Ultime Notizie

“L’AMORE TRA NATURA E CULTURA” DI MARTA TRAVAGLINI

60.767

Redazione-Proviamo ad analizzare più precisamente cosa s’intende quando parliamo di Amore. Può sembrare semplice ma, in realtà non è un discorso facile da affrontare. Già la parola ‘amore’ in sé per sé è un termine-ombrello : un «concetto a grappolo» troppo vasto e troppo differenziato per condensare i molteplici significati che ne discendono. Per comprenderlo al meglio cerchiamo di guardarlo sotto vari punti di vista.

 E’ pur vero che molti studi scientifici hanno provato a spiegare il fenomeno amoroso sulla base dei meccanismi della chimica cerebrale. L’ipotesi che l’amore sia soltanto chimica sembra in prima battuta possedere un certo carattere provocatorio, nel senso che pare volerci spingere a un profondo ripensamento delle nostre idee tradizionali sull’amore. Essa sembra insinuare la possibilità di una spiegazione scientifica che si contrapponga alla concezione ordinaria, la quale sarebbe invece legata a un piano esplicativo totalmente diverso, che mette in gioco concetti di carattere spirituale.

 In linea di massima si intende chiarificare questo fenomeno attraverso le neuroscienze, per mezzo della ricostruzione dei processi automatici innescati da neurotrasmettitori come la dopamina, la norepinefrina o la serotonina, e le loro relazioni con ormoni come l’ossitocina, la vasopressina e il testosterone, ma quanto c’è di plausibile in questa ipotesi di una spiegazione esaustiva dell’amore attraverso la chimica cerebrale? Per rispondere a questa domanda, occorre – a mio avviso – partire dall’osservazione, che l’amore è un fenomeno complesso e, pertanto va analizzato di conseguenza.

Andiamo per gradi, quali sono stati i primi significati attribuiti alla parola amore?

L’etimologia della parola amore risale al sanscrito kama = desiderio, passione, attrazione). Anche il verbo amare risale alla radice indoeuropea ka da cui (c)amare cioè desiderare in maniera viscerale, in modo integrale, totale.

Un’altra interpretazione etimologica della parola amore, fa risalire il termine al verbo greco mao = desidero, da cui il latino amor da amare che indica un’attrazione esteriore, viscerale, quasi animalesca da distinguere da un’attrazione mentale, razionale, spirituale per esprimerla era usato il verbo diligere, cioè scegliere, desiderare come risultato di una riflessione.

Un’ulteriore e meno probabile ma curiosa interpretazione etimologica individua nel latino a-mors = senza morte l’origine del termine, quasi a sottolineare l’intensità senza fine di questo potentissimo sentimento.

Mi soffermo sull’interessante attribuzione di senso che veniva dato all’amore nella Grecia antica: La lingua greca distingue vari significati differenti in cui può venir utilizzata la parola “amore”. Agape (ἀγάπη agape) significa specificamente amore nel greco moderno. Il termine “S’agapo” vuol dire “ti amo” in greco; la parola agapo corrisponde al verbo amore. Esso si riferisce generalmente ad un tipo ideale di amore “puro”, piuttosto che all’attrazione fisica suggerita da eros. È stato infine anche tradotto come “l’amore dell’anima.” Eros (ἔρως Eros) (dalla divinità greca Eros) è l’amore passionale, che conduce ed accompagna il desiderio sensuale. La parola greca erota significa innamorato. Platone ha affinato la sua propria definizione: anche se l’eros inizialmente è sentito per una persona, con la contemplazione diventa un apprezzamento della bellezza che è presente e vivente all’interno di quella persona, o addirittura diventa apprezzamento della bellezza stessa. Eros aiuta l’anima a riconoscere il richiamo della bellezza e contribuisce alla comprensione della verità spirituale. Philia (φιλία philia), un amore spassionato e virtuoso (un forte rispetto reciproco tra due persone di status simile), è stato un concetto affrontato ed ampiamente sviluppato da Aristotele. Comprende la lealtà rivolta agli amici, ai parenti e alla comunità di appartenenza; essa richiede la virtù, l’uguaglianza, e la familiarità. Philia è motivato da ragioni pratiche; una o entrambe le parti beneficiano del rapporto. Può anche significare “l’amore della mente”; è un concetto estensivo di amicizia che non poteva esistere altro che tra persone dello stesso sesso, a causa della forte disuguaglianza tra i sessi esistente. Storge (στοργή storge) è un affetto naturale, come quello sentito dai genitori per i figli.

Xenia (ξενία Xenia), l’ospitalità, era una pratica estremamente importante nella Grecia antica . Era un’amicizia quasi ritualizzata formata tra un ospitante e dal suo ospite, che potrebbero anche esser stati in precedenza dei perfetti estranei. L’ospitante offre il vitto e fornisce un alloggio per gli ospiti, aspettandosi di essere rimborsati solamente con un senso di gratitudine e riconoscenza.

Vediamo come i Greci avevano ben intuito la complessità e la vastità dell’amore distinguendone più sfaccettature. In antropologia culturale per esempio, i termini ricorrenti per parlare dell’amore sono assai diversi: sono termini che risentono maggiormente dei processi «naturali» della vita stessa. Sono vocaboli radicati nel contesto sociale con accenti naturalistici dove si parla piuttosto di selezione sessuale, di struttura di scambio, di strutture di parentela, di riti di iniziazione alla maturità sessuale. In altri contesti culturali, più legati alla biologia, si parla un altro linguaggio, ancora più «duro» e «neutrale».

Cos’è l’amore quindi? E cosa significa amare? La richiesta di significato è necessaria ed essenziale, ma l’amore non sembra trovare maggiore protezione tramite conoscenze e approfondimenti, ma al contrario, tramite la riflessione, rischia di venire semmai via via «dislocato», «trasformato» in una struttura più destabilizzante e fragile. L’immaginazione conoscitiva, che «analizza», «classifica», «differenzia», «distingue» ha avvolto ciò che noi chiamiamo amore di un insieme di mappe cognitive standard che poi si sono andate costituendo come tante nicchie a salvaguardia di significati e di esperienze simboliche. Si tratta di un lavoro della ragione che, in definitiva, ha contribuito a far collassare ancor di più il senso dell’amore traducendolo via via in nuvole di significati cangianti a seconda dell’impiego, degli usi più o meno strumentali e a seconda delle stagioni storiche. D’improvviso si capisce che l’intelligenza chiarificatrice non è stata a servizio dell’esperienza che chiamiamo «amore», ma ne è stata piuttosto un suo primo offuscamento, una prima mortificazione e occlusione.

Eppure continuiamo a «credere nell’amore» almeno in una misura analoga a quella in cui continuiamo a credere nella vita.

L’ambiguità e la drammaticità dell’amore è però un tema ricorrente anche nelle mitologie più classiche. Così nei grandi miti, mentre persiste l’idea che l’amore è molto più di una semplice esperienza del corpo di carattere biologico o psicofisico, occorre prestare attenzione alla sua pericolosità e insaziabilità perché può scatenare drammi a non finire.

Già per Esiodo, Amore è una realtà conturbante: egli è il più bello degli dèi immortali, «colui che spezza le membra e che, nel cuore di tutti gli dèi e di tutti gli uomini, è in grado di dominare sulla stessa saggezza» [15]. Nel Convito di Platone, Amore è figlio di Afrodite e di Hermes e ha una duplice natura a seconda che sia figlio di Afrodite Pandemos (dal desiderio brutale) o di Afrodite Urania (celeste). Dunque ci si mette bene in guardia, perché il figlio di Afrodite può provocare un’esperienza «celeste», ma può scatenare anche una «pandemia». In chiave metaforica, si sa che Amore è figlio di Poros (astuto) e di Penia (povertà), in quanto è sempre insoddisfatto alla ricerca di un’altra persona e nello stesso tempo pieno di astuzie per raggiungere i suoi scopi. Nella maggior parte dei casi, Amore è rappresentato da un adolescente alato e nudo (cupido) perché incarna il desiderio che non ha mediazioni e non riesce a nascondersi.

Tuttavia, il mito più conosciuto che descrive Amore, diffondendosi in tutto il mondo anche attraverso molte varianti, è il mito presente nelle Metamorfosi di Apuleio secondo cui l’Anima (psiche) incontra Amore (Amor) e genera la voluttà: voluptas.

Il racconto è il seguente: Psiche è la bellissima figlia del re, la cui perfezione spaventa gli uomini, ma deve venire cacciata dalla casa paterna per ordine di un oracolo. Come prescritto dall’oracolo, viene abbandonata sul ciglio di un precipizio. I venti però la trasportano in una stupenda valle dove c’è una casa misteriosa. Ella può abitare felicemente in questo luogo. Qui la fanciulla viene accudita da servi invisibili. Di notte lei può godere della presenza di un visitatore che le sta a fianco, ma che purtroppo non può sapere chi sia. Si tratta di un giovane che lei non ha il permesso vedere: se lo vedrà, lo perderà per sempre. Un giorno però Psiche non resiste alla tentazione di poter vedere il suo compagno e al lume della lampada decide di guardare il volto di Amore. Una goccia d’olio della lampada di cui si serve Psiche cade però su Amore che subito fugge via. Cominciano così le disavventure di Psiche che non si rassegna a questa scomparsa e cerca il compagno in ogni luogo. Si imbatte però in Afrodite, la madre di Amore, che le impone compiti molto difficili e prende gusto a tormentarla. Ma anche Amore non può dimenticare Psiche. Così, alla fine, egli ottiene da Zeus il permesso di sposarla. Psiche diventa sua moglie e si riconcilia con Afrodite. Psiche allora è accolta tra gli dèi e dal suo matrimonio nasce Voluttà [16].

La storia di Apuleio non riguarda in definitiva nient’altro che l’incontro dell’anima con l’amore sessuale.

Ora se osserviamo bene il processo dell’amore nella concezione mitica si configura come un grande rito di passaggio secondo le considerazioni molto importanti sviluppate da A. van Gennep e da V. Turner.

Il mito, dunque, compie una prima mediazione importante: «passa la mano al rito». In qualche misura, cerca una «ritualizzazione» che permetta di farsi carico con più consapevolezza delle difficoltà e dei problemi, oltre che del senso di pienezza, che l’amore porta con sé. Una ritualità a protezione dell’amore sembra il primo vero passaggio dal sentimento alla statuizione del rapporto di coppia e alla conseguente presa di coscienza dei propri impegni in un contesto che diventa fondamentale per la vita stessa della comunità. È la prima riconciliazione di natura e cultura.

In tal senso l’antropologia culturale non esita a parlare con B. Malinowski di «bisogni primari» in rapporto al sesso e alla formazione di una famiglia. E l’etnografia, in particolare, studiando le culture semplici, conosce la differenziazione sessuale in ordine alla procreazione, alla famiglia, ai figli, all’organizzazione economica del lavoro, in ordine alla realizzazione della propria vita attraverso la discendenza e la prole. I riti di iniziazione quindi, risultano il tentativo più importante di conciliare natura e cultura proponendo modelli culturali in cui traspare come, la cultura ha il bisogno d’incontrare in maniera armonica la natura.

In ultima istanza che dire della concezione dell’amore e del sesso nella nostra cultura Occidentale moderna?

Come abbiamo già osservato, in Occidente ci troviamo di fronte a un concetto d’«amore» che nasce nella soggettività ed esalta soprattutto la valorizzazione dei sentimenti della «prima» persona, mentre tale concetto si rivela povero e quasi senza fondamenti e senza regole che siano provenienti dal mondo dei valori socio-culturali e delle tradizioni. In questo senso non c’è più alcuna mediazione vera tra cultura e natura. Si pensa che la propria consapevolezza e la propria responsabilità personale siano fattori sufficienti. In realtà, credo che il processo di crescente «isolamento soggettivo» dei sentimenti d’amore e d’attrazione sessuale, confini pericolosamente l’amore in una strettoia sempre più auto-referenziale, portando a delle perdite irreversibili. L’amore e il sesso nella concezione cristiana avevano una loro destinazione e continuano ad avere un valore «oggettivo» attraverso i riti di passaggio proposti dalla chiesa. Ma quando quelle forze ( che sono le forze stesse della vita e della morte) sono gestite in proprio senza riferimenti oggettivi, allora amore e sesso con i loro istinti e desideri rischiano di restare unicamente in balia di se stessi.

La razionalità e la soggettività hanno invaso troppo l’ambito «sacro» dell’amore destrutturandolo e desacralizzandolo in nome della libertà della persona. Come fare ora una sintesi di libertà e responsabilità nel momento in cui ci si rende consapevoli che nella nostra cultura la libertà è la «libertà del desiderio» e che il desiderio fine a se stesso non fa che portare con sé la sua stessa sconfitta?

Il nostro «individualismo liberale» appare senza vie di uscita. Si presenta oggi nella veste dei diritti della persona con il bisogno di esaltare soprattutto i «diritti del corpo» con un’ansia quasi spasmodica di salute, giovinezza e bellezza, dove l’amore di coppia diventa spesso un fine secondo e secondario. L’idealità dell’amore in Occidente è l’idealità che cerca l’eterno quasi senza materia. Ma la vita dell’idea dissociata dalla materia, è il luogo stesso della menzogna, dell’inerzia e della morte. La cultura non può sostituirsi alla natura se non attraverso un grande e pericoloso equivoco.

L’Occidente ha dato voce a parole pericolose, a forme di «individualismo» e di «libertà» che in nome della tutela dei propri sentimenti rischia di occultare qualsiasi aspetto naturale e sociale. Ma la natura non si supera e non si sopprime. L’Occidente, nella pretesa di poter dimenticare la natura delle cose in nome della soggettività, dimentica soprattutto che l’amore è l’espressione più sublime del legame della vita e della morte: è l’espressione del sacro stesso nei suoi aspetti tremendum e fascinans dove metaforicamente il tremendum è l’aspetto naturale e il fascinans l’aspetto culturale: occorre essere consapevoli che, se le due polarità non arrivano a una sintesi viva oltre la soggettività, si realizza un dramma e una catastrofe a livello sia individuale che sociale.

Quindi, per tornare al discorso iniziale sulle neuroscienze non voglio e non posso credere che l’amore sia solo quello. Come diceva Max Weber, il disincanto (Entzauberung) è stato totale e ha portato molti danni anche nel nostro mondo esperienziale: danni che oggi appaiono irreparabili.

Non si tratta con questo di lodare i bei tempi passati. È ammettere purtroppo a malincuore che la ragione si è intromessa in tutti i campi; è riconoscere che la razionalità scientifica, in particolare, sempre in nome del primato universale riconosciutole in maniera illegittima, ci ha spogliato dei sentimenti più genuini e duraturi della vita rendendo più effimero il nostro vivere e ci ha condotti, nello stesso tempo, verso una

povertà spirituale con cui oggi, volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti.

Commenti

commenti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato.