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LA “TERRA DEL RIMORSO”: UNA LEGISLATURA BLINDATA DAL VOTO DI UN REFERENDUM E DA UNA PARTITA FINITA IN PARITA’

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Redazione- Gli italiani hanno confermato il taglio della casta .  E’ successo dunque che avendo  945 litri di vino diventati aceto se ne sono buttati  345    per ridurre  anche l’odore  secondo uno stereotipo  che accolla alla politica anche il cattivo odore  di tante altre situazioni che poco avrebbero a che fare con la politica stessa . Con il risultato che comunque nella botte è rimasto sempre aceto  e i  600 litri di aceto  rimasti non sono tornati ad essere vino.  Staremo  dunque a vedere come   il  percorso  che il taglio dei parlamentari  dovrebbe avviare  riesca a scongiurare il pericolo che  la botte continui ad avere vino che diventa  continuamente aceto.

Migliorare se stessa – per esempio scegliendo meglio chi mandare in parlamento –  nel momento in cui  si arriva a  smantellare parzialmente il parlamento stesso, diventa  essenziale per rendere questa riforma credibile  e produttiva in termini positivi. .

La cartina di tornasole sarà dunque  l’uso che si farà di questa pronuncia popolare . il M5s  si è  intestata questa vittoria . Con la speranza che riesca a smentire anche la narrazione che sembra mettere  il racconto della sua attività  in questo modo :  di fronte a una propria carenza, la politica reagisce diminuendo la capacità dell’istituzione che rappresenta il popolo, garantendosi di fatto ancor più potere di oggi. Sull’onda di un sentimento antipolitico che in molti – inclusa una parte della stampa più influente – hanno alimentato in questi ultimi due decenni. E con la speranza  di smentire anche un altro  sospetto che la vittoria al referendum si sia cercata solo per motivi di bassa  politica strumentale . Non un voto per cambiare la Costituzione ma per decidere chi comanda  nel Movimento . Con un Si che avrebbe favorito Di Maio  per cercare di tornare al ruolo di reggente occupato da Vito Crimi . Ripercorrendo vecchie strade  e copioni ormai noti  di sequel  che  ancora una volta  richiamano l’attenzione  su una politica legata alla figura del leader . Sospetto rafforzato dalle dichiarazioni di Di Battista che, pur avendo fatto campagna elettorale in Puglia, ha dichiarato  a voce alta che il M5s ha avuto un vero e proprio “ cappotto” in questa tornata elettorale. Preludio forse di uno scontro che il Presidente Fico  tenta di mediare . Uno scontro forse salutare per definire  non tanto il dna del Movimento, quanto l’identità

Scriveva infatti   Alessandro Calvi su Internazionale . it   del 19 agosto 2020  :” … tutto ha inizio negli anni novanta. Fu allora che i grandi partiti popolari vennero spazzati via, alcuni dalle inchieste sulla corruzione e altri invece dalla storia. Si affermò allora un genere di organizzazione politica più liquida e legata alla figura del leader, per la quale la comunicazione ha avuto un ruolo fondamentale e che alle idee ha sostituito l’appartenenza a vere e proprie consorterie. È lì, nella chiamata diretta del leader al popolo, senza più la mediazione dei partiti, che sta l’origine dell’ondata populista che negli anni successivi si è andata ingrossando. Non a caso, negli stessi anni la democrazia parlamentare venne di fatto “presidenzializzata”, anche se la costituzione non era cambiata. “(1)

Il taglio confermato dal voto popolare  porta dai circa 96mila abitanti per deputato a circa 151mila per senatore  e il nostro paese finisce all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda la rappresentatività della camera bassa, che in Italia è la camera dei deputati. Ed è questo il primo  risultato  per un percorso tutto da fare .

In realtà  questo referendum  è una “terra del rimorso “ . Perché il Parlamento aveva già adottato una riforma costituzionale , che modificava gli articoli  56 e 57 della Costituzione  che si esprimevano così in merito al numero dei seggi  di Camera e Senato  :  ARTICOLO 56 «La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.» ARTICOLO 57 «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale. A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanto per frazione superiore a centomila. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.»  ma  che erano già stati riformati dalla   legge costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, che ha sostituito la proporzione fra parlamentari eletti e popolazione con l’attuale numero fisso.

 I  cosiddetti Padri Costituenti avevano ritenuto necessario un numero di deputati e senatori, direttamente proporzionale al numero di abitanti, che fosse in grado di garantire la rappresentanza in Parlamento di tutti gli interessi del Popolo italiano. Nel 1948 avevamo circa 46 milioni di abitanti contro gli attuali 60 milioni. Tanto che al contrario di quanto si possa pensare, se quegli articoli non fossero stati modificati nel 1963  , oggi il numero di parlamentari  sarebbe stato enorme .

La legge di riforma costituzionale del governo giallo  rosso  attuale,  in realtà  dunque, modifica  gli articoli 56 e 57 della costituzione già modificati da una legge costituzionale del 1963 che fissava il numero  attuale dei parlamentari .

Nei primi tre passaggi alle Camere il Partito democratico si era espresso contro il taglio. Poi, al quarto e ultimo voto parlamentare, ha dato il via libera in cambio della promessa strappata al M5s dell’introduzione di  una serie di correttivi  per mitigare le distorsioni causate dalla riforma.

Di seguito al’approvazione della legge e prima della sua entrata in vigore  un gruppo  di parlamentari e non solo,  ha avanzato la richiesta  alla Corte costituzionale di esaminare il presunto conflitto istituzionale che la legge determinava . (2) Ne è venuto fuori il via libera da parte della Corte ad  un referendum  confermativo  che si  è limitato al solo quesito  del si e no al taglio del numero dei parlamentari . Un referendum  , utile  per  ritardare  l’eventuale  taglio di poltrone, come a qualcuno faceva comodo , ma soprattutto  per blindare i tempi della legislatura stessa ( perché alla pronuncia referendaria in caso di conferma del taglio dovrebbe seguire una legge elettorale  ) fino ad arrivare in qualche modo al semestre bianco, quello che precede l’elezione del Presidente della repubblica , periodo in cui non è possibile sciogliere ke Camere.  Il Covid e la pandemia che ne è seguita ha fatto il resto, a cominciare dall’ allungamento  tempi   entro i quali è stata fissata la consultazione fino  ad arrivare all’election day  del 20 e 21  settembre.

Completamente diversa e più articolata era stata la  legge   Boschi il cui  testo  di riforma costituzionale  era stato approvato dalla Camera dei Deputati il 12 aprile 2016 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016. Riforma del bicameralismo e del titolo V, promossa dal ministro Boschi, dell’allora governo presieduto  da Renzi ,  che  è stata tuttavia bocciata dal voto nel referendum che si è tenuto il 4 dicembre 2016. E che fa dire che l’attuale legge del taglio dei parlamentari , confermata questa volta dal voto referendario  favorevole  che siamo solo all’inizio di un cammino  di riforme che diversamente nella legge Boschi venivano già messe nero su bianco ed erano  diventate   legge.  (3)

Ora si parla con il risultato delle urne  di  una riforma storica  equivalente a quella del 1913  del suffragio universale  ma si è solo al principio. E’ il primo tassello di un mosaico da riempire  con una stagione di riforme che partendo  dalla Costituzione espanda la sua azione in molti altri settori della vita   del no0stro paese.  A cominciare dalla riforma della stessa legge elettorale  che garantisca  si la governabilità ma che non sacrifichi in nome di quest’ultima la rappresentanza.  Il No  che non ha vinto è stato comunque salutare anche alla stessa campagna  referendaria : si sono viste scomparire  le “ forbici “ ( un modo kitsch  di esprimere  una  esigenza ) e non si è più ascoltata la solita cantilena  su parlamentari nullafacenti,  e via dicendo  avvicinandosi  maggiormente alle motivazioni istituzionali . La vittoria del SI fa dire alle opposizioni che comunque questo Parlamento è ora delegittimato , ( per questo va sciolto ) e non potrà mai eleggere  il Presidente della Repubblica il cui mandato scade nel 2022  (4)

Certo è stato un referendum confermativo e per questo senza quorum. Se ci fosse stato, il NO avrebbe potuto cavalcare l’astensione  che con i dati  di affluenza che si sono registrati ,  avrebbe sicuramente vinto . Ed è stato un referendum che conferma una legge che oltre a modificare  gli assetti istituzionali con effetti ancora da misurare  pienamente,  conferma  l’ideologia anticasta ( visto la percentuale di sì che ha avuto) nella sua pretesa di rappresentare  l’unica soluzione percorribile  alla deriva oligarchica della  democrazia.

Una pretesa che andrebbe messa in discussione  non tanto perché non coglie  il problema ma perché  sbaglia la risposta . Il taglio dei parlamentari è la risposta sbagliata ad una domanda giusta.

Anche se Di Maio in prossimità dei risultati del referendum  ha avuto modo di dire che si torna ad un Parlamento normale  e che ciò non sarebbe mai accaduto senza il M5s .  Una rivendicazione forte che serve comunque ad oscurare   il pessimo risultato del Movimento  nella consultazione  .

Tanto da far pensare  che   l’apporto del M5s o è stato ininfluente o addirittura ha contribuito alla sconfitta del centro sinistra,  il che certamente crea un problema e palesa qualche incertezza su come si possa portare avanti , da parte della alleanza di  governo  che fa cilecca sul territorio  , una riforma costituzionale e  soprattutto di fronte al grande scenario della scelta dei progetti per il Recovery Fund  che determineranno le sorti di questo paese  e delle generazioni future nei prossimi decenni .Progetti che dovrebbero vedere in “prima fila azioni” ( una delle preminenze assolute  )  provvedimenti  e azioni  per l’aumento del tasso di occupazione almeno  di 10 punti  percentuali per arrivare alla media  europea del  73,2% contro il 63% dell’Italia. Un obiettivo di lungo termine  che tradotto in cifre equivale  ad un aumento di  3,5-4 milioni  di occupati. Una sfida che ha bisogno  del recupero innanzitutto del differenziale  negativo di 15 punti  relativo ai giovani della fascia  d’età tra i 15 e i 24 anni  che hanno un posto di lavoro. Insieme al gap  di 13,5 punti  relativo all’occupazione femminile  ( con un divario maggiore nel sud) e di 5,6 tra gli uomini .  Senza contare gli altri due assi della crescita  come la  transizione digitale  ( almeno il 20%  degli investimenti del Recovery Fund)  e la transizione climatica  (30% dei fondi ). Insomma uno scenario  quello dei Recovery Fund in cui la politica non dovrebbe guardare  solo al domani ma al futuro  con il coraggio di scontentare  qualcuno. Cosa che da tempo la politica non è più capace di fare perché il suo sguardo è sempre proteso alla “prossima elezione” in un paese in cui le elezioni si susseguono  continuamente .

A livello regionale il M5s , anche dopo molti anni della discesa in campo, non riesce a  costruire una classe dirigente  credibile restando solo un collettore di protesta e non andando oltre . Proprio laddove  occorre affrontare i problemi quotidiani dei cittadini e dove appunto andrebbe esplicata la “ buona politica” che va propugnando  quindi da tempo .

Il bilancio riferito all’espletamento  del voto è comunque positivo . La paura del covid sembrava  dovesse determinare l’affluenza. La tornata elettorale appena  espletata  è diventata la prima consultazione  dell’era covid ed è un bel segnale perché ,malgrado il paventato pericolo sanitario, è andata  in controtendenza all’assenteismo e alla disaffezione.  Il Ministro dell’Interno ha richiamato la complessità delle elezioni affermando che  la macchina dello Stato ha superato tutte le difficoltà  con un ringraziamento a tutti compreso anche il volontariato, soprattutto per la raccolta dei voti a domicilio per gli elettori in quarantena . Hanno funzionato dunque 61 mila sezione ordinarie, 200 sezione ospedaliere e seggi speciali con 3097 raccolte di  voto per coloro che erano in isolamento. Si è avviato un esperimento di ricerca di sedi   per i seggi ,diversi dagli   edifici  scolastici,  con la previsione che si possa evitare in futuro  l’uso degli edifici scolastici stessi  in toto per le consultazioni  elettorali.  Non hanno votato per le comunali  gli elettori iscritti n liste elettorali diverse dal  comune di  domicilio  ma hanno  potuto votare per referendum e regionali.

Quello che si evidenzia in modo forte  è  che  questo referendum  ha  evitato che  il taglio dei parlamentari  fosse solo  un taglio burocratico. C’è  ora anche  un pronunciamento popolare  e  forse sarà  utile tenerne conto  quando si andrà a  fare la legge elettorale . Che sembra  una legge  semplice da fare :  rimodula  i collegi  e la proporzionale e dai la possibilità di scegliere   i rappresentanti  . Si fa in un momento  se si vuole fare ma soprattutto si fa in  modo da  rispettare  il segnale che viene dalle urne. Ossia  la richiesta dei cittadini di contare nella scelta dei loro rappresentanti con il voto di preferenza.

Per Nicola Zingaretti, che molti definiscono il vincitore in questo momento,  si può dire che  ci sia stata una tenuta del suo  partito anche se innegabilmente  è  proprio il vincitore all’interno di quest’ultimo. Un Nicola Zingaretti che anche dove ha perduto  non lo ha fatto con  scarti abissali o maggioranze bulgare .   La vittoria del Si , come egli stesso ha detto, apre una stagione di  riforme  durante la quale  il Pd farà di tutto per rappresentare le preoccupazioni  rispetto alla legge elettorale e alla rappresentanza dei cittadini che hanno votato NO,  sostenendo quindi anche  le loro motivazioni  . Il SI è la garanzia che ora si apra il cantiere delle riforma che dovrà andare  avanti speditamente in un clima di  unità  costruttiva. .  E come ha più volte ripetuto fin dall’inizio dell’alleanza  in questo momento guarda al l’unità ,che  non è un rischio ma un’opportunità. Governare bene e unire le forze.

Per quanto riguarda invece  il voto regionale  alla fine la contesa è stata sulla Toscana. Una sfida che all’inizio sembrava  in ombra e sottotono  in quanto sembrava che ci dovesse essere  contesa  solo nelle Marche e nelle Puglie. In Toscana  il centro sinistra si presentava unito . Si facevano i conti su 7 a zero  e sul 4 a 3 ma poi ,più la campagna elettorale entrava nel vivo più si capiva che le sorti  della Toscana sarebbero state le sorti di Zingaretti.  Che doveva anche sostenere una contesa al  fioretto ,con  Matteo Salvini.  Una contesa finita tre a tre  con la riconferma dei governatori della Puglia e della Campania e con la vittoria del  centrosinistra in Toscana ; regione  che appunto come si diceva  sembrava dovesse essere espugnata  come segnale  per una spallata al governo . Con lo stesso copione visto  in occasione delle elezioni del governatore dell’Emilia Romagna. E come in Emilia  Romagna anche in Toscana il centro sinistra ha avuto una affermazione  che rappresenta un argine  alle richieste  di cambiamento  di governo del centrodestra e soprattutto alla politica  invasiva di Matteo Salvini  che ne ha fatto un punto decisivo,  trasformando un voto regionale in un voto sul Governo centrale.  Certo  da parte di Salvini  aver drammatizzato la questione in precedenza , spostando  lo scontro  sul voto regionale e personalizzando la campagna elettorale ,  probabilmente ha fatto si che  si chiudesse un occhio  su alcune vicende negative  in cui  è coinvolta la Lega   in questa fase e che ritorneranno sicuramente con forza per  determinare anche in quell’area della   vita politica del nostro paese, una sorta di resa dei conti .

La vittoria  nelle tre regioni  del centro sinistra che già le amministrava    rafforza il governo contro spallate e soprattutto  offre l’opportunità al segretario del PD  di  dire che la sua linea è comunque vincente . E se  mettiamo assieme i risultati di tutte le regioni  specialmente nel  centro e sud Italia possiamo dire che nel centro destra la  cabina di  regia Salvini / Meloni,in questa occasione , ha avuto un problemi  e qualcosa non ha funzionato . Una debolezza dei candidati  che avevano già avuto prove negative come Fitto e  Caldora e  una incertezza  la Ceccardi  come novità . Con la sottovalutazione delle  potenzialità  dei  governatori uscenti  che hanno vissuto  i problemi della  pandemia   al fianco dei loro elettori,  arrivando  anche a conflitti con il  governo centrale per salvaguardare  interessi di salute ed economici. Cosa che forse li ha favoriti ma sicuramente cosa che  è stato loro riconosciuta in senso positivo con il premio del voto .

Ma  a proposito  dei risultati del centro destra    non va comunque  sottovalutata la consistenza e le potenzialità di questa forza  ,malgrado si  affermi, alla luce dei risultati , una debacle del cosiddetto pericolo populista.   E’ vero  che dopo le elezioni  regionali in Umbria del 2019  si è arrestato  quella che sembrava una valanga irresistibile  da parte del centro destra. Rimane, malgrado tutto,quella del  centro destra,  una realtà complessa di cui tenere assolutamente conto . E comunque una forza politica ragguardevole. Non bisogna dimenticare che il centro destra amministra  quindici regioni su venti e che all’ultima tornata elettorale ne ha guadagnata  ancora una. Oltre ad amministrare centinaia di Comuni.  Un coalizione di centro destra dove la Lega ,alle ultime elezioni  politiche , è risultato  il secondo partito  per percentuali di voti  e dove ci sono  gruppi ed esponenti che potrebbero rappresentare,  per così dire, le istanze di una destra illuminata e tale da  poter  dar vita ad una alternanza di governo.   Che cosa sta succedendo allora  in questa compagine. O meglio, che cosa è successo in questa tornata elettorale ?  Sicuramente  , malgrado il clima  in qualche modo favorevole in realtà quello che non ha funzionato sono state  proprio  le candidature. Con altre candidature probabilmente la battaglia sarebbe stata  più combattuta e il centro destra avrebbe dimostrato tutta la sua vitalità che non è sicuramente  diminuita pur con  l’appannamento  della figura di Salvini  ( per comportamenti sbagliati,  scelte  inconsuete, inutili  faccia a faccia,spropositati conflitti  come quello per esempio innescato  su Emilia Romagna e Toscana ). Dal voto emerge una debolezza dei candidati  che avevano già avuto prove negative come  Fitto e Caldora e una nuova entrata incerta  come la Ceccardi  . E’ stata sottovalutata  la  potenzialità  di tutti i governatori uscenti che sono stati riconfermati . E la sorpresa  infine della tenuta della linea i Zingaretti che ha voluto questo governo  ,che ha creduto sull’alleanza, che ha fatto fare  sacrifici al PD . Un partito che anche con mugugni  ha dovuto accettare tutto quello che ha chiesto il M5s  compreso il si alla quarta votazione parlamentare  sul taglio dei parlamentari e il blocco del  Mes.

Un Nicola Zingaretti, come dicevamo   che anche dove ha perduto  non ha visto  scarti abissali o maggioranze bulgare .  Pur se   in definitiva poi   De Luca ed Emiliano hanno fatto da soli .Con un poco di  trasformismo meridionale ,perché in quelle liste di appoggio si trova di tutto , e slittando su problemi concreti delle due regioni i come per esempio ,ma solo per citarne  uno veramente  macroscopico  , l’Ilva di Taranto di cui in questa campagna elettorale si è parlato poco o niente .

Una tornata elettorale  con una grande tensione in Puglia  all’inizio  dello spoglio che faceva pensare  a un voto testa a testa   secondo  sondaggi che pronosticavano una forbice molto stretta e che  prevedevano  si ripetesse  il bis delle elezioni in cui Ventola  poi  vinse contro Fitto  con uno scarto minimo . Lo stesso Fitto oggi contrapposto a Emiliano.  Una tensione scioltasi  quasi subito  con  un distacco  via via sempre più incolmabile,  atteso che Emiliano  correva senza M5s e senza Italia dei valori  mentre  Raffaele Fitto aveva il centro  destra compatto

Il modello Puglia  che forse non riesce più a replicare  quella che venne definita  la “primavera pugliese  “ci dimostra  però in sostanza  che esistono due mondi diversi : gli zoccoli duri del PD e  del  M5s  che non accettano una fusione a freddo di questi due partiti ma che sanno  ragionare e in generale   contrastare i pericoli  della destra   .Giani  in Toscana ed  Emiliano in Puglia  non erano certamente il massimo di fronte ad elettori che piuttosto che veder vincere  Fitto  o la Ceccardi  li hanno votati  malgrado tutto .

Va comunque detto che  se il voto fosse andato in un altro modo, secondo quanto auspicato dal centro destra in modo da mettere   in discussione la cabina di regia  governativa;  se  Il PD avesse perso  probabilmente non avrebbe potuto tenere in piedi  una”fiction”  e una narrazione secondo la quale  il M5s è un alleato da tenere in conto , che questa alleanza e forma di governo è l’unica possibile . Avrebbe  probabilmente perso ogni speranza  di  tornare a chiedere   lo sblocco  del  Mes , la rimodulazione  dei  decreti sicurezza  , il cambiamento  di  alcuni assetti istituzionali come per esempio a cominciare  dalla presidenza della rai,per finire con  una legge elettorale di un certo tipo che oggi si potrebbe permettere di chiedere  con forza .

Ora  il punto politico di Zingaretti  sta proprio in questo ragionamento . Abbiamo vinto  ai voti, siamo più forti  nella coalizione e abbiamo un problema istituzionale  : 69 %  ai SI e   30 %  ai NO e il   NO  è più forte dove  è forte la sinistra .Se dovessimo andare ad elezioni anticipate sono il partito egemone e posso mettere insieme una coalizione. Una coalizi9one che confederando la sinistra  ( Renzi, Calenda ,Bonino ,Verdi )  otterrebbe  un premio di maggioranza così da governare secondo  la legge elettorale che riscuote più  gradimento  sul modello di quella tedesca .  Oggi  sono  nelle condizioni per fare una operazione politica del genere . Al termine della legislatura  chissà. Anche in presenza di chissà quale  nuova legge elettorale .  Quindi  sto in un governo che dia risposte secondo una nuova visione  e dentro un progetto complessivo di riforme che la concessione dei fondi del Recovery Fund e la stessa Europa chiedono e pretendono  o affronto una nuova strada.  Che detta in soldoni equivale  a prendere il potere nel partito, fare il congresso, farsi rieleggere  con piena legittimazione ,fare dunque  un  nuovo partito e  procedere alle elezioni anticipate da  questa posizione di forza  in una colazione a sinistra , che appunto avrebbe un premio di maggioranza .

Un’analisi questa appena riferita che   permette di  prendere in considerazione anche   la domanda che molti cittadini si fanno : ma se la posizi9one che scaturisce dalle  urne  è così ora più solida  , così  capace di dimostrare  la sua capacità di affrontare e risolvere problemi ,( sui quali l’alleato tergiversa )  allora perché non si va al voto , come molte volte è stato richiesto,e perché bisogna  aspettare la scadenza naturale della  legislatura.  . Un perché al quale forse  è difficile rispondere.

Il referendum   e l’enfatizzazione che se ne fa della vittoria  è servito probabilmente a coprire le difficoltà  del M5s. Loro ne sono, come afferma qualcuno,  i promotori  e contemporaneamente sono la dimostrazione del perché i cittadini hanno votato SI . Guardando alla voglia di potere di un movimento che  ora piuttosto  che commentare i risultati delle elezioni regionali, che è la vera prova  , tra l’altro  negativa per loro , si affrettano a intestarsi una vittoria. Senza riuscire a smentire  una narrazione del referendum  strumento  di lotta politica. In barba  alle salutari  riforme costituzionali  che non interessano  al   contrasto tra le anime del movimento, che si dibatte  nella  disparità e nella diversità  di linee che prima o poi arriveranno ad un conflitto determinante . Ma sono solo voci  .

Al di là di questa osservazione forse malevola infatti  il vero punto della situazione in questo momento  non è la vittoria al referendum o  il risultato della partita tra centrodestra e centrosinistra alle regionali con il  tre a tre ,ma  è la tenuta del governo non in termini di alleanza ma in termini  operativi che significa  l’uso dei fondi del Recovery Fund.  E’ questa la madre di tutte le questioni . E’ questo il punto decisivo di una pagina di storia del nostro paese.  Sull’uso di questi fondi il Presidente Conte ha  legato il destino del suo governo ,perché pur dichiarandosi per il si al referendum e pur sollecitando una coalizione delle forze di governo anche sul territorio non è andato oltre. Perché sa che tutto dipende da questa battaglia  che iniziata  in Europa, si  è trasferita  in Italia e ritornerà a breve sui tavoli di Bruxelles.  E dunque  il risultato di questa tornata elettorale ,il risultato di una certa consonanza  del voto parlamentare con quello popolare sul taglio dei parlamentari , il clima di  tranquillità sia all’interno del Pd che del M5s,  forze alleate a sostegno del governo ,permettono a Conte di  vedere  la sua compagine rafforzata  e capace di traghettare la legislatura  attuando  quel programma di iniziative e riforme che il Recovery Fund  impone  di   fare.

  Probabilmente Conte dovrebbe fare tesoro dell’esperienza  di governo fatta durante  la fase più acuta della pandemia con le opportune correzioni quando  attraverso una collaborazione con i territori  e le regioni , non a chiacchiere ma sulla base di provvedimenti concreti e atti amministrativi  sia del Governo che degli Enti locali , si è riuscito a  contrastare  e contenere il contagio e a tenere a galla un paese. Non sono state usate “slide”  ma sono state dispiegate ,in un certo modo tutte le forze in campo secondo priorità ,programmazione e buon senso.   Il modello è riproponibile ,integrazioni e correzioni comprese.

Questo significa  fare in modo che i progetti e le riforme risultino veramente produttivi per il destino di questo paese nei decenni a venire e in favore delle generazioni  future che si troveranno ad affrontare problemi  ben più gravi di una pandemia. Sul Recovery Fund  gli italiani giudicheranno il Governo Conte e le forze politiche che lo sostengono ,  e  giudicheranno la stessa  “ politica “alla quale confermando il taglio dei parlamentari hanno chiesto di emendarsi , di tornare a svolgere un ruolo  .  Questa del referendum e  delle elezioni regionali è una parentesi , forse significativa ma non decisiva.  Guai se allora il Governo, la politica ,  dovessero  fallire.  Ne andrebbe di mezzo non solo il destino delle forze che sorreggono questo governo  ma soprattutto il destino di questo paese. E gli italiani non lo perdonerebbero sicuramente.

 (1)https://www.internazionale.it/opinione/alessandro-calvi/2020/08/19/referendum-taglio-parlamentari?fbclid=IwAR0pgPapRZRAjm-Q6YEsbZKI_kSS-6AnwIqUMgoLTapDp-cC6wn6Dq4tZRU

(2) La Corte costituzionale ha esaminato il 12 agosto 2020 in camera di consiglio l’ammissibilità di quattro ricorsi per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato – sollevati dal Comitato promotore del referendum, dalla Regione Basilicata, dal senatore Gregorio De Falco e dall’Associazione +Europa – riguardanti, sotto vari profili, il taglio dei parlamentari nonché il relativo referendum costituzionale e le elezioni regionali, per i quali sono state fissate le date del 20 e 21 settembre ( election day). I quattro ricorsi sono stati dichiarati inammissibili. In particolare:

la Corte ha dichiarato inammissibile (ord. 195/2020) il conflitto sollevato dal Comitato promotore del referendum

sul testo di legge costituzionale riguardante il “taglio dei parlamentari” avente per oggetto l’abbinamento delle due votazioni, disposto dal decreto legge n. 26 del 2020 e dal DPR 17 luglio 2020. Il Comitato promotore non ha legittimazione soggettiva a sollevare questo conflitto dato che la Costituzione non gli attribuisce una funzione generale di tutela del miglior esercizio del diritto di voto da

parte dell’intero corpo elettorale;

con il conflitto promosso dall’Associazione +Europa, nella sua veste di partito politico, veniva contestata in particolare la previsione (contenuta nel DL n. 26 del 2020) che riduce a un terzo il numero minimo di sottoscrizioni richiesto per presentare liste e candidature nelle elezioni regionali. Secondo +Europa,

omettendo di prevedere, in favore dei partiti già presenti in Parlamento, una deroga all’obbligo della raccolta delle sottoscrizioni, il legislatore avrebbe leso le sue attribuzioni costituzionali in quanto partito politico. L’inammissibilità del conflitto (ord. 196/2020) deriva dal difetto di legittimazione della ricorrente in base alla costante giurisprudenza costituzionale che nega ai partiti politici la natura di potere dello Stato;

con riferimento al ricorso presentato dal senatore De Falco nei confronti del Senato, del Governo e del Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale (ord. 197/2020) ha ritenuto che esponesse, in modo confuso e incoerente, critiche alla legge elettorale, alla riforma costituzionale, all’accorpamento delle

consultazioni, all’utilizzo dei decreti legge e, infine, al procedimento di conversione in legge degli stessi,Riduzione del numero dei parlamentari

https://temi.camera.it/dossier/OCD18-12525/riduzione-del-numero-parlamentari-3.html

Riduzione del numero dei Parlamentari. Il testo di legge costituzionale e il referendum ex art. 138 della

Costituzione

https://temi.camera.it/dossier/OCD18-13956/riduzione-del-numero-parlamentari-testo-legge-costituzionale-e-referendum-ex-art-138-della-costituzione.html

sovrapponendo argomenti giuridico-costituzionali tra loro ben distinti. Inoltre, pur sostenendo la violazione di plurimi principi costituzionali inerenti sia il procedimento legislativo sia quello di revisione costituzionale, il ricorso non ha chiarito quali attribuzioni costituzionali del singolo parlamentare siano state in concreto lese nel corso di questi procedimenti. Perciò è stato giudicato inammissibile.

la Corte ha dichiarato inammissibile (ord. 198/2020) il ricorso proposto dalla Regione Basilicata con riferimento sia all’avvenuta approvazione definitiva, l’8 ottobre 2019 , del testo di legge costituzionale di modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione sulla riduzione del numero dei parlamentari, sia al

DPR del 17 luglio 2020 di indizione del referendum popolare confermativo. La Corte, in linea con la propria giurisprudenza, ha infatti escluso la legittimazione soggettiva degli enti territoriali, in generale, e della Regione, in particolare, perché non sono potere dello Stato ai sensi dell’articolo 134 della Costituzione

(3) https://www.altalex.com/documents/leggi/2016/04/13/riforma-costituzionale-il-testo

Netta riduzione dei senatori e cambio delle competenze. Ecco come sarà il nuovo Senato: rappresenterà le istituzioni territoriali, sarà composto da 100 membri e avrà compiti diversi dalla Camera dei deputati. Scompare la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Viene poi abolito il Cnel e arrivano i referendum propositivi. Sono queste le principali novità del ddl Boschi che modifica 36 articoli della Costituzione . Il Parlamento continua ad articolarsi in Camera dei deputati e Senato della Repubblica, ma i due organi hanno composizione diversa e funzioni differenti. Solo alla Camera, che rappresenta la Nazione e resta composta da 630 deputati, spetta la titolarità del rapporto di fiducia e la funzione di indirizzo politico, nonché il controllo dell’operato del governo. Il Senato rappresenta invece le istituzioni territoriali. La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti. Ai senatori resta l’immunità parlamentare come ai deputati. I nuovi senatori non riceveranno indennità se non quella che spetta loro in quanto sindaci o membri del consiglio regionale. L’indennità di un consigliere regionale non potrà superare quella attribuita ai sindaci dei comuni capoluogo di Regione. Resta l’indennità per i senatori a vita. Garantito anche ai senatori l’esercizio della funzione senza vincolo di mandato. Con la fine del bicameralismo la riforma costituzionale ridisegna le competenze delle due Camere.

(4) 1. Le disposizioni di cui agli articoli 56 e 57 della Costituzione, come  modificati  dagli  articoli  1  e  2   della   presente   legge costituzionale,  si  applicano  a  decorrere  dalla  data  del  primo scioglimento o della prima cessazione delle  Camere  successiva  alla data di entrata in  vigore  della  presente  legge  costituzionale  e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni  dalla  predetta data di entrata in vigore. (legge di riforma «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del

numero dei parlamentari». (19A06354) (GU Serie Generale n.240 del 12-10-2019)

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