UNA TERZA VIA TRA LIBERISTI E STATALISTI NELLA ECONOMIA ITALIANA PER RILANCIARE IL FUTURO ?
Un dibattito aperto a tutte le considerazioni per rilanciare l’economia e la vita di un paese fermato da una epidemia e riprogettare il futuro
Redazione- Sembra uno scherzo rispetto alle finanziarie degli ultimi anni sottoposte a limitazioni, vincoli di bilancio ,osservazioni della comunità europea. Ballano, a causa o grazie alla pandemia di corona virus, quasi centocinquanta miliardi di euro ( almeno cinque finanziarie ante pandemia ) ,cifra raggranellata con i vari interventi messi in atto o da mettere in atto sia con risorse nazionali che con aiuti comunitari. Sul tavolo ci sono i soldi dei due decreti “Cura Italia” e “ Rilancio Italia “,i fondi europei Sure, fondo per la cassa integrazione europea, quelli Mes per le spese sanitarie( quasi trentasette miliardi ) , il Fondo Bei (1) della Banca Europea per gli investimenti , i Recovery Fund all’interno dei quali si delinea un ulteriore fondo per la ripresa dell’Unione europea,proposto da Francia e Germania , da 500 miliardi nel quadro del prossimo bilancio pluriennale Ue. Per finanziarlo, la Commissione europea potrà “indebitarsi sui mercati per conto dell’Ue, nel pieno rispetto del trattato Ue, del quadro di bilancio e dei diritti dei Parlamenti nazionali”. Si tratta dunque di una prima apertura all‘emissione di debito comune. In più i fondi verranno concessi a titolo di sovvenzioni, non prestiti, a disposizione delle regioni e dei settori più colpiti dalla pandemia. Senza tener conto di un altro po’ di miliardi messi sul tavolo dalla Bce con massicci acquisti di debito . Miliardi a debito, molti, ma anche forse a fondo perduto.
Dunque una situazione davanti agli occhi. Una somma a disposizione dell’Italia tra debito e fondo perduto che rapportata al Pil fa ben sperare . Anche perché se facciamo il confronto con il rapporto tra fondi destinati a interventi coronavirus e Pil nazionali di altri paesi , l’Italia non sembra sfigurare. Infatti .Abbiamo detto che la manovra italiana, con il concorso di vari fattori alla fine ammonterà a 150 miliardi . Il raffronto è allora , posto l’entità di quella italiana, tra le manovre di alcuni paesi con il loro Pil per esempio l’India che mette in campo una manovra di 200 miliardi, la Germania di 700 miliardi , gli Stati Uniti forse di tremila miliardi . Per cui ,in fondo , 150 miliardi sono una cifra rispettabile. Anzi .
Una situazione davanti agli occhi ,dicevamo .Ma non di tutti. C’è chi non vuole vedere e non vuole sentire. Perché con questi soldi che l’Italia ha e avrà a disposizione, favorita dall’allentamento dei vincoli di bilancio e dalla possibilità di fare debito ( soldi che sarebbero stati distribuiti in cinque anni di manovre finanziarie ordinarie ,i cosiddetti Def , con lo sforamento a mala pena del 3% del Pil, ), si potrebbe rifare l’Italia .Da capo a piedi.
E’ evidente dunque e lo sarà sempre di più il delinearsi di uno scontro per decidere chi gestirà questi soldi , come li distribuirà, con quali regole, con quali benefici, a chi e per chi ,quando e in che misura. La battaglia è già in corso ed è senza esclusione di colpi .
Una delle voci che si sono fatte già sentire è quella del non eccelso capitalismo italiano che stigmatizza in vario modo e attraverso varie analisi e dichiarazioni, quello che ritiene essere finanziamenti a pioggia nei provvedimenti messi in atto; che guarda male il reddito di cittadinanza e comunque in parte il reddito di sopravvivenza col quale si tenta di combattere la povertà ; che chiede soprattutto soldi a fondo perduto. Nella narrazione di questo capitalismo si afferma che “ se le imprese stanno bene ,stanno bene tutti “. Si possibile. Ma proprio per stare bene tutti sembra che oggi siano più necessarie di ieri regole e controlli. Certo sgravate da tutta quella burocrazia e quel pattume normativo che affoga la limpida comprensione appunto, proprio delle regole e contrasta l’implementazione di quanto stabilito che va trasformato immediatamente in concretezze ed atti quotidiani .
Ma di fronte a regole che dunque vogliono stabilire, per esempio, che chi prende soldi pubblici non licenzi, non de localizzi, abbia la residenza in Italia , vi paghi le tasse e così via ,ecco apparire lo spettro dello “statalismo “ (2) evocato come minaccioso e perturbante( 3). Certo con i disastri che i politici alla guida di questo Stato sono riusciti a fare nell’ultimo ventennio e giù di lì , questo agitare uno spettro non troppo ossificato, sembra giustificato ( 4) . Bisognerebbe forse guardare però ad un’altra stagione per affermare l’inconsistenza di certe paure .Una stagione quando lo Stato ha realizzato quelle infrastrutture e ha costruito quel tessuto imprenditoriale che è diventato, certo anche insieme all’iniziativa privata , un miracolo economico , anzi “ il miracolo “ . Si afferma dalla parte degli imprenditori che lo Stato deve stare lontano dagli affari. Secondo l’opinione del prof. Carlo Manacorda, docente di Economia pubblica ed esperto di bilanci dello Stato circa l’opportunità o non di una presenza dello Stato nell’economia, sembra che questa presenza non sia opportuna per alcune considerazioni che egli così esplicita : “Per fare impresa proficuamente, occorrono capacità e professionalità specifiche ― che devono anche evolversi costantemente per reggere le sfide sempre più difficili del mercato ―. Lo Stato ― o meglio la classe politica e amministrativa che lo rappresenta ― non possiede queste capacità e professionalità. Non le possiede la classe politica, e sarebbe insensato cercarle al suo interno. La classe politica acquisisce il potere di governo non sulla base di un curriculum che ne evidenzi attitudini manageriali, ma in virtù del consenso elettorale che ottiene indipendentemente dai titoli posseduti (e la proliferazione e polverizzazione dei partiti politici danno spazio, frequentemente, a soggetti che vanno a comporre la classe politica, ma che manifestano la totale inettitudine ad esercitare il complicato governo dei problemi di uno Stato). In ogni caso, acquisito il potere di governo, è la stessa classe politica che sostiene che la sua visione dei problemi è diversa da quella dei tecnici. Anzi, orgogliosamente afferma che è ben più ampia dovendo tenere conto di interessi generali e non di fatti specifici. Anche la classe amministrativa pubblica, in generale, non è preparata per lo svolgimento di compiti gestionali. La sua selezione avviene non attraverso valutazioni delle professionalità ed eventuali capacità manageriali possedute, ma tenendo conto di elementi burocratici (o, ancor peggio, di segnalazioni clientelari). Di talché, buona parte di essa ignora anche le regole elementari della conduzione aziendale. E questo prova le conseguenze fallimentari che si verificano quando lo Stato ha voluto o vuole fare l’imprenditore. E c’è di più. Mentre l’imprenditore è ben consapevole dei rischi in cui può incorrere nella conduzione dell’impresa, e pone quindi la massima attenzione per evitarli onde non subire i danni (economici e d’immagine) che gli deriverebbero se si verificassero, il funzionario pubblico gode di uno stato assoluto di “irresponsabilità” poiché nessun danno gli deriva da eventuali sue scelte gestionali sbagliate. In altre parole, è “insensibile” rispetto al funzionamento dell’azienda. E neppure la moltitudine dei controlli che l’Italia possiede nell’area pubblica ha mai censurato e sanzionato manifestazioni di questa insensibilità. Le conseguenze dei fallimenti dello Stato gestore alla fine li paga sempre e soltanto il cittadino con aumenti di tasse e balzelli. “ (5)
Ribattono,con argomentazioni note ormai da tempo , quanti guarderebbero con favore ad una presenza dello Stato che nell’attuale situazione “non si tratta solo di recuperare, come scrive Emanuele Felice , uno sguardo critico sulle disuguaglianze: ma aver ben chiaro che oltre certi livelli «fisiologici», esse non sono soltanto eticamente ingiuste, ma nocive per la crescita. Riconoscere questo è soltanto il primo passo. Indispensabile, certo, ma preliminare (se non ovvio). Bisogna capire come combattere le disuguaglianze, come farlo in maniera efficace ben al di là degli slogan populisti, e per questo sono necessari altri due passi. Il primo è tornare a valorizzare come alternativa al mercato proprio il ruolo dello Stato. Che deve intervenire lì dove né il mercato, né il terzo settore hanno l’interesse o la capacità di operare. La letteratura economica, specie applicata, ha ampiamente mostrato come la mano pubblica non sia necessariamente sinonimo di sprechi: dipende dalla qualità della classe politica e dalle regole che la guidano. Ha anche indicato che oggi, proprio come ai tempi di Keynes, vi sono alcune aree in cui il pubblico è preferibile al privato. Una è l’innovazione, nei settori più all’avanguardia, cioè quell’ingrediente che garantisce la crescita e quindi il benessere nei paesi avanzati (e che in Italia è carente): come spiega fra gli altri Mariana Mazzucato (“Lo Stato innovatore”, Laterza, 2014) è lo Stato il motore dei settori più promettenti, dalla green economy alle nanotecnologie, dalla farmaceutica alle telecomunicazioni. E non tanto perché ha risorse che spesso mancano ai privati. È proprio perché il mercato a volte non fa l’interesse generale, come ben sapeva Keynes. Si pensi alla ricerca sulla cura per l’Aids: benché non lontani dalla meta, si procede a rilento, per il semplice fatto che le grandi case farmaceutiche, che pure dispongono di ingenti mezzi, non trovano convenienza a investirvi (nell’attuale situazione possono vendere alle milioni di persone con Hiv farmaci antiretrovirali, per tutta la vita); né, per la mole di risorse necessarie, vi è speranza che a intervenire sia qualche startup dal basso, agitando le acque della concorrenza. Al contrario, l’intervento pubblico avrebbe sia i mezzi sia le motivazioni per farsene carico.(6)
E comunque un fatto che i fondi pubblici sono graditi nelle imprese , tanto più a fondo perduto. Traduco. I virologi hanno affermato ( attraverso modelli di rilevazione degli spostamenti e analisi dei contagi ) che il 44% delle imprese del nostro paese durante il lock down non si è fermato. Dal punto di vista delle imprese hanno fatto bene a non fermarsi perché il “liberismo e il mercato avrebbero sistemato tutto” , anche il coronavirus . Forse non è stato proprio del tutto così.
Il dibattito sullo statalismo e il liberismo è uno dei tanti che questa pandemia e la necessaria adozione di misure di contrasto e di rilancio di alcuni settori della vita del paese ha avviato. Obiezioni allo statalismo dunque . Di tipo ideologico? Vere di fronte ad una classe politica sciupona? Soviet ed economia di stato? La discussione si farà lunga e difficile . Basti al momento essere d’accordo su un semplice fatto che accennavamo : stabilire regole e controlli che forse è sicuramente la terza via tra liberisti e statalisti. Anche perché per non far diventare oziosa , ideologica, intransigente da entrambe le parti questa discussione pure legittima e comunque piena di risvolti politici , economici e sociali necessari di approfondimenti , l’unica cosa che forse vale la pena in questo momento, forse anche la più necessaria è quella di aprire il dibattito globale , questo si veramente, sul “progetto” di rilancio del paese. Un progetto di rinnovamento e di rinascita vera . E su questo vogliamo soffermarci perché quello che conta oggi, parlando da una sponda razionale e riflessiva è la capacità di progettare un paese in ripresa. La capacità di riprogettare subito e subito sta per “ in modo fulmineo “ un paese e le direzioni in cui si avvierà . Proprio ora e proprio insieme Stato e imprese. Che potrebbe essere appunto la terza via tra liberismo e statalismo . Anche questo è una capacità di esorcizzare fantasmi, tagliare posizioni di bandiera, rivedere posizioni ideologiche ,in altre parole “ fare futuro”. Perché il futuro non ha bisogno di queste discussioni : o lo facciamo noi e subito o si farà da solo determinato dalla storia e dalle storie del mondo . Un futuro al quale non potremo opporci e che dovremo subire e che potrebbe voler dire debito insostenibile, disuguaglianze, povertà ,negazione di diritti , se non prevaricazioni, ingiustizie sociali, arretramento.
Bisogna assegnare al futuro quello che resta di solido, di valido, di importante, di funzionale ,di semplice di un passato che abbiamo dovuto abbandonare di gran corsa .Bisogna sperimentare la capacità di buttare tutto il resto all’aria. Costi quel che costi. Una debacle che sembra diventare una tragedia se le scelte strategiche , non tattiche, non vengono fatte ora, proprio all’inizio della fase due con uno spirito di squadra. Per esempio in Germania questo è già avvenuto. Gli italiani ,quelli da tastiera dei social, quelli dei circoli di opinione da bar , quelli che si sentono sempre un po’ esterofili per rimproverare per esempio le lentezze burocratiche e le inefficienze, dovrebbero in questo momento tenere il fiato sul collo dei “decisori”politici ( e altri decisori ) perché aprano velocemente alla formulazione di un progetto che in definitiva significa guardare a quello che si deve fare in modo organico .
Il decreto “Rilancio Italia” mette assieme 254 articoli ( è stato “spaccato il capello” per ogni norma secondo la vice ministra Castelli) in 495 pagine .Un decreto che non contiene tagli, tasse ma anzi fondi, contributi, bonus, insieme a sostegni, provvidenze e via dicendo. Un decreto che al passaggio parlamentare diventerà un “Decretone “. E si comincia male ,proprio rispetto a quella necessità di cambiare e di guardare al futuro . Non si smentisce una storia che in questo paese , dal 1965, ( secondo governo organico di centro sinistra ,presidente Aldo Moro ) propone “ super leggi “. Come successivamente nel 1970 ( governo Colombo ) e poi di questo passo con il rimbrotto della Corte Costituzionale che già nel 1990 disse un “basta”. Anche se i provvedimenti continuarono ad essere inzeppati fino agli “omnibus “.La strada” per portare a termine la Babele” è tracciata da tempo ma anche il rimedio :“tanto poi tutto si aggiusta “.
Probabilmente la strada poteva essere un’altra. Forse sarebbe stato più utile redigere un decreto per ogni settore facendo uno sforzo utile di programmazione ( quella buona, vecchia ,mitica programmazione di quel tempo!) e di progetto per ridisegnare riforme che il decreto tenta di far balenare agli occhi. Così si poteva ridisegnare la sanità, la riforma fiscale, il rapporto Stato imprese, il rapporto Stato regioni rispetto all’autonomia integrata da tempo in discussione, il terzo settore, il welfare, comunque la vita dello Stato e dei cittadini . Sarebbe stato aprire una stagione di riforme . Cosa ancora in tempo probabilmente, a considerare la promessa di un ulteriore decreto sulla semplificazione. Una stagione nuova e vitale che probabilmente non è una utopia, secondo l’ economista del Politecnico di Milano, Mario Calderini che scrive un articolo dal titolo “Al mercato poteva darsi un poco di felicità.” Una stagione nuova che è una necessità perché come dice Calderini per tornare al tema iniziale Stato, mercato e terzo settore stanno diventando tre aspetti molto importanti del mondo post-pandemia. Un”capitalismo temperato,una nuova ibridazione tra liberalismo e socialismo ,un aggiornato protagonismo della società civile guidato da quel che resta della borghesia illuminata “ potrebbe essere una terza via .
Abbiamo accennato alla necessità di progettare subito grandi riforme e delineare nuovi apparati dello stato tra cui la riforma della giustizia e in particolare del processo civile, il fisco, le regole per gli investimenti e via dicendo.Fare presto per evitare quello che è accaduto nel mese di marzo per esempio ,mese in cui l a fuga di capitali ammonta a 492 miliardi con una fuga ancora al momento di sedici miliardi al giorno verso gli altri paesi dell’eurozona stando alla rilevazione della Banca centrale europea. (7)
Fare presto evitando inutili discussioni (8) . Fare presto per rispondere ad una domanda. Saranno capaci i nani ( politici, culturali e via dicendo ) di salire sulle spalle del gigante riformista per riuscire a guardare un poco più in là del loro ombelico ( che come noto ,il loro , è sempre “ l’ombelico del mondò” ) ? Chissà.
NOTE
(1)Il Bei è proprietà comune dei paesi della UE per accrescere occupazione e crescita:eroga prestiti a condizioni favorevoli per i progetti che sostengono gli obiettivi UE. Eroga direttamente prestiti superiori a 25 milioni . Per prestiti più esigui apre linee di credito in condizioni di “ blending” che permette ai clienti di cumulare i finanziamenti Bei con altri finanziamenti
(2 ) Lo statalismo è un sistema di governo nel quale il controllo dell’economia è, direttamente o indirettamente, affidato allo Stato. Esso può sfociare in una sorta di «capitalismo di Stato», quando l’economia è controllata e pianificata, oppure, nella sua versione estrema, nel socialismo, quando la nazionalizzazione dei mezzi di produzione diventa totale o prevalente. Lo statalismo si riferisce anche alle preferenze di coloro i quali reputano le decisioni collettive dei funzionari pubblici aprioristicamente migliori di quelle dei singoli individui sul mercato.Seppur tipicamente utilizzato in relazione all’intervento dei pubblici poteri nella libera economia, il termine statalismo può intendersi in maniera assai estesa e non confinato alla sola sfera economica. Tutti coloro i quali invocano l’intervento pubblico per regolamentare, dirigere, incanalare qualunque settore della vita associata sono, a rigor di termini, statalisti. Così vi possono essere molti casi limite o paradossi «ideologici»: se da un lato non è raro, soprattutto in Italia incontrare statalisti in economia che si professano liberali nella vita sociale, in America si incontrano anche molti conservatori sociali, favorevoli cioè ad un forte impiego dell’apparato coercitivo statale per punire comportamenti socialmente eterodossi, i quali sono però liberali nelle loro preferenze di politica economica.La locuzione fu resa popolare nel dibattito italiano alla metà del Novecento da Luigi Sturzo, appena rientrato dall’esilio. Già nel 1947, parlando del progetto di Costituzione italiana, Luigi Sturzo affermava: «Il testo dice la repubblica e vi nasconde dietro lo stato, creando le premesse per uno statalismo crescente e affogante» [Sturzo 1947]. Ad avviso del sacerdote calatino, «l’intervento statale è vecchio quanto il mondo […] quel che non è vecchio è lo statalismo moderno (l’ismo è per indicare la degenerazione, la mancanza di limiti), che si risolve o in socialismo di stato o in comunismo» [Sturzo 1954a]. http://www.bibliotecaliberale.it/glossario/s/statalismo/
(3 ) Il dibattito è stato avviato in una situazione contingente .Per poter agevolare la ripresa dell’economia caduta in recessione a causa dell’epidemia Coronavirus, la Commissione europea ha approvato modifiche temporanee alle regole sugli “aiuti di Stato”, impediti dalle norme dei Trattati dell’Unione. Gli Stati potranno ora intervenire, finanziariamente, a sostegno delle imprese in varie forme comprese le partecipazioni al capitale. Le misure a sostegno non potranno comunque superare 800.000 euro. Il Ministro dell’economia Roberto Gualtieri attendeva questo “via libera” per completare il “decreto rilancio” da 55 miliardi nella parte in cui prevede gli aiuti alle imprese, compresa la partecipazione dello Stato alla ricapitalizzazione. Che quindi ci sarà, benché attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Il “via libera” fa esultare le frange della sinistra evidentemente ancora ispirate a principi di statalismo sovietico. Il vicesegretario del PD Andrea Orlando, parlando dei suddetti interventi dello Stato, aggiunge infatti che, se lo Stato mette soldi in un’impresa, deve avere rappresentanti nei suoi organi di governo. In soldoni, deve partecipare alla sua gestione. Sempre in tema, verosimilmente a sostegno della tesi di Orlando, taluno (Chiara Saraceno, Ma in Italia c’è bisogno di più Stato, La Stampa 09.05.2020) ha brutalmente affermato che ai liberisti: ”Piace solo lo Stato che finanzia a fondo perduto le imprese e interviene quando sono in difficoltà, ma senza mettere il naso, fidandosi dell’intelligenza, ahimè indimostrata, del mercato”. https://www.lineaitaliapiemonte.it/2020/05/14/leggi-notizia/argomenti/editoriali/articolo/coronavirus-e-rigurgiti-di-statalismo-sovietico-di-carlo-manacorda.html
(4) Agli strenui sostenitori dei vantaggi della presenza dello Stato nell’economia, pare però sufficiente ricordare gli infiniti e immensi disastri causati da questa presenza, con fiumi di sprechi di denaro pubblico ― purtroppo, ahinoi, pagati dai cittadini ―. Un esempio sempre attuale? L’Alitalia, la Compagnia aerea di bandiera. Ma la storia delle partecipazioni statali è ben ricca di casi in materia.
(5) https://www.lineaitaliapiemonte.it/2020/05/14/leggi-notizia/argomenti/editoriali/articolo/coronavirus-e-rigurgiti-di-statalismo-sovietico-di-carlo-manacorda.html
( 6 ) Solo più Stato salverà la democrazia.I partiti progressisti devono abbandonare il liberismo e tornare al’intervento pubblico. L’Espresso 17 luglio 2018 https://espresso.repubblica.it/attualita/2018/07/17/news/solo-piu-stato-salvera-la-democrazia-1.324959
(7)Il dato è della Bce e fa riferimento al cosiddetto Target 2 ,il sistema dei pagamenti interbancari tra gli istituti di credito che operano in euro. Dal 2008 marzo è stato il mese peggiore. L’Italia è il fanalino di coda dell’UE. Dopo viene la Spagna. Mentre la Francia ha un passivo di 109 miliardi.Mentre al contrario la Germania si trasforma in una calamita ; a marzo il suo attivo ammonta a 935 miliardi. Il mese precedente era “solo” di 821.. Il mese di marzo inooltre è quello con una più alta quantità di titoli di stato in scadenza 52 miliardi .Quanti stranieri che acquistano i nostri bond hanno confermato appunto i loro acquisti ad aprile?
(8)Una inutile discussione è quella sulla richiesta di garanzie per un prestito che Fca Italia , quella che era la Fiat , vuole chiedere a norma dell’ultimo decreto . Ecco le posizioni . I detrattori affermano :” Le cose si fanno in Cina o nell’est Europa, le tasse si pagano in Olanda, mentre in Italia si tagliano posti di lavoro e si batte cassa quando c’è bisogno di sussidi: il caso di FCA mostra il lato oscuro del capitalismo italiano, nessuno escluso. E impone alla politica, soprattutto a chi si definisce europeista, una grande sfida: cambiare un modello che ci sta stritolando.
Improvvisamente, quindi, ci siamo accorti che FCA, quella che un tempo chiamavamo Fiat, ha domicilio fiscale a Londra, sede legale ad Amsterdam e chiede aiuti di Stato in Italia. Già che c’eravamo, abbiamo scoperto pure che quella stessa Olanda che fa scudo contro qualunque ipotesi di mutualizzazione del debito pubblico in Europa, è il medesimo Paese che ci leva ogni anno qualche miliardo di gettito fiscale, che diventano decine di miliardi se aggiungiamo al mazzo anche Irlanda e Lussemburgo, gli altri due paradisi fiscali europei, non formalmente tali solamente perché servirebbe pure il loro voto, in sede comunitaria, per definirli così.
Improvvisamente, abbiamo scoperto la faccia oscura del nostro capitalismo – da Fca a Mediaset, da Eni a Enel, da Campari a Luxottica, da Ferrero a Illy, dal made in Italy alle banche – che per anni si è nascosto dietro la grande elusione dei titani del web – Facebook, Google, Amazon, Apple e i loro fratellini – per costruirsi le sue holding di comodo al di fuori dei confini del fisco italiano, cassaforti entro cui far confluire tutto ciò che grande capitale, dai dividendi ai guadagni da cessioni di partecipazioni, dagli interessi incassati per i prestiti infragruppo, alla cessione di royalties per l’uso di marchi e brevetti, lasciando all’Italia la sola tassazione del lavoro dipendente, o di quel che ne è rimasto mentre le produzioni venivano spostate altrove, in un altro genere di “paradisi” – virgolette d’obbligo -, quelli in cui la manodopera non costa nulla. (Fonte: https://www.fanpage.it/economia/fca-e-la-punta-delliceberg-i-paradisi-fiscali-in-europa-devono-sparire-assieme-al-coronavirus/
https://www.fanpage.it/ ) .
Mentre per ristabilire una corretta informazione su questa vicenda Luigi Marattin dice : “Il Decreto Liquidità (DL 23/2020) non fornisce finanziamenti pubblici (come sanno molto bene tutti i suoi critici, che centinaia di volte l’hanno criticato proprio per questo motivo), ma solo garanzie. Vuol dire che FCA – come ogni altra azienda che rispetti i requisiti – non riceve finanziamenti dallo Stato (cioè pubblici), bensì prestiti dal settore bancario (cioè privati), che tuttavia vengono garantiti (in questo caso al 70%) da SACE, la società del gruppo Cassa Depositi e Prestiti che veicola le nuove garanzie pubbliche nell’emergenza Covid.” Quindi “Le garanzie erogate da Sace sono “non-standardizzate” (cioè non rispondenti a parametri identici per l’erogazione in serie) e quindi – secondo il Regolamento contabile europeo SEC 2010 – non sono inserite nel calcolo del deficit (cioè il “cassetto” di finanza pubblica in cui ci sono anche la riduzione delle tasse, i ristori alle aziende o ai lavoratori, ecc) ma solo in quello del “saldo netto da finanziare” (il “cassetto” di finanza pubblica in cui – se non impattanti anche sul deficit – ci sono le operazioni finanziarie). FCA Italia ha richiesto questa garanzia (che, se accettata, verrà data al 70%) per un prestito triennale che intende chiedere a Intesa San Paolo al fine di poter continuare a supportare la regolarità dei pagamenti alla filiera italiana dei fornitori dell’automotive, nel delicato momento della riapertura degli stabilimenti. Parliamo di circa 10.000 piccole e medie imprese italiane.
Quindi l’operazione è finalizzata a far sì che il piccolo artigiano di Codogno o la piccola impresa di Reggio Emilia ricevano in fretta i pagamenti per i servizi resi a FCA.Da ricordare inoltre che FCA Italia ha (in Italia) 55.000 dipendenti in 16 stabilimenti produttivi e 26 poli dedicati alla Ricerca e Sviluppo, e circa 300.000 altri posti di lavoro nell’indotto. FCA Italia ha la sede in Italia, e paga miliardi di tasse in Italia. Altrimenti non avrebbe potuto chiedere la garanzia statale sui prestiti, visto che il DL Liquidità specifica che lo possono fare solo aziende con sede in Italia.
L’azienda-madre FCA, che essendo ormai una multinazionale di livello globale (come ricorderete nel 2014 ha inglobato la prestigiosa casa americana Chrysler) non necessariamente conserva la sede nel paese di origine. In particolare, ha sede legale ad Amsterdam e domicilio fiscale a Londra (ed è quotata sulla borsa di New York, oltre che a Milano). Ne’ l’Olanda ne’ il Regno Unito fanno parte delle liste dell’Ocse che elencano i cosiddetti “paradisi fiscali”. Ne’ la “lista nera” (che comprende ad esempio Costa Rica, Malesia, Filippine)
ne’ quella “grigia” (che comprende Andorra, Bahamas, Bermuda e altri 28 Stati).
