GRASSI: UNA STORIA CULTURALE DELLA MATERIA DELLA VITA
Redazione- Il termine grasso in qualche modo traduce della vita turgore, pienezza ed i modi con cui immaginiamo il grasso sono tangibili e intangibili, fisici e discorsivi, letterali e metaforici.
Nel tentativo di valutare del grasso un’effettiva salubrità, in sintonia con livelli accettabili di appetibilità estetica, prevalgono usualmente canoni dettati dal contesto culturale e scientifico dell’area geografica d’appartenenza. Questi ultimi, modulandosi come una sorta di interruttore cognitivo, regolano sul corpo il cono di luce della approvazione/disapprovazione sociale.
Se da una parte si desidera un corpo ideale, vero è che le concezioni di salute, dieta e bellezza cambiano, influenzano nel tempo, e in vario modo, i vari gruppi. Esiste, poi, un divario ineludibile fra il mondo, come nel suo complesso funziona, ed il mondo come vorremmo funzionasse.
Christopher Forth, autore di Grassi Una storia culturale della materia della vita, pubblicato nel 2020, propone una narrazione originale, stimolante e ben documentata. Esperto di storia e costume l’autore, Preside della facoltà di discipline umanistiche della Kansas University, sostiene che nel concetto di grasso domina la potenza di uno schema/ sistema culturale che provvede già ad ordinare e scandire, attraverso assunti ed immagini, il sano ed il bello.

Facile dunque per il soggetto grasso essere collocato fin da subito come oggetto fuori luogo, venendo ad ignorarsi interazioni, frequenti, tra continuità e cambiamento.
In gravidanza il corpo femminile mostra una pienezza inevitabilmente legata alla fisiologia del processo riproduttivo, che viene esaltato in una turgida potenza creativa.
Nella condizione di sbilancio ormonale, tipico invece della condizione postmenopausale, il corpo della donna subisce invece l’insulto dell’inevitabile accumulo di tessuto adiposo: diventa il segno emblematico di uno sfiorire della vita, a sua volta mortificata da un progressivo e fragile declino.
Più sottile e sfuggente di quanto appaia ad una prima lettura, il termine grasso, si detta con una pregnanza semantica capace di straripare dalle cornici abitualmente adottate per contenerlo concettualmente.Ne offre un primo esempio il romanzo L’età di mezzo, scritto da J.C.Oates e pubblicato nel 2001.
Il protagonista, Roger, incontra un uomo, un avvocato, forte di 135 chili, il cui corpo obeso, molliccio ed untuoso sembra quasi rinchiuso nel misero studio legale. Immediata è la reazione del protagonista, un moto di disgusto al semplice contatto visivo.
Il grasso di Boomer, soprannome dato all’avvocato e derivato dal boom(rumore), nomignolo fumettistico in grado di evocare il suono, è un grasso esondante, a sua volta segno di una fisicità che impropriamente incomoda in quanto capace di sottolineare come anche al più fulgido degli inizi possa seguire una fine impietosa.

Il contatto visivo con la pinguedine esalta dunque quanto è inquietante dover riconoscere e s’ intinge nel dubbio di una potenziale identicità: le frasi, evocate da simili immagini, sembrano sussurrare un “potrebbe succedere anche a te, amico. Non è mai troppo tardi”.
Per Christopher Forth il grasso, oltre a declinarsi nella parabola del nostro essere nel mondo, accredita così il vulnus della nostra transitorietà di esseri biologici.
Se il corpo ci regala piaceri e gratificazioni, è anche oggetto, in modo deludente e brutale, della precarietà, un territorio privilegiato nel quale si esprimono τὰ φυσικά .
Con tutta l’ambivalenza che ne consegue perché, come sostiene Marcel Foucault, la prima utopia, in fondo la più radicata nel cuore degli uomini, vive del desiderio di un corpo incorporeo, scollegato dalle leggi del tempo e mai abitabile dal dolore.
Grassi Una storia culturale della materia della vita narra dunque non solo la nascita di stereotipi, ma, soprattutto, la modalità di percezione della corporeità e di questa l’ omologazione impropria e bizzarra subita in tempi e luoghi diversi.
I preconcetti avverso il grasso, ben solidi e ricorrenti, a detta dell’autore, pungono a tal punto da muovere un biasimo sia alla vista di persone che pesano moltissimo sia davanti a soggetti che pesano poco più di quanto preveda l’ideale culturale del momento.
E’ per Christopher Forth l’effetto orchestrato da una struttura cognitiva retta da una forma di pensiero magico, forte del negare nella realtà la transitorietà e l’inevitabile sfaldarsi, momenti decisamente indispensabili alla vita nella sua declinazione biologica.
Ciò che appartiene alla animalità in generale ed è dunque precipuo nella mortalità, trova un fiero oppositore nella resistenza a pensare di poter diventare noi (a nostra volta) semplici prodotti di scarto. Ne uscirebbe ancor più esaltata la condizione di inevitabile vulnerabilità nell’essere degli umani.
Bibliografia
C.E.Forth,Grassi Una storia culturale della materia della vita, Express,Torino,2020
(titolo originale Fat : A cultural history of the stuff of life, traduzione di Roberta Zuppet)
Le foto dei dipinti sono tratte da Internet : se ne rammenta la collocazione per il dipinto di Enrico VIII a palazzo Barberini a Roma,(l’ opera è di Hans Holbein), per la donna il titolo è la bella Nani, ad opera del Veronese e collocata al Louvre
