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” IL DOTTORE DELLA CHIESA: TOMMASO D’AQUINO ” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO

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Redazione-  Tommaso d’Aquino, assieme ad Aristotele, ha influenzato i più grandi pensatori e pontefici. Fra questi ultimi, in particolare papa Giovanni Paolo II, il quale nella Lettera Enciclica “Laborem exercens”, rifacendosi agli scritti dell’Aquinate, scrisse che il lavoro è un bene dell’uomo, è un bene della sua umanità, perché attraverso il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma realizza se stesso come uomo e in un certo senso “diventa più uomo”.

Anche Giorgio La Pira maturò attraverso gli studi tomistici l’idea della politica intesa quale strumento ed azione per affermare il bene comune”. Di San Tommaso, in particolare, sposò oltre il pensiero teologico anche quello giuridico. Da San Tommaso La Pira imparò anche che l’uomo NON è un mezzo ma è un fine; la società NON è un mezzo ma un fine.

Di contro oggi siamo quasi tutti divenuti un mezzo, uno strumento per l’arricchimento di pochi, al servizio di pochi. Giuseppe Giusti scrisse in “Sant’Ambrogio”: “strumenti ciechi d’occhiuta rapina che lor non tocca e che forse non sanno …”

Poco prima di morire, 7 marzo del 1274, Tommaso interruppe di scrivere, lasciando incompiuta la “Summa”. A chi insisteva perché completasse i suoi scritti ebbe a dire: “Paglia è tutto ciò che ho scritto”. Era in quel momento tutto proteso a prepararsi all’incontro con Dio.

Fu canonizzato ad Avignone nel 1323 da papa Giovanni XXII con la bolla “Redemptionem misit” e proclamato dottore della Chiesa nel 1567.

La data della sua commemorazione liturgica ricorre il 28 gennaio, giorno della traslazione delle sue reliquie alla città di Tolosa.

Tommaso non fu soltanto un grande pensatore, ma un uomo di preghiera, un uomo umile e sapiente insieme. Al rigore della sua ricerca seppe unire una tenera devozione al Cristo crocifisso e un dialogo incessante con lui.

E’ stato definito “Il più dotto dei santi e il più santo dei dotti ”. Con san Bonaventura è stato il più grande pensatore cristiano del XIII secolo e ha lasciato in eredità alla Chiesa la sua riflessione teologica in opere di grande profondità: la “Catena aurea”, la “Summa contra gentiles”, la “Summa Theologiae”, sintesi creativa e originale del suo pensiero.

La particolarità di Tommaso sta soprattutto nel modo in cui ha espresso la fede della Chiesa nella cultura del tempo, partendo dalla Scrittura e dai Padri della Chiesa e accogliendo la riscoperta del pensiero aristotelico, tradotto e commentato da Averroè nel Medioevo. Si deve infatti agli Arabi e a Federico II di Svevia il recupero di molti testi degli antichi Greci, che erano andati perduti, incendiati durante le scorrerie barbariche alla fine dell’Impero Romano d’Occidente.

Nacque dai conti d’Aquino nel castello di Roccasecca, vicino Napoli, nel 1226. Ricevette la prima formazione nell’Abbazia di Montecassino, dove fu condotto ancora bambino dai genitori. Continuò gli studi a Napoli, dove conobbe alcuni scritti di Aristotele, di cui intuì il grande valore. A Napoli l’imperatore Federico II di Svevia, lo “stupor mundi”, aveva fondato nel 1224 l’attuale Università Federiciana, allora Studium generale, prima università laica.

A 18 anni entrò nell’Ordine mendicante dei frati predicatori, “catturato” dal carisma di san Domenico: “Proclamare la Parola di Dio ardentemente contemplata, solennemente celebrata e scientificamente indagata”.

Perfezionò gli studi a Parigi e a Colonia, avendo come maestro Alberto Magno. Divenuto a sua volta magister in teologia a 31 anni, si fece difensore della libertà dei religiosi dediti al servizio della Chiesa universale e fu stimato maestro sapiente sia all’università Sorbona di Parigi, sia a Bologna, Roma e Napoli.

Se Agostino di Ippona aveva declinato la filosofia di Platone in chiave cristiana, Tommaso portò a compimento un’operazione simile con il filosofo Aristotele.

La filosofia tomistica si basa sulla conciliabilità di fede e ragione e non sulla loro contraddizione. Per Tommaso d’Aquino l’uomo conosce il mondo attraverso la ricerca filosofica, fondata sulla ragione. Tale conoscenza tuttavia è priva di errori solo se supportata dalla rivelazione divina. Pertanto la fede non si sostituisce alla ragione ma la eleva alla certezza e alla perfezione.

L’opera filosofica e teologica di San Tommaso ha prestato un grande servizio a tutta la Chiesa. Giovanni Paolo II, in diverse occasioni, ha espresso la gratitudine e la riconoscenza che gli sono dovute e, come avevano fatto i suoi predecessori, ha invitato quanti coltivano le scienze sacre e altri studiosi, a volgere l’attenzione al solido e sicuro tracciato dell’Aquinate.

Giovanni Paolo II ha sottolineato più volte l’attualità della dottrina di San Tommaso apportando, con accenti nuovi e adeguati alle nostre circostanze culturali, un insieme di ragioni filosofiche e teologiche che rinnovano e arricchiscono la riconoscenza con cui la Chiesa ha accolto il pensiero del Dottore Angelico e mettendo in pratica le disposizioni del Concilio vaticano II.

Già nel 1979 il Pontefice diceva : «Le parole del Concilio sono chiare: nello stretto collegamento col patrimonio culturale del passato, e in particolare col pensiero di San Tommaso, i Padri hanno visto un elemento fondamentale per un’adeguata formazione del clero e della gioventù cristiana e quindi, in prospettiva, una condizione necessaria per il vagheggiato rinnovamento della Chiesa”.

Una delle caratteristiche per cui la filosofia di San Tommaso merita attento studio ed accettazione convinta è, secondo Giovanni Paolo II, il «suo spirito di apertura e di universalismo, caratteristiche che è difficile trovare in molte correnti del pensiero contemporaneo. Si tratta dell’apertura all’insieme della realtà in tutte le sue parti e dimensioni, senza riduzioni o particolarismi (senza assolutizzazioni di aspetti singoli), così come è richiesto dall’intelligenza in nome della verità obiettiva ed integrale, concernente la realtà».

Del resto Tommaso visse nel Medioevo, caratterizzato da vari aspetti, spesso in contrasto

tra loro, che più che riflettere la realtà, rispecchiavano le aspirazioni dominanti e costituivano una “proiezione rovesciata della realtà effettiva”, fra essi l’universalismo.

L’uomo del Medio Evo avvertiva profondamente il rapporto col soprannaturale per cui il mondo sensibile-visibile era permeato di spirituale ed era sempre posto a confronto con quello invisibile. Il mondo terreno era considerato il segno e il riflesso del mondo spirituale. L’intera natura appariva come un libro scritto da Dio, che manifestava attraverso i fenomeni e le creature sensibili i segni della sua volontà. La stessa concezione del tempo, come scrisse lo storico francese Le Goff, era escatologica, ovvero il tempo orientato da Dio. Il tempo, non solo nella realtà ma anche nella vita individuale, coincideva con la creazione, l’incarnazione e il giudizio finale.

Anche in Dante non si scorge contrapposizione fra passato e presente. Il passato è visto ed interpretato in funzione del presente. Ovvero tutta la civiltà pre-cristiana era reinterpretata alla luce del Cristianesimo.

L’Aquinate manifestò nelle sue opere un atteggiamento di “grande rispetto (…) per il mondo visibile, quale opera, e quindi vestigio e immagine di Dio Creatore”, un “vivissimo senso di fedeltà alla verità, che può anche dirsi realismo. Fedeltà alla voce delle cose create, per costruire l’edificio della filosofia; fedeltà alla voce della Chiesa, per costruire l’edificio della teologia”.

Tale apertura alla realtà intera, necessaria nella nostra epoca in cui abbondano le visioni riduzioniste dell’uomo, “ha il suo fondamento e la sua sorgente nel fatto che la filosofia di San Tommaso è filosofia dell’essere, cioè dell’actus essendi”. “Questa filosofia – dice papa Giovanni Paolo II – “potrebbe essere addirittura chiamata filosofia della proclamazione dell’essere, il canto in onore dell’esistente”.

La filosofia di San Tommaso si distingue per la sua capacità di accogliere e di affermare “tutto ciò che appare dinanzi all’intelletto umano (il dato di esperienza, nel senso più largo) come esistente, determinato in tutta la ricchezza inesauribile del suo contenuto; essa si caratterizza, in particolare, per la sua capacità di accogliere e di affermare quell’essere, che è in grado di conoscere se stesso, di meravigliarsi in sé e soprattutto di decidere di sé, e di forgiare la propria irripetibile storia …». La libertà.

Con lo sguardo rivolto al progresso scientifico del nostro secolo, papa Wojtyla ha affermato che proprio a causa della fedeltà alla voce dell’essere, San Tommaso può essere considerato “un autentico pioniere del moderno realismo scientifico, che fa parlare le cose, mediante l’esperimento empirico, anche se il suo interesse si limita a farle parlare dal punto di vista filosofico“. Con queste parole, Giovanni Paolo II ha teso un ponte tra scienze e filosofia per superare le reciproche incomprensioni, andando alla radice comune a entrambi i tipi di sapere: il realismo.

Il discorso razionale e scientifico che segue la “logica dell’essere” è particolarmente necessario oggi “quando da molte parti si lamenta giustamente la mancanza di comunicazione tra le varie scienze e la perdita dell’unità del sapere”. Il dialogo interdisciplinare, tanto auspicato negli ambienti universitari e tanto necessario per superare la frammentazione della cultura e la sua separazione dalla Fede, trova in Tommaso un fondamento sicuro.

Infatti Papa Wojtyla ha affermato che il “realismo, tutt’altro che escludere il senso storico, crea le basi per la storicità del sapere, senza farlo decadere nella fragile contingenza dello storicismo, oggi largamente diffuso”.

Il senso storico è ben evidente in Tommaso d’Aquino, il quale, pur affermando che c’è una sola Sapienza assoluta, ammise che esistono molti sapienti che ne partecipano. La Verità somma che rifulge nel creato viene ricevuta nella mente umana in gradi diversi e in modo limitato. Perciò, dopo aver dato la precedenza alla voce delle cose, San Tommaso si mise in rispettoso ascolto di quanto scrissero i filosofi, per darne una valutazione, mettendosi a confronto con la realtà concreta. “Ut videatur quid veritatis sit in singulis opinionibus et in quo deficiant. Omnes enim opiniones secundum quid aliquid verum dicunt “ – ossia “Affinché si possa vedere quanta verità c’è in ciascuna opinione e in cosa fallisce. Perché tutte le credenze in un certo senso dicono qualcosa di vero”.

San Tommaso prestò rispettoso ascolto a tutti gli autori, anche quando non ne condivise interamente le opinioni; anche quando si trattò di autori precristiani o non cristiani, come ad esempio gli Arabi commentatori dei filosofi Greci. Come disse di lui Giovanni Paolo II si distinse per l’”ottimismo umano” quando, di fronte al linguaggio oscuro e imperfetto dei primi pensatori Greci, guardò più alla loro intenzione che al tenore letterale delle loro espressioni linguistiche. Il medesimo atteggiamento Tommaso d’Aquino l’ebbe nello studio dei grandi Padri e dei Dottori della Chiesa: “egli cerca sempre di trovare l’accordo, più nella pienezza di verità che posseggono come cristiani, che nel modo, diverso dal suo, con cui si esprimono”.

Tutto ciò naturalmente non gli impedì di essere critico. Ogni volta che sentiva di doverlo fare, Tommaso lo fece coraggiosamente.

Per la capacità di accogliere quanto di vero si trova in qualsiasi dottrina, il pensiero di San Tommaso costituì un elemento di unione, mai di divisione, e possedette una profonda ecclesialità che lo rese “libero da ristrettezze, caducità e chiusure, ed estremamente aperto e disponibile a un indefinito progresso, tale da assimilare ogni nuovo autentico valore emergente nella storia di qualunque cultura”. Di qui Giovanni Paolo II trasse la conclusione che “le altre correnti filosofiche, per tanto, se le si guardi da questo punto di vista, possono, anzi debbono essere considerate come alleate naturali della filosofia di San Tommaso, e come partners degni di attenzione e di rispetto nel dialogo che si svolge al cospetto della realtà”.

La fedeltà alla voce della Chiesa è uno dei fili conduttori delle lodi indirizzate a San Tommaso dai Pontefici Romani per circa sette secoli. Anche Giovanni Paolo II vi si ricollegò con nuovi accenti, adeguati ai nuovi tempi. A proposito la prima caratteristica evidenziata dal Papa è “quella di aver professato un pieno ossequio della mente e del cuore alla divina Rivelazione (…). Quanto sarebbe proficuo alla Chiesa di Dio – prosegue papa Wojtyla – che anche oggi tutti i filosofi e i teologi cattolici imitassero il sublime esempio dato dal Doctor Communis Ecclesiae!”.

Una conseguenza della fedeltà di San Tommaso alla voce della Chiesa è stata “l’aver egli posto i principii di valore universale, che reggono il rapporto tra ragione e fede”. Di fronte ai ripetuti tentativi di sostenere una presunta incompatibilità tra fede e scienza, l’armoniosa dottrina dell’Aquinate sulla convergenza di entrambe ha costituito un chiaro punto di riferimento, specialmente nel Concilio Vaticano I che trattò la questione de fide et ratione di fronte “alle correnti filosofiche e teologiche inquinate dal dominante razionalismo”.

Papa Wojtyla riteneva che anche la filosofia deve elevare l’uomo verso Dio. Per Sant’Agostino, “verus philosophus est amator Dei” – ossia “un vero filosofo è un amante di Dio” (De Civitate Dei, VIII, 1: PL 41, 225). San Tommaso, riecheggiando Sant’Agostino, disse in altre parole, la stessa cosa: Fere totius philosophiae consideratio ad Dei cognitionem ordinatur  – ossia “Quasi tutta la considerazione della filosofia è rivolta alla conoscenza di Dio” (Contra Gentiles, I, 4, n. 23).

In tale filosofia sono inseparabili l’amore della verità e del bene (verum et bonum). Giovanni Paolo II ha respinto in ogni modo l’immagine di San Tommaso come freddo intellettualista, mentre egli in realtà “risolve lo stesso conoscere in amore del vero, quando pone come principio di ogni conoscenza: verum est bonum intellectus (Ethic., I, lect. 12, n. 139)”.

Dunque l’intelletto è fatto per il vero e lo ama come suo bene connaturale. E poiché l’intelletto non si sazia di nessun vero parziale conquistato, ma tende sempre oltre, l’intelletto tende oltre ogni vero particolare ed è naturalmente proteso al Vero Totale e Assoluto che, in concreto, non può essere altri che Dio (…).

Tutta la filosofia e la teologia di San Tommaso non sono situate fuori, ma dentro il celebre aforisma di sant’Agostino:  “fecisti nos ad te; et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te” – ossia “ci hai portato a te; e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te“ (Confessiones, I, 1). Se ci riferiamo alla sua teologia, allora l’Aquinate, non meno di San Bonaventura e di San Bernardo, diviene il cantore del primato della carità.

Giovanni Paolo II, conoscendo gli approfondimenti compiuti specialmente in questo secolo da insigni studiosi, ha caratterizzato la filosofia dell’Aquinate come «filosofia dell’essere, cioè dell’”actus essendi”, indicando in tal modo il nucleo del suo pensiero.

Giovanni Paolo II ha concesso a San Tommaso il nuovo titolo di Doctor Humanitatis, che costituì il tema centrale del VIII Congresso Tomistico del 1981: “Questo metodo realistico e storico, fondamentalmente ottimistico e aperto, fa di San Tommaso non soltanto il Doctor Communis Ecclesiae, come lo chiama Paolo VI, nella sua bella Lettera Lumen Ecclesiae, ma il Doctor Humanitatis, perché sempre pronto e disponibile a recepire i valori umani di tutte le culture”.

Giovanni Paolo II ha visto nell’attualità di San Tommaso: “il suo altissimo senso dell’uomo, tam nobilis creatura” (Contra Gentiles, IV, 1, n. 3337): il bellum. Il Pontefice si è compiaciuto più volte nel riferire diverse espressioni dell’Aquinate, che ne rivelarono la concezione dell’uomo: la persona è detta  perfectissimam in tota natura. L’uomo è stato paragonato al mare, poiché raccoglie, unifica ed eleva in sé tutto il mondo infraumano, come il mare raccoglie tutte le acque dei fiumi che vi si immettono; l’uomo è stato anche definito “come l’orizzonte del creato, nel quale si congiungono il cielo e la terra; come vincolo del tempo e dell’eternità; come sintesi del creato”.

Secondo Giovanni Paolo II il vivissimo senso dell’uomo per Tommaso non venne mai meno in tutte le sue opere. Negli ultimi tempi di vita, iniziando il trattato dell’Incarnazione nella Terza Parte della Summa Theologiae, Tommaso, ispirandosi sempre a Sant’Agostino, affermò che solo assumendo la natura umana, il Verbo poté mostrare quanta sit dignitas humanae naturae ne eam inquinemus peccando – ossia “quanto è grande la dignità della natura umana perché non la contaminiamo peccando” (S. Th., III, q.1).

Per San Tommaso, Dio, incarnandosi e assumendo la natura umana, poté dimostrare “quam excelsum locum inter creaturas habeat humana natura” – ossia “quale alto posto occupa la natura umana tra le creature”.

Scendendo ad un piano più concreto, Giovanni Paolo II ha rivelato come il Dottore Angelico abbia illuminato, con l’aiuto della propria speculazione cristologica, diversi problemi concernenti l’uomo: “la sua natura creata ad immagine e somiglianza di Dio, la sua personalità degna di rispetto fin dal primo istante del concepimento, il destino soprannaturale dell’uomo nella visione beata di Dio Uno e Trino”.

F.to G. Toritto

BIBLIOGRAFIA

-Bollettino della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei, vol. VI, num. 11, (1990), pp. 222-233; http://www.romana.org/art/11_3.5_1]

-VIII Congresso Tomistico Internazionale, l’Udienza concessa al Comitato promotore dell’Index thomisticus il 28/03/1981 e l’Udienza concessa il 4/01/1986 ai partecipanti al Congresso internazionale sulla dottrina di San Tommaso sull’anima, organizzato dalla “Società Internazionale Tommaso d’Aquino”.

-Giovanni Paolo II, Discorso, 13/09/1980, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, III,2 (1980), p. 605

-Cfr. San Tommaso, Super Iob, I, lect. 1, n. 33.

– Giovanni Paolo II, Discorso, 4/01/1986, Insegnamenti di Giovanni Paolo II, IX,1 (1986), p. 23

Misterium Salutis, a cura di J. Feiner e Magnus Loher, Edizione Quiriniana Brescia, 1972

De Civitate, Sant’Agostino, traduttore Domenico Gentili, Edizione Città Nuova 1997

Lettera Enciclica “Laborem exercens” di Papa Giovanni Paolo II, 14 settembre 1981

Contra Gentiles, San Tommaso d’Aquino, Edizioni Marietti

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