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LE IDI DI MARZO: 44 A.C.

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Redazione- Era circa mezzogiorno del 15 marzo del 44 avanti Cristo quando un piccolo gruppo di Senatori pugnalò a morte Giulio Cesare dinanzi agli occhi attoniti e atterriti dei loro pari, ossia degli altri senatori della Repubblica di Roma.Cesare fu ucciso sia dai suoi nemici, che aveva perdonato, sia da quei suoi amici, che egli aveva elevato a cariche importanti.Le origini della coalizione contro di lui sono da ricercare nella politica adottata da Cesare all’indomani del suo trionfo nella sanguinosa guerra civile contro il rivale Pompeo e la maggior parte del Senato. In fondo il Senato rappresentava la fortezza degli ottimati, gli optimates, ossia i migliori, cioè la nobiltà senatoriale, un’esigua elite di persone che fino ad allora aveva controllato la Repubblica e che costituiva lo zoccolo duro dei nemici di Cesare anche dopo le schiaccianti vittorie da lui conseguite a Farsalo, a Munda, a Tapso, fra il 48 e il 45 avanti Cristo.Nel corso degli anni Cesare aveva dato prova di un comportamento a quel tempo inusuale, decidendo che i vinti non dovessero essere giustiziati e condannati. Il dittatore non volle eliminarli poiché, secondo lui, i vinti avrebbero (forse) compreso che era meglio riconoscere il suo potere davanti alla Repubblica piuttosto che continuare a distruggersi a vicenda. Pertanto aveva risparmiato le vite dei suoi nemici e addirittura li aveva anche voluti coinvolgere nel governo da lui formato.Fra coloro che furono salvati da Cesare vi erano Marco Giunio Bruto e il cognato Gaio Cassio Longino, futuri capi della congiura, i quali erano stati nominati pretori proprio nel 44 avanti Cristo, poco prima della congiura da loro tramata.La clemenza di Cesare nei confronti degli avversari irritava molte persone, per cui il perdono del dittatore era alquanto umiliante, arbitrario e tipico di un tiranno dopo la vittoria.Cesare controllava ogni ingranaggio della politica romana. Monitorava sia le elezioni dei magistrati, come i questori, i pretori, i consoli, che governavano la città e l’immenso dominio, sia l’accesso al Senato che, intimorito e compiacente, lo aveva nominato dittatore a vita, dictator perpetuus.Una volta nominato dittatore a vita, Cesare riunì nelle proprie mani i massimi poteri civili e militari della Roma del tempo. E, poiché da lui dipendeva la carriera politica di qualsiasi cittadino romano, tutto ciò divenne un incredibile affronto per gli optimati vinti, perdonati e indignati. Ancor più sorprendente fu l’avversione e la ripugnanza suscitata anche in molti cesariani, repubblicani convinti, i quali non compresero le scelte del dittatore, né l’ascesa politica che questi permise ai pompeiani sconfitti. Come se non bastasse, nei due mesi precedenti alla congiura, Cesare fu anche accusato di ambire alla monarchia, sebbene in pubblico desse prova del contrario. Alla congiura parteciparono almeno 60 persone, forse anche più di 80. Da ciò che ci viene tramandato a capo della congiura vi fu proprio Cassio, un pompeiano reintegrato dallo stesso Cesare, che, si racconta, aveva già provato ad uccidere sulle sponde del Cedro, quando il dittatore romano lo aveva risparmiato dopo la battaglia di Farsalo.Probabilmente Cassio accettò il perdono in attesa dell’occasione propizia in cui disfarsi del nemico Cesare. Vi era la necessità che all’interno della coalizione vi fosse una personalità che conferisse all’attentato le dimensioni di un atto politico e non di una meschina vendetta personale. Cassio non dovette cercare lontano. Si trattò del cognato Marco Brutto, rispettabile ottimate, la cui famiglia sosteneva di discendere per linea paterna da un altro Brutto, quello stesso che, quasi cinquecento anni prima, aveva messo fine alla monarchia per fondare la repubblica. Antenato della madre di Brutto era Servilio Ahala il quale aveva pugnalato a sua volta nel foro romano un uomo che si credeva ambisse alla tirannide. Così, con Cassio nell’ombra e Bruto come vessillo, fu stretta un’alleanza di ottimati offesi e di cesariani disgustati.Tra questi vi erano due uomini che avevano combattuto al fianco di Cesare nelle Gallie e durante la guerra civile: Gaio Trebonio e Decimo Giunio Bruto Albino. Decimo era un lontano parente di Marco Bruto nonché intimo amico di Cesare. Nel 43 a.C., stando a ciò che ci è stato narrato, dopo la vittoria di Cesare a Munda, Trebonio aveva tentato di sondare le intenzioni di Marco Antonio, presunto fedele luogotenente di Cesare, sull’eventualità di unirsi ad una congiura al fine di uccidere il grande condottiero. Antonio si rifiutò di partecipare a tale congiura ed è strano credere che non avesse riferito nulla a Cesare, data la grande amicizia che li legava. Addirittura, quando Trebonio riferì del mancato coinvolgimento di Antonio, i congiurati pensarono di eliminarlo ma Bruto si oppose poiché, a suo avviso, se eliminare Cesare costituiva un atto di giustizia, l’omicidio di Antonio sarebbe stato interpretato come scelta politica. Decisero così che per la congiura delle Idi di marzo del 44 a.C. lo avrebbero intrattenuto all’ingresso del Senato per evitare che entrasse (Antonio era anche lui senatore) e che aiutasse Cesare durante l’aggressione.Ne consegue che già un anno prima le Idi di Marzo del 44 gli esponenti politici più in vista di Roma avevano organizzato l’assassinio di Cesare. L’occasione fu offerta loro proprio dallo stesso Cesare nel momento in cui rinunciò alla sua scorta di guerrieri ispanici, data la promessa dei senatori di proteggerlo con le loro vite.Cesare aveva già saputo di una cospirazione, ordita da Bruto, ai suoi danni ma non volle prestare ascolto a quelle voci.In realtà Cesare, comportandosi così, non pensava di certo a consegnarsi inerme ai nemici. Egli era convinto che essi avessero ben compreso come la sua morte avrebbe potuto scatenare in Roma una nuova, devastante guerra civile e che per questo evitassero di agire contro di lui.Oggi, alla luce degli avvenimenti accaduti, potremmo scrivere che Cesare cadde vittima di quella congiura poiché aveva attribuito ai suoi nemici un’intelligenza politica molto acuta, almeno sagace quanto la propria. Fra gli ottimati soltanto Marco Favonio si rifiutò di unirsi al complotto e non esitò a riferirlo a Bruto. Secondo favonio, infatti, una guerra civile sarebbe stata peggio di una monarchia illegale.Da parte sua Cesare era abbastanza sereno. Del resto non si spostava mai da solo. Lo precedevano sempre 24 littori, ossia ufficiali incaricati di proteggere i magistrati, ed era anche accompagnato da amici e da energici e nerboruti seguaci, una sorta di scorta ufficiosa. Inoltre attorno a lui si radunava sempre tanta gente che voleva avvicinarlo per chiedergli qualche favore. I congiurati per riuscire nel loro intento dovevano sorprenderlo quando nessuno avrebbe potuto accorrere in suo aiuto. Decisero quindi di aggredirlo proprio durante una seduta del Senato, poiché solo lì sarebbe stato da solo, senza il suo seguito e dunque indifeso.All’interno del Foro di Roma non si potevano portare armi, ragione per cui i congiurati avrebbero dovuto introdurle di nascosto. Ancora una volta l’occasione fu fornita dallo stesso Cesare il quale convocò il Senato per le Idi di marzo, ossia per il giorno 15 marzo del 44 a.C.Sarebbe stata l’ultima riunione di Cesare in Italia; due giorni più tardi egli sarebbe partito per una lunga campagna contro i Parti.Secondo Svetonio girava voce che quel giorno sarebbe stata avanzata la sua nomina a re delle province non italiche: i congiurati dovettero quindi accelerare il piano sia per non essere obbligati ad approvare la proposta sia perché, una volta fuori da Roma con le sue legioni, Cesare sarebbe sfuggito all’attentato.Cicerone, il quale allora era senatore e dunque informato sui fatti, racconta che l’assemblea senatoriale era stata convocata per decidere chi avrebbe sostituito Cesare in qualità di console alla sua partenza da Roma. Quell’anno infatti era il turno proprio di Cesare e di Antonio. In assenza del dittatore, Antonio e un nuovo console avrebbero rappresentato la massima autorità di Roma.Si narra che nella notte fra il 14 e il 15 marzo del 44 a. C. Calpurnia, moglie di Cesare, ebbe un incubo in cui vide il marito ucciso fra le sue braccia. Così la donna l’indomani mattina supplicò il marito affinché non si recasse in Senato. Calpurnia, dopo 15 anni di matrimonio, certamente era consapevole della delicata situazione politica in cui versava la città di Roma e, come Cesare, sicuramente era informata riguardo le voci su una possibile congiura contro il marito. Inoltre si racconta che lo stesso Cesare aveva avuto un incubo: aveva sognato di volare sopra le nuvole e di vedere Roma ai suoi piedi, mentre stringeva la mano a Giove.Il dittatore non era superstizioso, tuttavia l’inquietudine e le suppliche della moglie lo avevano alquanto turbato. A ciò si aggiunga che i sacrifici fatti quel mattino del 15 marzo del 44 a.C. non gli erano stati favorevoli. Cesare probabilmente aveva anche ricordato ciò che, durante i Lupercali del mese precedente, gli aveva detto uno degli aruspici, Spurinna. Gli aruspici erano gli indovini che leggevano il futuro nelle viscere degli animali sacrificati.Stando a ciò che ci viene tramandato da Svetonio, Spurinna gli aveva consigliato di prestare attenzione e di attendere poiché il pericolo non si sarebbe protratto oltre le idi di marzo. Dunque per Cesare si trattava di aspettare un giorno oltre quel 15 marzo.Probabilmente poteva trattarsi di un vaticinio oppure del tentativo di mettere in guardia Cesare. Forse anche Spurinna, come altri, era al corrente della cospirazione. C’è da chiedersi se in altri momenti e se in condizioni più normali Cesare si sarebbe preoccupato in quel modo, ma a quel tempo era già malato. Secondo la narrazione di Nicola Damasceno, i medici provarono in ogni modo ad impedirgli di andare al Senato perché d’improvviso era stato colto da una strana malattia che lo colpiva di frequente. Relativamente a questa strana malattia, si è sempre pensato che Cesare, come Alessandro Magno, come Dostoevskij, soffrisse di epilessia. Nuove indagini fanno invece riferimento ad attacchi ischemici transitori, ossia a probabili ictus. Cesare aveva avuto degli incubi, dei capogiri, probabilmente gli faceva male la testa o era confuso. Secondo Plutarco, il dittatore decise di rimanere a casa e di mandare Antonio al Senato per sciogliere la riunione.Ciò non avvenne poiché a quel punto fece la sua comparsa Decimo, il quale convinse l’amico di sempre, Cesare, a recarsi al Senato. Decimo per persuadere Cesare gli disse che tutta Roma lo avrebbe deriso qualora avesse dato retta ai sogni della moglie o avesse raccontato di essersi sentito male e perché poi voleva mandare Antonio, quando avrebbe potuto egli stesso recarsi al Senato per sciogliere l’assemblea? Sempre Plutarco scrive che Decimo, mentre gli parlava, prese la mano di Cesare e lo trascinò con sé fuori dall’abitazione. Il dittatore era ancora stordito a causa degli strascichi del malore avuto.Sappiamo che Cesare varcò la soglia di casa verso le 11 di mattina. Partì su una lettiga condotta da 4 schiavi e preceduta da 24 littori. Mentre si recava al Senato una moltitudine di persone lo circondava e lo assillava con richieste e saluti. In quella confusione e turbinio di saluti Cesare non riuscì a leggere l’avvertimento con cui qualcuno, forse Artemidoro di Cnido, maestro di eloquenza greca del circolo di Bruto, gli annunciava e denunciava la congiura. Secondo Nicola Damasceno quel documento sarebbe stato poi rinvenuto accanto al cadavere.Il dittatore si recò al Portico di Pompeo, un enorme complesso costruito dal nemico di Cesare in Campo Marzio, provvisto di una Curia dove quel giorno si sarebbe riunito il Senato. Cassio e Bruto giunsero al Portico prima di tutti gli altri. E poiché era proibito introdurvi le armi, Bruto teneva il pugnale legato alla cintura, nascosto sotto la toga. Coloro che invece non l’avevano con sé l’avrebbero estratto dalla cassa per i documenti che gli schiavi, il cui compito era quello di trasportare gli scrigni, avevano introdotto nell’area.Dopo una lunga attesa, arrivò Cesare, il quale decise di entrare nella Curia malgrado nuovi sacrifici gli fossero avversi. Varcata la soglia, i senatori si alzarono tutti in segno di deferenza. Dovevano essere circa 200, il quorum allora richiesto. Certamente non erano più di 300, poiché un così alto numero non sarebbe entrato nella Curia, lunga 18 metri e larga 17. Poiché non tutti i cospiratori erano membri del Senato non sappiamo quante persone in piedi desiderassero la morte dell’uomo che avevano accolto con così grande ossequio. Davanti ai loro seggi si alzava la pedana su cui Cesare avrebbe presieduto la sessione del Senato dallo scranno dorato, mentre i congiurati si affrettarono a disporsi attorno, come se avessero urgenza di parlare con lui.Cesare si sedette, gli assassini lo attorniarono e mandarono avanti Tiglio Cimbro, il quale lo supplicò a favore del fratello esule. Nella “Vita di Bruto” Plutarco narra che lo pregavano tutti insieme, toccandogli le mani e il petto e baciandogli la testa. Cesare inizialmente rifiutò le richieste e provò ad alzarsi dallo scranno con uno scatto rapido poiché non lo lasciavano stare. Forse in quel momento egli comprese la verità appieno e tentò in ogni modo di disfarsi di quei falsi abbracci e baci, che intuiva mortali. Provò a scappare ma Tiglio Cimbro, probabilmente inginocchiato ai suoi piedi, gli afferrò la toga supplicandolo ma in realtà impedendogli di alzarsi dallo scranno e lasciando il collo del dittatore esposto alle armi.Svetonio riferisce che in quel momento Cesare gridò che quella era una violenza bella e buona.Successe tutto molto in fretta. Svetonio, Plutarco, Damaceno narrano diversi particolari dell’attacco mortale. Nicola Damasceno racconta che tutti subito sguainarono i pugnali e lo assalirono. Fu Servilio Casca a colpirlo per prima alla spalla sinistra, un po’ sopra la clavicola. Nella tensione concitata del momento però mancò il punto da colpire. Servilio Casca si trovava sopra la testa di Cesare e, secondo Svetonio, lo aveva ferito mentre il dittatore urlava. La ferita iniziale forse non era né mortale né profonda poiché la vittima era in gran movimento. Del resto Cesare, soldato avvezzo alla lotta, aveva reagito con prontezza. Ma ancora una volta gli afferrarono la toga e la mano. A questo punto le fonti differiscono su ciò che accade. Ancora Svetonio narra che Casca gli prese il braccio e sferrò con lo stilo un colpo che lo trafisse mortalmente. A questo si aggiunsero altri colpial costato e alla schiena. Fu il caos. I senatori astanti, che non sapevano nulla della congiura, rimasero terrorizzati ed impotenti dinanzi all’assassinio. Scapparono accalcandosi alla porta della Curia. Solo Gaio Sabinio e Lucio Marcio Censorino cercarono di aiutare Cesare ma desistettero dinanzi al numero dei cospiratori armati.Cesare lottò con tutte le sue forze ma l’attacco fu così violento e veloce che cadde sotto i colpi.Secondo Damasceno Cesare morì colpito da trentacinque colpi. Appiano, Plutarco e Svetonio riferiscono un numero inferiore di colpi. Quello mortale fu inferto da Casca Gaio. Fu lui l’omicida. Colpì Cesare in pieno petto.Fu Shakespeare a far dire a Cesare: “Tu quoque, Brute, fili mi!” – “Anche tu, Bruto, figlio mio”.Tramontava così la stella e il genio militare

e politico di un condottiero, di un generale che aveva reso grande Roma.

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