QUANDO LA STORIA FA RETROMARCIA DI VALTER MARCONE
Redazione- Lo aveva detto Donald Trump. Lo ha confermato Joe Biden. Non ha senso per l’America continuare a restare in Afganistan nel mezzo di una guerra civile. Kabul come Saigon? Anche allora gli Stati Uniti d’America abbandonarono il Vietnam quasi precipitosamente . Un confronto che davanti agli avvenimenti di questo mese d’agosto in Afghanistan si fa stringente e viene ripreso con frequenza.
Ma la vera icona di questa “ fuga da Kabul “ è sicuramente la scena delle stampelle di “Viaggio a Kandahar” un film che ci segnò tutti, un racconto dell’Afghanistan in mano ai talebani. Uscì nelle sale nel 2001, prima dell’11 settembre.
Come pure per capire probabilmente quello che sta avvenendo possiamo ricorrere a documenti come un articolo di Ugo Tramballi sul suo Blog in cui racconta la ritirata dei russi da Kabul . “Il governo ti invita ad assistere al ridispiegamento del nostro contingente in Afghanistan”, mi disse al telefono il butterato Pichomkin al desk italiano del ministero degli Esteri, sulla Smolenskaja. Il “ridispiegamento” era un vero ritiro e il “contingente” erano i 115mila uomini dell’OKSVA, l’acronimo russo di Contingente Limitato delle Forze Sovietiche in Afghanistan: cioè la 40^ Armata, la storica 40-y Obshchevoyskovaya Armiya caricatasi di gloria contro i nazisti sul Dniepr e a Kursk. Nel 1979 era stata ricostituita per soccorrere il regime comunista di Kabul, incapace di resistere alla rivolta islamista del mujaheddin. In quell’estate del 1988 la 40^ iniziava la sua ritirata.” Accettai l’invito con evidente entusiasmo.” (1 )
Oppure per capire cosa facevano Gino Strada e Ettore Mo in Afghanistan , se volete vedere il vero Massoud allora cercate Jung – nella terra dei mujaheddin il documentario girato vent’anni fa da Fabrizio Lazzaretti e Alberto Vendemmiati. Lo trovate su RaiPlay.
O ancora quel film con Brad Pitt di qualche anno fa (“War Machine” ora è sul catalogo di Netflix) sulla storia del generale (Mc Chrystall) che Obama incaricò e poi licenziò per chiudere la guerra infinita in Afghanistan. Una storia tra commedia e dramma, ma ci sono scene rivelatrici del disastro che ci aspettava. Una storia che viene raccontata anche sulle pagine di Repubblica. Una storia che fa venire in mente una domanda e se il generale Mc Chrustall avesse portato a termine la sua missione. Era un uomo pratico , si sedeva per terra a magiare con le mani alla tavola dei capi tribù. Facena decine di chilometri al giorno di jogging e mangiava una sola volta al giorno, la sera. Ebbe la sventura di permettere ad una troupe di assistere al suo lavoro e il tono del reportage che ne scaturì non piacque tanto che Obama gli chiese le dimissioni ,date prontamente perché Mc Chrystall era un servitore del paese , veniva da una famiglia di militari e anche la consorte era militare.
Poi ci sono stati questi venti anni e prima a Kandahar la morte del fotoreporter della Reuters ucciso ancora dai talebani,e poi attorno all’aeroporto di Kabul il massacro con alcuni attentati bomba da parte del ramo afgano dell’isis (in realtà con salde radici pakistane) che si chiama isis-k che sta per khorasan intesa come Asia centrale.
Scrive l’Ansa del 27 agosto in un reportage di Benedetta Guerrera : “Sale ad almeno 170 morti e 200 feriti il bilancio dell’attacco a Kabul. Sarebbe stato uno solo l’attentatore suicida nelle due esplosioni. Gli Usa temono altri attacchi terroristici con autobomba e razzi contro l’aeroporto durante le operazioni di evacuazione. Sono ancora 5.400 le persone che attendono di essere portate via. Biden pensa a droni e missili come rappresaglia contro l’Isis-K. L’Onu stima fino a mezzo milione di rifugiati afghani entro il 2021. Al confine con il Pakistan ‘afflusso senza precedenti’. Tra le vittime anche 13 soldati americani” (…)Le forze statunitensi si preparano ad altri attacchi terroristici da parte dell’Isis che potrebbero includere l’uso di autobomba e razzi contro l’aeroporto di Kabul mentre continuano le operazioni di evacuazione americane: lo ha detto il capo del comando centrale, Kenneth McKenzie. “Crediamo che vogliano continuare quegli attacchi e ci aspettiamo che quegli attacchi continuino”, ha sottolineato McKenzie riferendosi all’Isis, secondo quanto riporta il Washington Post.Il capo del comando centrale statunitense, Kenneth McKenzie, ha affermato che Washington è pronta alla rappresaglia contro gli autori dell’attacco, nel quale ha detto di non ravvisare una complicità dei Talebani. Secondo le ricostruzioni, si è trattato di un attacco “complesso” nella zona dell’Abbey Gate, area controllata dalle truppe Usa e britanniche dove, in quel momento, erano ammassate almeno 5.000 persone in attesa di conoscere il proprio destino.” ( 2 )
Venti anni dunque e sembra che la storia sia tornata indietro . Il punto di faglia vero sarà il 31 agosto e quello che succederà dentro e fuori l’aeroporto di Kabul. Una data fissata già da tempo negli accordi Doha. L’accordo è stato sottoscritto il 29 febbraio 2020 a Doha, Qatar, dall’Amministrazione Trump e i talebani. L’amministrazione americana e i talebani hanno conco0rdato che in cambio del ritiro americano i talebani accettino tre condizioni: dichiarare un cessate il fuoco – quindi sospendere gli attacchi contro le forze del governo centrale di Kabul –, impedire che i gruppi terroristi usino l’Afghanistan come una piattaforma per lanciare attacchi all’estero (come fecero l’11 settembre 2001) e prendere anche accordi direttamente al governo di Kabul, cosa che fino a quel momento avevano evitato di fare perché consideravano il presidente Ashraf Ghani e i suoi ministri . Di seguito a questo accordo gli Stati Uniti avrebbero ritirata dall’Afghanistan dei 2.500 soldati americani .
Accordi comunque che erano da tempo nell’aria perché Biden nel prendere atto della situazione e procedere al ritiro entro il 31 agosto non ha fatto altro che tener fede ad un proposito dell’amministrazione americana. Che già dai tempi di Obama aveva ipotizzato una possibilità del genere anche se il presidente Obama si era fatto convincere dai generali a rafforzare il contingente in quel paese per ragioni di sicurezza . decisione alla quale lo stesso Joe Biden, allora vice presidente si era opposto .
Un ritiro dunque anche delle forze alleate Nato entro il 31 agosto come spiega in una intervista al Tg1 Rai Stefano Pontecorvo, rappresentante civile Nato all’aeroporto di Kabul. “Ora l’aeroporto è diventato più difficile per il solo fatto che abbiamo il sovraffollamento dell’aeroporto stesso cercando di far entrare, ciascun paese, i propri collaboratori afghani. Ci sono ventimila uomini e donne fuori dai cancelli ed molto difficile per loro farli passare”Si è parlato nelle scorse ore di ipotesi di missioni dei singoli paesi, americani in testa, per andare a prendere le persone che sono sulle loro liste fuori dall’aeroporto .“È molto difficile, è molto pericoloso. Non si vuole far male alla gente”
Un ritiro dopo venti anni durante i quali quella “ esportazione della democrazia” che sembra essere fallita tutta d’un colpo davanti alle scene dell’aeroporto di Kabul ha comunque dato qualche risultato soprattutto grazie a uomini come Gino Strada e ai suoi medici e ospedali, alle organizzazioni umanitarie non governative , alle associazioni . Un lavoro che ha consentito ad un popolo di permettere alle donne di studiare e di lavorare, di organizzare rapporti e relazioni non solo dettati dalla legge coranica ma anche da modelli diversi che hanno agito come confronto e raffronto . Venti anni in cui sono state dispiegate forze umane e finanziare per aiutare un popolo a trovare la sua strada e che in questo momento non può essere abbandonato al suo destino .
Tanto che uno studio condotto da Jason W. Davidson, della Brown University, dal titolo The Costs of War to United States Allies Since 9/11, rivela quali sono stati fin ora i costi sostenuti dagli Alleati in termini di personale sul campo, morti, spese e investimenti, nei due conflitti scaturiti dagli eventi dell’11 settembre. Anche l’Italia ha sostenuto questi costi.
Scrive Michele Manfrin raccontando su Indipendente.it : “ Dal documento possiamo leggere che l’Italia ha inviato in Afghanistan 3.770 soldati registrando, tra il 2001 e il 2017, 48 morti. Se guardiamo le spese accorse in questi venti anni di conflitto, il nostro paese ha speso quasi 10 miliardi di dollari, destinandovi il 32% di risorse annue della Difesa. In più, quasi 1 miliardo è stato destinato ad investimenti diretti. Nel contempo si è combattuta anche la guerra all’Iraq (2003-2011) dove abbiamo mandato circa 3.000 soldati, contando 33 perdite. La spesa per questa guerra è stata di 3 miliardi di dollari, destinandovi il 10% della spesa militare annua. Gli investimenti diretti sono stati pari a 2,1 miliardi di dollari. Dunque, negli anni in cui le due guerre si sono sovrapposte l’Italia ha destino quasi la metà della propria spesa militare annua a questi due conflitti, spendendo una cifra che si aggira sui 13 miliardi di dollari, più investimenti diretti per 3,1 miliardi. Nel complesso, i paesi NATO hanno speso in Afghanistan, tra il 2001 e il 2018, quasi 1.000 miliardi di dollari e prodotto circa 50 miliardi di dollari in investimenti diretti. In Iraq, NATO e altri alleati hanno affrontato un costo di circa 770 miliardi di dollari con altrettanti 50 miliardi di dollari di investimenti stranieri diretti nel paese.
Nonostante questi numeri, possiamo vedere quale sia il prodotto di queste due guerre. La Seconda Guerra del Golfo è terminata nel 2011 dopo otto anni di devastazione ma la regione è tutt’altro che appacificata. La guerra all’Afghanistan, che dura da vent’anni, non si è certi che finisca nonostante annunci e proclami. (3 )
Vent’anni dopo l’invasione statunitense, Kabul è tornata nelle mani dei talebani, sul palazzo presidenziale sventola, la bandiera bianca con la shahada in nero, simbolo dell’Emirato, e in rete già circolano le fotografie che ci riportano a Saigon nel 1975 al momento dell’evacuazione del corpo diplomatico statunitense, dal tetto dell’ambasciata appunto.
In molti lo avevano previsto, alcuni auspicato, ma nessuno credeva che la presa di Kabul da parte dei talebani sarebbe stata così veloce. Gli ultimi report delle intelligence occidentali avevano ipotizzato sei mesi e invece dal ritiro dei militari in missione per conto della Nato ne sono trascorsi soltanto tre. L’avanzata “degli studenti”, dalle province alla capitale, è stata fulminea. Eppure quei report, agli occhi di Joe Biden sono passati inosservati. In una discussione question time dell’8 luglio riportata dal sito della Casa Bianca, parlando del piano di “exit strategy” dei soldati statunitensi, il presidente democratico spiegava che il ritorno dei talebani non era un processo ineluttabile: «i 300mila soldati afghani sono addestrati – ben addestrati come qualsiasi esercito al mondo – e posseggono una forza aerea contro qualcosa come 75mila talebani». E alla domanda in cui si tracciava un parallelismo col Vietnam replicava così: «non vedremo in nessun modo il personale diplomatico sollevato dal tetto della nostra ambasciata». Un mese dopo queste dichiarazioni, la storia è un’altra.
Sebastiano Caputo su Indipendente. Online scrive : “il destino dell’Afghanistan era stato già scritto a Doha negli accordi di pace firmati il 29 febbraio del 2020 tra gli Stati Uniti e la delegazione dei talebani. In cambio del ritiro delle truppe straniere, Zalmay Khalilzad, delegato dell’amministrazione Trump chiedeva al Mullah Baradar l’impegno di questi ultimi a rinunciare a ogni legame con il jihadismo transnazionale. In sintesi, già un anno e mezzo fa, la Casa Bianca voltava le spalle al governo di Kabul – che ha sempre chiesto di sedersi al tavolo delle trattative -, legittimava politicamente Muhammad Yaqoob, figlio del Mullah Omar, l’Emiro che governò il Paese dal 1996 al 2001, e apriva il terreno al loro riconoscimento internazionale. Quella è la causa profonda che racconta le immagini, alcune strazianti, che stiamo vedendo in mondovisione. Altrimenti non si spiegherebbe come i talebani siano riusciti in cosi poco tempo a conquistare provincia dopo provincia, città dopo città, senza quasi sparare un colpo. I famosi 300mila soldati afghani addestrati in questi vent’anni si sono sentiti abbandonati, e di fronte all’avanzata dei talebani, hanno preferito disertare, così come il governo di Kabul non appena questi hanno accerchiato la capitale.
Se dunque la storia è un cimitero di aristocrazie, l’Afghanistan torna ad essere la tomba degli Imperi. Vent’anni dopo, gli Stati Uniti lo hanno dovuto accettare, insieme alle conseguenze devastanti in termini di credibilità internazionale. Per i governi alleati, per gli Stati membri della Nato. Ma il rischio è anche calcolato, perché il ritiro voluto da Donald Trump, approvato da Joe Biden può essere perfettamente funzionale a un’altra strategia. Il ritorno all’ordine talebano può diventare una pistola puntata contro la Cina (confini dello Xinjiang musulmano), l’Iran (rivalità ideologica e religiosa) e la Russia (retaggio storico), dunque un fattore di instabilità. Al momento tutti sono seduti al tavolo, il domani è quanto mai incerto. Questa è la scommessa della Casa Bianca. (4 )
La storia ha dunque fatto marcia indietro . Scrive Ezio Mauro : “«Più che augurabili ma striminziti corridoi, dovremmo a questo punto spalancare smisurati varchi di salvezza a chiunque dall’Afghanistan cerchi un luogo dove esercitare con un minimo di coerenza quei valori che siamo stati capaci di proclamare ma non di difendere» Su queste affermazioni Marino Sinibaldi dice : “a venti anni di distanza appaiono inoppugnabili le obiezioni di chi fin dall’inizio aveva previsto o paventato esattamente l’esito che abbiamo sotto gli occhi. (E per essere ancora più chiari o didascalici: bisognava leggere di più Tiziano Terzani, ascoltare di più Gino Strada per capire, e magari cambiare). Ma solo un senso di futile rivincita o di egoismo ideologico può esentare questa parte dall’affrontare la contraddizione evidente di non poter accettare la fine di quello che non si voleva iniziasse. Magari c’è qualche tratto di generosità nel riconoscere che il Male (l’intervento) può generare un piccolo Bene (il tesoretto di nuovi diritti e libertà) che a questo punto varrebbe la pena di difendere a tutti i costi. Ma la contraddizione, o almeno il paradosso, rimane palese. E destinato a replicarsi come è già avvenuto nel fronte variamente pacifista (chiamiamolo così), ogni volta che si trova di fronte al nodo della diffusione/imposizione/esportazione di diritti e valori nei quali non possiamo non riconoscere l’unico terreno possibile per una umanità minimamente libera, uguale e solidale. Ma con il rischio di un neocolonialismo sempre in agguato e sempre temuto.” ( …) E continua Marino Sinibaldi, ora c’è una sfida da affrontare: Dove? “anzitutto qui tra noi, nel dibattito civile e nelle decisioni politiche che ci appartengono. A iniziare da due elementi – uno più astratto e apparentemente procedurale, l’altro dal valore pratico almeno pari a quello ideale – dai quali dovrebbe cominciare un possibile alfabeto dell’Occidente non come impero bensì come civiltà: autocritica e accoglienza.”
I due elementi per Sinibaldi sono : “L’autocritica ( che ) non è l’ammissione di colpa davanti a un confessionale, un tribunale o un comitato centrale. È il prodotto di un pensiero e di un modello di pubblica discussione che può consentirci di ammettere limiti ed errori senza finire al patibolo o in esilio – e per questa ragione è in grado, quei limiti e quegli errori, di affrontarli e forse superarli” ( …) e “l’accoglienza è un valore più semplice da definire ma più difficile da praticare. Non c’è bisogno di indicarlo come l’unico possibile riscatto dall’orrore coloniale (secondo quanto propone impegnativamente Suketu Mehata). Ma certo in questo momento deve manifestarsi anche come accettazione della responsabilità verso le conseguenze della guerra, che in misura diversa appartiene a tutti (a chi ha pervicacemente voluto la sciagurata avventura afghana magari in misura maggiore – ma non possiamo consentirci ingenerosità proprio adesso).”
Venti anni dopo. Permettere alla storia di tornare indietro significa, venti anni dopo . “Nulla sarà più come prima”: il mantra che diffonde un alone di speranza intorno ai grandi drammi, l’11 settembre, la crisi economica, la pandemia, trova l’ennesima clamorosa smentita poco prima del ventesimo anniversario dell’attacco all’America condotto dai terroristi di al Qaida. Vent’anni dopo, l’Afghanistan si ritrova alla casella di partenza, con i talebani al potere – le novità sono Ray-Ban e social, oltre ad armi più letali; le costanti sono la sharia e le barbe – e decine di migliaia d’afghani impegnati a eliminare i loro profili dalle piattaforme digitali, per allontanare da sé i sospetti di collaborazione con gli invasori e cancellare le prove di condiscendenze occidentali.”(….) “Gli Usa – scrive Fawaz A. Gerges sulWashington Post – devono resistere alla tentazione di sparare prima e fare domande dopo … Questa è stata la ricetta per il disastro in Vietnam, Iraq, Afghanistan e non solo … I nostri leader devono liberarsi di un impulso crociato e di un complesso di superiorità morale negli affari internazionali che ha fatto più male che bene alla nazione” e che “ha alimentato il terrorismo che voleva distruggere”. La nuova priorità è “l’obbligo morale” nei confronti di rifugiati afghani, che l’Europa, in realtà, al di là delle parole, fatica a sentire e a tradurre in pratica: ancora una volta, è più facile alzare muri – lo fanno Turchia e Grecia -, pur avendo contribuito a distruggere i ponti dietro alla gente in fuga.” ( 5 )
Ma vent’anni dopo gli Stati Uniti d’America cercano di uscire fuori dal pantano perché non hanno più la forza di fare i poliziotti del mondo. E non hanno alcuna intenzione di rimanere impantanati sia Russia che Cina che pure nell’immediata presa del potere da parte dei Talebani avevano mostrato qualche accondiscendenza, specialmente la Cina con i suoi contratti miliardari per il commercio,per esempio delle terre rare, di cui le miniere dell’Afghanistan sono ricche.
Abbandonare l’Afghanistan non significa lasciare soli gli afghani per cui questi venti anni vanno capitalizzati .Lo dice bene Mario Draghi : “”Non dobbiamo illuderci: le ragazze e le donne afghane sono sul punto di perdere la loro libertà e la loro dignità, di tornare alla triste condizione in cui si trovavano vent’anni fa”. Lo dice in un messaggio in occasione dell’apertura del G20 Conference on Women’s Empowerment a Santa Margherita Ligure. “Rischiano di diventare ancora una volta cittadine di seconda classe, vittime di violenza e di discriminazioni sistematiche, soltanto per il fatto di essere donne”. “Il G20 -sottolinea il presidente del Consiglio- deve fare tutto il possibile per garantire che le donne afghane mantengano le loro libertà e i loro diritti fondamentali, in particolare il diritto all’istruzione. Le conquiste raggiunte negli ultimi vent’anni devono essere preservate”.”In quanto paesi del G20, abbiamo degli obblighi non soltanto nei confronti dei nostri cittadini, ma anche nei confronti della comunità globale. Dobbiamo difendere i diritti delle donne ovunque nel mondo, soprattutto dove esse sono minacciate”. “La giornata di oggi segna la prima conferenza sulla parità di genere nella storia del G20. Sono molto orgoglioso che si svolga sotto la Presidenza italiana e ringrazio la Ministra Bonetti per l’eccellente lavoro preparatorio svolto”. “L’Italia è pienamente impegnata nella lotta contro le disuguaglianze di genere e riteniamo che il G20 possa svolgere un ruolo fondamentale nel sostenere le donne in tutto il mondo. Durante la Presidenza italiana, abbiamo adottato misure concrete per migliorare la posizione delle donne nel mondo del lavoro, promuovere la loro emancipazione e rimuovere gli ostacoli che frenano le loro carriere”. (6)
( 4) https://www.lindipendente.online/2021/08/16/afghanistan-linevitabile-fallimento-dellimpero-usa/
