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PRIMA SEDUTA PSICOANALITICA.-DOTT.SSA MARIA RITA FERRI

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Redazione- Il soggetto che giunge all’analisi ha in sé una sofferenza che proviene da un trauma non sempre conosciuto, porta dunque con sé, a volte, una sofferenza senza un nome e un perché, ovvero con un motivo inconscio. Tanto più forte il trauma, maggiore il suo silenzio nella psiche. Quando il dolore è troppo forte, infatti, viene dall’Io rimosso nell’inconscio, profondamente celato ed il soggetto vive all’oscuro di ciò che patì. Si tratta dunque di un dolore così forte per la precocità o per l’intensità da non poter essere accolto dall’Io e quindi pensato.

Da un dolore non percepito né pensato, né, quindi, riconosciuto, nascono i sintomi che mantengono l’estraneità dell’Io per il trauma e la sofferenza che dal trauma proviene. L’Io non sa perché soffre, il motivo profondo, a volte ricorda il trauma ma non lo percepisce come tale, ma come uno tra gli eventi della vita. In questo caso rimossa è l’emozione legata al trauma, denominata l’”affetto”. Il paziente lo considera un evento tra gli altri, mantenendo un distacco emotivo verso esso. In questo caso rimosso non è la rappresentazione del trauma ma il sentire.

Egli vive una sofferenza senza un nome, in cerca di una mente altra che possa pensarla, digerirla, per così dire, con W. Bion, e restituirla al soggetto in forma accessibile, come la mente dell’analista.Il paziente in prima seduta viene esortato a parlare liberamente, per libere associazioni, di ciò che attraversa la sua mente o di ciò che ha interesse ad analizzare, tenendo conto che il sogno resta, con S. Freud,

la via regia dell’inconscio.

Le sue parole sono come fiori, trattate dall’analista come fiori. Sono le parole che un destino ha scritto per il soggetto musicalità che vive celando nel trauma i suoi resti.Il silenzio del paziente sono parole mute di un pensiero non ancora pensato che attende un nido per nascere. Attende il situarsi nel nido, ovvero la mente dell’analista, dove possano essere posti i pensieri impensati, pensieri grezzi, sensazioni-emozioni che non giungano ancora a rappresentabilità, ma che nella mente dell’analista si legano in un nesso di senso, si congiungono a qualcosa di sussurrato in parole o silenziosamente dal paziente.

L’analista, comincia a delineare ed annodare e delicatamente a proporre ciò che avviene nella vita della veglia del paziente, nel suo racconto o nei suoi sogni, con il significato di possibili dinamiche inconsce riconducibili a ciò che nella storia del paziente sia avvenuto nell’infanzia.

Attraverso una maglia di nessi in cui trovano collegamento tra loro esperienze passate e desideri o problemi attuali del paziente, nella mente dell’analista si compone un ramage onirico o revêrie che delinea il modo di essere vivi nella mente del soggetto e il suo particolare essere-nel-mondo.

Tornando al silenzio del paziente, esso è sempre ricco di pathos. L’ascolto del silenzio è centrale nella cura analitica: esso ricorda le campane silenziose di C. Parmiggiani, che descrivono la condizione che l’Io, muto, ha di fronte all’incendio del trauma.

Il trauma raramente è narrabile, ma l’obiettivo dell’analisi è che ciò che non poteva essere vissuto possa giungere ad essere pensato e sentito, e quindi guarire.

Le parole, il racconto del paziente è prezioso perché rappresenta la parte non bruciata dal trauma, ma che costeggia le ferite e di esse narra velatamente. E sono dita che cercano un intreccio mentale nella psiche dell’analista per ritrovare e riparare nella sua presenza ciò che fu rimosso o perduto nel paziente.

 La densità dell’ascolto e delle parole dell’analista fa sì che il paziente percepisca da subito il valore che egli ha per un altro nel suo esser-ci e il valore del dolore che ne ha acceso la propria sensibilità .

Dott.ssa Maria Rita Ferri

Psicoterapeuta Psicoanalitico,

Formazione Psicoanalitica Post Lauream,

Spec. Psicoterapia Familiare.

 

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