son fatte per noi,
È là sul Danubio la casa de’ tuoi;
Tu i campi ci guasti; tu il pane c’involi;
I nostri figliuoli — per noi li vogliam.
     Son l’Alpi e i due mari d’Italia i confini;
Col carro di fuoco rompiam gli Apennini,

Distrutto ogni segno di vecchia frontiera,
La nostra bandiera — per tutto innalziam.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     4Sien mute le lingue, sien pronte le braccia;
Soltanto al nemico volgiamo la faccia,
E tosto oltre i monti n’andrà lo straniero
Se tutta un pensiero — l’Italia sarà.
     Non basta il trionfo di barbare spoglie;
Si chiudan ai ladri d’Italia le soglie;
Le genti d’Italia son tutte una sola,
Son tutte una sola — le cento città.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     5Se ancora dell’Alpi tentasser gli spaldi,
Il grido d’all’armi darà Garibaldi:
E s’arma allo squillo, che vien da Caprera,
Dei mille la schiera — che l’Etna assaltò.
     E dietro alla rossa vanguardia dei bravi
Si muovon d’Italia le tende e le navi:
Già ratto sull’orma del fido guerriero
L’ardente destriero — Vittorio spronò.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

     6Per sempre è caduto degli empi l’orgoglio;
A dir — Viva Italia! — va il Re in Campidoglio;
La Senna e il Tamigi saluta ed onora
L’antica signora — che torna a regnar.
     Contenta del regno fra l’isole e i monti,
Soltanto ai tiranni minaccia le fronti:
Dovunque le genti percuota un tiranno
Suoi figli usciranno — per terra e per mar.
          Va fuora d’Italia, va fuora ch’è l’ora,
          Va fuora d’Italia, va fuora, o stranier!

Autore del testo fu, per richiesta dello stesso eroe dei due mondi, il poeta Luigi Mercantini (1821–1872), noto anche per l’ode La spigolatrice di Sapri,  rievocazione romantica della spedizione, repubblicana e mazziniana, di Carlo Pisacane. L’inno fu per molto tempo assai popolare dopo l’unità d’Italia, soprattutto tra le comunità di italiani emigrati. Acquisì nuovo slancio ai tempi della Grande Guerra, e durante il fascismo fu uno dei pochi inni risorgimentali non proibiti dal regime. Durante la resistenza venne adottato dalle brigate di partigiani comunisti (le cosiddette brigate Garibaldi) e utilizzato dall’emittente radiofonica Radio Bari come sigla di chiusura della trasmissione Italia combatte. Durante la campagna elettorale per le elezioni del 18 aprile 1948, l’inno venne utilizzato per la propaganda del Fronte Democratico Popolare, che usava anche l’immagine di Garibaldi come simbolo elettorale.

Ma la colonna sonora della nostra storia si compone dunque delle canzoni patriottiche sabaude,delle canzoni, salvo eccezioni, dialettali,delle canzoni militari. Delle canzoni cattoliche del ’48: «Dell’orda pagana / che ardita ci assale / la plebe cristiana / non teme lo strale». Delle canzoni fasciste, alcune delle quali, piaccia o non piaccia, erano deliziose (come quella contro le sanzioni volute dall’Inghilterra: «Sanzionarni questo / arnica tenace / lo so che ti piace / ma non te ne do»!) o musicalmente bellissime. Come Caro papà: «Anche io combatto, / anche io con la mia guerra / con fede, con onore e disciplina / desidero che frutti la mia terra / e curo l’orticello ogni mattina … ».

Dunque un crescendo dagli inni garibaldini a “fratelli d’Italia “ alle canzoni delle risaie, dell’Ottocento per arrivare alle canzoni di protesta sessantottine come Contessa di Paolo Pietrangeli: «Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto ! un caro parente, dell’occupazione! che quella gentaglia rinchiusa lì dentro! di libero amore facea professione … » .

E poi anche la canzone «contro». Scritta da mano anonima o da cantastorie, da autori perduti nel tempo o grandi cantautori come Ivan Della Mea, Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Giovanna Marini. Cantata da questi o magari da un coro di contadine di Medicina, Bologna. Ma sempre «contro».

Contro gli odiati occupanti austroungarici: «Sia maledetta l’Austria! da un fulmine di guerra ! da un fulmine di guerra! dal cielo e dalla terra». Contro il generale Fiorenzo Bava Beccaris che nel maggio 1898 fece sparare con i cannoni contro la folla in piazza per la «rivolta dello stomaco» ammazzando un’ottantina di milanesi: «Deh, non rider, sabauda marmaglia: ! Se il fucile ha domato i ribelli, ! Se i fratelli hanno ucciso i fratelli, / Sul tuo capo quel sangue cadrà”.

E poi contro gli ufficiali che nella Prima guerra mondiale. mandavano i soldati

 a morire all’assalto dei colli di Gorizia: «O vigliacchi che voi ve ne state ! con le mogli sui letti di lana,! schernitori di noi carne umana, ! questa guerra ci insegna a punir». Contro Mussolini: «Col manganello e con! l’olio di rìcìno ! Conquistò il potere! il boia Mussolin ( … ). Quando Mussolino! all’inferno andò ! Appena che lo vide! il diavolo scappò». E contro Pietro Badoglio, prima lacchè del Duce «

Canzoni di violenza ottocentesca: «Prima in San Pietro ! e poi in San Paolo! le lor teste! vogliamo far saltar ! e in piazza d’armi! la ghigliottina! le lor teste! vogliamo far saltar». Canzoni guascone: «l tede¬schi par Ravenna ! chi s’met a fer i bul ! con i baffi di Radeschi ! ci vogliam stroppare il cui». Canzoni durissime, come alcune di quelle sessantottine. Canzoni irridenti, come la rassegna dei ministri di un governo degasperìano: «Ministro dei trasporti! è Guido Corbellini: ! se ma¬gna li binari! co tutti i traversini ( … ). TI feudatario Segni ! Resta all’agricoltura ! nelle nostre saccocce ! vuoi far la trebbiatura ( … ). Guida la processione, ! con il messale in mano, ! Alcide von De Gasperi, ! cancelliere americano».

Ma ci sono altre colonne  ,oltre a quelle sonore, che sorreggono l’edificio del Risorgimento e ci restituiscono le figure che  operarono  concretamente in quel periodo . Sono idee, uomini, cose . Tra questi  , visto che abbiamo aperto questo contributo  con la figura di Garibaldi, indubbiamente uno dei protagonisti di quel periodo , voglio  parlare della sua biblioteca . I libri di Giuseppe Garibaldi che contribuirono alla sua formazione e che  tenne per tutta la vita anche nel volontario esilio fino alla morte .

Da tempo ormai  i libri di Garibaldi – 1.184 volumi tra romanzi, saggi e raccolte – sono custoditi nei magazzini blindati di villa Fabbricotti, residenza neoclassica, oggi sede della «Labronica», la biblioteca comunale di Livorno. Un piccolo tesoro dimenticato da quando Clelia, una delle figlie del generale, lo donò alla città.

Scrive Marco Gasperetti su Corriere della Sera  dell’ 8 febbraio  2011 : “Clelia era arrivata a Livorno nel 1888 con la mamma Francesca Armosino (l’ultima moglie di Giuseppe) e il fratello Manlio, cadetto all’Accademia navale. E nella villa a due passi dal mare di Antignano, alla periferia sud della città, aveva portato «la cultura del padre», i libri più belli di papà che aveva scelto con la mamma e i fratelli dagli scaffali della casa di Caprera dove ancora oggi esiste un’altra collezione.

È una biblioteca straordinaria quella che esce dall’oblio di Livorno. Riscoperta e valorizzata da Mario Tredici, il neoassessore alle Culture del comune. Nessuno, se non pochi studiosi, sapeva della sua esistenza e anche i livornesi non l’hanno mai vista prima. La biblioteca di Garibaldi diventerà una mostra e poi, se i progetti non andranno a infrangersi contro i tagli governativi alla cultura, sarà una biblioteca autonoma collocata in un’ala del museo della città che si sta progettando ai Bottini dell’Olio, antica struttura nel cuore del quartiere seicentesco della Venezia.

«Sono i libri di Garibaldi considerati dagli studiosi di maggior valore – spiega Tredici -. Li presenteremo per la prima volta durante le celebrazioni cittadine dei 150 anni dell’Unità d’Italia e pubblicheremo anche un ricco catalogo con informazioni dettagliate sui volumi». Tra i protagonisti del progetto c’è Cristina Luschi, la direttrice della «Labronica». «È una biblioteca assai eterogenea – spiega – con volumi d’ispirazione religiosa, tomi di storia e geografia, ma anche romanzi celebri, dotti e popolari. Alcune opere sono donazioni di ammiratrici, edizioni realizzate appositamente, arricchite da fregi preziosi e da dediche in diverse lingue».

Camminare tra gli scaffali è anche un po’ guardare da vicino la cultura di Garibaldi. Ci sono le opere complete di Shakespeare e di Walter Scott, il viaggio a Capo di Buona Speranza del capitano Cook stampato a Parigi nel 1787, due edizioni della Bibbia in italiano e in inglese. E ancora la storia naturale in più volumi (botanica, mammiferi, insetti…) scritta dal divulgatore scientifico francese Louis Figuier, una preziosa edizione in inglese della storia navale e alcuni libri, con timbri particolari, che facevano parte della biblioteca «navigante» del generale, ospitata sul famoso Princess Olga, il panfilo personale. Molte le dediche di ammiratori e ammiratrici e tra queste un appassionato messaggio in romeno. Neppure un libro sulla massoneria (o su riti esoterici) di cui Garibaldi era stato gran maestro. Grazie ai segni d’uso, la ricerca di appunti, annotazioni e altri indizi nelle pagine, si tenta di capire quali libri l’Eroe dei due mondi lesse e assimilò nella sua cultura.

Dunque oltre ai libri e lle figure leggendarie , la colonna sonora del Risorgimento italiano riesce ancora ad intrattenerci per la sua profonda vitalità e per il  peso di quelle musiche e di quelle parole.

Pensiamo per esempio a Giuseppe Verdi e alle sue opere con quelle arie musicate  per dare voce  come ha scritto Gabriele d’Annunzio   “ alle speranze e ai lutti ,pianse e amò per tutti “.Il Presidente  Carlo Azeglio  Ciampi in occasione del centenario della morte di Verdi, aveva legato indissolubilmente la vita del musicista alla formazione di una nazione : “se l’Italia divenne una sola nazione  lo si deve anche a lui e alla forza del suo linguaggio musicale”

Giuseppe Verdi muore a Milano  domenica 27 gennaio  1901. Un dispaccio così ne annuncia la scomparsa : 27 Gennaio 1901, Domenica .  Alle ore 2,50 AM nella stanza 105 dell’Hotel et de Milan del capoluogo lombardo, vegliato da Teresa Stolz e fra gli altri dall’amico e librettista Giuseppe Giacosa, spira il Maestro Giuseppe Verdi .”.

Al funerale di Giuseppe Verdi  il silenzio assoluto. Perchè  anche il silenzio  insieme alle battute aveva fatto parte della sua musica. Era stata  la sua musica. Ma egli si avviava verso quell’altro rumoroso silenzio che per decenni  ha tenuto viva la sua memoria. Le arie da lui composte su testi diventati immediatamente popolari  hanno continuato a far sentire  le emozioni, i dolori, le gioie, di un popolo .La morte di Verdi  lo aveva portato oltre  in un luogo irraggiungibile come è la sua musica.

Quattro giorni di lutto ,attoniti e stupefatti quanti lo avevano conosciuto e ascoltato.  Ma chi era Giuseppe Verdi?   Era nato  nel 1813 , nel 1901 aveva 88 anni . La sua vita era stata l’Ottocento. La sua morte dava inizio al Novecento .  (1)

“VIVA VERDI!” Nel 1842 il Va, pensiero del Nabucco, atto di accusa degli “ VIVA  VERDI” ebrei contro la dominazione straniera, non poté che essere letto in chiave anti-austriaca. Il compositore della Messa di Requiem per il funerale di Manzoni fu sostenitore dei moti risorgimentali e sembra che durante l’occupazione austriaca la scritta “Viva V.E.R.D.I.” fosse letta come “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”. Il Cigno di Busseto fu parlamentare del Regno d’Italia (1861-1865), eletto come deputato nel Collegio di Borgo San Donnino (ora Fidenza) e, successivamente, senatore dal 1874.

Nella fase della maturità la cui massima espressione è la trilogia popolare rappresentata da Rigoletto (Venezia, 1851), Il trovatore (Roma, 1853) e La traviata (Venezia, 1853),  proprio Rigoletto diviene  opera per anni oggetto della censura austriaca. Per la prima volta, un buffone di corte, un emarginato è protagonista di un dramma e molte donne possono rispecchiarsi nella situazione di subalternità in cui versano i personaggi femminili..

Dunque il Va, pensiero del Nabucco e la Marcia trionfale dell’Aida .Scrive Simone Valtorta : “ Giuseppe Verdi con I Lombardi alla prima Crociata, Nabucco, Aida, Rigoletto, La battaglia di Legnano interpreta la passione patriottica degli Italiani e i suoi motivi saranno ben presto nell’orecchio di tutti, quasi a formare la «colonna sonora» dei fatti del 1848, eventi fondamentali del nostro Risorgimento: Verdi dà al Risorgimento i suoi slanci, i suoi ritmi, i suoi inni. Nelle sue opere liriche, il pubblico riconosce il tema del riscatto di un popolo dall’oppressione, soprattutto nei cori, che hanno un successo tale da venir cantati non solo nei teatri, ma anche nelle strade e nelle locande. Ancor oggi non c’è chi non abbia almeno una vaga reminiscenza di arie come il «Va’, pensiero» del Nabucco o la marcia trionfale dell’Aida. È vero, nelle strade, nei teatri e nei salotti si cantano e si suonano anche canzoni provenienti dal repertorio della Rivoluzione Francese, ancora vivo nella generazione nata all’inizio dell’Ottocento; Giuseppe Mazzini, in esilio, ama cantare accompagnandosi con la chitarra l’Inno dell’albero («Or che innalzato è l’albero / s’abbassino i tiranni, / da suoi superbi scanni / scenda la nobiltà»), e la Marsigliese conosce molti rifacimenti in italiano. È vivo anche il repertorio delle canzoni popolari. Tuttavia è il melodramma che ha un ruolo preponderante. E l’interprete principale del melodramma è Giuseppe Verdi!” (2)

E continua Simone Valtorta proprio a proposito del Nabucco : “è un’opera profondamente innervata nella storia italiana e, si potrebbe dire, «intrisa» nel legno della Scala, un vero e proprio «bene scaligero». Giuseppe Verdi la compone a ventinove anni, nel periodo più difficile della sua vita: a Milano vive in una stanza d’affitto, dando lezioni private per tirare avanti, spesso nutrendosi solo di una galletta inzuppata nell’acqua; una vita senza amici e senza prospettive verso il futuro. A convincerlo a scrivere ancora musica è l’impresario scaligero Merelli, che gli ficca in tasca, quasi di forza, il libretto del Nabucodonosor di Temistocle Solera, un’opera di soggetto biblico (in realtà, Merelli avrebbe scelto Otto Nikolay, un musicista viennese molto quotato, ma lui rifiuta con sdegno). Verdi racconterà più tardi che aveva intenzione di usare il libretto come carta straccia per accendere il fuoco: «Strada facendo, mi sentivo addosso un malessere indefinibile, una tristezza somma, un’ambascia che mi gonfiava il cuore. Mi rincasai, e con gesto quasi violento, gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi in piedi davanti. Il fascicolo, cadendo sul tavolo, si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava a me innanzi, e mi si affaccia questo verso: “Va’, pensiero, sull’ali dorate”». Il «Va’, pensiero» è stata, in effetti, la prima parte ad essere musicata: Verdi è un compositore da grande affresco, bisognoso di movimenti scenici di massa, che gli forniscano il pretesto ad ampi, gagliardi, unisoni cori; il lamento degli Ebrei che dal lontano esilio piangono la Patria perduta fa vibrare le sue più intime corde.”

L’anno dopo, il 1843, un’altra opera patriottica: I Lombardi alla prima Crociata (con un altro coro di patriottico rimpianto: «O Signore dal tetto natio»). Agli Italiani non sfugge il significato di questa nuova opera: Verdi invita il popolo italiano a preparare una Crociata contro lo straniero oppressore. E da quel momento, in pochi mesi, spartiti su spartiti, tanto che ormai il teatro lirico è solo Verdi, e lui stesso viene chiamato il «musicista del Risorgimento Italiano».Quando i Milanesi cacciano gli Austriaci da Milano e Carlo Alberto dichiara guerra all’Austria, il grande musicista compone La battaglia di Legnano (1849), unica opera in cui affronta in modo esplicito il tema patriottico. Verdi ha scelto questo argomento, perché in cuor suo si augura che il popolo italiano consegua sull’Austria la stessa grande vittoria che nel 1176 i Comuni Italiani ottennero a Legnano contro il Barbarossa. È un momento particolare: l’opera viene rappresentata la prima volta a Roma, dopo che il Papa è fuggito dalla città in mano ai rivoluzionari, rifugiandosi a Gaeta presso il Re Borbone, e scomunicando chi partecipa al governo romano ed alle elezioni per la Costituente che di lì a poco dichiarerà decaduto il potere temporale dei Papi. (3)

L’ Attila e La  battaglia  di  Legnano  testi rispettivamente  dei librettisti   Temistocle Solera  e  Salvatore Cammarano ,  a seguito di una serie di aggiunte e modifiche introdotte da Verdi  alla primitiva ispirazione  romantica privi   di   toni   politici,  diventano testi che   saranno   considerati   manifesti   delle   aspirazioni indipendentiste ed unitarie risorgimentali.

Musica lirica e popolare per l’unità d’Italia: Verdi, ma anche Rossini, Bellini, Mercadante; e poi le canzoni, da “La bella Gigogin” a “Addio mia bella addio”.

I temi del  Risorgimento si ritrovano dunque  anche in diverse opere di Gioachino Rossini come l’Italiana in Algeri e soprattutto nel Guglielmo Tell (1829) che racconta della Svizzera oppressa dal giogo asburgico e della ritrovata libertà dopo la cacciata dello straniero. Celebre il coro finale dove le voci crescono fino a ritrovarsi insieme e meravigliosamente armonizzate sulla parola “libertà”:

Tutto cangia, il ciel s’abbella, /l’aria è pura, il dì raggiante,/la natura è lieta anch’ella./Può allo sguardo un solo istante/or nuovo il mondo rivelare!/E in ogni cor pel santo evento/alzi un grido al ciel tonante:/Di tuo regno fia l’avvento/sulla terra libertà, o libertà.

Nella Norma di Vincenzo Bellini (1831) l’azione si svolge nelle Gallie, all’epoca della dominazione romana. Qui i druidi, guidati da Oroveso, da tempo tramano una rivolta contro Roma. Nel coro si inneggia all’odio per il nemico oppressore e al desiderio di libertà:

Druidi

Dell’aura tua profetica,/Terribil Dio, l’informa!/Sensi, o Irminsul, le inspira/D’odio ai Romani e d’ira,

Sensi che questa infrangano/Pace per noi mortal, sì!

Oroverso

Sì. Parlerà terribile/Da queste querce antiche,/Sgombre farà le Gallie/Dall’aquile nemiche,

E del suo scudo il suono,/Pari al fragor del tuono,/Nella città dei Cesari/Tremendo echeggerà!

Altro celebre canto è La bandiera dei tre colori, di cui esistono più versioni. Di quella più breve le parole si dice siano state scritte nel 1848 da Francesco Dall’Ongaro, patriota e poeta. La versione lunga, invece, è del 1859, su testo di anonimo.

La bandiera dei tre colori/è sempre stata la più bella,/noi vogliamo sempre quella,/noi vogliam la libertà.

Inno a Oberdan è un canto composto nella città di Trieste, scritto nel 1882 a seguito dell’impiccagione del triestino Guglielmo Oberdan, condannato per il suo proposito di attentare alla vita dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe.

Morte a Franz, viva Oberdan!/Morte a Franz, viva Oberdan!

Le bombe, le bombe all’Orsini,/il pugnale, il pugnale alla mano;/a morte l’austriaco sovrano,/noi vogliamo la libertà.

Morte a Franz, viva Oberdan!/Morte a Franz, viva Oberdan! (4)

 

Abbiamo solo  accennato  un percorso , tra le sonorità musicali che accompagnarono le imprese risorgimentali, centrato su tre aspetti : la lirica, la canzone popolare con connotati  patriottici e gli inni per ricordare lo  spirito dell’epoca.Ma anche per sottolineare il valore di testimonianza di un’arte ,il melodramma italiano in particolare , che conferma tutto il suo valore formativo, specialmente per i giovani ,perché  la formazione culturale, la fruizione artistica, la capacità di  ragionare per forme e sentire per sfumature, e la possibilità di acquisire una visione dell’uomo e del mondo è in queste opere suggerita dal singolarissimo incrocio di musica, testo e realtà scenica.

(1)Giuseppe Verdi, come ogni anno anche quell’anno aveva raggiunto Milano per trascorrervi l’inverno. Dopo un malore, spirò dopo sei giorni di agonia. Il Maestro lasciò istruzioni per i suoi funerali: si sarebbero dovuti svolgere all’alba o al tramonto, senza sfarzo né musica. Tuttavia non meno di centomila persone seguirono in silenzio il feretro (a quei tempi gli abitanti di Milano erano poco più di cinquecentomila). Per dare l’ultimo saluto al grande compositore, i milanesi si ammassarono sugli alberi, sui cornicioni degli edifici e persino sui tetti.Nei giorni che precedettero la morte di Verdi, via Manzoni e le strade circostanti vennero cosparse di paglia affinché lo scalpitio dei cavalli e il rumore delle carrozze non ne disturbassero il riposo.

(2) http://www.storico.org/risorgimento_italiano/giuseppe_verdi.html

(3)idem http://www.storico.org/risorgimento_italiano/giuseppe_verdi.html Simone Valtorta Giuseppe Verdi, il «cantore» d’Italia

(4)  Fonte : Chiara Ferrari, coautrice del documentario Cantacronache, 1958-1962. Politica e protesta in musica, autrice di Politica e protesta in musica. Da Cantacronache a Ivano Fossati, edizioni Unicopli  in

https://www.patriaindipendente.it/terza-pagina/pentagramma/cangia-ciel-sabbella-risorgimento-cantato/

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