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DERIVE: QUATTRO IPERBOLI SUL “NAUFRAGIO” CHE PUO’ DIVENTARE LIQUIDITA’, ASSEMBLAGGIO E ANCORA DI NAVIGAZIONE

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Redazione- E’ appena trascorso il  suo primo centenario di vita . Ma L’infinito di Leopardi  non è poesia solo da centenario  E’ poesia per tutti i giorni di una intera vita. E’ poesia per tutti i giorni comunque . Ne voglio parlare  all’inizio di questa riflessione che non è una esegesi  della composizione leopardiana  ma tuttavia ad essa si richiama per quell’ultimo suo verso   : “E il naufragar m’è dolce in questo mar “ perché ,più che mai  in questi giorni  che stiamo vivendo,  si fa denso di significato e di senso. Naufragare . Si può naufragare in molti modi e in molti mondi  ma da quando l’uomo ha alzato gli occhi alle stelle naufragare tra le stelle è proprio il modo più umano di accettare paure, sconfitte, dolori. Alzare gli occhi al cielo e riconsiderare l’infinito. L’infinito dentro e fuori se stessi.

Costanza Mirano su Il foglio del 21 gennaio 2017   scrive : “L’uomo occidentale è finito per carenza di stelle. L’uomo è fatto di desiderio, ha bisogno di alzare lo sguardo a cercare le stelle, desidera, ed è questa ricerca che lo tiene dritto in piedi, in vita. E’ questo lo spazio nel quale si infila la ricerca di infinito. Ma, prima ancora, è questo che lo muove nel desiderio di migliorarsi. Per millenni le narrazioni – da Omero in poi – sono state racconti di come l’uomo, l’eroe, cercasse di superare se stesso, di trascendersi, di cercare fuori di sé qualcosa che lo eternasse. A un certo punto l’uomo ha deciso che non aveva più bisogno di nessun cielo sopra la sua testa, ha smesso di costruire cattedrali, ha cominciato a pregare – i pochi che lo facevano ancora – in posti più simili a garage che a chiese, senza liturgia, senza guglie che portassero lo sguardo verso l’alto. Ed è nato l’uomo funzionale all’attuale modello di vita, di produzione di beni, di organizzazione della vita pubblica: è un uomo che vive immerso in una palude di soggettivismo assoluto – proprio così, viviamo in un ossimoro – in cui ogni desiderio non solo può, ma ha il diritto di essere soddisfatto, e ogni limite, anche quello biologico, è avvertito con fastidio come fosse una costruzione fittizia, e non lo spazio che ci è dato di abitare. E’ un uomo talmente liberato che non sa più che fare della sua libertà: la liberazione sessuale, per esempio, ha abbattuto il desiderio. E’ un uomo solo, senza vincoli, senza legami, senza storia, con pochissimi o zero figli (i figli sono controindicati, ti costringono a risparmiare sui beni superflui, e se proprio devono nascere decidi tu quando e come). E’ un uomo che non ha lo sguardo verso il cielo, verso le stelle, ma su se stesso, sul suo inconscio, sulle paturnie o nevrosi, chiamiamolo come vogliamo (io e san Paolo preferiamo dire “l’uomo vecchio”). Un uomo che pensa di non avere bisogno di essere guarito, salvato, redento. Un uomo che pensava che senza obbedire a nessuno sarebbe stato meglio. E non basta la depressione generale a insinuargli dubbi in merito.”

L’Infinito, come pure il suo corrispondente temporale, l’Eterno, è tema adeguato per Religione, Filosofia o Letteratura, ma forse non per la scienza positiva. Meno che mai per la più positiva delle scienze e cioè la Matematica. Del resto, l’Infinito (in-definito, in-determinato) è, per sua stessa etimologia e natura, ed anche per la comune opinione, ciò che sfugge ad ogni possibile classificazione e misura, mentre la matematica tende a (e pretende di) classificare e misurare ogni oggetto che esamina

Dunque perdute le certezze e la fede in quelle credenze che ci avevano spinto fino ad oggi a organizzare un mondo nel quale speravamo di riconoscerci  che cosa ci rimane ? Probabilmente ci rimane una “  siepe, che da tanta parte/Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude “ ma che pur nascondendo il mondo  in realtà  diventa  non il cannocchiale  ma la chiave d’ingresso ,se ne siamo capaci , per guardare al di là un orizzonte che è fatto di  spazi  sterminati  fuori dal tempo  e dalla logica. E naufragare diventa  così “la finzione”  come quella di un palcoscenico che poi non è finzione ma restituzione  sublimata “nell’opera  teatrale”  di tutto quello che la vita nega, storpia, abbandona, inganna, tralascia. Ma solo  se il cuore non ha paura. E quindi per cominciare  la nostra riflessione vera possiamo cominciare con il dire non bisogna aver paura di naufragare.

Pascal diceva che siamo tutti imbarcati su un onda la quale ,(attenzione  essa stessa )  va alla deriva con noi. Noi che diventiamo l’onda perché come diceva Hans Blumenberg (Naufragio con spettatore. Paradigma di una metafora dell’esistenza, Bologna 1985 “Non c’è più lo stabile punto di vista a partire dal quale lo storico potrebbe essere lo spettatore distaccato» .

In quell’onda  qualcosa però, a ben vedere , ci può  rimanere  : uno stabile punto di vista nel naufragio.  Nella complessità magmatica nella quale stiamo vivendo, in questi giorni così sospesi ma anche pieni di attesa, in questi giorni che precludono ad una grande esplosione di senso, almeno spero,  ci rimane da considerare e riconsiderare quello che avevamo, quello che avremmo voluto avere , quello che non abbiamo avuto e quello che potremmo avere. Sembra un indovinello o un gioco di parole ma attorno alla realtà quotidiana gira questa  “iperbole “(dal greco antico: ὑπερβολή, hyperbolḗ, «eccesso», figura retorica che consiste nell’esagerare la descrizione della realtà tramite espressioni che l’amplifichino, per eccesso o per difetto ). Che è poi l’iperbole di naufragio che diventa, può diventare, dipende da noi , liquidità, assemblaggio e navigazione , termini presi nella loro interezza sia per eccesso che per difetto.

Bruno Forte Arcivescovo di Chieti Vasto , in un saggio dedicato alle derive critiche della post-modernità  ha utilizzato alcune suggestive metafore per leggere e capire i segni dei tempi: il naufragio come condizione dell’uomo postmoderno, la liquidità dell’esistenza come assenza di punti di riferimento, l’assemblaggio della nave come meticciato di compresenze diverse e infine la navigazione, come necessità di definire la rotta.

Egli stesso definisce queste sue idee così :” Il tema era “Pensare la crisi”. Ora, la crisi che stiamo vivendo nel “villaggio globale” è talmente complessa che pensare di definirla in termini rigorosi mi appare un compito assolutamente impossibile: ecco perché ho scelto di usare alcune metafore. Anzitutto quella del naufragio, cara ad Hans Blumenberg, che ha voluto in essa descrivere la condizione post-moderna: mentre il testo di Lucrezio a cui Blumenberg si rifà – quello dello spettatore che dalla terra ferma guarda in lontananza il naufragio – è indice della sicurezza dell’uomo “classico” di stare con i piedi per terra a guardare il naufragio lontano, la condizione post-moderna è al tempo stesso quello dello spettatore e del naufrago, del loro identificarsi. Ecco perché l’immagine di Blumenberg – che segnala la crisi di tutti gli ancoraggi e tutti i riferimenti sicuri e assoluti- si collega direttamente all’altra, usata dal sociologo Zygmunt Bauman, della ‘modernità liquida’ dove non ci sono più ancoraggi o certezze, dove sembra che tutto sia fluido.

Eppure, sia Blumenberg che Bauman cercano in questo mare della insicurezza post-moderna la possibilità di una ulteriorità: costruire, assemblare con tavole che forse provengono da altri naufragi, una barca con cui continuare il viaggio. È questa la condizione nella quale ci troviamo e questa barca da assemblare ha bisogno certamente anzitutto dell’assunzione delle diversità, di una sorta di meticciato in cui le identità possano convivere. Sappiamo quanto ciò sia importante anche per il nostro presente in Italia. Insieme a questa operazione di assemblaggio c’è bisogno di una rotta, di una guida nella navigazione, di una sorta di codice cui ispirarsi tutti per orientare il cammino. Ecco perché l’approdo della mia riflessione sul ‘pensare la crisi’ era ed è la necessità di trovarsi intorno ad un riferimento etico che sia ispirativo per tutti e che si fondi su quella centralità della persona umana nella sua dignità assoluta e infinita che proprio il personalismo di ispirazione cristiana ha consegnato al mondo come patrimonio irrinunciabile, e che è la fonte ispirativa anche della nostra Costituzione repubblicana.

Insomma, nel grande mare della liquidità post-moderna occorre ritrovare il valore infinito della persona, dell’uomo immagine di Dio, e ritrovarsi in una fraternità di persone che si riconoscono accomunate davanti al Padre-Madre celeste di tutti: è il progetto che dobbiamo perseguire se vogliamo uscire dalla crisi.(1)

Allora  non siamo più capaci di essere spettatori distaccati  del” naufragio” perché ci sentiamo e siamo  naufraghi noi stessi. A andiamo alla ricerca di un porto di approdo che purtroppo  quelle categorie di pensiero che erano rappresentative del mondo che avevamo cercato di costruire riescono a farci intravvedere. Così politica, cultura, finanza, economia, progresso, tecnica  diventano i luoghi della condizione umana in un tempo in cui appunto sono perse le certezze .  Perdute le certezze che le ideologie ci avevano offerto, stiamo naufragando. Siamo in balia di un mare  in tempesta  che  non risparmia nessun colpo . C’è una qualche differenza tra le crisi vissute per esempio nel  1929 e l’attuale? Allora il mondo delle certezze ideologiche si presentava come possibilità alternativa, rampante, come un sole nascente. Oggi, dopo la crisi delle ideologie, non è più così. Eppure un’ancora di salvezza, per continuare  con la metafora  del naufragio, ci sarebbe.  Guardare, sperare, credere e usare il mare.  Se riusciamo ad entrare nel mare senza limitarci solo a solcarlo, senza limitarci a navigare spostandosi da un punto all’altro , forse dentro quel mare riusciamo a trovare tutti quegli elementi che ci permettono di riparare o addirittura  ricostruire la stessa imbarcazione . Entrare nel mare significa immergersi nella sostanza delle cose , quelle che ora è il momento di modificare , di rimodellare per ricostruire certezze.  E poi  forse è possibile ricominciare da capo in quanto  si ricomincia da tutti i naufragi messi assieme, perché ognuno per la sua parte ha  fatto perire un pezzo di quelle certezze che ad un certo punto non ci assomigliavano più. Non è una fuga in avanti e non è una utopia  pretendere forse al nostro io individuale e collettivo una sperimentazione di  futuro  che dal “secolo dei lumi”,  la nostra modernità ,sta continuamente proponendo  spesso in modo  anche  improprio guardando per esempio alle accelerazioni della tecnica che disumanizzano, all’uso incontrollato ( o meglio controllate da pochi)  che impoveriscono ( molti ) ,alle distorsioni  imposte da una certa politica e l’elenco potrebbe essere lungo. Naufragare , andare alla deriva significa perdersi , o almeno non avere più la capacità di orientarsi tra   I miti dell’efficienza e dell’efficacia che  hanno soppiantato le ideologie, anche nella loro gratificante gratuità. È  questa l’epoca del ‘faire et en faisant se faire’, cioè dell’essere solo per quel che si fa piuttosto che per quello che si è?In che modo si può rimettere l’uomo, la persona, la vita stessa  al centro dei valori da condividere, per dialogare e capirsi?Quali sono i tratti di un nuovo e possibile umanesimo?

Sicuramente in termini di riconoscimento dell’uomo come soggetto fondante di una storia e di una realtà unica e rilevante al di fuori della tentazione di considerarlo e renderlo “ scarto” in determinate situazioni e contingenze . Un pensatore francese, Emmanuel Mounier, era andato raccogliendo intorno alla dignità dell’essere personale un’analoga visione del mondo: «La persona non è un oggetto: essa anzi è proprio ciò che in ogni uomo non può essere trattato come un oggetto…» (E. Mounier, Il personalismo, Roma 1964, 11s: orig. Paris 1949).  Quindi l’uomo “ soggetto che la Costituzione italiana che in questo  indica una strada maestra riconosce e valorizza pienamente : “affermando  il principio della dignità assoluta della persona nell’articolo 2, dove dice che «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo». Questi diritti sono considerati naturali, non creati giuridicamente dallo Stato, come fa intendere l’uso del verbo “riconoscere”, che implica la preesistenza di essi rispetto alla loro formulazione giuridica. Con l’aggiunta di quello che afferma l’articolo  3  per il quale i tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni sociali e personali, sono uguali davanti alla legge (uguaglianza formale) e devono essere in grado di sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale (uguaglianza sostanziale).”

Dunque  un umanesimo che riconosca e accolga la dignità dell’uomo come soggetto capace appunto di  operare attraverso quelle  operazioni che abbiamo accennato sopra : accettare il naufragio, recuperare tutti i relitti della storia e della società per riuscire a ricostruire una nuova imbarcazione, ridisegnare una rotta  dentro un’altra metafora . Ovvero  dentro  la curva matematica di tutti i saperi ; una curva  formata da punti le cui distanze da due punti fissi, detti fuochi, hanno una differenza costante quella della razionalità delle azioni umane  vissute e rivissute anche alla luce della passione, dell’istinto, della dedizione, della consapevolezza  che sono con molte altre doti che  l’uomo conserva in sé la declinazione  della razionalità  che a volte può sembrare  per alcune “espressioni “ non ancora mature,  irrazionalità ma non lo è.

E’ così che oggi  in definitiva possiamo prenderci cura proprio di quell’infinito leopardiano  che ci permette di trovare ogni giorno “l’ermo colle”  e la nostra “ siepe” in un avvincente viaggio  spazio/tempo di silenzio e solitudine in cui nutrire quello che lo sforzo per  navigare nelle derive  guardando alla  bellezza proprio di questo modo di cadere e rialzarsi, naufragare e riprendere il mare .Con una domanda fondamentale come quella  del pastore errante leopardiano: «ove tende questo vagar mio breve?». Solo in questo modo la vita si riempie di senso e la terra di cui siamo fatti, invece di «sfinirsi», si «infinita». Tutto questo nostro vagare, cadere e rialzarsi  serve a difendere  l’Infinito che ci ha insegnato che  è tutta questione di congiunzioni: solo quando il finito si unisce all’eterno è dolce naufragare nella vita.

 

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