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UN REPORTAGE DI DUEMILACINQUECENTO ANNI FA : TUCIDIDE, LA PESTE DI ATENE E LE ANALOGIE CON L’ATTUALE PANDEMIA DA COVID-19

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Forse bisognava chiedere una consulenza a Tucidide  (1) che fu testimone della peste di Atene  nel 430 a.C.  come persona informata sui fatti . Lui stesso  si era ammalato e racconta  come fu quella malattia.  Bisognava chiedere  la sua consulenza non tanto  per la sostanza del suo racconto ,  che pur vale la pena di leggere, ma soprattutto per il metodo che  usa nel raccontare questa sua esperienza. Metodo  che rimane un modello. Tucidide  fa un reportage della sua malattia  che inaugura un modello di comunicazione  che sta alla base  di tutti i racconti che nel corso dei secoli  sono stati fatti su epidemie , i racconti che si sono succeduti  dunque . Probabilmente   nel momento in cui  sono cominciati i nostri guai con la pandemia di coronavirus  quel modello è venuto meno  e invece sarebbe servito molto . Per cominciare  avremmo dovuto tener conto delle  analogie. Anche a quel tempo le epidemie si originavano  in paesi lontani ( come il Covid 19  propagato dalla Cina),  viaggiavano sulle navi ( favorito dalla mobilità  moderna , anche  il virus prende modernamente l’aereo ), percorrevano strade particolari come a quel tempo la Via della seta . Venivano combattute con il fuoco:  le abitazioni, le suppellettili, gli indumenti di persone infette venivano  spesso bruciati  ( ecco la necessità dell’attuale disinfezioni ), le trasgressioni venivano punite con la forca  ( oggi più modestamente con le multe ).

E continuando  dovevamo pensare  a   quella formidabile remora morale  che nella mitologia fa sì che  le colpe del singolo ricadevano su tutti . La pandemia ha nutrito  l’immaginario  di una collettività  anche in questo senso. Una collettività che si trova a combattere  un nemico invisibile che fa danni  a tutti per colpa di qualcuno .E dovevamo guardare  a come la letteratura  racconta le pandemie  proprio  come uno specchio del mondo . E come sempre  da che mondo e mondo  le persone fanno domande sulla loro condizione, sulla loro vita, sui pericoli  e quindi anche in questo caso sono portate a fare domande   indistintamente alla scienza, alla religione , alla magia .

Sono dunque  questi i giorni della pandemia per il contagio da Covid 19  non solo in Italia ma in Europa e in tutto il mondo su cui bisogna riflettere  molto  cercando  aiuto proprio  nelle esperienze passate ma anche  nella pluralità delle opinioni , delle idee perché rappresentano una risorsa importante. Che può permetterci , attraverso convergenze significative, di sviluppare quella mole di  iniziative che permettono di   contrastare questa epidemia . Certo sono solo articoli di giornale  e siti in rete  ma rappresentano appunto  quella fonte importantissima attraverso la quale si sviluppa e organizza   quel “limes”  ( nel senso di sentiero , percorso,  ) di un paese  che è fondamentale per garantire  un obiettivo  comune  per il   controllo del contagio   e di rilancio  di tutto quello che è stato   fermato, sospeso, danneggiato. Articoli di giornale e siti in rete  dunque hanno rievocato la peste di Atene del 430 a.C., quella descritta da Tucidide nella sua  Storia del Peloponneso. Ne abbiamo letti molti e attentamente,  ricorrendo  anche  alla lettura di ricerche più importanti e più “raffinate” per così dire, sempre sul web,  per  contestualizzare i temi di cui parlavano e per arricchire le fonti  di informazione ,tra cui la ripubblicazione di alcune opere di autori   nella letteratura antica e moderna che parlano appunto di contagio  e pestilenze .(2)

Ne riportiamo  stralci , anche ampi , in questa riflessione  . L’intento è quello di  richiamare l’attenzione su come la narrazione di Tucidide abbia poi influenzato  come archetipo  storico- letterario  tutte le altre narrazioni . Certo  la narrazione di Tucidide  non è proprio  il primo racconto sulla peste perché come afferma Gherardo Ugolini  professore di Filologia classica all’Università di Verona (https://it.wikipedia.org/wiki/Gherardo_Ugolini) e componente del  gruppo di ricerca “Visioni del tragico. La tragedia greca sulla scena italiana dal 2001 ad oggi”  in un articolo apparso su http://www.visionideltragico.it : “  a pensarci bene, il primo testo della letteratura greca antica inizia con un flagello pestilenziale, con un λοιμός: quello che il dio Apollo scatena con le sue frecce contro l’esercito acheo nel primo libro dell’Iliade (vv. 43-52).”

Le analogie  con il presente sono molteplici e inquietanti,in parte le abbiamo accennate ..

Tanto che  il professore  Ugolini , continuando,  le elenca così  sempre nell’articolo pubblicato sul sito che abbiamo appena citato : “La prima è l’origine remota del morbo che Tucidide individua nell’Etiopia (la Wuhan di 2500 anni fa), da dove si sarebbe diffuso attraverso la Libia e l’Egitto fino all’Attica. Le cause precise della malattia restarono oscure con l’accavallarsi di ipotesi più o meno plausibili: tra queste il sospetto che i nemici spartani si fossero adoperati volutamente per diffondere il contagio infettando i pozzi del Pireo (una notizia fasulla, una bufala, forse paragonabile a quella della produzione del Covid-19 in un laboratorio cinese).(…) Impressionanti le annotazioni di Tucidide sull’insipienza dei medici costretti a fronteggiare un morbo ignoto che si presentava per la prima volta. Anzi, a causa della loro prossimità con i contagiati – altra inquietante analogia con la situazione presente – i dottori erano tra i primi a contrarre l’infezione e morire («nulla potevano i medici, che si trovavano a curarlo per la prima volta» II 47, 4). Per la medicina ippocratica fu una disfatta clamorosa e umiliante che obbligò ad un ripensamento globale di metodi e terapie.”

Noi aggiungiamo,per sottolineare  ancora di più il termine delle analogie ,  come  è stato e lo è per la nostra sanità,  che dopo  40 anni dalla Legge 883 del 23 dicembre 1978  che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), attraverso un progressivo ridimensionamento dei servizi, tagli del personale  ,politiche di bilancio sempre più austere,   ha visto  minare  i suoi tre principi cardine: l’universalità, l’uguaglianza e l’equità.  Aver dovuto  far fronte in simili condizioni a quello che è stato definito uno tsunami  fa pensare a quella disfatta  anche se vi è stato posto un argine grazie all’impegno di medici e infermieri e grazie alla condivisione internazionale  dei protocolli di cura . Ricordiamo per esempio l’apporto  a quest’ultimke da equipe cinesi, cubane, russe  accolte anche di persona  nel nostro paese con qualche rilevo dei servizi televisivi che sottolineavano appunto questo aspetto.

“ Tucidide descrive, continua il professore Ugolini ,   con precisione i sintomi più frequenti e il decorso del morbo con anche un’attenzione speciale per i risvolti psicologici e sociali dell’epidemia: scoramento, senso di abbandono, disperazione, incuria e disprezzo delle norme («nell’infuriare dell’epidemia gli uomini, non sapendo cosa ne sarebbe stato di loro, divennero indifferenti alle leggi sacre come pure a quelle profane», II 52, 3; «La paura degli dei o le leggi umane non rappresentavano più un freno», II 53, 4). Ma c’è un punto della ricostruzione tucididea su cui mi preme insistere, un aspetto che mi ha sempre molto colpito perché coglie un nocciolo di assoluta verità e mette a nudo, più di altri, il senso d’impotenza che la crisi da pandemia può suscitare. Abbiamo visto in questo tristissimo marzo 2020 le immagini dei mezzi militari che di notte trasportano salme fuori dalla città di Bergamo. Fa molta impressione constatare come le pagine dei necrologi di quotidiani locali come «Il Giornale di Brescia» e «L’Eco di Bergamo» siano cresciute di 6-7 volte rispetto a prima. Molti anziani, ma anche non anziani, muoiono da soli in casa o in ospedale, abbandonati a sé stessi, senza il conforto di un parente o un amico che vegli tenendo la mano nell’agonia finale. I cimiteri della Lombardia sono saturi; i funerali si celebrano a ritmo continuo, uno dopo l’altro, come in un’infernale catena di montaggio che spersonalizza la cerimonia. Le imprese funebri in molti casi non hanno bare a sufficienza e fanno fatica a star dietro all’incalzare delle richieste. Le cronache raccontano che, date le circostanze d’emergenza, i corpi dei deceduti vengono avvolti così come si trovano in un lenzuolo imbevuto di disinfettante; si rinuncia al tradizionale rito della vestizione. Del resto ai familiari è per lo più preclusa la possibilità di assistere alla chiusura della bara e alla tumulazione. Che l’epidemia tolga anche la dignità nella morte lo sapeva bene Tucidide che dedica alcune righe colme di pathos a questa terrificante conseguenza del morbo (II, 52, 4):

Tutte le consuetudini seguite in passato per le esequie furono sconvolte; ciascuno provvedeva alla sepoltura come poteva. Molti, mancando del necessario poiché avevano già avuto molti morti, compivano l’opera di sepoltura in modo vergognoso, utilizzando pire che già erano state innalzate per altri cadaveri: alcuni prevenivano chi aveva provveduto ad accatastare la legna e, deposto sulla pira il proprio morto, subito appiccava il fuoco, altri invece gettavano su una pira – mentre già vi ardeva un altro cadavere – il corpo che avevano portato e se ne andavano

 Il diritto violato di ricevere un taphos normale è l’ultimo oltraggio che la violenza del morbo può produrre su chi ha avuto la sfortuna di ammalarsi. L’epidemia è un Creonte che si arroga il diritto di cancellare quello che si dovrebbe perfino al nemico. L’immagine tucididea delle sepolture “vergognose”, compiute sulle pire rubate ad altri, ha trovato nei versi che chiudono il poema di Lucrezio una ripresa se possibile ancora più apocalittica e angosciosa, con scene di rissa cruenta tra opposte famiglie che si contendono la possibilità di utilizzare un rogo per deporvi il proprio caro. (…) Due considerazioni in conclusione. La prima: Tucidide, testimone autoptico della “peste” ateniese dalla quale era uscito indenne dopo aver contratto il contagio in forma lieve ed esserne diventato immune, inserisce la sua ricostruzione storica in una esplicita prospettiva teorico-didascalica. Fedele al principio programmatico per cui le leggi del comportamento umano sono naturali e immutabili e conseguentemente la ricostruzione storica si offre al lettore come acquisizione permanente (κτῆμά τε ἐς αἰεὶ, I 22, 4), lo storico è convinto che l’esperienza traumatica vissuta e in particolare la conoscenza dei caratteri dell’epidemia serviranno in futuro per prevenire o almeno riconoscere subito e contenere il male al momento del suo insorgere. Così si esprime Tucidide (II 48, 3):

Per conto mio, mi limiterò a descrivere il modo in cui il morbo si manifestava e i sintomi che vanno osservati, qualora scoppi una nuova epidemia, per poterlo riconoscere tempestivamente, avendone una qualche esperienza; questo riferirò, dopo essere stati colpito io stesso dal morbo, e aver visto io stesso altri soffrirne.”

Giorgio Ieranò professore di Letteratura greca (3) presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, racconta sul quotidiano Alto adige .it  la pandemia omerica  e approfondisce proprio  il punto della  colpa che ricade  sulla collettività (4) : ” Nell’Iliade Apollo scaglia nel campo greco una terribile pestilenza per vendicare l’affronto subito dal suo sacerdote Crise ad opera di Agamennone. Come mai la colpa di uno solo ricade sulla collettività?
Non è un caso isolato, nei racconti mitologici greci, che la colpa di uno solo ricada su tutta la comunità. Succede lo stesso, per esempio, nella leggenda di Edipo: il re di Tebe, contaminato dal patricidio e dall’incesto, coinvolge nella sua contaminazione l’intera città, che viene travolta da una pestilenza. Si possono chiamare in causa schemi di pensiero arcaici. Ma spesso siamo arcaici anche noi moderni quando andiamo in cerca di capri espiatori o di untori sui quali sfogare la nostra rabbia e la nostra impotenza davanti a una catastrofe naturale.”

E  continua  il professor Ieranò  :“Il racconto di Tucidide sulla peste di Atene ci dà l’idea di come un’epidemia possa incidere sul funzionamento di una società. Lo storico descrive non solo il senso di impotenza e disorientamento della popolazione davanti a un male sconosciuto, per il quale non ci sono rimedi, ma anche l’idea che, non avendo gli individui più nulla da perdere, fosse ormai inutile rispettare le leggi. Nessuno, dice Tucidide, obbediva più agli ordini della autorità, nessuno si preoccupava di raggiungere quegli obiettivi che prima erano ritenuti importanti. Qui la peste (e quella di Atene era ovviamente cosa assai più letale del Coronavirus) diventa anche metafora, immagine di una crisi profonda dell’umanità.(…) Una cosa che colpisce, nei decreti del nostro governo, è il divieto dei funerali. Misura senz’altro necessaria ma che fa venire in mente appunto le pagine di Tucidide sul fatto che la città, nell’emergenza, non riusciva più a seppellire i morti secondo i riti tradizionali. Ad Atene, comunque, nel 430 a. C. il problema era il sovraffollamento: c’era la guerra con Sparta, e la città era piena di sfollati arrivati dalle campagne. Per questo il contagio si diffuse così rapidamente. Dentro la città sovraffollata, si alternavano momenti di disperazione solitaria e momenti di solidarietà. Scrive Tucidide: “Se gli ateniesi per paura non volevano andare l’uno dall’altro, morivano abbandonati; se invece si accostavano alle persone, morivano per il contagio, specie quelli che cercavano di agire con generosità”.

Marco Ricucci , docente di italiano e latino al Liceo Scientifico «Leonardo» di Milano e professore a contratto all’Università degli Studi di Milano su  (5) Il Corriere .it racconta : “Tucidide, che fu in prima linea nella guerra come stratega e comandante, descrive la peste arrivata ad Atene, nel 430 a.C: i suoi abitanti, padroni del mare, si erano rinchiusi nelle Grandi Mura, pensando di stare al sicuro, dalla più potente macchina da guerra del tempo cioè l’esercito degli Spartani. Fuori loro, dentro gli Ateniesi, con provviste che trasportate sul mare, sbarcate al porto del Pireo, sarebbero giunte senza problemi lungo un corridoio di circa 20 km, ben munito dalle mura, direttamente al cuore di Atene, centro della civiltà e della cultura; anzi il Partenone, di cui ancora oggi ammiriamo le tracce superstiti, osservava con il suo splendore quella che doveva essere un conflitto veloce. Ma il nemico, la peste, venne dal mare, ignoto ai più: ci sono i sintomi ben descritti da Tucidide: starnuti, raucedine, tosse violenta, dolori allo stomaco, spesso lancinanti. Poi il morbo avanzava manifestandosi sul fisico: fuoco nel corpo, piccole piaghe e ulcere, tanto da voler bere continuamente acqua, anzi buttarsi dentro nella speranza di trovare un consolatore refrigerio. Si poteva diventare ciechi, ma anche c’era chi guariva: il prezzo era una completa amnesia, al punto da non riconoscere la propria famiglia. La solitudine dilagava, insieme alla peste. (…)«Ma di tutto il male la cosa più terrificante era la demoralizzazione da cui venivano presi quando di accorgevano di essere stati contagiati dal morbo … si tentava di curarsi l’un con l’altro, si moriva di contagio, come le pecore. Ciò provocò la più vasta mortalità». (…)«Iniziò allora, in città, per la prima volta, in seguito alla malattia, una maggiore sfrenatezza di fronte alla legge, anche in altre cose; e con più ardore, molti osavano ciò che prima stavano ben attenti a fare a loro piacimento». Nella patria di Fidia e Platone, nel faro della democrazia e all’apice della ricchezza, ad Atene ognuno perde ogni freno, ogni buona creanza, insomma ogni forma e gesto di civiltà, che qualificava il vivere ogni giorno. Possiamo attualizzare la testimonianza di Tucidide? Lui scrive nella lingua che ancora nel terzo millennio i nostri ragazzi studiano: «Io, per mio conto, dirò come si è manifestato e con quali sintomi, cosicché, se un giorno dovesse ritornare a infierire, ciascuno, conoscendone le caratteristiche, abbia modo di sapere di che si tratta: tutto chiaramente esporrò, in quanto io stesso ne ho patito e ho visto molti colpiti dal contagio “

La stessa peste di Atene  tra gli autori antichi  venne ricordata anche quattro secoli dopo da Lucrezio nel ”De rerum natura” ma con un taglio diverso dalla cronaca e come spunto di riflessione.

Dice Salvatore Di Domenico  in un articolo  dal titolo “ La peste e i simulacra del controllo sociale nel “De Rerum Natura” di Lucrezio” (6)  : “l’opera termina con circa duecento versi che descrivono gli accadimenti immondi e osceni della peste di Atene del 430 a.C. A tal fine Lucrezio si ispira al modello di Tucidide, denotando tuttavia una maggiore ricercatezza psicologica, con la quale riesce a mettere in evidenza le conseguenze della malattia sui comportamenti squilibrati dei “mortali” già malati nell’animo, pregiudicando in tal modo il benché minimo spiraglio di guarigione, che invece in Tucidide sussiste fino all’ultimo.  “

Sul sito di    Studia Umanitatis.it    leggiamo . “ Per il poeta latino la peste è certo un’orribile realtà, ma è anche un fenomeno prodotto da cause naturali (l’alterazione dell’aria dovuta a turbamenti dell’equilibrio atmosferico). Perciò, la descrizione dell’epidemia che colpì Atene rientra perfettamente nell’argomento del VI libro, che fornisce spiegazioni razionali di calamità, che altrimenti creerebbero terrore e religio nell’animo del lettore-discepolo. Per spiegare perché il poema della ragione e della voluptas termini con immagini di morte e di desolazione si è supposta l’incompiutezza dell’opera, cui sarebbe mancata l’ultima revisione. E poiché Lucrezio, nel libro precedente, aveva annunciato la descrizione delle sedi beate degli dèi, senza però tener fede alla promessa, si è pensato che quella rappresentazione di suprema atarassia fosse la chiusa originariamente progettata. Non sono mancati, fra i critici, coloro che, sempre preoccupati di accertare l’ortodossia epicurea del poeta, hanno cercato in questa pagina la conferma estrema di un presunto «pessimismo lucreziano», di una «tragica antinomia […] tra la dottrina e il carattere del poeta» (Giussani), applicando all’episodio le categorie rigide e forzatamente attualizzanti del “pessimista” (in senso leopardiano), dell’“antiepicureo”, dell’“esistenzialista”, talora invocando seducenti, ma poco pertinenti, ermeneutiche psicanalitiche. (…) C’è stato, poi, chi ha addotto ragioni d’ordine strutturale: negli antichi trattati di Fisica le malattie vengono all’ultimo posto nella rassegna dei fenomeni naturali. E c’è stato anche chi ha visto questo «trionfo della Morte» in un rapporto di contrapposizione isonomica con il «trionfo della Vita», rappresentato dall’Inno a Venere dell’ouverture. La contrapposizione di queste due parti, programmaticamente «forti», sarebbe l’esito strutturale più vistoso di una polarità che attraversa l’intero poema, opponendo ansia e ragione, ignoranza e sapienza, religione e filosofia, schiavitù e liberazione, ecc. «All’interno di tale sistema oppositivo […] in particolare il primo proemio e l’ultimo finale sembrano fissare definitivamente questo carico di tensione in un ideale e meraviglioso duello tra le forze della vita e quelle della morte» (Dionigi). (7)

Ma anche i moderni ci aiutano a riflettere proponendo delle analogie con il presente . Tra  i moderni  c’è per esempio  la cronaca di  Daniel De Foe autore  di Robison Crosue .  Scrive Paolo Petroni : Defoe, al tempo della peste di Londra, aveva due anni e non era in città, scrive così il suo ”Diario dell’anno della peste” sessanta anni dopo ma con una vivacità, una documentazione e una scrittura che sembrano in presa diretta: ”Vorrei poter restituire il suono esatto dei lamenti e delle invocazioni che ho udito da alcuni poveri moribondi… in maniera così efficace da suscitare emozione nell’animo del lettore”. Si parla del libro, infatti, anche come di un romanzo storico noir che ha la forma del diario quotidiano che l’autore dice scritto in prima persona da un sellaio indicato, a fine volume, solo con le iniziali H.F.

Così, da gran scrittore realista, Defoe ci immerge nell’orrore quotidiano tra gente impazzita, persone che corrono nude per strada, accanto ad altri che ne approfittano per saccheggiare o darsi a vizi sfrenati e raccapriccianti, mentre i carri carichi di morti precipitano nelle fosse comuni i cadaveri assieme a alcuni ancora vivi: ”Questo modo di seppellire era l’unico possibile, dato il numero prodigioso di defunti che non permetteva di provvedere delle bare”. C’è chi fa incetta di provviste, chi fugge in campagna dove ben presto arriva anche la peste in un susseguirsi di descrizioni da vero narratore, raccontando casi e casi individuali con anche dialoghi, sempre dando per scontato che ”nulla può succedere senza l’ordine o il permesso del Signore” di cui il morbo è un preciso castigo, col ”contagio che avveniva a mezzo di vapori o fumi che attaccavano i sani che s’avvicinavano ai malati. Questo lo dico contro l’opinione di quanti sostenevano che fosse a mezzo di insetti e altre invisibili creature che, volando, si introducevano nel corpo delle persone col respiro”. (8)

Più strumentale a un discorso diverso e quindi poco chiara e imprecisa è la peste del 1348 cui allude Boccaccio quale origine del suo ”Decamerone”: ”Pervenne la mortifera pestilenza, la quale o per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali era incominciata”. Lo steso vale per la peste nella Milano dei ”Promessi sposi” che Manzoni racconta più nei risvolti sociali che affrontando la malattia in sé. Ma per chi di questi tempi incuriosito volesse approfondire, aldilà delle testimonianze letterarie, rimandiamo a una ”Storia delle epidemie” del virologo brasiliano Stefan Cunha Ujvari (Odoya, pp. 350 – 20,00 euro), appena arrivata in libreria.  (9)

 Tra quelli che le storie le raccontano proprio con un fine di conoscenza e ammonimento,dice Paolo Petroni sul sito ANSA  “  c’è sicuramente Jack London (1876 -1916), scrittore americano che prima di arrivare al successo fece, come racconta in ”Martin Eden”, mille mestieri, amante del mare e della natura (si ricordano certamente ”Il richiamo della foresta”, ”zanna bianca” e ”Il lupo dei mari”) era molto critico verso la società capitalista e materialista americana, tanto da scrivere nel 1912 un romanzo apocalittico che racconta come nel 2013 l’America fosse tornata praticamente all’età della pietra dopo essere stata spopolata quasi integralmente in una decina di giorni da una ”Peste purpurea” (o La peste scarlatta) (Adelphi, pp. 94 – 8,00 euro – Traduzione di Ottavio Fatica è l’edizione più recente). Questa colpì il paese che era dominato dal Consiglio dei Magnati dell’Industria, composto dalle sette famiglie più ricche e importanti del pianeta, che avevano ridotto gli uomini ad automi passivi in nome della produzione, del profitto, e aveano spinto la natura a ribellarsi allo sfruttamento bieco della natura. E non è possibile non avvertire in questo echi pur esasperati della nostra odierna realtà socio economica, tra poteri finanziari e surriscaldamento del pianeta.
Era l’epoca in cui ”il cielo era solcato da apparecchi, dirigibili e altre macchine volanti” e San Francisco, nella proiezione di London, aveva quattro milioni di abitanti, mentre l’intera popolazione mondiale contava otto miliardi (come oggi!). Il racconto, scritto con bel pathos coinvolgente anche se con connotazioni primo Novecento, è però ambientato 60 anni dopo il disastro, nel 2073 e si apre con un vecchio ottantenne, James Howard Smith a suo tempo docente e a Berkley, che per molti anni si era creduto l’unico superstite, contornato da un gruppo di ragazzini selvaggi, discendenti suoi e dei pochi altri sopravvissuti, riuniti attorno a un fuoco al termine della quotidiana ricerca di un po’ di cibo, che ha procurato pesci, granchi e conchiglie. Questi racconta loro, con un linguaggio che appare loro difficile e non li coinvolge minimamente, come tutto ebbe inizio decenni prima e come la società si fosse autodistrutta e l’uomo, con il pretesto del morbo inarrestabile, si fosse immediatamente affrettato a riportarsi con perversa frenesia a stadi inimmaginabili di crudeltà e barbarie, anche per l’impotenza a trovare cure. I virologi che cercavano di trovare un antidoto per quel morbo morivano come mosche e l’uomo li ricorda come eroi, allo stesso modo che abbiamo fatto noi con medici e infermieri che hanno lottato col virus del Covid-19. (10)

”Voi, medici della peste,  dice Camus , dovete fortificarvi contro l’idea della morte e conciliarvi con essa, prima di entrare nel regno preparatole dalla peste. Se trionferete qui, trionferete ovunque e vi vedranno tutti sorridere in mezzo al terrore. La conclusione è che vi occorre una filosofia”. E’ uno dei consigli, pratici e spirituali, che si leggono nella ”Esortazione ai medici della peste” pubblicata nell’aprile del 1947 nei Cahiers de la Pléiade, quasi sicuramente scritta dal premio Nobel per la letteratura Albert Camus nel 1941 e vista come una delle pagine preparatorie e poi non messe nel suo romanzo ”La peste”, uscito proprio nel 1947 e che in questi mesi molti hanno riletto o scoperto, tanto che è tornato questa settimana nella classifica dei libri più venduti, perché sembra racconti la nostra esperienza e parli di noi, invece di averne immaginata una 70 anni fa.

Camus quindi, ricordando ai medici che ”Vi è chiesto di dimenticare un poco quel che siete senza tuttavia dimenticare mai quel che dovete a voi stessi. È questa la regola di una serena dignità”, conclude con la sua visione delle cose: ”Resta il fatto che nulla di tutto ciò è semplice. Nonostante le maschere e i sacchetti, l’aceto e la tela cerata, nonostante la tranquillità del vostro coraggio e il vostro saldo sforzo verrà il giorno in cui non sopporterete più questa città di agonizzanti, questa folla che gira a vuoto per strade roventi e polverose, queste grida, questo allarme senza futuro. Verrà il giorno in cui vorrete gridare il vostro orrore di fronte alla paura e al dolore di tutti. Quel giorno non avrò più rimedi da consigliarvi, se non la compassione che è la sorella dell’ignoranza”.

Ma torniamo a Tucidide . Il racconto di Tucidide ci porta anche a riflettere  sui modelli alla prova del Covid 19. Da più parti si discute  sulle informazioni, sui dati ,che alimentano i modelli in base ai quali la politica prende le sue decisioni  . In termini molti accesi per esempio si discute sulle implicazioni giuridiche  ed etiche del confinamento, delle chiusure degli esercizi commerciali e di altre limitazioni.

La situazione  che il Covid 19 ha creato alla vita delle persone e dei sistemi mette  in campo un gran numero  di fattori che dovrebbero essere presi  in considerazione nella loro totalità per riuscire ad argomentare in modo equilibrato  ipotesi e soluzioni. ( Forse con una provvida operazione politica,  l’ultimo Dpcm del Presidente del Consigilio, quello che divide le regioni in tre colori  , entrato in vigore proprio  venerdì 6 novembre 2020 è un esempio di come si possano tener presenti 21 varianti ,anche se la decisione politica fa sempre il resto ).   Ma si sa non tutti sono filosofi della scienza anche se molti indulgono, specialmente sui social a “ filosofeggiare” per non dire a “ maramaldeggiare “, termini del tutto gentili per non dire altro .

Elena Castellani professore associato,  Dipartimento filosofia,  Università di Firenze  su Le Scienze n. 267 ,novembre 2020, spiega così  un aspetto dell’attuale discussione sul Covid 19  : “ In ogni attività di  modellizzazione si mettono in campo strategie  di semplificazione –astrazione, idealizzazione, approssimazione, che hanno implicazioni sulla fondatezza  dei modelli e solidità dei risultati.” E continuando , riassumo per brevità, afferma che  anche se ci sono tecniche  considerate per testare i modelli  la pandemia Covid 19  li sta  mettendo a dura prova. Riferisce  poi degli studi pubblicati  su Ethics ,Pandemics and Covid 19 , numero speciale della rivista  The Kennedy Institute  of Ethics  Journal ( Gerogetown University) che affermano  che comunque alcuni  modelli prodotti in questa circostanza sono alla base, per esempio, delle decisioni politiche prese  nel Regno Unito ,dimostrando come il numero delle variabili  dei parametri in gioco e il numero delle scelte  da fare sono comunque molto alti e la politica deve fare la sua parte.

La discussione è naturalmente all’inizio  perché le questioni  etiche e sociali  messe in evidenza non sono poche . Discutere le varianti   che determinano numerosi problemi ,e tutti gli autori lo sottolineano, non significa,per questo , mettere in dubbio “ l’efficacia, conclude la professoressa Castellani , di decisioni politiche        come per esempio quella del comportamento  adottato da molti paesi  ( compresa L’Italia ) che sono state prese  in base al modello  ICL  (11) o simili  seguendo un principio  di precauzione  in condizioni di incertezza.”

E sembra  che Tucidide nel descrivere la pandemia abbia usato  lo stesso metro di  giudizio  precauzione nell’incertezza .

I signa della peste | Nella sua opera storica Tucidide decise di descrivere l’epidemia di peste che colpì Atene a memoria dei posteri, affinché potesse essere riconosciuta fin da suoi prodromi, se si fosse ripresentata (II 48, 3), e la descrisse in modo affidabile, essendone rimasto contagiato anche lui, anche se in modo guaribile. Nei confronti del brano tucidideo Lucrezio esegue una vera e propria opera di riscrittura, operando scarti significativi che danno un senso nuovo all’evento.

I primi sintomi | Riguardo ai prodromi della malattia Tucidide scrisse: «Dapprima erano colti da forti calori alla testa e da arrossamenti e bruciori agli occhi: e gli organi interni, cioè la gola e la lingua, subito erano di colore sanguigno ed emanavano un alito strano e fetido» (II 49, 2). Lucrezio, significativamente, inserisce qui la descrizione della voce soffocata e della lingua inerte (vv. 1148-1150): in polemica con gli stoici, che consideravano la gola come via vocis per dimostrare il mirabile funzionamento del corpo umano, opera della divina provvidenza, Lucrezio la applica alla degenerazione patologica di quell’organismo, attaccato dal male, per mostrare l’assenza di ogni tipo di disegno divino.

L’avanzare della malattia | Nel descrivere la progressione della peste, Tucidide (II 49, 3) procede dalla testa alla gola, dalla gola al petto e dal petto allo stomaco, dove la malattia provoca dolorosi travasi di bile. Lucrezio (vv. 1151-1159) sostituisce allo stomaco il cuore, che per gli epicurei era la sede dell’intelletto, perché nella sua descrizione la degenerazione fisica è strettamente correlata alla degenerazione delle facoltà intellettuali (si noti anche l’aggettivo maestum, indicante un’emozione, v. 1152). Nel testo lucreziano, dunque, l’epidemia viene vista da vicino, nei suoi dettagli più brutali, e, per raggiungere un tono il più possibile macabro, il poeta fa ricorso al registro dell’orrido: volvebat, «riversava (l’odore)», v. 1154; cadavera e il raro composto perolent (v. 1155, marcato dall’allitterazione con proiecta).

La fase acuta | Nel descrivere gli effetti del calore interno (Thuc. II 49, 5: «Ma gli organi interni bruciavano a tal punto che non sopportavano di essere coperti né da vesti assolutamente leggere o da lini, né da altro che non fosse l’essere nudi, e il gettarsi con gran piacere nell’acqua fredda»), Lucrezio dà rilievo al rovesciamento dell’ordine naturale nei bisogni sentiti dall’uomo e rimanda il lettore al proemio del II libro (vv. 34 ss.), in cui aveva già descritto l’inquietudine dei febbricitanti come esempio emblematico dell’angoscia esistenziale che opprima l’umanità stolta.

L’ultimo stadio | Il fitto dialogo con Tucidide si interrompe nel quarto stadio della malattia (i segni di morte imminente, vv. 1182-1196): l’argomento non era stato affrontato dallo storico greco e Lucrezio utilizza come fonte il corpus delle opere ippocratiche, in cui, tuttavia, la trattazione non aveva riferimento specifico alla peste. I materiali della scienza medica – un sapere fondato, al pari della fisiologia epicurea, sull’osservazione dei signa – permettono di seguire fino in fondo lo stravolgimento operato dalla peste nella psiche e nel corpo. (12)

(1) Tucìdide (gr. Θουκυδίδης, lat. Thucydĭdes). – Storico ateniese (n. 460 circa – m. 395 a. C. circa). L’opera a cui T. dedicò tutta la vita è la storia della guerra del Peloponneso, interrotta sullo scorcio dell’estate del 411, a cui l’autore non diede titolo né divisione in libri. I grammatici la intitolarono ῾Ιστορίαι o Συγγραϕή; nei manoscritti a noi giunti è divisa in 8 libri. Nel I libro, al proemio segue la cosiddetta archeologia, il confronto fra la grandezza della guerra del Peloponneso e gli eventi anteriori della storia greca (di più modeste proporzioni, conformemente al più limitato sviluppo economico delle età più antiche). Dopo alcune considerazioni metodologiche, sono illustrate le cause immediate del conflitto, con una digressione sull’origine e sullo sviluppo dell’impero ateniese. Col libro II comincia il racconto della guerra, nel quale T. procede annalisticamente, dividendo ogni anno in estate e inverno, per il periodo decennale della cosiddetta guerra archidamica (431-421) fino alla pace di Nicia (libro V, 19). In seguito, dopo cenni in merito al trattato di alleanza fra Atene e Sparta, che preluse a un periodo di pace soltanto apparente, considerato perciò dall’autore come parte della guerra, sono riassunte le vicende dal principio dell’undicesimo anno di guerra (421) fino all’inverno del sedicesimo (416). Nei libri VI e VII è narrata la grande spedizione degli Ateniesi in Sicilia fino alla catastrofe dell’estate del 413. Nel libro VIII è ripreso il racconto delle vicende in Grecia e in Asia Minore fino alla fine dell’estate del ventunesimo anno di guerra (411). La maggior parte della critica concorda nel ritenere che, dopo la pace di Nicia, T. cominciasse a elaborare il racconto della guerra archidamica (libri II-IV) come una guerra a sé, sui materiali raccolti fin dall’inizio della guerra. Iniziata la spedizione di Sicilia, T., convinto della sua importanza, ne descrisse lo svolgimento, poi aggiunse (libro V) la storia del periodo intermedio fra la guerra decennale e la spedizione di Sicilia e infine cominciò a elaborare provvisoriamente (libro VIII) i materiali per la storia della nuova guerra (guerra deceleica), che gli parve una continuazione della guerra archidamica; ma sopraggiunta la morte, i libri V e VIII sono rimasti i meno compiuti. Il libro I, redatto certamente dopo la caduta di Atene, ritoccata la breve premessa composta inizialmente sulle cause della guerra, costituì la monumentale introduzione all’opera di Tucidide. https://www.treccani.it/enciclopedia/tucidide

(2) Si veda in particolare G. Ieranò, Il morbo della ragione, «IL – Il Maschile de Il Sole 24 ORE», 24.2.2020 (https://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2020/02/il-morbo-della-ragione/); M. Ricucci, Il coronavirus ai tempi di Atene. La lezione di Tucidide, «Corriere della Sera», 12.3.2020 (https://www.corriere.it/scuola/secondaria/20_marzo_12/coronavirus-tempi-atene-lezione-tucidide-e5d2c41c-643e-11ea-90f7-c3419f46e6a5.shtml). Cfr. anche la recensione di M. Bonazzi al libro di Paolo Giordano, Noi nell’età dell’incertezza, Corriere della Sera», 26.3.2020.

(3) “Arcipelago”, per Einaudi, e “Il mare d’amore. Eros, tempeste e naufragi nella Grecia antica”, per Laterza.

(4) https://www.altoadige.it/cultura-e-spettacoli/quano-tucidide-ci-raccontava-la-peste-di-atene-1.2293286

(5) https://www.corriere.it/scuola/secondaria/20_marzo_12/coronavirus-tempi-atene-lezione-tucidide-e5d2c41c-643e-11ea-90f7-c3419f46e6a5.shtml

(6)https://axismundi.blog/2020/04/01/8 la-peste-e-i-simulacra-del-controllo-sociale-nel-de-rerum-natura-di-lucrezio/

(7) https://studiahumanitatispaideia.wordpress.com/2020/03/28/la-peste-di-atene-lucr-vi-1145-1196-1230-1286/

Cfr. PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, 513-520; CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, 586-589; BALESTRA A. et alii, In partes tres. 1. Dalle origini all’età di Cicerone, Bologna 2016, 316-319.

(8)  (9)   https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/approfondimenti/2020/05/08/ansa-pandemie-e-day-after-la-peste-da-tucidide-a-defoe_51617b93-8c5f-4e02-a2a0-568f21281ddd.html

(10 )Paolo Petroni ANSA  Pandemie e day after: la peste purpurea di London  Medici eroi e umanità distrutta in un romanzo del 1912 https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/libri/narrativa/2020/05/12/ansa-pandemie-e-day-after-la-peste-purpurea-di-london_7cd74cc5-4b84-4889-b403-da5d3fb6c308.html

(11) E’ il modello epidemiologico  maggiormente discusso , elaborato nel marzo 2020, dai ricercatori  dell’Imperial  College di Londra  (ICL) per ottenere una stima  affidabile sulla base di simulazioni  dell’impatto  degli interventi di politica pubblica  al fine di ridurre la mortalità dovuta al Covid 19  e il ricorso ad ospedalizzazioni .

(12) La peste di Atene (Lucr. VI 1145-1196; 1230-1286)  Pubblicato il 28 marzo 2020 di Francesco Cerato  su https://studiahumanitatispaideia.wordpress.com/2020/03/28/la-peste-di-atene-lucr-vi-1145-1196-1230-1286/

Cfr. PIAZZI F., GIORDANO RAMPIONI A., Multa per aequora. Letteratura, antologia e autori della lingua latina. 1 – Dall’età arcaica all’età di Cesare, Bologna 2004, 513-520; CONTE G.B., PIANEZZOLA E., Lezioni di letteratura latina. Corso integrato. 1. L’età arcaica e repubblicana, Milano 2010, 586-589; BALESTRA A. et

alii, In partes tres. 1. Dalle origini all’età di Cicerone, Bologna 2016, 316-319.

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