” DIO, L’AMORE, LA VITA ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI
Redazione- Leggiamo al capitolo 11 del Vangelo di Giovanni:
28Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: “Il Maestro è qui e ti chiama”. 29Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. 30Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. 31Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
32Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. 33Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. 37Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”.
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: “Togliete la pietra!”. Gli rispose Marta, la sorella del morto: “Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni”. 40Le disse Gesù: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?”. 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: “Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato”. 43Detto questo, gridò a gran voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: “Liberàtelo e lasciàtelo andare”.
Giovanni evangelista non racconta tutti i segni (miracoli) di Cristo ma solo alcuni di essi con lo scopo di far credere l’uditorio. La risurrezione di Lazzaro è il settimo segno, l’ultimo, quello più importante. I segni di Giovanni ricalcano le grandi opere che Dio fa nell’Antico Testamento e che il credente è invitato a ripetere nella comunità dei fratelli. Per esempio il primo segno è costituito dalle nozze di Cana, un matrimonio, ed è stato il primo dono di Dio all’umanità: la donna e il matrimonio. Il settimo segno, l’ultimo, è il funerale, cioè il ritorno dell’uomo a Dio stesso, che Egli ha prestabilito dagli inizi.
Anche Elia e Eliseo hanno fatto risorgere dei morti, ma questo segno è impressionante in quanto il cadavere già puzza.
Per la tradizione ebraica una opera di misericordia fondamentale è partecipare ai funerali. Nel Talmud di Babilonia (trattato Sotà) si dice che bisogna camminare seguendo ciò che Dio ha fatto: il Santo ha confortato le persone in lutto, quindi anche tu devi fare lo stesso; e devi anche seppellire i morti, come Dio ha fatto con Mosè.
Lazzaro è amico di Cristo e la tradizione bizantina prega spesso Gesù come Filantropo, cioè amico dell’uomo. Lo stesso nome di Lazzaro evoca l’idea di Dio che aiuta l’essere umano.
Questo segno manifesta che dove sembra aver vinto la morte, invece Cristo ha vinto la morte stessa. Gesù è la risurrezione e la vita, ha aperto le porte del paradiso a chi crede in Lui. Cristo chiama l’uomo a venire fuori dalla tomba, rotolando via la pietra posta a sigillo.
Cristo inoltre ci affida alla chiesa, infatti Egli invita i discepoli a sciogliere le bende di Lazzaro: la salvezza operata da Cristo si compie per mezzo dei segni sacramentali affidati alla comunità dei credenti, alla chiesa, che ha il carisma di Dio.
Emerge anche il pianto di Cristo, espresso da un verbo greco intraducibile, che la CEI rende con “commosso profondamente”, embrimōmenos, che in sé evoca l’idea del fremere, del nitrire di un cavallo. Cioè Cristo soffre molto per la morte del suo amico. Il Nuovo Testamento afferma che Gesù è in tutto simile agli uomini fuorché nel peccato. Egli prova emozioni e sentimenti.
Ma in Giovanni ogni atto di Cristo esprime una rivelazione divina, quindi anche questa forte emozione di Cristo manifesta qualcosa della Gloria di Dio. Nell’Antico Testamento la misericordia di Dio è detta in ebraico rachamim, che vuol dire letteralmente “viscere materne”. Dio ci ama come una tenera madre! I profeti piangono sul popolo e lo fanno in vece di Dio. In Geremia 13, 17 è scritto:
Ma se voi non date ascolto, la mia anima piangerà in segreto (mistarim), a motivo del vostro orgoglio, i miei occhi piangeranno a dirotto, si scioglieranno in lacrime, perché il gregge dell’Eterno sarà condotto in schiavitù.
Nel Talmud i saggi ebrei commentano questo testo così: il Santo ha un luogo dove piange ed è Mistarim, che vuol dire Segreto.
Dio è nostro amico, nostro fratello, di più è madre e padre, ma tutti lo considerano Beato, quindi come se non potesse piangere, ma Dio si commuove nel profondo, nel segreto, per via delle miserie dell’uomo, soprattutto quelle che egli si crea da solo allontanandosi deliberatamente dalla via della salvezza.
Non abbiamo un Dio distante, freddo, invece Egli partecipa alle nostre sofferenze. La tradizione ebraica sottolinea che le lacrime aprono le porte di Dio.
Il Nuovo Testamento rivela anche esplicitamente la natura intima di Dio, che è amore. Infatti in Giovanni 13, 34 si legge: “Come io ho amato voi, così anche voi amatevi gli uni gli altri”.
Ed è per questa ragione che chi cerca la felicità al di fuori di Dio, non cerca la vera felicità, perché tutto passa in questo mondo, e solo Dio è fedele. In arabo “amico” si dice ṣadiq, da una radice che vuol dire “dire la verità”, ma nel mondo l’unica Persona che non tradisce, vera fino in fondo, altro non è che Cristo. L’amore degli esseri umani è passeggero, ora c’è e subito dopo si dilegua, per poi forse ritornare in futuro. Invece Dio è stabile per sempre.
Sant’Agostino, infatti, dice: “E questa è la felicità: godere per Te, a causa di Te…. fuori di questa non ve n’è altra” (Confessioni 10). Dio è la perla preziosa di inestimabile valore che può trasformare la nostra vita riempiendola di gioia che nessuno ci può togliere. Siamo pellegrini e in questo mondo, per essere felici è necessario camminare con i piedi per terra, attenti a ciò che accade attorno a noi, chiamati a dare sempre il nostro contributo per rendere migliore il mondo, ma con il cuore rivolto in alto, a Dio, anelando in ogni istante a quella “pace della città celeste (che) è l’unione sommamente ordinata e concorde di essere felici di Dio e scambievolmente in Dio”(Città di Dio 19,13,1); e dove “la vittoria è verità, la dignità è santità, la pace è felicità, la vita è eternità” (Città di Dio 2,29,2).
I vangeli affermano che Cristo è la sola cosa necessaria, tutto il resto lascia il tempo che trova.
È facile scordarsi di Dio mentre siamo attirati dalle cose del mondo. Tutto luccica e ci attira, ma come canta l’Ariosto, la gloria del mondo è come una bolla, grande e appariscente fuori, ma dentro è vuota.
Gli antichi cinesi hanno avuto all’inizio del loro pensiero la parvenza di un Essere superiore che governa il mondo, poi questa idea ha iniziato a scemare e hanno concepito la realtà come mossa da due principi opposti ma complementari, Yin e Yang, cioè Terra e Cielo. Per i cinesi quindi all’inizio ci sarebbe solo la materia, dilaniata e informata da questi due principi.
Il Cielo è attivo, la Terra è passiva: il primo inizia l’azione del far scrosciare l’acqua della pioggia, la seconda la recepisce e ne rimane fecondata.
All’inizio del pensiero cinese c’è un’opera chiamata Classico dei Mutamenti (I Ching), la cui origine si perde nella notte dei tempi. Non si tratta di un libro alla maniera occidentale, in quanto è, nel suo nucleo più antico, una raccolta di 64 figure, gli esagrammi. Un esagramma è composto di sei linee; ogni linea è intera o spezzata. Nella combinazione di linea intera e linea spezzata, corrispondenti alla polarità di opposti di cui abbiamo detto, si costruiscono questi 64 esagrammi.
La funzione degli esagrammi è di descrivere l’intero assetto del reale. Si tratta di 64 simboli, che l’esoterismo cinese ha interpretato per millenni e che continua a rileggere per carpirne sempre nuovi significati, che intendono gettar luce sia sulla “struttura della realtà” sia sulla sua “funzione” (ciò che i neoconfuciani chiamano rispettivamente “ti” e “yong”).
La caratteristica della energia Yang è quella di essere sempre attiva, “andare sempre avanti” (“jian”), invece lo Yin si rende sempre disponibile a questa attività restandone influenzato, cioè la sua caratteristica è quella di “conformarsi” (“shun”).
Questa polarità di opposti è espressa all’inizio del Classico dei Mutamenti attraverso i primi due esagrammi: Qian e Kun. Già dall’antichità i commentatori affermano che questi primi due esagrammi sono separati dagli altri e sono quasi introduttivi alla intera opera.
Ogni realtà e ogni funzione che si trova nel versante della immanenza, cioè tutto ciò che esiste, è compenetrato da Yin e Yang. Ogni cosa ha questi due aspetti, che ne costituisce l’intima essenza. Dalla dinastia Song questo mistero è espresso attraverso quella figura di un cerchio metà nero e metà bianco con dentro una goccia di colore diverso, simbolo del fatto che ogni cosa può mutarsi nel suo contrario, è solo questione di tempo oppure di funzionalità.
Se questo è vero nell’immanente, il quale da tutti noi, mediante la esperienza quotidiana, è sperimentato quale dilaniato dagli opposti, la stesa cosa non si può dire per Dio. dio è la unica realtà, anche se trascendente, della quale si può dire che è solamente Buona. E la sua giustizia non è male, bensì parte della sua Bontà.
L’analisi della realtà, con i soli occhi della sensibilità e della ragione, non può che condurci al pensiero che ogni cosa è in sé buona e cattiva, è utile e dannosa. Invece unicamente la rivelazione divina può spalancarci le porte della verità: “Dio è Amore”, come afferma 1Giovanni 4, 8 (espressione che nell’originale greco suona così: o theòs agapē estin). Dio è soltanto Amore, è l’Amore Assoluto.
Il credente che sta ancora nella dimensione terrena assapora qualche volta il bene, assieme a molto male e molto limite. Questa condizione terrena va superata in quanto dominata dalla contraddizione: c’è sì il bene, ma anche molto male. Pertanto l’anima raggiunge la felicità solamente quando si congiungerà perfettamente con il suo Creatore, e questo accadrà dopo il transito dal mondo materiale.
Questa verità è contemplata anche in un Hadith della tradizione islamica. Il termine Hadith deriva da un verbo arabo che vuol dire “capitare, “avvenire”, “accadere”, quindi si riferisce agli “avvenimenti” (fatti e parole) riguardanti la vita di Maometto. Gli Hadith non sono stati scritti da Maometto, bensì raccolti dopo la sua morte, quindi gli studiosi li paragonano ai vangeli. In uno di essi (Mishkat al-Masabih, n. 222) è scritto:
Un credente non sarà mai soddisfatto del bene che sente finché non raggiunge il paradiso.
Al versetto 35 del brano di Giovanni che abbiamo riportato all’inizio, c’è menzione delle lacrime di Cristo. Perché Dio piange? Perché prova dolore, ma gli esegeti hanno insistito anche sul fatto che Dio piange perché il mondo è “brutto”. La realtà immanente, dilaniata dagli opposti, morte-vita, dolore-piacere, negazione-attività, è qualcosa di tremendamente iniquo. E anche Dio piange, per oi dopo ridare la vita, grazie alla sua onnipotenza.
Gesù ordina al morto in quanto Dio di risorgere e Dio Padre lo ascolta. Gesù dà un comando in prima persona come quando altrove Gesù in prima persona si dice Signore del Sabato e quindi può ordinare ai suoi di trasgredire quella festività giudaica. Cristo si manifesta come Dio. e lo è anche il Padre. Abbiamo qui uno schema trinitario.
Secondo i greci ellenistici erano uomini straordinari a compiere miracoli, invece qui l’evangelista, da buon giudeo, vuole mettere in risalto la volontà di Dio nel miracolo. Infatti Giovanni evidenzia sia la accondiscendenza del Padre sia la vera compartecipazione di Cristo, che è definito altrove Dio (in Giovanni 20 Tommaso si riferisce a Cristo in questi termini: “Signore mio e Dio mio”).
L’esaudimento da parte del Padre non esprime una subordinazione di Gesù a Dio, in quanto Cristo afferma: “Sapevo che mi esaudisci SEMPRE”.
Secondo la tradizione apocalittica i morti sono risvegliati nelle loro tombe dalla voce di Dio o del suo angelo. In 1Tessalonicesi 4, 16 è scritto:
Perché il Signore stesso con un potente comando, con voce di arcangelo e con la tromba di Dio discenderà dal cielo, e quelli che sono morti in Cristo risusciteranno per primi.
Ora, Cristo qui, risvegliando Lazzaro con la propria voce, non è un angelo (bensì Dio stesso), stando a Ebrei 1, 5:
Infatti a quale degli angeli Dio ha mai detto: ‘Tu sei mio figlio; oggi ti ho generato?’ E ancora: ‘Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio?’.
A maggior ragione in questo passo Cristo, quale Dio, mostra qualcosa del volto misericordioso di Dio. Come dice Tertulliano, il cristiano è un “altro Cristo” (alter Christus), quindi egli deve fare con il prossimo come ha fatto il Maestro. Sant’Antonio da Padova, uno dei santi più amati nel mondo, scrive:
E anche la tua misericordia verso il prossimo deve essere triplice: devi perdonarlo se ha peccato contro di te; devi istruirlo se ha deviato dalla via della verità; devi ristorarlo se è affamato (Sermone per la IV domenica dopo Pentecoste, 3).
Perché l’amore è così importante? Sia quello di Dio sia quello del prossimo. Il verbo latino amāre probabilmente deriva dal sanscrito kamami, “desiderare”, che in persiano perde la velare /k/ assumendo quindi la aspirata /h/, donde hamami, e in latino hamami perde la aspirazione formandosi amāre. Quindi si ama perché si desidera nella persona qualcosa che desideriamo e desideriamo ciò di cui abbiamo bisogno. Anche in egiziano antico un solo verbo, merj, indica sia “desiderare” sia “amare”.
Invece secondo altri amore deriva da a privativa + mors, quindi l’amore è ciò che sconfigge la morte. Dio ci ama di amore eterno (Geremia 31, 3) e viene a salvarci nelle nostre miserie, nel dramma della contraddizione dell’immanente, facendo risorgere la nostra persona.
Alla fine dei tempi tutte le anime che sono in paradiso risorgeranno con il proprio corpo a una risurrezione di gloria, invece le anime dannate dell’inferno risorgeranno a una risurrezione di condanna. Il purgatorio è già la salvezza, è una condizione temporanea di purificazione in attesa del paradiso.
Quale grande Dio abbiamo che si prende cura anche dei corpi! L’essere umano non è un angelo, è formato anche dal corpo, quindi la massima realizzazione non sta nell’andare in paradiso con l’anima dopo la morte ma nel risorgere anche con il corpo, sebbene un corpo glorioso, ma come nota san Tommaso d’ Aquino, un corpo vero e proprio.
Il teologo Ladislaus Boros (1927-1981) scrive:
L’uomo va compreso essenzialmente a partire dal suo punto di arrivo, dal Cielo … Noi non viviamo ancora nel vero senso della parola. La nostra vita è un continuo divenire in vista del Cielo. La nostra vita e la nostra essenza più autentiche sono ancora davanti al nostro sguardo.
E la vita futura di gloria che ci attende altro non è che la partecipazione alla natura divina, che noi avremo in quanto figli adottivi di Dio, quindi coeredi del Regno, come Cristo, il vero Figlio di Dio in quanto Dio. si tratta del grandissimo, inestimabile dono dell’amore di Dio per chi gli è fedele!
Se la vita eterna è un dono di Dio, per averla bisogna appartenere a Lui. È questo uno dei misteri della vita cristiana. Dio non solo esiste ma esiste in relazione con il suo popolo. È il mistero del Christus Totus (sant’Agostino), cioè Cristo Totale, caput et corpus: Cristo è il capo e i cristiani sono il suo corpo, le sue membra. Per questo, Egli vivendo in noi e noi in Lui, abbiamo la vita eterna. Nella sua vita è la nostra vita. È l’Eucaristia che ci trasforma in Cristo!
È significativo che nella grecità classica uno dei termini dell’amore è filein, la cui radice ritroviamo in parole italiane come fil-antropia, “amore dell’uomo” (in greco anthropos significa “uomo”). Ma il verbo greco filein significa anche “baciare”. E questo è molto importante per coglierne il significato originario.
Si bacia ciò di cui si ha il possesso, anche in senso morale: baciamo l’amata, baciamo il figlio, baciamo l’amico. Infatti in Omero filos non significa “amico” ma corrisponde all’aggettivo possessivo “suo”.
Per salvarci, vale a dire per godere del suo amore, dobbiamo appartenere a Dio mediante il battesimo. Solo così diventiamo parte vera di Dio. Il battesimo è il sigillo che ci consacra figli adottivi di Dio e fratelli di Cristo. Per via della somma importanza di questo sacramento, Papa Francesco ci ha consigliato di ricordarci del giorno del nostro battesimo e di festeggiarlo.
San Tommaso d’Aquino (Summa contra Gentiles I, XCI, 3) ha queste parole:
Poiché ogni cosa vuole o desidera a suo modo il proprio bene, se è vero che l’amore consiste nel volere o nel desiderare il bene dell’amato, ne segue che chi ama sta alla persona amata come a qualcosa che si identifica in qualche modo con sé stesso. Da ciò si rileva che l’essenza dell’amore consiste in questo, che l’affetto tenda verso l’altro come in qualcosa che forma tutt’uno con noi stessi: ecco perché Dionigi afferma che l’amore è “una virtù unitiva”. Perciò quanto più è grande il bene in cui chi ama è tutt’uno con l’essere amato, tanto il suo amore è più intenso: infatti noi amiamo di più coloro che ci sono uniti per consanguineità …”.
Quella croce con la quale siamo stati sigillati sulla fronte il giorno del nostro battesimo altro non è che la grazia di Dio che si comunica a tutti noi. La sua vita divina, che noi riceviamo perché apparteniamo a Dio!
È infatti dalla crocifissione di Cristo che si comunica la grazia, così come duemila anni fa sono scaturiti dal costato di Cristo in croce “sangue e acqua” (Giovanni 19), i sacramenti per il suo popolo fedele, che fanno accedere alla vita eterna.
Grande è il mistero della croce: la morte fu vinta quando morì l’Autore della vita.
Nel libro dei Numeri, al capitolo 21, il popolo ebraico durante il viaggio nel deserto mormora contro Dio e contro Mosè, quindi sorgono serpenti brucianti che uccidono gli israeliti, allora, dopo che questi si pentono, Mosè innalza un serpente di bronzo e chiunque lo guarda viene guarito dal morso dei serpenti.
Ebbene, Cristo dice di sé stesso (Giovanni 3):
Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede abbia, in lui, la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
L’innalzare corrisponde alla croce. È dalla croce di Cristo, cioè dal suo sacrificio al Padre, che deriva il perdono dei peccati e quindi tutti i benefici della vita divina in noi. Per questo per Giovanni la Gloria (doxa) di Cristo è costituita di due momenti inscindibili: la croce e la risurrezione. Già nella croce giunge la Gloria di Dio in mezzo al suo popolo. Infatti in Giovanni 12, 31-32 è scritto: “Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me”. L’avverbio greco nun (“ora”), per di più ripetuto due volte, sottolinea che già adesso, nell’innalzamento di Cristo sulla croce, la Gloria di Cristo si compie e quindi abbatte il Nemico.
“E come Mosè innalzò (anabebēken) il serpente nel deserto, così bisogna (dei) che sia innalzato il Figlio dell’uomo”: qui abbiamo una libertà relativa alla consecutio temporum in quanto abbiamo perfetto (anabebēken) – presente (dei). Ma questa violazione si spiega con il fatto che la crocifissione di Cristo è un evento atemporale, prestabilito dal piano divino (“dei” è in greco una voce impersonale) al di là di ogni tempo e spazio. È insomma quanto detto da Ebrei 10, 10: “…per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, fatta una volta per sempre (efanax)”, dove l’avverbio greco efanax indica l’intreccio di tempo ed eterno tipico di un atto divino. La morte di Cristo avviene una volta sola ma vale dall’eternità e per l’eternità.
“… perché chiunque crede abbia, in lui, la vita eterna”: è questo lo scopo della croce ed è significativo che la vita eterna si abbia en autōi, “in Lui”. Cristo è Dio: infatti solamente Dio può dare la vita eterna. Qui il verbo “credere” (pisteuein) è usato nella forma intransitiva, come molte volte in Giovanni (cfr. 1, 7.50; 3, 12.18; e così via); invece alcune varianti testuali sostituiscono “in Lui” con un complemento oggetto logico di “credere” (“credere a lui”, pisteuein eis auton). Ma secondo noi è da accogliere la lezione “in Lui” in quanto in Giovanni Cristo è chiaramente Figlio di Dio, quindi Dio Egli stesso.
Bibliografia
- E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, 2 voll., Torino 2001;
- L. Boros, Vivere nella speranza. L’attesa del futuro nell’esistenza cristiana, Brescia 1969;
- F. Jullien, Figure dell’immanenza. Una lettura filosofica del I Ching, Roma-Bari 2005;
- R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, Parte prima, Brescia 1973;
- R. Schnackenburg, Il vangelo di Giovanni, Parte seconda, Brescia 1977.
Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 61 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.
