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IL FALSO IN SE’ NEL DIALOGO CON LA REALTA’ VIRTUALE- DOTT.SSA MARIA RITA FERRI(PRIMA PARTE)

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Redazione- Poiché il sapere è formazione, il promuovere, da parte del sistema di intelligenza artificiale, un sapere esteso ma non profondo, più tecnico che semantico, ha una grande influenza nella psiche del soggetto che vi accede, nel senso dell’affinare il come e non giungere a conoscere il perché.

Assistiamo come, attraverso la cultura del mondo digitale o della realtà manipolata, si vada affermando l’effimero come valore ed il trionfo della ragione soggettiva nel campo del Logos. La ragione, infatti, che ne nasce, è quella strumentale, ragione tecnica che, scissa ormai dal Logos, ovvero dall’essere e dal reale (Horkheimer 1969), fa cadere ogni punto di riferimento necessario, sostituendo ad essi icone facilmente fruibili, ma ugualmente irraggiungibili perché irreali. Il tipo di mente che il mondo virtuale promuove è, dunque, quello di una ragione del tutto relativizzata, che è mezzo e non più fine. Il sapere, dunque in questa nuova realtà digitale, cessa di essere esso stesso un fine, ed è stato collocato come tecnica per ottenere fini soggettivi. Mezzo fruibile, oggetto di consumo veloce ma non più nutrimento per il Sé.

L’impatto che la tecnologia digitale svolge sulla psiche individuale e collettiva richiede una riflessione ricca ed approfondita relativamente all’influenza che alcune strutture più fragili di personalità possono ricevere da essa, ciò tanto dal punto di vista identitario quanto in distorsioni sul piano cognitivo ed affettivo. A tale proposito vorrei esprimere qui le mie riflessioni, relative alle conseguenze sul piano psichico che, in particolare, sul soggetto borderline o limite si possono avere da un contatto prolungato con il mondo della realtà virtuale, ed in particole tratterò i movimenti inconsci, le angosce prevalenti e le difese messe in atto da un Io-limite che vede scivolare il proprio piano anaclitico di sviluppo ed equilibrio al contatto con un mondo digitale. Le riflessioni nascono dalla mia formazione analitica, dalla mia lunga esperienza clinica di psicoterapia psicoanalitica e dall’esperienza di docente in Disturbi della Personalità presso la facoltà di Psicologia de L’aquila, oltre che da un lungo studio e ricerca sul disturbo borderline. Parlerò, quindi, delle linee strutturali di tale disturbo di personalità, dello sviluppo di un Falso Sé e subito dopo degli effetti di un dialogo di tale costruzione del Sé con la realtà virtuale.

  1. Struttura del Falso Sé

Nel pensiero di Otto F. Kenberg (1975) l’autore pone l’accento, in una riflessione relativa all’eziologia del disturbo, sulla presenza nell’area affettiva di impulsi fortemente aggressivi ed ostili. L’Io, per tentare di contenere tali impulsi, deve ricorrere a meccanismi difensivi arcaici, quali la scissione del Sé e degli oggetti interiorizzati. La pluralità delle scissioni produrrà incostanza e incertezza nelle relazioni e nell’immagine di Sé, poiché il buon oggetto, ricordiamo con M. Klein (1932), è alla base della formazione del Sé e del sentimento di fiducia nell’oggetto. Nel pensiero di G. Adler (1985), per contro, primaria importanza assume la complessità e la quasi impossibilità per la psiche-limite di interiorizzare un buon oggetto, da ciò deriva la percezione di un vuoto psichico e sentimenti depressivi, per controllare i quali l’Io mette in atto agiti conflittuali ma anche destabilizzanti e di esposizione al pericolo. Questi hanno la funzione, in realtà, di compensazione del senso di deprivazione affettiva, di perdita del senso di identità e, quindi, del sentimento di esistere. Non potendo inoltre facilmente introiettare il buon oggetto, nel soggetto-limite si avrà un Sé lacunare, mai compatto e caratterizzato da numerose scissioni. In entrambi gli autori troviamo l’affermazione, nella personalità-limite, di una profonda perdita del sentimento di essere in vita, con conseguente sensazione sartriana di essere cosa tra le cose del mondo (Sartre 1969), e la percezione di un vuoto incolmabile nel mondo interiore, con conseguente perdita di senso nell’esser-ci. Tale vissuto esistenziale, che sfiora il non-essere, produce una ricerca serrata di vita e di costruzione, sia pure precaria e difforme dal vero, la ricerca di un falso-Sé il più possibile aderente all’ambiente e ad esso ancorato, prendendo la forma del compiacere ciò che l’Io immagina ci si aspetti da lui. Quanto maggiore è il senso di vuoto, tanto maggiore il bisogno e la dipendenza dall’Altro cui viene affidato inconsciamente il proprio ritratto. L’angoscia che spinge a tanto non sarà, quindi, di tipo psicotico, ovvero di frammentazione e di scomparsa implosiva dal mondo, quanto quella di devitalizzazione, di rarefazione del senso vitale di esistere e di svuotamento di senso nelle cose del mondo. La percezione costante è quella di angoscia per una perdita dell’energia vitale, di uno svuotamento crescente ed emorragico di questa. Per lo svuotamento identitario, quindi del senso di Sé, si ricorre alla costruzione di un “doppio” – o falso Sé – la cui vita è legata al desiderio dell’Altro o alle sue richieste presunte dal soggetto: possiamo immaginare che il Sé del soggetto prenda la forma del “contenitore” rappresentato dall’Altro. A causa dello svuotamento emotivo ed energetico, il soggetto ricorre agli agiti o acting-out, che hanno il fine di sollecitare una sensazione di riequilibrio energetico nel Sé attraverso emozioni forti che “riempiono” il vuoto lasciato dall’assenza del buon oggetto: il sesso anche estremo, il confitto costante e la rabbia, la ricerca di colluttazioni, accentuate tendenze antisociali, e il consumo di droga. Tutto come compensazione, appunto, del sentimento di impoverimento depressivo del senso di essere vivi. Tale sentimento deriva anche, secondo A. Correale (2005), dal forte disturbo nella capacità introspettiva del soggetto e di conseguenza, della funzione sia narrativa che di elaborazione legata ad uno specifico disturbo della funzione a posteriori. Tale funzione corrisponde concettualmente all’après coup di J. Laplanche (2006: 16-22) e sta a definire l’attività della mente volta al rimemorare accadimenti del passato rivivendoli emotivamente oggi e conferendo ad essi nuove significazioni, tornare con la mente ad eventi del passato scoprendone una coloritura emotiva a volte diversa, legata ad un punto di vista mutato nel tempo. Tale attività si basa su una capacità di “racconto” interiore, capacità che proviene dall’attitudine della madre ad ascoltare le esperienze di vita del bambino, ad accogliere i suoi racconti di vita e a condividere non solo le attività ludiche, ma anche la loro narrazione. Nel soggetto-limite viene a mancare questa esperienza e così non si forma compiutamente un’area privata del Sé, ove sia possibile un’introspezione elaborativa. Gli esiti di tale mancanza sono di notevole importanza, la grave atrofia del Sé privato porta ad una adesività della psiche al reale, al percetto. Se l’Io percepisce la realtà ma non può rappresentarla stabilmente perché non tollera l’assenza dell’oggetto che includerebbe una buona capacità di rimemorare rielaborando e trovare nutrimento nel ricordo e i suoi molteplici significati, se la mente non può significare, né capire, e si ferma a ciò che appare, al percetto e vi aderisce, è costretta a percepire il vivere come un presente assoluto, separato da ogni organizzabilità, progetto e obiettivo. Nel pensiero di Fonagy (1993) si delinea una possibile eziologia ipotizzando gravi carenze strutturali nella personalità della madre che non ha, così, potuto permettere lo sviluppo della capacità a posteriori nel bambino. In altre ricerche si afferma che potrebbe essere presente un distacco emotivo del genitore, oltre ad una percezione in lui della vita psichica del bambino non come una complessità vitale, ma come un insieme di forze caotiche incontrollabili; per cui l’unico intervento percepito come possibile è quello di frenare, smorzare, castrare la vita psichica del bambino, per ricondurla entro un codice, un limite accettabile per l’equilibrio psichico dell’adulto. L’Io del genitore proietta senza alcun dubbio nella rappresentazione del figlio il proprio mondo interno impulsivo e disorganizzato. Il bisogno di smorzare la complessità psichica del bambino risale ad un bisogno di limitare le informazioni dall’esterno per una psiche dai confini “porosi” e non ben delineati fra interno ed esterno, propria di una struttura immatura e non ben integrata, a sua volta, nel genitore. Tornando al concetto di funzione a posteriori possiamo affermare che essa permette all’Io di modulare l’aspetto pulsionale dell’esperienza. In assenza, l’esperienza fluisce come una pulsione. Inoltre, se teniamo conto che l’attività dell’Io è l’erede, il rappresentante inconscio dell’imago materna, l’esperienza non compresa ma solo replicata dalla mente genera la percezione di un vuoto d’essere dell’Io, una sua impossibilità a significare che è, in qualche modo, una assenza dell’Io e quindi della madre. Il non riuscire a cogliere il senso delle cose, dunque, genera un sentimento di orfanilità che produrrà nel soggetto una maggiore adesività all’oggetto per non cadere nel vuoto materno generato dall’Io lacunare. Nel soggetto-limite l’esperienza, non vivificata dal senso, rimane un evento. Non potendo significare, la mente del soggetto-limite si attiene al percepito e può estendersi solo fino al percepibile. Di qui la sua attenzione al dettaglio: non potendo cogliere il senso più profondo dell’evento non può classificarlo e averne un’opinione, può solo controllarlo nella sua componente quantitativa e nella sua conseguente evanescenza. L’evento non compreso, non trasformato quindi in esperienza, è sempre in fieri e pertanto suscettibile di esiti misteriosi. L’attenzione al dettaglio, che dimostra la possibilità di conoscere solo quantitativamente il mondo, e l’adesività al suo apparire, diviene una forma di controllo di una realtà incontrollabile perché non significabile. Egli può dunque conoscere il come ma mai il perché. Ciò è dovuto anche ad un altro motivo, e cioè quello della fragilità dei confini nel soggetto-limite. Non avendo un confine delineato entro cui accoglierlo, non può pensare l’evento. I confini psichici che delineano l’identità del soggetto-limite sono caratterizzati da due motivi di mal funzionamento: una marcata indefinizione e, al contempo, una forte rigidità. L’una accentua l’altra. Entrambe indicano un blocco nella fluidità del funzionamento psichico, in particolare in riferimento ai processi psichici quali la dialettica interna tra mondo del pensiero primario e secondario, certezza nella definizione tra mondo esterno ed interno ed in particolare la capacità di simbolizzazione. Il presupposto di ogni confine è una funzione integra di legame. La funzione di legame psichico, infatti, tra percezione ed affetto, è noto che dia vita alla rappresentazione nella mente di qualcosa esistente nel mondo esterno o interno. Il mondo delle rappresentazioni, con la loro funzione fluidificatrice, collega poi elementi esperienziali tra loro, intessendo un ramage di riflessioni che contribuisce alla rêverie dell’evento (Bion 1972: 52 ss) e, quindi, alla sua comprensione significante. Nel soggetto-limite è proprio la capacità psichica di legame tra le percezioni e l’affetto e tra le diverse funzioni psichiche ad essere insufficiente, poiché l’Io è stato costretto a ricorrere prematuramente a meccanismi di difesa arcaici come la scissione, per poter proteggere il proprio sentimento di continuità e di coerenza, separando (scindendo) la parte pulsionale e canalizzandola in acting out aventi lo scopo di evacuare il caos psichico in agiti e sottraendo così l’Io da una possibile implosione psichica. Di qui un necessario impoverimento del mondo psichico, come funzioni e contenuti. Dicevamo più sopra come sia intimamente legato il concetto di confine a quello della funzione del legame: è attraverso l’intessere una trama di rappresentazioni tra loro, elementi psichici, affetti e pensieri, che la sostanza psichica dell’Io si compattizza sino a guadagnare un confine. Il limite o confine, dunque, non si aggiunge alla psiche, non si disegna su essa, ma ne è raggiunto attraverso una complessità e tenuta dei legami interni. Maggiore sarà l’interazione interna, maggiore la delineazione e l’elasticità dei confini. Nella psiche del soggetto-limite gli elementi β (Bion 1972) saturano troppo presto la capacità di pensiero per la scarsa capacità simbolizzante, basata sul legame a cui il soggetto ha dovuto rinunciare in gran parte all’alba dell’Io per controllare il mondo pulsionale scindendolo dal pensiero. Il ricorso a meccanismi così potenti ed arcaici quali scissione degli impulsi, proiezione degli stessi e diniego dell’impoverimento affettivo conseguente, nasce dall’esperienza traumatica per l’Io di aver troppo precocemente fatto contatto con la caducità delle cose. La perdita precoce dell’onnipotenza dell’Io è stato un trauma talmente crudele da non potersi rendere elaborabile in alcun modo, in un’età così immatura. La strutturazione della personalità borderline o al limite, infatti, in psicoanalisi viene attribuita ad una fissazione della libido e dell’evoluzione dell’Io nella fase anale, ovvero intorno al secondo anno di vita. Tale perdita ha contribuito ad una strutturazione anaclitica della posizione dell’Io verso l’oggetto: l’Io del soggetto-limite si appoggia costantemente all’oggetto per sua struttura e la dipendenza da esso è necessaria, dunque, al raggiungimento e al mantenimento dell’equilibrio psichico. L’angoscia prevalente, allora, risulta essere quella di abbandono, poiché esso indurrebbe una caduta dell’Io in una realtà che non comprende e in cui non può ergersi e mantenersi in asse, ma solo implodere nella frammentazione psicotica. Pertanto, l’abbandono temuto e mortale è contrastato dall’Io attraverso un controllo puntuale e disperato dell’oggetto. La mancanza di contenimento interiore degli impulsi produce, d’altronde, una loro proiezione massiccia sull’oggetto, la cui percezione oscillerà dunque, inevitabilmente, tra imago amate ed ostili, con conseguenze vorticose nella relazione: l’Io-limite alternerà avvicinamento amoroso e separazione delusa che non può non destabilizzare l’oggetto e la relazione. Il movimento stesso di avvicinamento-separazione proviene da una seconda angoscia non meno importante, ça va sans dire, l’angoscia di intrusione. Poiché i limiti sono scarsamente delineati e porosi, la prossimità dell’oggetto viene soggettivamente percepita come intrusiva e non lecita, come atteggiamento invasivo e persecutorio dell’Altro e, soprattutto, come minaccia per la propria identità; questo genera nel soggetto-limite un allontanamento difensivo. Ciò spiega l’oscillazione precedentemente accennata: il soggetto-limite si avvicinerà quando l’oggetto è distante o assente per evitare l’angoscia d’abbandono e la perdita di equilibrio, per allontanarsi poi bruscamente quando l’oggetto sia presente o prossimo, per evitare l’angoscia di intrusione e la perdita di identità.

Il confine, dunque, è in rapporto alle zone di simbolizzazione psichica di elementi sia interni che esterni. La non elaborabilità ben strutturata produce una perdita di senso nell’esperire, un accentuarsi dell’impulsività e, di conseguenza, il ricorso maggiore al meccanismo di scissione, il quale comporta un’identità per così dire gassosa, mai compatta, con oscillazione tra i pensieri e la difficoltà estrema a prendere decisioni, se non impulsivamente. Al posto di un’elaborazione impossibile si situa una percezione parcellizzata delle cose, gli elementi si distaccano dal tutto e giungono in primo piano, con una estraneità dal senso accecante per l’Io ma capace al contempo di suscitare sensazioni laceranti nella loro invasività. Il risultato è una condizione di smarrimento dell’Io, sopraffatto dalla violenza delle emozioni (Searles 1988). L’Io, in questo caso, sperimenta il senso di mancanza di spessore della realtà con cui giunge in contatto, con conseguente estraneità emotiva e diffusione di identità. La dissociazione psichica si propone come la difesa cui l’Io-limite più facilmente ricorre, sia per la labilità della connessione interna tra le parti psichiche, sia per l’impossibilità dell’Io stesso a tollerare la conflittualità o il sovrapporsi di elementi psichici, per la presenza magmatica ed indifferenziata dell’affettività non elaborabile, e inoltre, come extrema ratio, come ultima difesa da una realtà la cui complessità rischia di divenire traumatica per un Io così fragile. La dissociazione è riferita all’Io ma, nell’esame di realtà, anche alla scissione della parte dal tutto, percepito come troppo complesso. In tal modo il tutto, il contesto, la trama, che dona il significato alla parte, resta inaccessibile per la presenza delle numerose scissioni psichiche. Ma dissociare la parte dal tutto ha anche una funzione difensiva dal rischio di depersonalizzazione del Sé che si avrebbe se si mantenesse una percezione di un tutto fatto di parti in contrapposizione tra loro, le quali provocherebbero – in assenza di nesso – l’implosione psichica. La difficoltà a dare struttura alle emozioni, che rimangono per lo più percepite come sensazioni non ben definite, alimenta la condizione imminente di depersonalizzazione, la quale sottende vissuti psichici di svuotamento emorragico di ogni condizione vitale, vuoto emotivo, rabbia e disperazione. Il vissuto prevalente è quello di vuoto; ciò dipende dalle numerose scissioni interne che mantengono separate le aree psichiche e creano appunto una struttura psichica rarefatta (Green 1991), con sentimento conseguente di discontinuità dell’Io. L’unico affetto che resiste alla disorganizzazione emozionale e al mondo caotico delle pulsioni è la rabbia, utilizzata inconsciamente per dare “sostanza” e “compattezza” alla soggettività, per accendere un’emotività perduta. Rabbia rivolta verso l’oggetto percepito nella sua prossimità, come persecutoriamente deprivante l’energia vitale restante.

Il funzionamento psichico è caratterizzato dall’evitamento, anzi dall’arresto del rimosso, che contribuisce in larga parte alla difesa della negazione, così diffusa nel pensiero-limite. Altra sua caratteristica è la maggiore capacità di percepire, piuttosto che di rappresentare. Ciò perché ogni rappresentazione è resa possibile solo da una capacità interna di legame della percezione con l’affetto, legame che sottrae l’elemento percepito dal semplice mondo della quantità e lo colloca in quello della qualità significante (Conrotto 2008). Inoltre si assiste ad un uso ipertrofico della percezione-coscienza a detrimento della penombra concettuale del preconscio. Le difese maggiori, come già accennato, sono la scissione, l’identificazione proiettiva (che, a differenza della proiezione, pone l’imago entro l’Altro, e non sull’Altro) e il diniego. Il diniego molto spesso è relativo a tutto ciò che concerne il limite, tanto che il soggetto limite può spesso non aver alcun senso del pericolo, della morte, della necessità di arrestare attività dannose, come la velocità o il gioco d’azzardo. Il limite stesso è inconsciamente vissuto come la morte, da un lato perché rimanda al trauma della fine precoce di un narcisismo acerbo nel soggetto, dall’altro perché rappresenta un freno all’evacuazione psichica e proiezione in tutte le sue forme che ha, per il soggetto limite il significato di difesa dal trattenere entro un sé non ben strutturato, degli elementi psichici che per tale motivo potrebbero implodere e dar vita ad una frammentazione psicotica e quindi alla morte dell’Io. Il senso del limite, inoltre, è strettamente legato al senso del tempo. Poiché, dicevamo, il soggetto troppo precocemente ha conosciuto la caducità delle cose, il loro termine ultimo è dalla sua psiche denegato da allora; è stato così che egli ha fatto sua la dimensione dell’intemporalità, che difende dalla percezione del mutamento, pericolosamente vicina al sentimento di caducità e di abbandono. Ciò che muta, dunque, viene evitato di pensarlo tale: gli oggetti degli stati-limite hanno lo statuto di Immutabilità, ogni evoluzione è denegata in quanto percepita come troppo associabile al trauma.  Ogni percezione che rimandi al tempo o a progetti o a ricordi viene denegata, soprattutto se riconducibile ad un significato: il senso dà un limite, contiene, definisce. Non sono tollerati i ricordi di percezioni significanti. Ciò esita una memoria lacunare, con assenze mnestiche che impediscono il sentimento di una continuità autobiografica del Sé, così come la perdita di nessi fra un evento pensato e l’altro o in tempi diversi. È ciò che la psicoanalisi lacaniana definisce forclusione del senso. Tale sentimento di mancanza del senso di esistere viene difensivamente ed illusoriamente contrastato da un riempimento emotivo artificiale, come gli agiti pulsionali o tossicomanici, che testimoniano altresì un orror vacui perenne. Il soggetto-limite vive tra il vuoto e l’implosione. La ferita esistenziale consta di un narcisismo primario ferito, fermato prima che fosse compiuto e desse vita alla creazione di uno spazio mentale transizionale, (Winnicott 1995) ove ritrovare e riparare l’oggetto perduto. Il soggetto, cioè, non ha potuto vivere pienamente la fase del narcisismo originario ove è centrale l’identificazione primaria con l’oggetto, ovvero sentirsi onnipotentemente uno con esso. L’ Io immaturo ha dovuto rinunciare a sentirsi egli stesso l’oggetto, abbastanza a lungo da integrarsi e ritrovare l’oggetto non in una identificazione illusoria, ma in un legame reale con lui, avendo la maturità di tollerarne l’assenza e quindi potendone attendere il ritorno, mantenendo caro un legame interiorizzato. La rabbia narcisistica del soggetto-limite nasce da un narcisismo mantenuto non come amore di sé ma come dolore di essere in vita, come soggetto senza storia, perché gli è stato sottratto l’inizio; e dunque esiste nell’intemporalità. Una perdita troppo precoce dell’oggetto, situata quando l’Io sapeva di essere uno con esso, lo ha lasciato senza l’Altro e senza sé. Alle origini del soggetto-limite, quindi, c’è una perdita inelaborabile, perché è una perdita di sé, dalla quale nasce una emorragia narcisistica. Gli agiti come le anoressie, gli atti suicidari o gli eccessi pulsionali sono un tentativo di evitare la morte psichica spostandola sul soma.

Possiamo affermare che la “slegatura” non sia avvenuta tra soggetto e oggetto, ma all’interno dell’Io, diventando così il primo apparire della scissione, ovvero, il suo prototipo. Da queste riflessioni emerge chiaramente come nel soggetto-limite non sia il conflitto interno a produrre l’incertezza di identità (come nella nevrosi), ma l’irruzione del reale in una mente non ancora psichicamente differenziata.  La rappresentazione dell’oggetto nella vita adulta non solo è scavalcata e sostituita dalla percezione per una difficoltà a vivere il simbolo, cioè per una capacità simbolica indebolita dal forte rivolgersi dell’Io alla scissione, ma perché, laddove il legame avvenga, esso sarà soggetto ad un forte intervento difensivo denegante: negando la rappresentazione dell’oggetto, l’Io nega anche l’assenza dell’oggetto e, quindi, anche il vuoto che esso ha lasciato.

 Gli agiti rappresentano una possibilità maniacale (come copertura della depressione) di ritrovamento attraverso un gesto estremo dell’oggetto (musica, gioco, velocità, etc.). Il passaggio all’atto esprime l’esistenza di una modalità fortemente pulsionale al vivere e al pensare. Nel pensiero pulsionale che lo caratterizza, infatti, il soggetto-limite predilige il dettaglio al tutto e lo amplifica fino ad esasperarne alcuni particolari; le fantasie e riflessioni possibili saranno sempre reclutate in prossimità del dettaglio stesso. Il legame al dettaglio è anch’esso un legame anaclitico, basato sulla necessità di diminuire la complessità dell’oggetto per poter possederne una parte e così giungere all’illusione di possederlo tutto ed evitare l’angoscia di abbandono. Cogliere la complessità dell’oggetto significherebbe sentirlo come vivo in sé, come completo e quindi separato e suscettibile di perdita, laddove la passione per il particolare allontana dalla comprensione dell’altro, ma anche dal suo possibile svanire. Noi sappiamo infatti come per il soggetto-limite la scomparsa dell’Altro decreti anche che il soggetto cessi di esistere, ciò per un’identificazione primaria senza fine con l’oggetto-madre che si replica nei successivi investimenti d’amore. Questo avviene anche perché la scomparsa dell’oggetto non è mai un dato sopraggiunto, ma la conferma di un destino di abbandono già sentito alle origini: perché il primo oggetto scomparve come appartenente al soggetto e precocemente rivelò la propria essenza di entità indifferente ad esso. L’assenza dell’oggetto, inoltre, per una difettualità del mondo interno del soggetto-limite, non trova riparo in alcuna possibile fantasmatizzazione che riproduca l’immagine dell’oggetto stabilmente ancorata al soggetto nelle sue impossibili rêveries.

La slegatura originaria impedisce, nel momento della perdita, che alcuna elaborazione abbia luogo, poiché non vi è imago che possa trovare in una rappresentazione stabile il collegamento con il dolore per la perdita e quindi l’elaborazione della sua assenza con la permanenza di un sentimento. Ogni soggetto, infatti, nel lutto, sa che l’oggetto continua a vivere perché ne custodisce la rappresentazione interna, sa che esso vive in tal modo dentro di lui, e quindi è vivo anche nel mondo (Ogden 2009). Se la psiche non è sufficientemente strutturata da sopportare il dolore del lutto, avvertirà l’assenza dell’oggetto, dunque, non come mancanza, e quindi spazio del desiderio e spazio interno ove ha luogo il pensiero, ma come vuoto. L’assenza dell’altro, in questo caso, produce un’assenza di sé, per la parziale differenziazione dal grande Altro avvenuta alle origini dell’Io. L’assenza è il vuoto cosmico in cui l’Io può sprofondare e svanire senza memoria. Poiché ogni oggetto è buono perché presente e cattivo se assente, non è mai un oggetto da ricordare, a cui aggiungere un significato con il sentimento. L’affetto del soggetto-limite, infatti, non giunge mai all’empatia, ma lascia in lui traccia di una belle indifférence con alternanza di avvicinamento e fuga.  Il modo di trattare la realtà esterna è allora in funzione del bisogno di negare il vuoto di sé lasciato dall’oggetto, o in funzione del sostituire tale vuoto con un pieno di stimoli reali, nell’urgenza di trovare un nuovo oggetto che regoli gli eventi perché l’Io raggiunga ancora il sentimento di essere in vita. È’ anche vero che nella relazione d’oggetto l’angoscia persecutoria ha un’importanza altrettanto vitale che quella di abbandono. Lo stesso esser-ci dell’oggetto diviene fonte e motivo di odio perché, per la porosità e precarietà dei confini del soggetto-limite, la presenza dell’Altro mina il sentimento di continuità dell’Io (Rinaldi 2005).

L’odio risulta una pulsione cara al soggetto-limite, perché ne mantiene l’integrità dell’Io. Tale pulsione, infatti, promuovendo un distanziamento alternato alla prossimità, evita il pericolo di intrusione destrutturante dell’Altro per l’identità dell’Io, in quanto sottoposto alla dipendenza alienante. L’odio inoltre ridefinisce i confusi confini tra mondo interno ed esterno. La presenza dell’Altro odiato-amato diviene necessaria all’equilibrio anaclitico di cui abbiamo parlato. Ed è proprio la dipendenza dall’altro ad essere motivo dell’odio, come attribuzione altrui della lacunarità dell’Io. La proiezione dell’odio o di altre pulsioni si lega sempre ad una necessità di scissione del mondo interno, percepito in alcuni momenti come troppo intenso ed in altri come assente, laddove prevalga un bisogno pulsionale di internalizzazione, per colmare il vuoto delle origini, vuoto rivelato dall’assenza d’oggetto. Atteggiamenti impermeabili si avvicendano a periodi o momenti di iperadattabilità, adesi alla percezione del reale e alternati a momenti di maggiore proiezione in cui un funzionamento mentale altamente interpretativo deforma la realtà senza alcuna possibilità modulatrice, fluidificante e quindi creativa del pensiero.

Il ricorso alla difficoltà di provare empatia consiste in una misura controfobica dalla dipendenza, un rovesciamento dei termini soggettivi del discorso. Peraltro gli elementi, i ricordi o i pensieri sgraditi all’Io non sono soggetti a rimozione, ma ad evitamento, ovvero sono bloccati, privati alle origini di un senso o di un affetto che li significhino, non posseggono l’energia vitale che pervade il rimosso e lo porta a tentare l’affiorare nel Conscio. Per il soggetto-limite la dipendenza dall’Altro è portatrice di sofferenza psichica poiché include un annuncio di mancanza non inscritto nel registro dell’Avere, ma in quello dell’Essere, e quindi incolmabile se non attraverso il compiacere una soggettività altra, compiacere nell’Essere, ovvero farsi colui che l’Altro ha da sempre atteso. Tuttavia, una volta raggiunta la soggettività dell’Altro, una volta sedotta nel duplicarne i sogni, essa assume per lui il senso di intrusione violenta e perciò viene subito cacciata, precipitando così l’Io nel vuoto d’oggetto. Nella costruzione del falso Sé, l’adesività al desiderio dell’Altro ha una funzione portante sancendo, peraltro, il perché dell’anacliticità dell’Io. L’adesività è nell’essere, cioè nel trovare struttura se pur nell’infingimento, costruendo un’identità su quello che egli pensa possa essere l’aspettativa dell’Altro; perciò essa ha più funzioni: la prima è quella di fornire d’emblée una struttura identitaria che conferisce certezza ai tremuli caratteri autobiografici del soggetto (Jacques 2000). In secondo luogo l’adesività offre un senso di realtà alla struttura identitaria così ottenuta, attraverso il riconoscimento dell’Altro; offre come terzo punto molteplici forme identitarie, strettamente coerenti al proprio interno, a seconda degli oggetti e i loro desideri. Siffatte poliidentità, inoltre, sottraggono l’Io all’angoscia di abbandono legata alla dipendenza, contrastandola tout court e, come ultimo vantaggio per l’Io, l’adesività assicura il legame con l’oggetto, sia pur nella sua fragilità. In assenza della costruzione del Falso Sé le diverse parti psichiche, separate nell’indifferenza reciproca dal meccanismo primigenio della scissione, non troverebbero luogo identitario ove porsi e pertanto manterrebbero una pericolosità implosiva nell’Io, in possibili annodamenti conflittuali, sia pur fugaci, all’interno, o esitando forti sentimenti di dissociazione o dissolvimento psichico nel mantenere il distanziamento vacuo e nel non trovare un luogo interno ove risiedere in sicurezza. Attraverso la costruzione di più pseudo Sé, o Sé imitativi, diversi a seconda dell’oggetto, il soggetto-limite trova la possibilità di dare dimora e vita, sia pur solo in mimesi, ai diversi nuclei psichici che diverranno basi per la fragile ma coerente costruzione di diverse personalità in fieri, effimere come silhouettes lunari. Il nucleo pulsionale infuocato che con rapidità risponde all’urto, o quello che in arte simula la razionalità, o la timidezza e il timore, divengono sue possibilità sia pur impalpabili e di superficie di essere in vita. Il soggetto-limite, così, fa dell’apparire la sua essenza: egli, accordando sé stesso, diviene la parola dell’Altro, la sua pensabilità, prende la forma ospitata dall’Altro. Risponde così al proprio più profondo bisogno fusionale, difendendosene al contempo attraverso l’inautenticità dell’atto. Nel Falso Sé egli prova tuttavia l’ebrezza di un’empatia che non conosce. C’è, dunque, chi fa del Falso Sé una struttura dell’essere. La falsità, nella nevrosi, è un inganno precoce, appartiene all’avere, si sviluppa del tutto nel Conscio, è uno slancio dell’Io a raggiungere i più alti rami, ove ha sede l’Ideale dell’Io. Nelle strutture più immature e fragili, come quella-limite, la falsità ha a che vedere con l’identificazione primaria, una sua prosecuzione: non potendo più essere l’oggetto, finge di esserlo, simula una identità impossibile a farsi. Rende il suo Io flessibile al limite dell’evaporazione di sé, per catturare ciò che lo fa esistere: lo sguardo dell’Altro, raggiungere un’immagine di sé che sia il suo equilibrio ma di cui non dispone e che è proprietà infinita di un-altro.(Continua…)

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

 

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