” PENSARE LA FEDE CONTRO IL VUOTO CULTURALE ” – DI VALTER MARCONE
Redazione- “Affermando che la cristianità è finita si intende che la nostra società non è naturalmente più cristiana. Ma questo non deve spaventarci!”, ha detto l’arcivescovo di Bologna., cardinale Matteo Zuppi Presidente della Conferenza episcopale italiana.
“La fine della cristianità non segna affatto la scomparsa della fede, ma il passaggio a un tempo in cui la fede non è più data per scontata dal contesto sociale, bensì è adesione personale e consapevole al Vangelo”. “Se quindi la cristianità è finita, non lo è affatto il cristianesimo: ciò che tramonta è un ordine di potere e di cultura, non la forza viva del Vangelo.
Ed è quello a cui guarda anche il pointefice Leone XIV nel suo intervento durante la visita alla Lateranense, l’università del Papa, per l’inaugurazione dell’anno accademico in cui sostanzialmente afferma la Chiesa non è solo pastorale. Per cui è urgente ri- pensare fede e cultura.
Un miliardo e quattrocento milioni di fedeli, una religione di massa ,di devozioni popolari. Ma anche piccole comunità .Con il pregio di essere una religione gestita e organizzata.. Con un sospetto che la “ cura pastorale” strutturata e sistematica si imponga aldi sopra di ogni altra esigenza del credente, del fedele.Un mondo in cui papa Francesco nel 2013 con la Evangelum Gaudium voleva oprare una riconversione.
Raccontano ad Avvenire i giovani che le funzioni religiose sono sempre più noiose e distanti auspicando linguaggi, simboli e percorsi che aiutino a scoprire il senso del rito . La liturgia non ha più il senso del sacro ma è solo un contenitore vuoto La partecipazione dei giovani alla Messa della domenica è sempre più scarsa, quasi irrilevante ed è un segnale forte di distanza . .
Probabilmente è anche il frutto di come dice Papa Leone XIV :” del fascino dell’individualismo che diventa la chiave per una vita riuscita ma con risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso». Non solo. «Si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti». Compito della comunità ecclesiale è «formare operatori di pace e di giustizia che edificano e testimoniano il Regno di Dio».
I giovani dunque scappano da questa prospettiva ? Paola Bignardi che scrive l’articolo su Avvenire del 5 novembre 2025 in cui appunto riporta testimonianze di giovani che quasi rifiutano la liturgia domenicale ad un certo punto si chiede : “Sembra che non sia necessario partecipare alla liturgia per potersi sentire appartenenti alla Chiesa. Mi chiedo come mai la liturgia finisca facilmente in fondo alla scala di priorità per un giovane…. Provo a pensarlo mentre scrivo. Quanto il linguaggio raggiunge chi partecipa? Nella teoria è tutto chiaro, ma poi, quando ci si ritrova, spesso le parole si subiscono, non hanno efficacia. Forse perché non c’è la giusta attenzione, forse perché sembra una cosa estremamente distante rispetto alla propria vita, o forse proprio perché, a livello comunicativo, qualcosa manca. O forse tutte queste cose insieme”. (1)
E proprio partendo implicitamente da tutte queste cose insieme Papa Leone XIV rilancia nel suo discorso alla Lateranense la necessità di un impegno culturale della Chiesa che necessita dell’incontro fra fede e ragione e del «dialogo con il mondo, con la sua storia che cambia e che spesso provoca la fede del cristiano di fronte ai nuovi problemi ed alle nuove situazioni di vita», dice citando Marcello Bordoni, «illustre teologo di questo ateneo», come lo chiama. «Oggi abbiamo urgente bisogno di pensare la fede per poterla declinare negli scenari culturali e nelle sfide attuali, ma anche per contrastare il rischio del vuoto culturale che, nella nostra epoca, diventa sempre più pervasivo», avverte il Papa. Fede di cui va fatta «emergere la bellezza e la credibilità» perché «appaia come una proposta pienamente umana, capace di trasformare la vita dei singoli e della società, di innescare cambiamenti profetici rispetto ai drammi e alle povertà del nostro tempo».
Continua Paola Bignardi nell’articolo citato. “ Senza un accompagnamento che aiuti ad entrare nel significato simbolico del rito che si celebra, ogni momento diventa una noiosa ripetizione con poco senso. I giovani fanno notare il peso della ripetizione. La prima parte della Messa propone letture che variano, che possono riscuotere un certo interesse, ma la ripetitività delle preghiere eucaristiche è difficile da tollerare.”
I linguaggi appunto. Non è molto evidente , anzi nell’accomopagnamento all’azione liturgia non vien e mai messo in evidenza l’intento della ripetitività del linguaggio che con le formule come l'”Agnello di Dio” e i canti ripetuti, come il “Santo”, aiutano a concentrarsi sull’adorazione e a meditare i misteri della fede, trasformando la ripetizione in un’azione interiore. Queste ripetizioni non sono mai vana ripetizione, ma rafforzano l’adesione alla fede, collegano il presente al passato della storia della salvezza e creano un senso di unità tra i fedeli e con la tradizione ecclesiastica.
I giovani però dice sempre Paola Bignardi non colgono la dimensione religiosa che introduce in una comunità . Ecco perchè sempre nella sua riflessione davanti agli studenti e insegnanti della Latranense il Papa rilencia due momenti essenziali di quella che è la sfida culturale della Chiesa nel ripensare la fede contro il vuoto culturale .Proprio dei giovani.
E ai giovani di quella università infatti il pontefice richiama il senso ed il valore della “ formazione “ al cui centro :”devono esserci la reciprocità e la fraternità. Oggi, purtroppo, si usa spesso la parola “persona” come sinonimo di individuo, e il fascino dell’individualismo come chiave per una vita riuscita ha risvolti inquietanti in ogni ambito: si punta alla promozione di sé stessi, si alimenta il primato dell’io e si fatica a fare cooperazione, crescono pregiudizi e muri nei confronti degli altri e in particolare di chi è diverso, si scambia il servizio di responsabilità con una leadership solitaria e, alla fine, si moltiplicano le incomprensioni e i conflitti. La formazione accademica ci aiuta a uscire dall’autoreferenzialità e promuove una cultura della reciprocità, dell’alterità, del dialogo. Contro quello che l’Enciclica Fratelli tutti definisce «il virus dell’individualismo radicale» ( n. 105)), vi chiedo di coltivare la reciprocità, attraverso relazioni improntate alla gratuità ed esperienze che aiutino la fraternità e il confronto tra culture diverse. La Pontificia Università Latranenese , ricca dalla presenza di studenti, docenti e personale dei cinque continenti, rappresenta un microcosmo della Chiesa universale: siate perciò segno profetico di comunione e di fraternità.”
Una cultura che deve avere anche una dimensione di : “ scientificità, da promuovere, da difendere e da sviluppare. Il servizio accademico spesso non gode del dovuto apprezzamento, anche a motivo di radicati pregiudizi che purtroppo aleggiano pure nella comunità ecclesiale. Si riscontra a volte l’idea che la ricerca e lo studio non servano ai fini della vita reale, che ciò che conta nella Chiesa sia la pratica pastorale più che la preparazione teologica, biblica o giuridica. Il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità.L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società.”
Ecco appunto una Chiesa tra i travagli della società che deve ripensare la fede contro il vuoto culturale. Un impegno che già dal 2024 per esempio il quotidiano Avvenire ha preso con i suoi lettori dando spazio ad alcune voci per discutere come per esempio quelle di : Sequeri, Righetto, Petrosino, Possenti, Rondoni, Nembrini.
Molta morale, poca comunità, scarsa cultura sembrano ingombrare un percorso in cui la Chiesa viene richiusa su se stessa e paradossalmente il Cristo che l’ha fondata chiede di uscire .La fede dunque , quella che Gesù chiede sembra non è solo dei battezzati e dei praticanti ma è di tutti . In quella fede si declina il mistero e il destino di Dio per cui è di tutti . E per raggiungere tutti la Chiesa deve smettere di balbettare ma appunto assumere il linguaggio della cultura.
Cultura e fede riconoscere le sfide, ma anche intravedere i semi di futuro che già si stanno facendo strada. In considerazione del fatto che la cultura è fondamentamente la risposta dell’uomo alla sua umanità forse probabilmente già il Vaticano II apriva la strada a questao binomio con le considerazioni della Gaudium et Spes, quando afferma: ”Di fronte all’evoluzione attuale del mondo, diventano sempre più numerosi quelli che si pongono o sentono con nuova acutezza gli interrogativi capitali: cosa è l’uomo? Quale è il significato del dolore, del male, della morte che malgrado ogni progresso continuano a sussistere? Cosa valgono queste conquiste a così caro prezzo raggiunte? Che reca l’uomo alla società, e che cosa può attendersi da essa? Cosa ci sarà dopo questa vita?
Ecco la Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dà all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché p ossa rispondere alla suprema sua vocazione” (n. 10).”
Certo quella della Chiesa è l’invocazione ad una cultura su misura della persona umana nei segni della dignità e solidarietà. Ovvero rimettere al cuore di ogni cultura l’interesse, il rispetto, la promozione della persona, avendo per paradigma l’umanesimo evangelico.
Il dialogo tra fede e cultura è una meta cui continuamente tendere per cui si parla di una pastorale della cultura che in un documento del Dicastero della cultura e dell’educazione vaticano si afferma :
« Il processo di incontro e confronto con le culture è un’esperienza che la Chiesa ha vissuto fin dagli inizi della predicazione del Vangelo » (Fides et Ratio, n. 70), infatti « è proprio della persona umana il non poter raggiungere un livello di vita veramente e pienamente umano se non mediante la cultura » (Gaudium et Spes, n. 53). Pertanto, la Buona Novella, che è il Vangelo di Cristo per ogni uomo e per tutto l’uomo, « insieme figlio e padre della cultura in cui è immerso » (Fides et Ratio, n. 71), lo raggiunge nella sua propria cultura che permea la sua maniera di vivere la fede e, a sua volta, da essa è progressivamente modellato. « Oggi, via via che il Vangelo entra in contatto con aree culturali rimaste finora al di fuori dell’ambito di irradiazione del cristianesimo, nuovi compiti si aprono all’inculturazione » (Ibid., n. 72). E, al tempo stesso, culture tradizionalmente cristiane o permeate da tradizioni religiose millenarie vengono scosse. Perciò, occorre non solo innestare la fede sulle culture, ma anche ridar vita a un mondo scristianizzato nel quale, spesso, gli unici punti di riferimento cristiani sono di ordine culturale. Sono queste, oggi, alle soglie del Terzo Millennio, le nuove situazioni culturali che si presentano alla Chiesa come altrettanti nuovi campi di evangelizzazione.
Di fronte a tali sfide del « nostro tempo drammatico e insieme affascinante » (Redemptoris Missio, n. 38), il Pontificio Consiglio della Cultura intende offrire un insieme di convinzioni e proposte concrete, frutto di numerosi scambi, grazie soprattutto ad una feconda cooperazione, con i vescovi, pastori delle diocesi, e i loro collaboratori in questo campo apostolico, per una rinnovata pastorale della cultura come luogo di incontro privilegiato col messaggio di Cristo. Infatti, ogni cultura « è uno sforzo di riflessione sul mistero del mondo e in particolare dell’uomo: è un modo di dare espressione alla dimensione trascendente della vita umana. Il cuore di ogni cultura è costituito dal suo approccio al più grande dei misteri: il mistero di Dio ».(1) Di qui la grande e decisiva importanza di una pastorale della cultura: « Una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta “(2)
(1)https://www.avvenire.it/idee-e-commenti/le-ragioni-dei-giovani-che-vanno-sempre-meno-a-messa_100471
(2)https://www.cultura.va/content/cultura/it/pub/documenti/pastoralecultura.html
