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” MATARIKI, GLOBALIZZAZIONE ED ORGANIZZAZIONE DEI TEMPI SOCIALI. LA SFIDA DEL CALENDARIO PER UN NUOVO GOVERNO DEL TEMPO” (SECONDA PARTE)

di Giovanni Zuccarini e Silvio Petaccia (dott. Giovanni Zuccarini già responsabile della biblioteca di Villa Frigerj della Direzione Regionale Musei Abruzzo di Chieti) e (ing. Silvio Petaccia Ph.D. in Geofisica Applicata e gia’ docente di Fisica nella Pubblica Istruzione)

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L’evoluzione del calendario romano da Numa Pompilio a Ottaviano Augusto

Redazione-  A Numa Pompilio, come abbiamo visto nel nostro precedente articolo, si fa risalire la prima riforma del calendario romano. Quando una civiltà formula un nuovo calendario che riorganizza il tempo vissuto dagli uomini, possiamo comunque ipotizzare che questa variazione sia in un certo senso anche il riflesso di nuovi riferimenti nell’insieme dei valori e delle norme sociali che determinano la coesione e l’identità di una comunità. Tito Livio riferisce che Numa Pompilio, a seguito delle sue riforme religiose, riformulò anche il calendario introducendo soprattutto una importante distinzione riguardante il valore qualitativo dei giorni dell’anno, indicati come fasti o nefasti. I giorni fasti, il cui nome viene fatto risalire al verbo fari=parlare, vaticinare, come afferma Varrone nel De lingua latina, erano i giorni in cui al pretore romano era consentito il fari, cioè la parola, il parlare al fine di poter pronunciare le sentenze. I giorni nefasti, invece, erano consacrati agli dei e le attività giudiziarie era sospese per poter adempiere ai doveri religiosi. La riforma del calendario da parte di Numa, quindi, si inserisce in una vasta opera di riforma di carattere giuridico- religioso che mirava a dare stabilità alla società romana attraverso il raggiungimento della pax deorum, intesa come pace con gli dei. Solo un rapporto di amicizia tra lo Stato, la comunità dei cittadini e gli dei poteva garantire a Roma la prosperità e la pace tra le varie classi sociali. Il disordine nella vita dello Stato era prova che gli dei erano arrabbiati. Pax deorum era anche un’espressione adoperata nel diritto penale romano.

Numa Pompilio in ossequio a questa arcaica visione del mondo dei romani, a questa teologia della storia per cui erano gli dei che governavano le vicende umane, attuò delle riforme di carattere religioso che prevedevano la creazione di ordini sacerdotali altamente specializzati, depositari della sapienza teologica necessaria a regolare attraverso culti, riti e sacrifici il rapporto tra uomini e dei, al fine di preservare la pax deorum. Tra i collegi sacerdotali istituiti una certa importanza avevano i Flamini, collegi sacerdotali dedicati ciascuno al culto di una specifica divinità; il collegio sacerdotali dei Feziali, depositari di un diritto sacro di guerra evoluto per quei tempi; il collegio sacerdotale degli Auguri, delle Vestali e dei Salii. Soprattutto era importante il collegio sacerdotale dei pontefici che svolgevano funzioni sia ambito in religioso che giurisprudenziale, cioè erano teologi e giuristi. I pontefici soprattutto erano preposti alla redazione del calendario che organizzando il tempo, consentiva loro di regolare l’intera vita politica, civile e soprattutto religiosa. In origine, infatti, molte feste religiose che lo Stato romano predisponeva per gli dei al fine di ottenere il loro appoggio, non avevano una data fissa ma mobile, ed erano quindi i pontefici a stabilire di volta in volta le date in cui andavano celebrate. Il calendario specialmente nei primi secoli fu sempre un segreto dei pontefici e custodito gelosamente nei loro archivi. Una competenza specifica del loro capo, il pontefice massimo, consisteva soprattutto nell’annunciare pubblicamente il calendario mese per mese.

Era il pontefice massimo, infatti, che il primo giorno del mese, quello in cui appare la prima falce di luna nuova, convocava un’assemblea (comitia calata) per proclamare solennemente al popolo l’elenco di tutti i giorni festivi del mese a venire (le Feriae) durante i quali gli dei venivano onorati. Il pontefice stesso, inoltre, durante la stessa cerimonia notificava i giorni di mercato e di scadenza dei debiti e, coerentemente con il criterio lunare adottato dal calendario, la data dei tre giorni chiave che ripartivano ciascun mese dell’anno in tre parti corrispondenti alle tre fasi lunari di Calende (giorno della luna nuova), None (nono giorno prima delle Idi) e Idi (plenilunio). Il termine Calende, dal verbo latino calāre (annunciare, proclamare), divenne così anche il nome del primo giorno di ciascun mese del calendario romano poiché oggetto di questo annuncio speciale da parte del pontefice massimo. Inoltre dal latino Kalendae “primo giorno del mese” deriva anche la parola italiana calendario. Mentre le None (nove giorni prima delle Idi) che cadevano il giorno 5, nei mesi di 29 giorni o il 7 nei mesi di 31, indicavano il giorno dell’apparire del primo quarto luna. Infine il giorno del mese romano chiamato Idi, corrispondente al giorno di luna piena, è riconducibile al verbo latino iduare (dividere) poiché cadendo a seconda della lunghezza del mese il 13 o i 15 costituiva sempre il giorno centrale che divideva ciascun mese in due parti eguali.

I romani, inoltre, per comunicare una data non contavano i giorni del mese numerandoli progressivamente dal primo all’ultimo, bensì dopo aver stabilito le tre date fisse di riferimento di ciascun mese strettamente legate alle tre fasi lunari di Calende, None e Idi, indicavano gli altri giorni contando a ritroso i giorni che separavano ciascuna di queste da quella immediatamente successiva. Pertanto i giorni dopo le Calende (primo giorno del mese) erano indicati partendo dalle None (che cadevano il giorno 5 o 7 del mese) e contando all’indietro per indicare, non quanti giorni erano passati, ma quanti giorni mancavano appunto dalle Calende alle None; quelli dopo le None contando all’inverso partendo dalle Idi; quelli dopo le Idi, dalle calende del mese successivo. Il calcolo, inoltre, includeva sia il giorno di partenza che di arrivo. Per fare un esempio se il calendario collocava le None di marzo al 7 del mese, il giorno 9 non era indicato come 9 marzo ma come il “settimo giorno prima delle Idi di marzo” perché effettivamente mancavano 7 giorni al plenilunio, cioè alle Idi (ante diem septimum Idus Martias espresso con la sigla A.D. VII ID. MART.). Inoltre il giorno che precedeva le Idi, le None e le Calende era detto pridie, cioè vigilia. Così ad esempio il 31 dicembre era detto pridie Kalendas Ianuarius; mentre il giorno successivo a queste tre date di riferimento era detto postridie. Ad esempio il giorno seguente alle Calende di gennaio era detto postridie Kalendas Ianuarius.

Questo schema del calendario numano rimase in vigore nella città di Roma per circa sette secoli, dall’epoca regia alla fine dell’età repubblicana, cioè fino alla riforma del calendario romano voluta da Giulio Cesare nel 46 a.C. che stabilì la regola del nuovo calendario giuliano, destinato a regolare il conteggio degli anni per molti secoli a venire. Cesare infatti, divenuto padrone di Roma e investito anche del potere di pontefice massimo, si dedicò a questa riforma soprattutto per il grave disordine che si era creato a causa dell’arbitrio dei pontefici che, nel corso degli anni, sotto la spinta di interessi politici o economici avevano abusato del loro potere esclusivo di inserire il mese intercalare al fine di allungare o accorciare a loro piacimento di volta in volta la lunghezza di un determinato anno. Soprattutto perché allungando o accorciando il corso dell’anno si allungava o accorciava anche, ad esempio, la durata in carica di una magistratura, di determinati funzionari pubblici e ciò poteva risultare conveniente ai particolari interessi di una famiglia, di una fazione o di una parte politica. A tal proposito è interessante la testimonianza che ci offre Cicerone che quando svolse incarichi di proconsolato in Cilicia, scriveva a dei suoi amici affinché si adoperassero per fare pressione sui pontefici affinché non venisse introdotto il mese intercalare nel febbraio successivo. Solo perché aveva nostalgia di Roma e sperava in un suo più celere rientro. Quindi l’intercalare non era mai scontato e cosi con il passare degli anni si verifico ciò che riferisce Svetonio quando ricorda che, per colpa dei pontefici, le feste del raccolto non cadevano più in estate e quelle della vendemmia in autunno. Si era infatti verificato uno sfasamento tra il calendario civile e quello astronomico di almeno tre mesi solari.

Cesare nella sua qualità di pontefice massimo comprese che occorreva porre fine a questo disordine. Per questo decise di far venire a Roma l’astronomo greco Sosigene e dietro suo consiglio stabilì che il nuovo calendario non avrebbe più tenuto conto delle fasi lunari per adattarsi il più possibile all’anno solare, che a quei tempi era stato calcolato in 365 giorni e 6 ore. La durata dell’anno civile fu cosi fissata a 365 giorni e il deficit annuale di 6 ore fu recuperato aggiungendo ogni quattro anni un giorno supplementare al 24 febbraio, cioè al “sesto giorno prima delle calende di marzo”, per cui questo giorno divenne doppione, cioè due volte sesto, bis sextus, da qui il nome di anno bisestile della durata di 366 giorni. Tuttavia, prima di instaurare il nuovo calendario Cesare dovette rimediare allo sfasamento di ben tre mesi che si erano accumulati nel calendario statale a causa della pessima applicazione del calendario di Numa da parte dei pontefici. A tale scopo stabilì che l’anno 46 a.C. avesse la durata di 445 giorni, e questo anno probabilmente il più lungo della storia fu definito “ultimo anno di confusione”.

Nel nuovo calendario giuliano le date topiche per regolare il tempo, rimasero ancora legate alle principali fasi lunari che suddividevano il mese in Calende, None e Idi. Anche per quanto concerne il nome della qualità dei giorni si conservò la denominazione di giorni fasti, nefasti, comiziali ecc. del calendario pregiuliano. Tuttavia a seguito della riforma giuliana qualcosa iniziò a cambiare soprattutto per quanto concerne la natura stessa del calendario. Nel calendario pregiuliano, infatti, poche erano le ricorrenze che non avevano una chiara ispirazione religiosa e, tra queste, possiamo ricordare la festa del 21 aprile che celebrava la fondazione di Roma, sebbene a questa giornata fosse associata anche la festa di Palilia, in onore di Pales dea della pastorizia. Oppure la celebrazione dell’anniversario del “Dies Alliensis”, cioè il giorno dell’Allia, che cadeva il 18 luglio. In questo giorno, infatti, si ricordava un evento negativo e terribile per i romani, cioè la battaglia di Allia nel 390 a.C. quando i galli invasero e presero Roma. La grande novità, invece che intervenne nel calendario giuliano, subito dopo la riforma, fu che in aggiunta alle feste della tradizione religiosa più antica, che Varrone nel De lingua latina chiamava feriae (feste) istituite a “causa degli dei”, si inseriscono nuove feste. il Senato, infatti, stabilì per decreto che nel calendario statale vi fossero giorni festivi, da commemorare annualmente, in onore delle vittorie militari conseguite da Cesare. Si inseriscono cosi nuove feste che riguardano l’uomo e non gli dei.

Il calendario, dunque, diviene per Cesare oltre che uno strumento per definire il tempo delle feste e del lavoro, anche un mezzo per attuare una politica di propaganda orientata a rafforzare il consenso attorno alla sua persona. Augusto, divenuto pontefice Massimo, sulla scia di queste novità introdotte da Cesare al calendario, inserirà in maniera ancora più consistente festività che riguarderanno non solo la sua persona ma anche i membri della sua famiglia, la domus Augusta. Queste nuove feste saranno legate non solo a vittorie militari, come nel caso di Cesare, ma anche a ricorrenze di cariche e onorificenze di tipo civile e, addirittura, a date di nascite e matrimoni. Festività, queste, che a Roma le altre famiglie celebravano come proprie. Il principe proiettava, dunque, sempre di più sé stesso e la sua famiglia nei calendari per introdurre una nuova visione della vita. Una vita che oltre a far perno sugli dei inizia a ruotare anche attorno al principe e alla sua famiglia. Un progetto di divinizzazione di Augusto che scopre nel calendario un puntello essenziale per dare un supporto significativo a tutto l’impianto del nuovo culto imperiale.

Augusto per questo diffuse il calendario da lui riscritto in tutti i territori delle città conquistate, che avevano l’obbligo di adottarlo e di esporlo nel foro delle loro città. Grazie ai rinvenimenti archeologici abbiamo oggi una conoscenza di circa una quarantina di esemplari di questi calendari risalenti al periodo che va da Augusto a Tiberio, ritrovati in gran parte in Italia centrale. Due di essi, il calendario amiternino e i Fasti Albenses, sono stati ritrovati in territorio abruzzese, rispettivamente ad Amiterno e ad Alba Fucens. Certamente i senati locali delle città conservavano un certo margine di discrezionalità per quanto concerne la struttura del loro calendari e molti di essi infatti conservavano dei riferimenti a tradizioni e culti locali, in ossequio al fatto che i romani dimostrarono sempre un certo rispetto per i riti e devozioni delle popolazioni sottomesse. Tuttavia con Augusto il calendario adempì soprattutto anche al compito di controllo dei territori conquistati e tal fine i giorni di lavoro, di festa, di commercio, cioè i giorni fasti e nefasti dovevano essere quelli di Roma. Di conseguenza anche le ricorrenze riguardanti i componenti della domus Augusta e le loro imprese, erano celebrate con rituali stabiliti dal senato al quale tutti, a Roma e nei territori romanizzati, dovevano attenersi. Imporre cosi un unico e identico tempo a questi territori fu uno degli aspetti più rilevanti del tentativo di omologazione culturale e sociale che subirono le popolazioni divenute romane.

..continua…

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