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” LA VERA PACE ” – DOTT.RE MARCO CALZOLI

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Redazione-  Il sanscrito è una lingua molto pregnante e ricca di sinonimi. La linguistica occidentale afferma che ogni lingua nel suo insieme è un sistema di segni, questo vuol dire che in essa tutto si regge in armonia, ragion per cui ogni componente del sistema ha una funzione specifica. Questo vuol dire che i “sinonimi” non esistono, infatti le parole sono solo apparentemente uguali, in realtà termini simili hanno sfumature di significato diverse.

Ayuddha significa “non (a privativo) combattimento ”, veicola l’idea di una pace di tipo militare. Quando le armi vengono a tacere essendosi placati gli animi, è possibile ragionare, negoziare e la pace si intravede all’orizzonte.

Invece sandhi deriva dalla radice verbale dha-, “porre”, che ritrova nel nostro “denaro”, ciò che viene custodito: sandhi è pace nel senso di un porre insieme (sam), una alleanza, un accordo, è un incontro di animi, come il tramonto che è detto sandhi perché unisce gli opposti. Analogamente al latino, dove pax ha la stessa radice pac-tum, “patto”.

Poi abbiamo shanti, la pace nel senso più ampio, come tranquillità, serenità, pace interiore, che scaturisce dall’equilibrio. Dopo la cessazione delle armi e dopo la conseguente alleanza, c’è una vera quiete. Shanti deriva da una radice verbale che significa “lavorare alacremente”, “impegnarsi”. La vera pace non è un riposo, ma una continua tensione verso il bene. Chi è forte non riposa.

Questa pace è conquistabile anche sul piano individuale. La collettività è fatta di individui, quindi se io sto in pace lo è anche la società.

Il quarto termine sanscrito è kshema, “felicità, benessere”. Nella mitologia indiana Shanti è la pace personificata, femminile, sposa del Dharma, maschile, che è l’ordine dell’universo. L’universo si fonda su leggi fisiche ma soprattutto etiche, come la non violenza e la giustizia. La pace e l’ordine cosmico producono Kshema, il benessere. Pertanto la tensione verso il bene e il seguire le leggi dell’universo sono la chiave della felicità.

Nella Bhavad-Gita (2.66), un’opera molto cara agli induisti, è scritto in perfetto sanscrito:

nāsti buddhir-ayuktasya

na chāyuktasya bhāvanā

na chābhāvayataḥ śhāntir

aśhāntasya kutaḥ sukham

Si tratta di uno shloka ottonario.

  • Non c’è intelligenza (buddhiḥ) per chi non è connesso (ayuktasya)
  • E non c’è stabilità mentale (bhāvanā) per chi è sconnesso (ayuktasya)
  • E neanche pace (shanti) per chi non ha stabilità mentale (abhāvayataḥ)
  • Per chi non è pacificato (aśhāntasya) da dove (potrà giungere) la felicità?

Nella lingua sanscrita il sandhi è anche l’incontro tra le parole, che insieme si trasformano rispetto alla forma isolata. La nā- è la somma di due /a/ brevi, è in sandhi, quindi è formata da na + asti. Na significa “non”, che si ripete formando una anfora. Asti è il verbo essere, quindi na asti vuol dire “non c’è”. Buddhiḥ significa “intelligenza”, donde la parola Buddha, un participio passato che vuol dire “risvegliato”, nel senso che ha il pieno possesso delle facoltà mentali. Chāyuktasya è formato da ca + ayuktasya: il primo termine è la congiunzione “e”, il secondo deriva dalla radice di yoga, “collegare”, quindi avendo la /a/ privativa ayukta vuol dire “non collegato”, “scollegato” (dal proprio Sé autentico). Chābhāvayataḥ è ca + abhāvayataḥ, “e per chi non (a) ha stabilità (bhavana)”. Aśhāntasya è la stessa cosa: “non pacificato”. Sukham è formato da su- (un prefisso che indica qualcosa di positivo, come il latino sup-er), quindi sukha vuol dire “felicità, benessere”. Kutaḥ significa “da dove?”.

Questo shloka vuole dirci che la pace autentica si ha se siamo in armonia con l’universo. Bisogna essere connessi con il proprio Sé, cioè con la realtà più autentica, che coincide con Dio (Brahman). Bisogna essere stabili mentalmente, nel senso di centrati sul proprio Sé. Il passo citato lo ripete due volte con parole diverse (connessione e stabilità mentale). Nel mondo indiano il Sé (Atman) è Dio stesso (Brahman), quindi per avere pace bisogna essere collegati a Dio.

Abbiamo in queste poche parole sanscrite il mistero della vita. La vita deve essere ancorata su Dio. Chi non ha Dio nel proprio cuore non può essere felice né avere la pace sociale.

Gli induisti dicono che il sanscrito è un dono degli dei e che conoscere anche un solo passo della Bhagavad-Gita può portare alla liberazione. È il magico potere del sanscrito!

La parola saṃskṛta, attestata fin dal Rāmāyaṇa come termine linguistico, significa propriamente “compiuto, perfetto”: allude implicitamente a saṃskāra, vale a dire ai processi di “completamento” grammaticale (e più tardi anche stilistico) grazie ai quali la materia prima del linguaggio, prakṛti, viene portata alla perfezione formale; o, come dice poeticamente il più antico scrutatore della lingua, l’autore dell’inno X.71 del Ṛg-Veda, viene “chiarito” come “il grano viene chiarito utilizzando il setaccio” (saktum iva titaunā punantaḥ).

Probabilmente esisteva fin dall’inizio una connotazione spirituale: saṃskṛta evoca anche la serie di purificazioni religiose, i sacramenti (saṃskāra) attraverso i quali passa l’indù di alta casta, tra la nascita e la morte. L’idea della grammatica come strumento di purificazione è presente nel commento grammaticale più antico, il Paspaśā di Mahābhāṣya, così come in tutto il Mimāṃsā.

Già la parola, cioè il sanscrito, è una purificazione, è un rito, è un sacrificio inteso in senso lato.

Tutte le religioni si fanno portavoce dell’appello divino alla pace. I salmi sono liriche ebraiche, che fanno parte della Bibbia. Il salmo 62 dice chiaramente che la nostra pace è Dio:

1

Solo in Dio riposa l’anima mia;

da lui la mia salvezza.

3

Lui solo è mia rupe e mia salvezza,

mia roccia di difesa: non potrò vacillare.

4

Fino a quando vi scaglierete contro un uomo,

per abbatterlo tutti insieme,

come muro cadente,

come recinto che crolla?

5

Tramano solo di precipitarlo dall’alto,

si compiacciono della menzogna.

Con la bocca benedicono,

e maledicono nel loro cuore.

6

Solo in Dio riposa l’anima mia,

da lui la mia speranza.

7

Lui solo è mia rupe e mia salvezza,

mia roccia di difesa: non potrò vacillare.

8

In Dio è la mia salvezza e la mia gloria;

il mio saldo rifugio, la mia difesa è in Dio.

9

Confida sempre in lui, o popolo,

davanti a lui effondi il tuo cuore,

nostro rifugio è Dio.

10

Sì, sono un soffio i figli di Adamo,

una menzogna tutti gli uomini,

insieme, sulla bilancia, sono meno di un soffio.

11

Non confidate nella violenza,

non illudetevi della rapina;

alla ricchezza, anche se abbonda,

non attaccate il cuore.

12

Una parola ha detto Dio,

due ne ho udite:

il potere appartiene a Dio,

tua, Signore, è la grazia;

13

secondo le sue opere

tu ripaghi ogni uomo.

La Bibbia inizia con il libro della Genesi. All’inizio di questa stupenda composizione letteraria, al capitolo 3, compare il serpente, simbolo del male, il quale tenta i progenitori, Adamo e Eva, e li induce a commettere il peccato. Da quell’episodio il male si propaga in tutta la creazione.

Prima di questo evento terribile, che ha segnato le sorti dell’umanità, la creazione era in armonia, in una condizione pacifica. I progenitori vedevano Dio (armonia spirituale), erano in pace tra di loro (armonia sociale) e coltivavano il giardino (armonia con il creato). Concezione analoga a quella cinese, dove il carattere ān, “pace”, è rappresentato da una donna sotto un tetto: secondo la tradizione confuciana, infatti, la famiglia, ossequiosa dei valori etico-religiosi, è il fondamento di una società armoniosa, dunque della pace e della tranquillità.

Ma dopo il peccato, la Genesi propone un affresco nel quale il male si insinua in tutte le strutture del mondo. Leggiamo infatti che Adamo e Eva si accusano a vicenda, non sono più in pace. Quando Dio scopre il misfatto, si adira e punisce i progenitori. Adamo poi dovrà lavorare il suolo con il sudore della fronte, cioè viene meno l’equilibrio tra esseri umani e cose.

Senza Dio nel cuore, in uno stato di peccato continuato, l’uomo non può sperare di ottenere la pace, sia interiore sia sociale. La pace altro non è che un dono di Dio.

Da duemila anni il cristianesimo annuncia che Dio ha un volto. Quel Dio sconosciuto del quale gli antichi greci avevano un altare (Atti 17, 23), quel Dio del quale si ebrei non potevano farsi una immagine (Esodo 20, 4), è Gesù Cristo, il quale si è incarnato nel mondo per salvarci dal peccato dei progenitori per mezzo della sua morte in croce, cioè della sua carne. Cristo si è offerto in sacrificio di espiazione a Dio Padre per ottenerci il perdono dei peccati. “Egli è immagine del Dio invisibile” (Colossesi 1, 15).

Rivela infatti san Paolo (Efesini 2):

14 Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, 15 annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16 e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. 17 Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. 18 Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.

19 Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20 edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. 21 In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22 in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito.

Nella lingua ebraica la pace è detta Shalom, da una radice semitica polisemica che veicola le idee della “perfezione”, della “integrità”, della “totalità”. Il termine ebraico ha un raggio di significati molto ampio e totalizzante: dalla salute alla assenza di guerra, dalla salvezza alla ricchezza di benefici elargiti da Dio. Allora la Pace che il Messia atteso dagli ebrei avrebbe dovuto portare (Pace messianica), secondo le Scritture ebraiche, è Gesù Cristo, dove l’appellativo Cristo vuol dire “unto” in greco, mentre Messia è “unto” in lingua ebraica. Gli inviati di Dio venivano unti come atto di consacrazione e di preparazione alla missione.

Ragion per cui la Pace portata da Cristo, che ha instaurato la sua chiesa, non è semplicemente assenza di guerra, bensì la totalità delle perfezioni. Cristo è l’Uomo Dio che è venuto qui non per darci una pace momentanea, ma quella perfetta, che, con il cristianesimo, coincide con la vita eterna nel paradiso.

Egli è venuto a vincere ogni male, ogni opera del diavolo. Il male non è stato voluto da Dio, non rientrava nel suo progetto, ma lo ha introdotto il diavolo inducendo l’uomo in tentazione. L’uomo infatti è libero di scegliere tra bene e male, dall’inizio della creazione ad oggi. Può dare retta a Dio oppure al demonio, dannandosi per sempre. Dio prende tremendamente sul serio la libertà umana, fino alla fine.

Per influsso dell’ebraico shalom, il termine greco eirēnē “pace”, passerà ad indicare anche la salute, il benessere. Infatti in 2Samuele 11, 7 è scritto (nella traduzione greca):

epērōtēsen David eis eirēnēn Iōab kai eis eirēnēn tou laou kai eis eirēnēn tou polemou

“Davide chiese come stessero Ioab e la truppa e come andasse la guerra”.

Ma la traduzione riportata non rende ragione del testo greco, che letteralmente è più pregnante: epērōtēsen eis eirēnēn vuol dire “domandò riguardo il benessere”, cioè la condizione di qualcosa o qualcuno.

In arabo salam, “pace”, ha la stessa radice semitica di shalom. Il radicale di salam si ritrova per esempio nel Corano (8, 43) in “salvare”, “preservare”:

“Quando in una visione notturna Dio ti faceva presentire la presenza dei nemici vedevi che erano pochi. Se te ne avesse presentato un gran numero vi sareste scoraggiati e avreste discusso la cosa. Ve ne ha preservato il Dio che conosce i segreti dei cuori, walākinna l-laha sallama innahu ʿalīmun bidhāti l-ṣudūri”.

La nostra salute interiore, il benessere personale può derivare solo dal giusto rapporto con Dio. La Sua pace, donata ai fedeli, corrisponde alla salvezza. Se noi abbiamo Dio nel cuore, siamo sua immagine anziché quella del Nemico, ragion per cui la pace regna anche al di fuori di noi.

La radice semitica presente nell’ebraico shalom, nell’arabo salam significa anche “pagare”. La parola italiana “pagare” deriva da pacare, cioè quietare, portare pace. È Cristo che con il suo sacrificio sulla croce paga i nostri debiti verso Dio e può donarci la vera pace.

Il Ṛg-Veda (10.124.7) è il più antico dei Veda, i testi sacri dell’induismo. Leggiamo questa strofa:

kaviḥ kavitvā divi rūpam āsajad aprabhūtī varuṇo nir apaḥ sṛjat | kṣemaṃ kṛṇvānā janayo na sindhavas tā asya varṇaṃ śucayo bharibhrati ||

“Il saggio (Mitra) con la sua saggezza fissò il suo corpo nel cielo; Varuna con un piccolo sforzo liberò le acque, conferendo felicità (kṣemaṃ), come mogli, i fiumi puri assumono la sua tinta (bianca)”

Questa felicità (kshema), il benessere conferito si apre, stando alle parole del poeta vedico, ad un orizzonte cosmico. Non è in qualche maniera come nella Genesi? Mediante il benessere interiore l’individuo abbraccia l’universo delle relazioni e delle cose. E il benessere interiore non può non essere un dono del dio, Varuna.

Come si fa a ricevere la pace divina? Seguendo gli insegnamenti che gli dei hanno voluto darci nei loro testi sacri e nelle religioni. È questo il faro che deve guidare la nostra vita. “Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino” (Salmo 118, 115).

Nel mondo vedico il pensiero è concepito come una luce. Questo valore si ritrova nelle radici cit- e dhī-. Di un certo personaggio si dice che “risplende (per il dio) con soma e canti” (6.20.13), nell’originale sanscrito suona dīdayad it … somebhiḥ … arkaiḥ: questo è senza dubbio il “fuoco” dell’ispirazione sacra. In 4.2.15 compare l’uso di shuc-: … divas putrā aṅgiraso bhavemādriṃ rujema dhaninaṃ shucantaḥ, “possiamo noi Aṅgiras essere figli del cielo e, raggianti (shucantaḥ), dividere la montagna che continua a portare ricchezza”. L’espressione ṛcā shocantaḥ (9.73.5), (i cantori) “splendono nelle strofe”, indica certamente molto più di un semplice successo letterario, è un’ “illuminazione” interiore (la parola è più appropriata qui che quando viene usata per rendere bodhi e buddha nella letteratura buddista).

La parola arka è ambigua tra i valori di “luce” e “canto”. Consideriamo l’espressione arkasoka, “fiamme in forma di inni” (detta di Agni) in 6.4.7. Non bisogna cercare a tutti i costi, come hanno fatto in passato Bergaigne, Pischel, Oldenberg, di mantenere un significato unico per arka. Il problema non è puramente linguistico. L’ambivalenza, qui come spesso accade, è al centro del pensiero e quindi della semantica vedica.

Valori analoghi a quelli di dī- e shuc- sono resi dalle forme vi-bha- in 1.71.6, riguardo all’uomo pio che “arde” per il dio Agni. Nel versetto 7.8.3 troviamo l’espressione vi vasaḥ suvṛktim con cui il poeta invita Agni a “illuminare la poesia”, cioè a ispirarla.

Pertanto, facendo un passo avanti, possiamo dire che “pensando” a Dio, cioè avendo Dio nel cuore, siamo “illuminati” dalla sua grazia. Ascoltando e meditando la Sua parola, riusciamo a sintonizzarci alle sue energie spirituali e veniamo trasformati in nuove creature, ricolme di pace e di amore, in un’armonia continua che si espande in tutta a società.

Il Salmo 85 così recita:

Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:

egli annuncia la pace

per il suo popolo,

per i suoi fedeli.

Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,

perché la sua gloria

abiti la nostra terra.

Amore e verità s’incontreranno,

giustizia e pace si baceranno.

Verità germoglierà dalla terra

e giustizia si affaccerà dal cielo.

Certo, il Signore donerà il suo bene

e la nostra terra darà il suo frutto;

giustizia camminerà davanti a lui:

i suoi passi tracceranno il cammino.

La pace e la salvezza sono i frutti della iniziativa di Dio. Nella Bibbia Dio offre la sua giustizia, rivelando la sua santità mediante il suo insegnamento (la Torah), e il popolo aderendo ad esso è benedetto con pace e prosperità (Levitico 26, 3-13).

Il binomio Giustizia e Pace è già adombrato nella figura di Melchisedek, misterioso re-sacerdote, superiore ad Abramo e figura di Cristo, il cui nome significa “re di giustizia” e che è “re di Salem”, cioè “re di pace” (Genesi 14, 17-20; Salmo 110, 4; Ebrei 7, 2).

Giustizia e pace si trovano congiunte come doni messianici (Salmo 72, 3.7; Isaia 9, 6; 60, 17). Nel Nuovo Testamento Cristo le realizza e le incarna entrambe: egli è la nostra giustizia (1Corinzi 1, 30) e la pace (Efesini 2, 14).

È Cristo che porta nel mondo la vera pace. Giovanni 14, 27:

Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.

Se in Dio la giustizia e la pace sono congiunte, vuol dire anche che la giustizia è l’ordine dell’universo stesso. Infatti Dio è onnipresente e che tutto ciò che esiste è soggetto al suo potere e alla sua provvidenza. Alcuni salmi (8, 103, 104 e 139) sottolineano squisitamente questo aspetto.

Dio comunica questo ordine che regge tutto rivelando la sua Parola. In tutta la Bibbia Dio si è rivelato al mondo affinché tutti gli uomini lo possano amare con tutto il cuore e con tutte le forze, conoscendo la sua Persona e il progetto che ha per ognuno di noi.

Per questo Dio dona agli uomini i testi sacri. La Torah, i primi cinque libri della Bibbia ebraica, è per gli ebrei la cosa più importante donata da Dio agli uomini. Il sostantivo ebraico Torah non significa etimologicamente “legge”: essa contiene anche precetti legali, quindi gli autori neotestamentari hanno tradotto Torah con nomos, che in greco vuol dire “legge”. Ma di per sé Torah deriva dal verbo ebraico yarah, che veicola l’idea del lanciare una freccia, quindi del colpire il bersaglio. In un’altra forma (Hifil) il verbo ebraico significa anche “insegnare”. Pertanto la Torah è quell’insegnamento fondamentale dato da Dio agli uomini per raggiungere la meta della propria vita, per non sbagliare, conoscendo il progetto di Dio, l’ordine cosmico.

È significativo che in ebraico il “peccato” è detto khattà, che indica il fallire il bersaglio, un po’ come il sostantivo greco neotestamentario amartia. Un altro termine ebraico del “peccato” è ‘awon, da una radice che vuol dire “curvare”, quindi deviare, sbagliare strada, bersaglio, scopi. Tutta la Bibbia ci permette di non sbagliare nella vita, soprattutto i vangeli, che ci parlano esplicitamente di Gesù.

La parola “vangelo” deriva dal termine greco euanghelion, etimologicamente “buona (eu) notizia”, la radice della parola si ritrova anche nel greco anghelos, “messaggero”, quindi “angelo”, nel senso che proclama il volere di Dio.

Prima di tutto euanghelion si riferisce al messaggio di Cristo. In Paolo la parola designa Gesù Cristo in Persona. Solo in seguito il sostantivo greco passerà a indicare un genere letterario, che contiene gli insegnamenti di Gesù, per l’appunto i quattro vangeli canonici di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

La buona notizia non è altro che la Persona di Cristo. Origene diceva in greco che Cristo è Auto-Basileia, cioè è Lui medesimo il Regno di Dio. Secondo Apocalisse 21, nella Gerusalemme celeste, quella finale, non ci sarà più alcun tempio di pietra, esso sarà costituito da Cristo in Persona.

Allora questa buona notizia è la Pace che Cristo è venuto a portare nei nostri cuori e in tutto l’ordine creato. Questa pace coincide con l’amore provato nei confronti della divinità. Amando Dio ci colleghiamo alle energia spirituali, che infondono in noi la salvezza.

È significativo che in sanscrito “amore” si dice madana, da una radice indoeuropea che veicola l’idea dell’inebriamento, dell’essere ubriaco e del piacere. In greco il verbo madanein significa “gocciolare”. In Ṛg-Veda 1.6.7 è scritto:

indreṇa saṃ hi dṛkṣase saṃjagmāno abibhyuṣā |

mandū samānavarcasā ||

“Possiate essere visti, Marut, accompagnati dall’intrepido Indra; (entrambi) gioiosi (mandū) e di pari splendore”.

Il fine ultimo della vita è essere felici. La felicità è un dono di Dio, che arriva ai nostri cuori quando Egli ci concede la sua pace. Cosa se ne fa l’uomo del mondo intero se non ha la vera gioia? La Vergine Maria è invocata come Causa della nostra Gioia. È lei che intercede presso l’Onnipotente Dio per ottenerci la salvezza totale, qui e al di là.

Da quasi quarantatré anni la Madonna appare in un paesino dell’Est europeo chiamato Medjugorje. Il titolo che ha scelto è quello di Regina della Pace. La Madonna rivela che il diavolo vuole l’inquietudine e la guerra. Solo ritornando a Dio, possiamo avere la vera pace.

La tradizione cristiana afferma che la Madonna è tutta orientata a Dio. Grignion de Montfort la definisce Eco di Dio, questo perché Maria è tutta relativa a Dio, è la relazione di Dio, non esiste se non in rapporto a Dio. Essa è l’eco perché non dice e non ripete se non Dio. Se tu dici Maria, ella ripete Dio.

Nella sua bellezza verginale, quale Madre immacolata di Dio, splende il continuo richiamo all’Onnipotente e alla sua pace. Il vero cristianesimo è mariano. Dio stesso ha deciso nella sua onnipotenza che lei gli fosse “necessaria” all’opera della redenzione. Maria occupa un posto singolarissimo nella missione di Cristo sulla terra. Se Cristo è il re della pace (profetizzato da Isaia 9, 6), allora Maria è la sua ancella più fedele.

Maria viene definita Panaghia, che in greco vuol dire Tutta Santa. Ella è la “piena di grazia”, come la definisce l’evangelista Luca, in quanto essa è lo specchio fedele della santità di Dio. Ciò che Dio è, Uno e Trino, Giustizia e Pace, trova in Maria il riflesso più sublime.

La definizione “piena di grazia” (Luca 1, 28) trova la spiegazione nel v. 30: “Hai trovato grazia presso Dio”. Nel linguaggio biblico si trova grazia solo in riferimento a qualcosa, pertanto Maria qui viene esaltata quale “gratificata” in quanto Madre del Salvatore, come l’angelo le annuncia poco dopo. La grazia di Dio prepara la Madonna quale Madre vergine di Dio. Precisamente è la grazia divina che la rende idonea a diventare Madre e Cooperatrice del Redentore.

Se la Pace di Dio fatta Persona, Gesù Cristo, è giunta tra noi, lo dobbiamo innanzitutto al Sì di Maria, che accetta di diventare la sposa dello Spirito santo.

Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae afferma che le vere azioni umane sono quelle di cui la persona ha la padronanza, in quanto l’uomo è un essere razionale, ed egli ha padronanza solo di quelle secondo ragione e volontà, pertanto, dato che la volontà ha per fine il bene, l’uomo tende per natura, in quanto uomo, al bene (I-II q1 a1).

Ragion per cui il fine ultimo dell’uomo è Dio, che è il Sommo Bene secondo la Scolastica. Essendo Dio il Sommo Bene, ne deriva che l’uomo tende anche alla felicità, un bene che procede dal Sommo Bene. Infatti in I-II q5 a5 Tommaso scrive:

Sed beatitudo hominis perfecta consistit in visione divinae essentiae

“Ma la perfetta beatitudine dell‘uomo consiste nella visione dell‘essenza divina”.

Bibliografia

  • E. Cortese, Il Tempo della fine. Messianismo ed escatologia nel messaggio profetico, Gerusalemme 2010;
  • M. Mayrhofer, Etymologisches Wörterbuch des Altindoarischen, vol. 2, Heidelberg 1996, alla voce MAD-;
  • L. Renou, Ètudes védiques et pāṇinéennes, vol. 1, Paris 1955;
  • L. Renou, Historie de la langue sanskrite, Lyon 1956;
  • H. H. Wilson, Rig-Veda Sanhita. A Collection of Ancient Hindu Hymns, 3 voll., India 1946.

Marco Calzoli è nato a Todi, in Umbria, nel 1983. Prolifico poeta e saggista, ha dato alle stampe con varie Case Editrici 58 volumi. I suoi studi trattano di filosofia, psicologia, scienze umane, antropologia. Da anni è collaboratore culturale di riviste cartacee, riviste digitali, importanti siti web. Ha conseguito la laurea in Lettere, indirizzo classico, all’Università degli Studi di Perugia nel 2006. Conosce molte lingue antiche e moderne, tra le quali lingue classiche, sanscrito, ittita, lingue semitiche, egiziano antico, cinese. Cultore della psicologia e delle neuroscienze, è esperto in criminologia con formazione accreditata. Ideatore di un interessante approccio psicologico denominato Dimensione Depressiva (sperimentato per opera di un Istituto di psicologia applicata dell’Umbria nel 2011). Ha conseguito il Master in Scienze Integrative Applicate (Edizione 2020) presso Real Way of Life – Association for Integrative Sciences. Ha conseguito il Diploma Superiore biennale di Filosofia Orientale e Interculturale presso la Scuola Superiore di Filosofia Orientale e Comparativa – Istituto di Scienze dell’Uomo nel 2022.

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