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FEDERALISMO: VECCHI E NUOVI EGOISMI

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Redazione- Vecchi e nuovi egoismi  dentro il federalismo senza coesione delle regioni italiane .Pericoloso e tanto più pericoloso  in tempo di pandemia da Covid 19. Tanto che qualcuno suggerisce, che passata l’emergenza, forse è necessario  ripensare non tanto il nuovo Titolo V della Costituzione  ma proprio l’essenza delle regioni. A cominciare dallo stesso sistema di elezione dei Presidenti delle Giunte regionali che si sono affibbiati il nome di “ Governatori”  e che tentano di dare a questo maldestro tentativo di mascherare  le tentazioni di neo cesarismo ,nuovi compiti e nuovi look  che non ha e non potrà mai avere.

Perché la natura delle regioni non è quello dell’esercizio del potere legislativo e di organizzazione verticale bensì  il compito  e il servizio di incanalare  le esigenze del territorio  verso la ricerca di soluzioni amministrative, pratiche ,quotidiane , creando un interfaccia con il potere centrale  e forse con gli stessi organi  europei . Ma soprattutto  deve fare della solidarietà tra le comunità e i popoli uno strumento di  ricerca  e attuazione dei compiti  attribuiti agli organi periferici di uno Stato. Il localismo  senza solidarietà, ha creato   e crea  squilibri territoriali e diseguaglianze  finanziarie che l’epidemia di Covid 19 sta mettendo bellamente in mostra  alzando il sipario su uno scenario ridondante di litigi, incomprensioni,scarsa lotta al malaffare, immobilismo ,asseverazione di realtà di fatto  tragico-comiche. E se non fosse per l’alto prezzo di vite umane  che specialmente in questo momento le comunità da nord a sud stanno pagando  ,sarebbe un “ bel dire” il cosiddetto “federalismo” Locuzione  usata, il bel dire , che proprio vuol dire l’inutilità di un termine di cui tra l’altro non si sente più parlare da qualche tempo. Forse perché le mode passano  e gli stracci restano . La  moda di politicizzare, come avvenuto , uno strumento di  condivisione delle cose comuni attraverso la polarizzazione e la semplificazione di un concetto  che richiama  nomi, programmi e progetti come quelli di Gaetano Salvemini, Luigi Sturzo,Guido Orso ,Giovanni Montemartini (1). Ma dal concetto di federalismo  (2)  comunque bisogna partire per capire l’attuale Italia delle Regioni.

Dal punto di vista storico,per considerare un periodo più vicino a noi, l’Ottocento,  si deve a   Carlo Cattaneo  che  riferendosi a John Looke e Gian Domenico Romagnosi, dopo il moti del 1848  ,espresse l’auspicio di  una Italia federale  che potesse  resuscitare il ruolo dei Comuni, come giù era avvenuto  ,come forma di  potere .Idea   esposta   in  La Fédération et l’unité en Italie, 1862,  dove criticava  anche  l'”unitarismo ossessivo” di Mazzini  prendendo  la Svizzera e gli Stati Uniti d’America a modello di democrazia federale . (3) Fu dunque una grande sconfitta vedere concretizzarsi il sogno politico risorgimentale in un’Italia centralistica e decisamente non federale .

 Si ricominciò a parlare  di federalismo ,in tempi  più vicini a noi,  anche se  il dibattito non si era mai sopito del tutto,  grazie a Gianfranco Miglio,  per il quale ,come scriveva a quel tempo,  “oggi il federalismo non è più guardato come uno strumento atto ad unire, ma quale strategia per tutelare e gestire le diversità“. Un concetto fondamentale, anche se troppo spesso sottovalutato, che obbliga ad introdurre un’altra considerazione ad esso strettamente collegata: l’autentico federalismo che è oggi ancora da  pensare. Un federalismo che possa aiutare questo paese , come occasione storica, ad incamminarsi verso una  società più liberale, capace di ricondurre progressivamente l’obbligazione politica alla sua natura eticamente condivisibile di patto tra uomini ,decisi a condividere qualcosa e ad instaurare relazioni contrattuali.  Infatti continua Miglio : “ Nel declino dello Stato moderno e dell’autoritarismo disumano che lo ha segnato (nelle sue derive totalitarie ed assistenziali, tecnocratiche e paternalistiche: dal comunismo al nazismo, dal welfare state occidentale ai mille peronismi del Terzo Mondo), l’antica tradizione liberale dei contratti privati sottoscritti da liberi proprietari e quella federalista dei patti di alleanza che uniscono tra loro città indipendenti possono rappresentare due riferimenti importanti per individuare linee di evoluzione in grado di assicurare maggiore autonomia alla società civile, una più sicura tutela dei diritti dell’individuo e nuovi spazi di innovazione politica e civile. “(4)

Ma Il federalismo che conosciamo ,  di volta in volta indicato  come responsabile, solidale,cooperativo  in realtà è stato   corrotto e minato dal corporativismo portatore di interessi particolari, da palesi egoismi  non solo tra nord e sud  ma soprattutto dal fatto che   mascherava  un secessionismo  strisciante. Il federalismo  è un aspetto importante e concreto  della forma di Stato  e quindi va esaminato, discusso e concretizzato  con attenzione. Il dibattito cui è stato oggetto negli ultimi anni ( e da un po’ che non se ne sente parlare) ha lasciato pochi reali risultati sul terreno  e molta confusione. Dalla quale emerge solo  un’esaltazione del regionalismo che in questi tempi, che richiedono coesione e convergenza,non fa altro che alimentare insubordinazione. E quando parlo di insubordinazione non invoco tribunali militari  ma voglio richiamare l’attenzione  su un aspetto della politica che mette per esempio i comuni in una condizione di subordinazione nei confronti  delle regioni . Una condizione  spesso inaccettabile perché proprio nei comuni   si dovrebbe attuare  quella complessa fase del federalismo in quanto rappresentano concretamente la prima istanza dove si esprimono  le esigenze e i problemi del territorio; il primo laboratorio di esercizio della cittadinanza attiva alla base del riconoscimento di quella rete che vive  e fa vivere l’impegno  di tutti  che non è la logica del “ fai da te” ma quella della condivisione  dei processi decisori  relativi alle questioni comuni  e ai destini individuali.

Quella cittadinanza attiva che  per esempio nella seconda ondata della pandemia del coronavirus  si è affievolita per molti ragioni . Anche forse a causa di una informazione ridondante e poco chiara ; a causa di provvedimenti  presi dopo estenuanti trattative in cui la politica non è riuscita a  conciliare i particolarismi e si è trovata sbilanciata da una  parte o dall’altra e che non hanno fatto altro che disorientare le persone. A causa proprio del venir meno di  quella funzione di collegamento  Stato- Regioni  , sulla base dell’ascolto delle esigenze e delle necessità di garantire  interventi di prima mano . Dopo un timido ed unico  tentativo di  dare loro risorse per  ristorare e sovvenire alle necessità più elementari, a volte legate alla sopravvivenza delle persone e dei nuclei familiari , i comuni si sono visti sorpassare da provvedimenti  in questo senso delegati ad altri  soggetti attuatori lontani ,  molto  lontani dalle realtà del territorio .  E quello che è peggio si sono sentiti investiti a volte di responsabilità , come quelle delle chiusure di spazi pubblici per limitare  incontri e assembramenti  tipo movida, che andavano semmai  condivise, che nessuno voleva adottare ( Governo, Regioni )   guardando all’interesse elettoralistico o ai sondaggi di gradimento  . Il modello messo in piedi dall’ultimo Dpcm con le  misure di lotta al Covid 19  vuole contemperare  molte cose, ma soprattutto, istituendo le zone di diverso colore, richiama sostanzialmente le regioni a responsabilità a volte anche impopolari proprio in rispetto di quella diversità che le  stesse  avanzano, sostengono e custodiscono .

Ma torniamo al federalismo  per  sottolineare che non siamo chiaramente uno stato federalista per cui dobbiamo  guardare con attenzione a quello che è il nuovo Titolo V della Costituzione dopo  la modifica  del 2000  . Una riforma che ha  chiaramente conservato  l’adesione ai principi fondamentali della  carta costituzionale. Un titolo che però ha  voluto mettere riparo e limiti  ad alcune incongruenze ma che non è riuscito a sanare. Come l’eccessiva legislazione concorrente tra Stato e Regioni per la quale , una nuova modifica  alla modifica del 2000 ,dovrà  tener conto della potestà legislativa delle regioni limitandone “ creazioni “ per lo meno   fantasiose “come  per esempio quelle scaturite da  formule come “Roma capitale” o “ città metropolitane” e via dicendo.

Come pure nel settore della sanità, alla luce  di come sono andate le cose durante  questa pandemia  da coronavirus occorrerà rivedere  molti aspetti  di una sanità totalmente regionalizzata. Prendiamo per esempio la raccolta dei dati che durante  questa seconda fase dell’epidemia risultano determinanti per la gestione della stessa  perché sono quelli che permettono alla politica di  prendere decisioni più o meno efficaci.  Ebbene ci si sarebbe aspettato omogeneità  e attendibilità. Invece ci sono state regioni che hanno approntato  sistemi efficienti, altre meno efficienti e altre con scarsissima efficienza. Moltissime in buona fede  o per mancanza di strumenti  o personale. Qualcuna  con l’intento di evitare  chiusure ,ma in questo caso  è un altro livello di considerazioni che  esulano da questo semplice esame  della situazione  e che non spetta a questo scritto di giudicare in alcun modo. Si vedano le stringenti polemiche  in questo senso nelle regioni Campania, Calabria, Sicilia. Si considerino le lunghe trattative tra Governo e regione Lombardia, solo per fare un esempio per il cambio di colore .

Il ritorno  ad uno spirito autonomistico, dunque, dovrà significare , in termini di cambiamento, ( dal momento che la stessa Costituzione evoca  la Repubblica delle autonomie ) una svolta della democrazia locale.  Finora, con l’elezioni dei Presidenti delle Giunte regionali  come  quelle dei sindaci, in nome della stabilità amministrativa locale,  si è ceduto al culto del potere  monocratico che con l’aggiunta  della funzione legislativa  sfiora un “cesarismo” anche se in molti casi involontario ma comunque non sempre esente da tentazioni . Sono però  convinto che è solo una questione di “ atteggiamenti “,   provocati dalla pressione ( spessissimo da ansia da prestazione )mediatica e quindi di ben figurare in un contesto che non ammette, per così dire ,” distrazioni “ di sorta .

E non come dice Luciano Canfora (5) che le regioni possono rappresentare   : “20 opportunità alla malavita di interloquire con poteri che contano, stavolta più vicini, più raggiungibili, più permeabili, meno difesi da codici etici che s’impongono a chi fa parte di un Governo nazionale, per ovvie ragioni, perché il controllo dell’opposizione è molto più forte, la risonanza nazionale di quello che fai è molto più forte. Il potere locale vive per lo più sott’acqua, sul filo dell’acqua. Ha i suoi legami locali e localmente può succedere di tutto.”(…) Un Canfora che alla domanda : “ Ma la fondazione delle regioni come istituzioni politico-amministrative non è stato il vanto della sinistra? “ Risponde : “ Su questo mi permetto di dire che la cosa è più complessa. E rimando ad un mio libro . Perché lì ho rievocato il fatto che alla Costituente chi si espresse criticamente sulla istituzione delle regioni, non fu soltanto Benedetto Croce, che fece un bellissimo intervento in cui disse che il nostro paese è un paese unitario da pochi decenni e noi stiamo per incrinare questa faticosamente conseguita unità. Erano contrari, per dirle di forze politiche diversissime, un uomo che rispondeva al nome di Palmiro Togliatti e uno non meno significativo che si chiamava Francesco Saverio Nitti. Dopo di che, la pressione filo-federalista fino allo spasmo, ad esempio del Partito d’azione, introdusse questo sciagurato istituto nel nostro ordinamento. Dimenticandosi tutti che le regioni così come sono disegnate sulla carta geografica, sono in realtà le regioni augustee, quelle che Augusto, quando riordinò l’impero, l’Italia etc., tracciò sulla carta geografica. Creando anche delle stramberie. Per esempio, l’Abruzzo e il Molise, Foggia e Lecce, per venire alla mia regione, non hanno in comune quasi nulla, men che meno il dialetto, men che meno la storia. Quindi sono delle suddivisioni astratte, che abbiamo ereditato, eternato e potenziato con quell’ordinamento. Ma ben prima di Benedetto Croce, io mi permetto di ricordare un autore meno famoso ma in realtà molto più efficace, che si chiamava Carlo Collodi, con il suo bravissimo Pinocchio. Carlo Collodi era anche un giornalista politico molto vivace, lo era talmente che a un certo punto gli fu vietato di collaborare ai giornali, stiamo parlando degli anni ’70 dell’800. In un suo intervento molto bello sul giornale Il Lampione, il 13 maggio 1860, scrisse guardatevi bene dal suddividere il nostro paese in regioni, perché quello significa rimettere in vita gli stati pre unitari, compreso il Granducato di Toscana che lui conosceva benissimo essendo nato da quelle parti. Cito testualmente: «Federalismo è un pretesto per rimettere le cose allo statu quo». “

Gustavo  Zagrebelsky  in un articolo su la Repubblica del  18 novembre 2020 dal titolo “La democrazia d’emergenza “ mette in relazione proprio la natura e la funzione delle regioni all’interno di  un quadro emergenziale che  la pandemia da Coronavirus sta  consolidando attraverso  la prima e la seconda ondata e forse la terza  in gennaio febbraio se non si riesce ad arginarla  corposamente e sostanzialmente  nel momento attuale ,in questo mese di novembre .  Zagrebelsky  parte con il definire che cosa dovevano essere le regioni e non sono state : “Le Regioni. Nate come progetto di politica vicina ai cittadini, efficiente nell’interpretarne i bisogni e le tradizioni, nemica del centralismo autoritario, palestra di formazione di classi dirigenti nazionali, innovative e programmatrici, fecondatrici di una unità nazionale partecipata: tutta questa bellezza sta nei propositi che, via via, la realtà si è incaricata di smorzare.” (…) Non lo sono state perché  l’esplosione del regionalismo è stata solo  la retorica appunto del regionalismo : “C’è stato un momento, tra il ’60 e l’80 del secolo scorso, in cui, se non eri “regionalista”, anzi “iper-regionalista” entusiasta, se non anche federalista, quasi non avevi diritto di parola nelle innumerevoli assise che radunavano studiosi, politici, amministratori. Per fare un poco di autocoscienza sarebbe istruttivo mettere in fila i titoli di ciò che si è scritto, i convegni e le tavole rotonde, le cattedre universitarie, gli istituti per le Regioni, eccetera: non si finirebbe più.” E sconsolatamente conclude : “La conclusione è stata un’escrescenza ideologica. I presidenti delle Regioni si sono innalzati a “governatori”, forse in romantiche reminiscenze giovanili delle imprese del Corsaro nero a Maracaibo. Stampa, televisione, commentatori, ecc., hanno incominciato a chiamarli così, e loro ci hanno creduto. Poi, per premiare le regioni virtuose -le loro- hanno preteso il “regionalismo differenziato” o “asimmetrico”, credendo di dare così nuova linfa a un regionalismo che andava spegnendosi. Poiché vorrebbe essere un premio per il buon governo, c’è stato un fiorire di auto candidature: Lombardia, Veneto, Campania, Liguria, Lazio, Piemonte, Toscana, Calabria, Puglia.”

Questo stato di cose ,incontra malauguratamente l’epidemia  di Covid 19 che : “ha svelato l’illusione e la realtà. Si incomincia a pronunciare quella che, fino a non molto tempo fa, sarebbe stata una bestemmia, che non mancherebbe di argomenti: altro che buon governo delle Regioni; aboliamole piuttosto! Tuttavia, invece che inseguire questa utopia, la lezione da trarre dalle emergenze è che, al di là della buona o cattiva volontà di questo o quel “governatore”, ma per ragioni strutturali di consenso, è che esse sono “divisive”, paralizzanti.” Contro questa paralisi occorrerà agire.

Nadia Urbinati  in un articolo del 27 novembre 2020 su Libertà e Giustizia .it (6) scrive : “L’emergenza prolungata imposta dalla pandemia ha fatto esplodere la “questione regionale”. (…)La critica è al regionalismo disegnato dalla riforma del titolo V della Costituzione (confermata dal referendum nel 2000), che ha cambiato l’ordinamento repubblicano. Ha miscelato per ragioni di compromesso tra i partiti (peraltro fallito) un po’ di federalismo e un po’ di centralismo. Quella riforma era figlia di due idee, federalismo e sussidiarietà, stimolate anche dal processo unitario europeo. La sussidiarietà prefigurava la devoluzione della sovranità a favore del ruolo della società civile e degli attori privati, mettendo in primo piano la funzione regolatrice delle autorità “più vicine ai cittadini”, come recitava la Carta europea dell’autogoverno locale del 1985. Proprio perché introduce “criteri multipli o plurali di allocazione dell’autorità”, la sussidiarietà è per alcuni l’anima del “vero” federalismo, per altri una contestazione della sovranità dello Stato. (…  )In questi mesi tormentati, si sono visti e sofferti i limiti del Titolo V, degli spazi di autonomia definiti con l’introduzione della potestà legislativa concorrente. Si è anche confermato quanto male abbiano fatto i progetti di riforma velleitari. Quel che occorrerebbe fare è fissare un equilibrio bilanciato tra le responsabilità delle autonomie e il ruolo dello Stato, correggere la sovrapposizioni di poteri e competenze e fermare l’esplosione della legislazione concorrente (con pesanti costi e inefficienza) che “intasano di contestazioni la Corte Costituzionale”, come scriveva Pierluigi Bersani nel 2012 in una lettera al Sole24ore, dove diceva: “le Regioni hanno finito spesso per riproporre una centralizzazione a livello periferico, hanno acquisito un ruolo troppo esclusivamente gestionale, hanno in diversi casi smarrito la strada di un corretto ed equilibrato rapporto tra presidenti e Consigli regionali.”

Passata questa pandemia dunque occorrerà riflettere dunque sul rapporto Stato Regioni e sul ruolo  di quest’ultime. Le Regioni  e la loro autonomia devono essere , ed è possibile farle diventare  dove non lo sono già, una esperienza amministrativa, che,ripetiamo,  quando sarà terminato questo periodo di stress  pandemico, avrà bisogno  di molta fantasia ( servizi di rete, welfare locale,  cura dei beni comuni ecc. ) , ma di altrettanta capacità  di sfidare tutti gli ostacoli  per l’avanzamento verso un obiettivo  di coesione,  equità, giustizia sociale . Nel recupero proprio di quei valori costituzionali  che mettono l’attenzione  su un ideale di società che ha fiducia nelle autonomie perché la rendono credibile nei suoi principi  fondamentali di libertà,uguaglianza e crescita democratica .

(1)Claudia Petraccone   Federalismo e autonomia in Italia dall’Unità a oggi  Laterzo 1995  Riuniti in volume i testi fondamentali dell’idea federalista: un credo morale e una proposta istituzionale che attraversano la storia d’Italia dall’Unità ai giorni nostri.

(2) Per il federalismo in generale

  1. Garosci, Il pensiero politico degli autori del “Federalist”, Milano, 1954; P. J. Proudhon, Du principe federatif, Parigi, 1959; M. Albertini, Il Federalismo. Antologia e definizioni, Milano, 1963; C. Rossiter, L’alba della repubblica: le origini della tradizione di libertà politica, Pisa, 1963; C. H. Mcilwain, La rivoluzione americana, Bologna, 1965; G. Motta, Federalismo europeo, Catania, 1980.

Per il federalismo italiano

  1. Cattaneo, Stati Uniti d’Italia, Torino, 1945; A. Berselli, Democrazia e Federalismo nel Risorgimento, Bologna, 1946; D. Visconti, La concezione unitaria dell’Europa nel Risorgimento, Milano, 1948; B. Brunello, Il Federalismo nel Risorgimento, Bologna, 1958; E. Albertoni, M. Ganci, Federalismo, regionalismo, autonomismo, Milano, 1989.

 (3) In Italia il federalismo, già vagheggiato verso la fine del Settecento, fu sostenuto o accanitamente combattuto durante il Risorgimento, vedendo in esso una soluzione al problema dell’indipendenza e unità nazionale alternativa al programma mazziniano. Così Vincenzo Gioberti nel Primato morale e civile degli Italiani (1843) proponeva una lega federale degli Stati italiani presieduta dal pontefice; mentre Cesare Balbo nelle Speranze d’Italia (1844) sosteneva l’opportunità di mettere a capo della lega il sovrano sabaudo. A queste correnti federaliste neoguelfe e moderate (ma si trattava più precisamente di tendenze confederazioniste) si opponevano quelle democratiche e repubblicane di Giuseppe Ferrari e Carlo Cattaneo. Quest’ultimo, tuttavia, intese anche più originalmente il federalismo come una “teorica della libertà”, nel senso che solo in uno Stato federale, rispettoso delle autonomie e peculiarità locali e del pluralismo delle comunità, si poteva realizzare un’effettiva divisione del potere e un’autentica partecipazione democratica dei cittadini alla vita pubblica. Sconfitte durante il Risorgimento, queste idee lo furono anche dopo l’avvento dell’unità nazionale, quando, per combattere le tendenze centrifughe degli ex Stati italiani, prevalse la linea di un rigoroso accentramento statale (d’importazione francese) contro ogni ipotesi anche di semplice decentramento (come quella sostenuta nel 1861 dal progetto di legge Cavour-Farini-Minghetti, che prevedeva una certa autonomia delle regioni, inclusiva di qualche potestà legislativa, e sottraeva comuni e province alla tutela dei prefetti).

https://www.sapere.it/enciclopedia/federalismo.html

(4) http://www.progettoitaliafederale.it/appr_lib2.htm#5    ma anche : G. Miglio (a cura di), Federalismi falsi e degenerati, Milano, Sperling & Kupfer, 1997.

(5) Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, una “coscienza critica” della sinistra. Professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni), Tra i suoi libri, ricordiamo: Fermare l’odio (Laterza); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza); Il presente come storia e il recente Europa gigante incatenato (Dedalo).

(6) http://www.libertaegiustizia.it/2020/11/29/la-questione-regionale-un-difficile-equilibrio-tra-stato-e-autonomie/

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