” 22 GENNAIO 1905: LA “DOMENICA DI SANGUE” E LA RIVOLUZIONE IN RUSSIA ” – PROF.SSA GABRIELLA TORITTO
Redazione- Nel 1917, più di un secolo fa, scoppiò in Russia la rivoluzione che rovesciò lo zar Nicola II della dinastia dei Romanov. Quello fu un anno importante per l’intera storia mondiale poiché in Europa si combatteva ancora la Prima Guerra Mondiale, in cui gli Stati Uniti d’America entrarono schierati al fianco di Inghilterra, Francia e Italia per divenire, a conflitto concluso, la nuova guida, la nuova potenza del mondo occidentale. A EST dell’Europa, in Russia, con la Rivoluzione d’ottobre del 1917, invece nacque l’URSS, la super-potenza che contese (e continua a contendere) agli USA il ruolo di leader mondiale.
Per un lungo periodo la Rivoluzione Russa è stata studiata più come un mito che come evento storico. La lettura dell’avvenimento è stata strettamente legata più alle ideologie che all’analisi dei fatti. Oggi gli storici tornano a riflettere sulla sua interpretazione. In ogni caso la rivoluzione russa segnò uno spartiacque per la storia d’Europa. Dopo di essa cambiarono le alleanze tra gli Stati al mondo; cambiarono le aspettative sociali dei popoli; fu messo in discussione il capitalismo; si determinò un nuovo ordine mondiale.
Fin dall’inizio, tuttavia, la storia di tale evento fu caratterizzata da un’indissolubile contraddizione fra gli ideali di libertà e di emancipazione e il carattere totalitario dei regimi sovietici.
Alla fine del 1800 l’impero russo era un territorio immenso, governato dalla monarchia assoluta degli zar. Ogni forma di opposizione era repressa nel sangue. Le campagne erano molto arretrate. Poche famiglie aristocratiche possedevano il 90% delle terre coltivabili. I contadini, nonostante l’abolizione della schiavitù della gleba nel 1861, vivevano ancora in condizioni di schiavitù. Le industrie erano poche, concentrate solo intorno a poche città della Russia europea. Vi erano: l’industria tessile a Mosca, l’industria metallurgica a Pietroburgo e i giacimenti petroliferi a Baku. Sempre a fine 1800 i contadini, che vivevano in gravi condizioni sociali ed economiche, trovarono un sostegno nel movimento populista. Il populismo di Narodnaja Volja (Volontà del Popolo) si diffuse a partire dalla seconda metà del 1800. Propugnava: il rifiuto dell’industrializzazione, i contadini protagonisti della rivoluzione, l’abbattimento dello Stato, da sostituire con comunità agricole, il terrorismo come metodo di lotta compiuto con atti individuali. Fece parte della Narodnaja Volja Alexander, il fratello maggiore di Vladimir Il’ič Ul’janov, detto Lenin, poi condannato a morte poiché militante nei gruppi clandestini di populisti e di anarchici che organizzarono attentati e azioni terroristiche con lo scopo di abbattere l’autocrazia zarista. Nel 1881 lo stesso zar Alessandro II fu vittima di un attentato. I suoi successori, volendo reprimere le azioni di rivolta in atto nel vasto e sconfinato impero, indirizzarono il malcontento popolare contro gli Ebrei. Scoppiarono così, anche con il consenso delle autorità russe, i Pogrom, ossia sommosse sanguinose contro gli Ebrei, considerati capri espiatori del malcontento popolare. Il successore Alessandro III con l’appoggio della Chiesa ortodossa e della nobiltà perseguitò gli studenti universitari, poiché sovvertitori dell’ordine sociale, e le altre confessioni religiose; russificò in modo brutale le popolazioni non russe dell’impero; cancellò ogni timida concessione liberale fatta dal padre, Alessandro II; si appellò ai valori della “grande Madre Russia” da salvaguardare attraverso la Ochrana, la polizia politica. Già nel 1894 lo scrittore Lev Tolstoj, di nobile estrazione e vicino alla corte imperiale, avrebbe voluto rivolgersi allo zar. Lo confidò al suo discepolo americano Ernest Crosby: “Se il nuovo zar mi chiedesse consiglio su cosa fare, gli direi: «usa il tuo potere autocratico per abolire la proprietà della terra in Russia e per introdurre il sistema della tassa unica e poi rinuncia al potere e dà al popolo una costituzione liberale». Solo nel gennaio del 1902 Tolstoj scrisse a Nicola II: … Se il popolo russo avesse potuto esprimersi – si legge nella lettera – avrebbe chiesto l’abolizione del diritto di proprietà privata sulla terra. …
Sempre nella sua opera “La confessione”, scritta tra il 1879 e il 1882 e pubblicata per la prima volta a Ginevra nel 1884, Tolstoj scrisse: “Accadde che il modo in cui si viveva nel nostro ambiente, l’ambiente delle persone ricche e istruite, non soltanto mi divenne odioso, ma perse addirittura ogni senso ai miei occhi. Tutte le nostre azioni, il nostro modo di pensare, la scienza, l’arte, tutto ciò assunse ai miei occhi un nuovo significato. […] E contemporaneamente la vita del popolo lavoratore, di tutta l’umanità che costruiva concretamente la vita, mi apparve nel suo autentico significato. Compresi che quella era la vita autentica, compresi che il senso che le si attribuiva era la verità, e l’accettai…”
La violenza reazionaria, instaurata dallo zar Alessandro III, continuò sotto il figlio e successore, Nicola II (1894-1917), il quale non godette di prestigio personale. Venne così a mancare la base stessa del potere autocratico. Peraltro Nicola II fu un uomo privo di energie, di un’abulia quasi patologica; né gli fu di aiuto la moglie, la zarina Alessandra Feodorovna, nipote tedesca della regina Vittoria d’Inghilterra. Alessandra Feodorovna era una psicopatica in preda alle suggestioni di avventurieri senza scrupoli, il più noto dei quali fu il monaco Rasputin.
Rasputin, a sua volta, figlio di contadini russi siberiani, divenne mistico e guaritore di malati terminali dopo numerosi pellegrinaggi e dopo essersi interessato alla religione. Venne presto presentato a corte dove la zarina gli affidò la remissione dall’emofilia ereditaria dello zarevic Aleksej, ossia di suo figlio. In effetti, secondo diverse versioni, Rasputin più volte riuscì a salvare Aleksej in fin di vita. Così come sconsigliò fortemente i sovrani di entrare in guerra. In un telegramma del 19 luglio 1914 inviato da Rasputin allo Zar di tutte le Russie si legge: «Credo, spero nella pace. Stanno preparando un orribile misfatto, ma noi non ne siamo partecipi»
Rasputin subì un primo attentato nel suo villaggio siberiano il 28 giugno1914, lo stesso giorno dell’omicidio di Sarajevo, a cui sopravvisse. Morì successivamente, nel 1916, avvelenato e assassinato.
Nel frattempo in Russia lo sviluppo industriale favorì la formazione di un movimento socialista. Nel 1898 fu fondato il Partito Operaio Socialdemocratico Russo, diviso in due correnti: i Menscevichi che accettavano la politica di riforme e l’alleanza con la borghesia e le elezioni politiche come strumento per raggiungere il potere; i Bolscevichi, guidati da Lenin, che volevano la rivoluzione per creare una società comunista senza più divisioni in classi, senza proprietà privata, con la collettivizzazione dei mezzi di produzione, il ruolo guida del Partito, gli operai protagonisti della rivoluzione.
Agli inizi del 1900 la Russia era un paese molto arretrato e sull’orlo del collasso. Governata per secoli da dinastie di zar, aveva subìto il potere pressoché assoluto dei sovrani russi e, agli inizi del 1900, era una monarchia dagli aspetti medievali, con sistemi amministrativi e giudiziari antichi e superati, con pochissime industrie, con un Parlamento (chiamato Duma) privo di effettivi poteri, con una popolazione numerosa, povera ed esclusivamente legata all’attività agricola. Per la prima volta fecero la loro comparsa i SOVIET, organismi rappresentativi dei lavoratori, sorti in modo spontaneo a Pietroburgo e poi in altre città. A Pietroburgo venne creato il primo soviet dei lavoratori e quello che il governo non poté concedere, lo fece a suo modo la polizia politica. Nel 1898 Sergej Zubatov, un dirigente dell‘Ochrana di Mosca, suggerì ai propri superiori la creazione di organizzazioni legali dei lavoratori, poste sotto la sorveglianza della polizia. «Se le modeste necessità e richieste degli operai sono sfruttate dai rivoluzionari per scopi profondamente antigovernativi», è il caso che le autorità «tolgano dalle loro mani quest’arma», assumendosi direttamente il compito di organizzare e gestire le associazioni operaie. Nell’agosto del 1900 Zubatov espose tali idee a Dmitrij Trepov, capo della polizia di Mosca, il quale informò il governatore, il granduca Sergej Aleksandrovic. Il piano di Zubatov fu accettato e divenne operativo nel maggio del 1901 con la creazione della Società di mutuo soccorso degli operai dell’industria meccanica, il cui statuto fu approvato dal ministero degli Interni il 14 febbraio 1902. Tra i compiti segreti della Società di mutuo soccorso vi fu il reclutamento in ogni fabbrica di operai leali alle autorità ma che godevano della fiducia dei lavoratori e con un passato possibilmente rivoluzionario. Costoro poi costituirono un comitato con il compito di raccogliere e rappresentare le istanze degli operai alla direzione dell’impresa. L’avventura delle Società di Zubatov ebbe fine nel settembre del 1903, quando esse furono sciolte d’autorità. Infatti accadde che, in luglio, il collaboratore di Zubatov a Odessa, il dottor Šaevič, guidò un grande sciopero che per un mese paralizzò la città, provocando proteste tra gli imprenditori e negli ambienti governativi. Così Zubatov e Šaevič furono esiliati dal ministro Pleve. La decisione di Pleve, che pure aveva approvato il progetto di «socialismo poliziesco», fu determinata soprattutto dall’appoggio che Zubatov diede al ministro Vitte, favorevole ad alcune concessioni al movimento operaio. Invece non fu sciolto il circolo operaio fondato dal pope Georgij Gapon a Pietroburgo nel settembre del 1903. Anzi il Pope Gapon sviluppò l’iniziativa. In novembre, d’accordo col governatore Kleigel’s, trasmise al ministro Pleve lo Statuto dell’Assemblea degli operai russi di fabbrica e d’officina, elaborato dallo stesso Gapon. Pleve lo approvò con qualche modifica il 28 febbraio 1904. Nello statuto non si accennava a diritti sindacali e politici, ma si prevedeva di utilizzare il tempo libero degli operai organizzando concerti, serate danzanti, conferenze, sale di lettura. Membri dell’Assemblea furono solo operai russi, di entrambi i sessi e di confessione cristiana. A capo dell’Assemblea vi fu un «consiglio di responsabili», e suo rappresentante fu lo stesso Pope Georgij Gapon. Nel dicembre del 1904 la direzione delle officine Putilov licenziò quattro operai aderenti all’Assemblea, e il 3 gennaio 1905 il Pope Gapon ne chiese inutilmente la riassunzione. Il 9 gennaio si tenne in una sezione dell’Assemblea una infuocata riunione di operai della Putilov, che ricordarono al Pope come fosse giunto il momento di smentire con i fatti la fama secondo cui l’organizzazione era soltanto una creatura dell’Ochrana, la polizia segreta. A quel punto iniziarono le contestazioni che condussero alla “domenica di sangue” del 22 gennaio 1905.
A causa delle precarie condizioni di vita in cui versavano, i cittadini di Pietroburgo si recarono in massa davanti ai cancelli del Palazzo d’Inverno, dimora dello zar Nicola II, per reclamare un miglioramento delle condizioni lavorative, ma tutto venne represso nel sangue, sebbene i dimostranti inermi fossero capeggiati dal Pope Gapon e fra loro vi fossero intere famiglie con bambini. Il massacro provocò scioperi e sommosse in tutto il paese, duramente repressi dal governo. Vi furono anche ammutinamenti nelle forze armate e insurrezioni a carattere nazionalistico in Polonia e in Finlandia. L’indignazione popolare divampò in tutta la Russia. Operai, soldati e marinai si sollevarono spontaneamente. Il moto di protesta assunse le dimensioni di un’autentica rivoluzione. Il 22 giugno 1905, dopo l’uccisione, per mano di un ufficiale, di un marinaio che si rifiutava di mangiare un rancio di carne in scatola piena di vermi, l’equipaggio della corazzata Potemkin si ammutinò e si impadronì della nave da guerra. I ribelli issarono la bandiera rossa nella baia di Sebastopoli, sul Mar Nero, e, fatto scalo a Odessa, puntarono verso la Romania, dove ottennero asilo politico. Nel 1905 il potere zarista crollò in modo progressivo. Si assistette a una grave crisi in seguito alla guerra contro il Giappone, a proteste e scioperi che si trasformano in un movimento di rivolta antizarista.
Il 1° gennaio 1905 vi era stata la capitolazione a PortArthur, vera disfatta della Russia nella guerra contro il Giappone. In quell’occasione Lenin ebbe a scrivere: “la potenza militare russa a lungo considerata il più sicuro baluardo della reazione europea giace nella polvere della Manciuria e in fondo al Pacifico”. E aggiunse: “La borghesia europea ha ragione ad avere paura; il proletariato ha ragione a rallegrarsi (…) L’Asia progressista ha inferto un colpo all’Europa arretrata e reazionaria, un colpo del quale non può riaversi. (…) E’ il prologo della capitolazione dello zarismo …”. La guerra si concluse il 23 agosto 1905 nel New Hampshire, grazie alla mediazione del presidente americano Theodore Roosevelt. Dinanzi a tale scenario il potere zarista ebbe poco tempo per sopravvivere. La grave crisi successiva alla guerra contro il Giappone, le proteste e gli scioperi, che si trasformarono in un movimento di rivolta antizarista, la comparsa dei Soviet, organismi rappresentativi dei lavoratori, sorti in modo spontaneo a Pietroburgo e poi in altre città, determinarono che al 17 ottobre (data russa corrispondente al 30 ottobre del nostro calendario gregoriano) lo Zar sottoscrivesse un Manifesto con cui si impegnò solennemente a concedere le fondamentali libertà politiche come la Duma, la piena amnistia, le libertà civili. In effetti lo zar Nicola II istituì il Parlamento, la Duma, che però non ebbe mai un ruolo effettivo. Fu subito sciolta per riconvocarla nel 1907. La legge elettorale fu modificata in modo sempre più classista. Crebbe il malcontento.
Inoltre nel 1914 l’entrata della Russia nella Grande Guerra, a sostegno della Serbia, fece precipitare nuovamente la situazione: diminuì la produzione di grano, si assottigliarono le scorte alimentari nelle città, aumentarono i prezzi, la popolazione era allo stremo. La Grande Guerra rivelò le debolezze strutturali del paese. L’orario di lavoro degli operai fu esteso per garantire la massima produttività, il potere d’acquisto dei salari diminuì. Per acquistare pane e latte occorrevano 3-6 ore di fila, scoppiarono continui scioperi e dimostrazioni. 17 milioni di uomini in guerra furono sottratti alla produzione agricola, l’economia nazionale era in crisi, il livello tecnologico delle industrie basso, l’estensione della rete ferroviaria era scarsa, l’esercito si ritrovò privo di rifornimenti in armi, equipaggiamenti e viveri. Le perdite non compensarono i successi nel Caucaso e in Galizia. In tre anni l’Impero russo perse: Polonia, Bielorussia, Lituania, Lettonia, parte dell’Ucraina
Il blocco delle attività produttive, causato dal servizio di Leva e dal gran numero di morti, e la guerra di trincea scatenarono estese manifestazioni popolari che confluirono nella rivoluzione del febbraio 1917. La nuova ondata di scioperi a Pietrogrado (nome con cui fu chiamata San Pietroburgo dall’inizio della guerra) e, al fronte, l’aumento dei casi di diserzione, la repressione degli scioperi da parte delle truppe imperiali, la diffusione della rivolta a macchia d’olio e il coinvolgimento della stessa Mosca determinarono la capitolazione dello zar Nicola II.
A Pietrogrado esistevano tre organizzazioni operaie illegali: i Socialdemocratici Menscevichi, il Comitato Bolscevico, i Socialdemocratici internazionalisti, costituiti da Trockisti e Bolscevichi. Il 23 febbraio 1917 (8 marzo secondo il nostro calendario gregoriano) in occasione della Giornata internazionale dell’operaia, dopo diversi ordini e contrordini di scioperi e manifestazioni, le operaie di alcune fabbriche tessili intrapresero uno sciopero che si protrasse per giorni e culminò il 25/02/1917 (10 marzo) con uno sciopero generale di 250.000 persone a Pietrogrado. I dragoni imperiali iniziarono a sparare sulla folla. I soldati e la cavalleria cosacca non caricarono. Restarono passivi. Iniziò la rivoluzione. 27 febbraio 1917: “La situazione è grave …” così il presidente della Duma Rodzjanko, monarchico convinto, telegrafò allo zar Nicola II, invitandolo a formare un nuovo governo, ad abdicare in favore del figlio Aleksej, reggente il granduca Michele. Nello stesso giorno Rodzjanko inviò altri telegrammi allo Zar, ricordandogli l’errore di sciogliere la Duma. Lo Zar non rispose mentre gli scioperi continuarono, le truppe si spararono a vicenda, irruppe l’anarchia totale. Il 27 febbraio pomeriggio soldati e civili saccheggiarono l’arsenale militare, liberarono i prigionieri politici, incendiarono il Tribunale, la prigione, la Questura, la sede della Ochrana.

Alcuni sostennero la leggenda della resistenza della Duma all’ordine dello scioglimento. La testimonianza di alcuni cadetti confermò che la Duma obbedì all’ordine imperiale.
Nelle concitate ore successive si rincorsero riunioni febbrili dei deputati del Comitato provvisorio della Duma, fra tutti spiccò il trudovico Kerenskij, futuro primo ministro. Mentre si insediava il Comitato provvisorio della Duma nasceva il Soviet pietrogradese dei deputati operai nell’ala del Palazzo Tauride, opposta a quella dove era insediata la Duma. Il Soviet si dotò subito di un giornale: le Izvestija.
Il 28 febbraio insorse anche Mosca. Le ferrovie passarono sotto il controllo degli insorti; fu impedita la circolazione di tutti i treni. Lo stesso treno dello Zar fu bloccato e dirottato a Pskov. Il 1 marzo sera, nella stanza n. 1 del palazzo Tauride, il Soviet redigette un decreto sui militari, Ordine n 1: “nelle manifestazioni politiche, i militari, tutti, dovevano obbedire ai Soviet e ai loro Comitati militari, tenuti a controllare armi da non consegnare agli ufficiali. Gli ordini della Commissione militare della Duma non dovevano essere eseguiti se in contrasto con quelli del Soviet”. Lo stesso giorno il Soviet consegnò il potere al Comitato della Duma per consentire la realizzazione di un governo espressione della borghesia, capace di liquidare ogni residuo feudale e concedere la libertà politica, l’eguaglianza fra cittadini.
Trotzkij commentò il paradosso della consegna del potere ai rappresentanti dell’alta borghesia come “innato servilismo dei dirigenti dei Soviet, piccolo-borghesi, dinanzi alla forza del censo e della ricchezza”. Il 2 marzo, forti dell’avallo del Soviet, i membri del Comitato provvisorio della Duma nominarono i ministri del nuovo governo. Il principe L’vov divenne Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno. A Kerenskij fu affidato il ministero di Giustizia e poi della Guerra. Sempre il 2 marzo, generali e Capo di Stato Maggiore esercitarono pressioni sullo Zar perché abdicasse. Pochi minuti prima della mezzanotte lo Zar firmò l’atto di abdicazione, retrodatato alle ore 15:05 dello stesso giorno.
L’intera famiglia imperiale fu tratta in arresto. Si pose così fine alla dinastia dei Romanov, giustiziata 17 luglio dell’anno dopo. Il 3 marzo il Granduca Michele, informato dell’abdicazione del fratello e della reggenza che lo attendeva, rifiutò ‘per il bene della Russia’.
L’abdicazione dello zar avrebbe dovuto salvare il principio monarchico. Nella realtà politica la Russia si trovò divisa fra l’autorità del governo provvisorio e quella dei Soviet dei deputati operai e dei soldati. Dopo l’abdicazione di Nicola II il potere fu assunto da un governo provvisorio guidato da partiti liberali e da socialisti menscevichi. I bolscevichi restarono fuori dal governo.
Lenin, capo del partito bolscevico, era in esilio in Svizzera. Appresi i fatti, tornò in Russia. Fu la Germania a concedergli, per il rientro in patria, il “permesso di transito”, negato dalle potenze dell’Intesa, le quali temevano le trattative con la Germania per la fine della guerra. Sicché il 3 aprile del 1917 Lenin arrivò a Pietrogrado assieme ad altri volontari esuli politici su un vagone ‘piombato’. Lo attendeva una folla immensa. Il 4 aprile, alla conferenza del partito bolscevico, Lenin espose quelle che divennero le linee guida del partito per i mesi successivi, conosciute come le Tesi di Aprile: conquistare la maggioranza nei Soviet, uscire dalla guerra, concedere la terra ai contadini poveri, controllo della produzione da parte degli operai.
Vladimir Il’ic Ul’janov, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Lenin, è citato anche come Vladimir Lenin o Nikolaj Lenin. Il padre, Il’ja Nikolaevič Ul’janov, ortodosso e originario di Astrachan, si laureò in matematica con il famoso professor Lobacevskij, uno dei fondatori delle geometrie non euclidee; sposò Marija Aleksandrovna Blank, figlia di un medico, Aleksandr Dmitrevič Blank, di origine ebrea-tedesca. Il’ja divenne direttore, poi ispettore delle scuole elementari del governatorato di Simbirsk. Nel 1874 fu nominato Consigliere di ruolo di Stato e insignito dell’Ordine di San Vladimiro, ottenendo l’inserimento nel quarto grado della gerarchia nobiliare e il diritto alla trasmissibilità del titolo. Il fratello di Lenin, Sasà, membro della Narodnaja Volja, dopo un complotto contro Alessandro III (1887), fu impiccato a 21 anni. Volodja (ossia Vladimir Lenin) si avvicinò al pensiero marxista. Venne arrestato, espulso dall’università, costretto all’esilio. Nel 1895 fu deportato in Siberia. Nel 1900 si rifugiò in Svizzera, dove ideò il Marxismo-Leninismo (marxismo adeguato alla situazione russa, dove prevalevano i contadini). Vladimir Il’ic Ul’janov, detto Lenin, nobiluomo, avvocato di 23 anni, arrivò a Pietroburgo nell’agosto 1893 e qui iniziò la sua vita da rivoluzionario. Si unì alla brillante costellazione di giovani marxisti capeggiati da Plekanov. Il membro del gruppo di Pietroburgo Starkov (1925), lo descrisse “solido come una roccia” per la maturità pratica e per le conoscenze teoriche, scevro da ogni compromesso.

Il 1 luglio 1917 la Russia, ancora in guerra, sferrò un’offensiva militare sul fronte russo-tedesco. L’offensiva Kerenskij serviva a dimostrare alle potenze alleate dell’Intesa la volontà di continuare la guerra. Fu una rotta, mentre nelle campagne aumentavano le occupazioni delle terre (espropri illegali) e nelle città la situazione peggiorava ogni giorno. Mancano i viveri. L’economia era allo sfascio. Aumentò la consapevolezza dei grandi profitti delle imprese impegnate nella produzione bellica. La propaganda bolscevica divenne capillare.
Il governo, per controllare meglio la capitale, trasferì gradualmente le truppe che avevano partecipato alla rivoluzione di febbraio, sostituendole con altre più fedeli. Accortisi di ciò, i soldati di Pietroburgo insorsero contro il governo provvisorio e chiesero aiuto al Partito Bolscevico per abbatterlo. Il tentativo fu represso e Lenin riparò in Finlandia. La situazione divenne molto critica. I conservatori tentarono un colpo di mano con il generale Kornilov che volevano come dittatore militare e che fu nominato comandante in capo dell’esercito dal Presidente Kerenskij, su pressione delle potenze dell’Intesa.
L’8 agosto Kornilov, forte dell’appoggio di industriali, banchieri, latifondisti, commercianti, abbandonò senza combattere la città di Riga all’esercito tedesco per puntare con le truppe a lui fedeli verso la capitale. Pietrogrado cadde nel caos più totale. Il governo provvisorio non aveva più truppe per la difesa della città che fu organizzata dai Bolscevichi. Fu costituito un Consiglio di Guerra per la difesa di Pietrogrado.
A quel punto intervenne la Guardia Rossa. Il 10 ottobre Lenin rientrò da Helsinki, vinse le ultime resistenze del Partito sull’insurrezione. 12 ottobre 1917 fu istituito il Comitato Militare Rivoluzionario con il compito di dirigere l’insurrezione. Fu presieduto da Trotzkij.
Il Comitato potè contare a Pietrogrado su circa12.000 Guardie Rosse, 30.000 soldati della guarnigione ed equipaggi delle navi della flotta baltica. L’insurrezione prese il via la sera fra il 24 e il 25 ottobre del calendario giuliano (6-7 novembre del calendario gregoriano).
I Bolscevichi guidati da Trotzkij conquistarono il potere in modo incruento. Nel congresso panrusso Lenin fece approvare provvedimenti quali: pace, abolizione della grande proprietà terriera, nuovo governo rivoluzionario.
La Russia uscì dalla Grande Guerra mentre al suo interno scoppiava la guerra civile: il Terrore Rosso dei bolscevichi, guidati da Trotzkij, contro il Terrore Bianco. La controrivoluzione dei generali “Bianchi” fu aiutata dalle potenze dell’Intesa, che temettero il contagio della rivoluzione russa e cercarono di creare il cosiddetto cordone sanitario.
Riepilogando: Nicola II, ultimo zar della dinastia di Romanov, abdicò. Il figlio minore era di malferma salute. Il fratello, il granduca Michele, prese atto che la Russia era ormai una Repubblica e rinunciò alla reggenza. Si formò un governo provvisorio con il Comitato della Duma, costituito da membri dell’alta borghesia (cadetti, menscevichi, socialrivoluzionari) che volevano un governo costituzionale, l’occidentalizzazione del Paese. Di contro il popolo diede vita ai Soviet che ambivano ad una rivoluzione profonda. All’interno dei Soviet c’era il Partito Bolscevico con a capo Lenin, Vladimiro Uljanov, teorico della dittatura del proletariato (potere dal basso), che fondò la Pravda (La Verità), allora diretto dal georgiano Josif Dzugasvili, futuro Stalin. Il 25 ottobre 1917 Lenin prese il potere con un colpo di Stato.
Le elezioni per la Costituente penalizzarono i Bolscevichi ma iniziò comunque la dittatura del proletariato. Lenin non credeva nella democrazia parlamentare, voleva che fosse soltanto il Proletariato a guidare la Russia. Dal 1921 Lenin promosse una serie di riforme. Emanò una nuova Costituzione ed inaugurò una nuova politica economica, il NEP. Ristabilì le norme per la libera circolazione delle merci fra campagna e città, sicché i contadini poterono commerciare e disporre dei loro prodotti dopo il versamento di una quota statale. Nel 1922 nacque l’URSS, ovvero l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche con le quattro repubbliche allora esistenti: Russia Bianca, Siberia, Ucraina, Repubbliche Transcaucasiche.
Lenin morì il 21 gennaio 1924. Gli successe Stalin, già suo ex ministro, acerrimo rivale di Trotzkij.
Anche se la storiografia tradizionale fa riferimento a due rivoluzioni (quella di febbraio e quella di ottobre) è apparso recentemente sempre più chiaro come gli eventi che portarono al potere Lenin e i bolscevichi costituirono tutt’altro che una rivoluzione. Quella del febbraio 1917 fu un’autentica rivoluzione, nata spontaneamente nelle strade, in chiave anti-zarista, che portò al potere un governo provvisorio universalmente accettato in tutto il paese. Invece la vittoria dei bolscevichi e la caduta di Kerenskij non sorsero spontaneamente ma furono la conseguenza di un’azione sovversiva attuata da agitatori professionisti, decisi ad ottenere il potere assoluto, benché pienamente coscienti di essere una minoranza.
F.to Gabriella Toritto
