Ultime Notizie

“ALFONSO GATTO, CINQUANT’ANNI DOPO | LA PAROLA COME MISURA ” – DOTT.SSA ROBERTA FAMELI

3

Redazione-  Cinquant’anni sono un tempo lungo. Abbastanza lungo perché una voce si trasformi in ricorrenza, in nome inciso su una targa, in memoria istituzionale. Oppure abbastanza lungo perché quella voce continui a interrogarci, a chiedere attenzione. Nel 2026 ricorrono cinquant’anni da quell’8 marzo 1976 in cui Alfonso Gatto perse la vita in un incidente stradale nei pressi della Torba di Capalbio. Una fine improvvisa per un uomo che aveva fatto della parola una necessità quotidiana, quasi un modo di stare al mondo. Sulla sua tomba, Eugenio Montale lasciò un epitaffio semplice e netto: «Per cui vita e poesie furono un’unica testimonianza d’amore». Non è una formula di circostanza. È una dichiarazione precisa. In Gatto non esiste frattura tra esperienza e linguaggio. La poesia non osserva la vita da lontano: la attraversa, la espone, ne assume il peso e le contraddizioni.

Nato a Salerno nel 1909, figlio di un operaio portuale, cresce in una città di mare e lavoro, dove la fatica non è immagine letteraria ma realtà concreta. Il porto, le voci, la luce salmastra non sono scenografia: sono materia viva. Forse è anche per questo che continuo a sceglierlo. Nella mia città il suo nome è familiare, ma spesso resta confinato nella memoria ufficiale. Per me, invece, è qualcosa di più essenziale: è la prova che da una provincia del Sud può nascere una parola capace di attraversare il tempo e dialogare con il mondo. L’esordio con Isola nel 1934 lo colloca nel clima dell’ermetismo, ma Gatto non si rifugia mai in un linguaggio chiuso o autoreferenziale. L’arresto per antifascismo nel 1936, il confino, l’attività giornalistica e l’impegno culturale non sono semplici parentesi biografiche: sono esperienze che incidono sulla sua idea di scrittura. Per lui la parola non è ornamento né evasione. È scelta. È posizione. È responsabilità.

Oggi viviamo immersi nelle parole. Le digitiamo mentre camminiamo, reagiamo a un titolo senza aver terminato l’articolo, condividiamo prima ancora di aver compreso. Le frasi si accorciano, devono essere rapide, replicabili, pronte a generare consenso. La velocità è diventata un valore, la lentezza quasi un difetto. Tutto è immediato, tutto è commentabile. E quando tutto è immediato, poco viene davvero elaborato. Le parole circolano moltissimo, ma spesso non sedimentano. Restano in superficie. Ci sfiorano più che attraversarci. Leggere Gatto significa fare l’esperienza opposta. Significa accettare che una frase chieda tempo. Le sue immagini – il mare, il corpo, la città, la luce – sono concrete, ma non decorative. La sintassi spezza l’automatismo, interrompe la lettura distratta, costringe a rallentare. Non c’è enfasi, non c’è proclama, nemmeno quando nei suoi testi entrano la guerra, l’esilio, la violenza politica. La lingua resta sobria, misurata. In questa sobrietà c’è già una scelta etica: rifiutare la parola gonfia, l’effetto facile, la retorica che semplifica. La domanda, allora, non è se Gatto sia attuale. La domanda è se siamo ancora disposti a esercitare un linguaggio che non cerchi scorciatoie. Se siamo capaci di sostenere una parola che non riduca l’emozione a effetto, che non trasformi ogni esperienza in slogan. In un tempo in cui tutto tende ad accelerare, la sua poesia ci ricorda che rallentare è un atto di lucidità. Forse è questo il senso più profondo del ricordare. Non custodire una statua, ma interrogare una voce. Non celebrare un passato chiuso, ma misurare il presente con un criterio esigente. Cinquant’anni dopo la sua morte, ricordarlo è facile. Più impegnativo è assumere la sua lezione: scegliere le parole quando nessuno ci obbliga a farlo, rallentare quando tutto spinge ad accelerare, mantenere precisione quando l’imprecisione sembra più comoda.

Commenti

commenti

3 Commenti
  1. Gabriele Gaudieri dice

    L’articolo è “meraviglioso” , poiché, da quanto ho compreso, ci propone di decodificare Gatto, eliminando la fretta che, come direbbe il Sommo Poeta “ad ogni atto dismaga” e utilizzando parole “sobrie”, non slogan, recuperando il valore coinvolgente di ogni singolo sintagma, il tutto, accompagnato anche dal linguaggio dei linguaggi: il silenzio che, come in un’orchestra, mi permette di cogliere la sublime sinfonia delle ” parole parlanti” e non delle “parole parlate” da un bieco conformismo.
    Prof.Dott.Gabriele Gaudieri
    Pedagogista,Didatta, Formatore.
    Direttore editoriale di anankenews

    1. roberta fameli dice

      Gentilissimo Prof. Dott. Gaudieri,

      la ringrazio davvero per il suo commento così attento e sentito. Ha colto perfettamente lo spirito dell’articolo: l’invito a leggere Alfonso Gatto senza fretta, fermandoci sulle parole, lasciando che ci parlino davvero. Oggi siamo abituati agli slogan e alla velocità; Gatto invece chiede tempo, ascolto, silenzio.

      Mi ha colpito molto il riferimento al Sommo Poeta, Dante Alighieri, e alla fretta che “ad ogni atto dismaga”: è proprio così. Per capire davvero un testo poetico dobbiamo rallentare.

      E bellissima è anche l’immagine del silenzio come parte dell’orchestra: nella poesia, a volte, ciò che non è detto conta quanto le parole. Grazie ancora per la profondità del suo intervento e per aver condiviso una lettura così ricca e partecipata.

      Con stima,
      Roberta

  2. Gabriele Gaudieri dice

    Grazie a Lei, che ci aiuta ad orientare i giovani ad una vera “educazione civica”, consistente nel farli riflettere sull’importanza delle parole, che non devono essere usate a sproposito ma dobbiamo coglierne la profondità evocativa di ciascuna…et semel emissum volat irreparabile verbum…alla fretta dei social, contrapponiamo la saggia riflessione!