“ INCLUSIONE : LA SFIDA QUOTIDIANA ITALIANA “ – DOTT.SSA ROBERTA FAMELI
Redazione- In Italia parlare di inclusione significa inevitabilmente guardare a una storia che ha segnato in profondità il nostro sistema educativo. Nel 1977, con la legge 517, furono abolite le classi speciali: una scelta che allora apparve rivoluzionaria, quasi controcorrente, ma che portò la scuola italiana a distinguersi nel panorama internazionale per coraggio e visione. Non più percorsi paralleli per gli alunni con disabilità, ma un’unica scuola, per tutti. Un’idea di comunità che, ancora oggi, resta un punto di riferimento per molti Paesi europei.
Eppure, a distanza di quasi cinquant’anni, la domanda non è scomparsa: cosa significa davvero inclusione? È un’esperienza viva nei corridoi, nei gesti quotidiani, o rischia di restare confinata nelle pagine di documenti ufficiali? La risposta non è mai univoca. Da un lato, il quadro normativo italiano è tra i più avanzati d’Europa; dall’altro, la realtà quotidiana racconta fatiche, discontinuità e resistenze culturali che limitano la portata di quei principi.
Basta guardare al percorso legislativo: la legge 104 del 1992, che ha introdotto il Piano Educativo Individualizzato, la 170 del 2010 sui disturbi specifici dell’apprendimento, il decreto 66 del 2017 che ha riorganizzato l’intero sistema del sostegno. È un impianto normativo che, sulla carta, non ha eguali. Ma la distanza tra teoria e pratica si misura ogni anno, quando i buoni propositi si scontrano con burocrazia, organici insufficienti e classi sovraffollate.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni. All’inizio dell’anno scolastico 2024/25 oltre 80.000 posti di sostegno risultavano vacanti. Migliaia di studenti hanno dovuto attendere settimane per incontrare il proprio docente di riferimento, con effetti che non si possono ridurre a un ritardo organizzativo: dietro c’è la serenità di famiglie intere e il diritto all’istruzione di tanti ragazzi. L’ISTAT ha stimato che il 40% delle famiglie con figli disabili lamenta gravi mancanze di continuità didattica. Ogni settembre, insomma, è come ricominciare daccapo, mentre la stabilità dovrebbe essere il primo pilastro di una scuola inclusiva.
Eppure la scuola italiana non resta ferma. Ci sono istituti che sperimentano forme di tutoraggio tra pari, dove gli studenti stessi diventano parte attiva di un processo di inclusione condivisa. Altri hanno utilizzato i fondi del PNRR per introdurre ambienti di apprendimento collaborativi, software di sintesi vocale, strumenti di intelligenza artificiale capaci di adattare i testi. Sono soluzioni parziali, certo, ma mostrano una vitalità che resiste anche nelle difficoltà. La tecnologia, tuttavia, non è mai sufficiente da sola: può aiutare, ma non sostituire il legame umano che resta la vera chiave del processo educativo.
L’inclusione non è una questione di mezzi, ma di sguardo. Non consiste nell’adattare lo studente al contesto, ma nel trasformare la scuola perché sappia accogliere la differenza come valore. È un cambio di paradigma che sposta l’attenzione dal deficit alla persona, dal limite al contesto, dall’isolamento alla relazione. Una prospettiva che non si costruisce con un atto individuale, ma con un impegno collettivo.
Qui emerge un altro nodo: troppo spesso l’inclusione viene delegata al docente di sostegno, come se fosse una responsabilità isolata. Ma senza il coinvolgimento reale dei docenti curricolari, l’inclusione rischia di restare una parola vuota, confinata in pratiche frammentarie. Per questo la formazione degli insegnanti non può ridursi a corsi lampo o a sigle da aggiornamento: servono comunità professionali, spazi di confronto autentico, momenti in cui i docenti possano imparare l’uno dall’altro.
Resistenze e ostacoli non mancano. Le classi numerose, la precarietà degli organici, le rigidità organizzative pesano come macigni. Ma il cammino appare irreversibile. Inclusione non significa uniformare, ma permettere a ciascuno di esprimere il proprio potenziale. È un processo democratico, complesso e continuo, che richiede coraggio e responsabilità.
Lo ricordava bene Don Milani: non c’è nulla di più ingiusto che trattare da uguali situazioni che uguali non sono. E l’inclusione scolastica si misura proprio qui: nella capacità di dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno, senza trasformare le differenze in etichette, senza ridurre i documenti ufficiali a meri adempimenti burocratici. È uno sforzo che non vive nei palazzi ministeriali, ma tra i banchi, nei corridoi, nelle piccole attenzioni quotidiane.
Il futuro dell’inclusione non dipenderà da una nuova legge o da un regolamento aggiornato, ma da quello che accade ogni giorno nelle scuole. È lì che il sistema educativo gioca la sua credibilità: nello sguardo che incoraggia, nella mano che si tende, nella classe che riesce a diventare comunità.
Includere, oggi più che mai, non significa aggiungere un tassello straordinario. Significa restituire alla scuola la sua funzione originaria: essere un luogo profondamente umano, capace di costruire appartenenza, cittadinanza e democrazia. Non solo per chi porta una certificazione, ma per tutti. Perché ogni volta che una fragilità diventa occasione di crescita comune, la scuola dimostra di essere all’altezza della sua missione più alta.
