LA “PESTE NERA” RICORDA UN PO’ IL COVID-19
Redazione- La “peste nera”, così impropriamente detta, fu una pandemia generatasi in Asia centrale e settentrionale durante gli anni trenta del XIV secolo. Si diffuse in Europa a partire dal 1346, dando origine alla cosiddetta seconda pandemia di peste.
Fu importata in Europa da navi genovesi di ritorno da Kaffa, dopo avere vinto una lunga guerra contro i Mongoli. L’epidemia fu causata da un batterio: Yersinia pestis, isolato nel 1894, che si trasmette generalmente dai ratti agli uomini attraverso le pulci. Sicché i topi, “salpati” con le navi genovesi di ritorno in Europa, contribuirono alla diffusione del contagio.
Kaffa era una fiorente città mercantile nella penisola di Crimea, sul Mar Nero, che i Genovesi avevano acquistato dal Gran Kahn nel 1266 per farne il centro amministrativo delle loro basi commerciali in tutta l’area asiatica. Infatti in quell’epoca il Mar Nero costituiva uno dei più importanti mercati di schiavi per l’Europa. Qualche tempo prima a Tana, altro centro commerciale sul Mar Nero, alla foce del fiume Don, era scoppiato un incidente sempre fra i mongoli e i mercanti genovesi. Le relazioni tra i genovesi e i mongoli non erano mai state cordiali e l’incidente di Tana fu il definitivo casus belli che scatenò orde di guerrieri mongoli sotto le mura di Kaffa, l’attuale Feodosiya in Ucraina.
Durante l’assedio i tartari cominciarono però a morire a centinaia, e non per la strenua difesa opposta dagli assediati quanto a causa di un terribile morbo sconosciuto, originato nella lontana Cina. L’epidemia, percorrendo le piste carovaniere che solcavano il cuore dell’Asia – come la Via della seta – propagò morte e desolazione nelle immense steppe.
Nel 1343 Il Khan dei Mongoli comandò un massiccio attacco delle truppe tartare contro Kaffa, ormai città genovese. L’assedio si concluse nel febbraio del 1344, con il bilancio di 15.000 Mongoli morti e con i sopravvissuti in fuga ad est.
Si narra che nel campo mongolo la terribile pestilenza scoppiata compromise le sorti dell’attacco e che gli stessi Mongoli, durante l’assedio della città di Kaffa, accortisi che i cadaveri putrefatti e maleodoranti erano pure infetti, li lanciarono con le catapulte contro il campo avverso genovese, dentro le mura di Kaffa, al fine di propagare il contagio e la morte fra i nemici vittoriosi.
Oggi quel lancio è considerato il primo atto di guerra batteriologica della storia umana. Molti storici si sono posti la domanda se i Mongoli fossero consapevoli della contagiosità di quei cadaveri. Certamente, pur non possedendo le conoscenze, i mezzi e gli strumenti scientifici di noi uomini del XXI° secolo, dovettero dedurne l’infettività attraverso l’osservazione e l’esperienza in campo. Fatto sta che la “peste nera” si diffuse in fasi successive dall’altopiano della Mongolia, prima attraverso la Cina e la Siria, e poi alla Turchia asiatica ed europea per raggiungere la Grecia, l’Egitto e la penisola balcanica. Nel 1347 arrivò in Sicilia e da lì a Genova. Nel 1348 aveva infettato la Svizzera, fatta eccezione del Cantone dei Grigioni, e tutta la penisola italica risparmiando parzialmente il territorio del Ducato di Milano. Dalla Svizzera il contagio si allargò quindi alla Francia e alla Spagna. Nel 1349 raggiunse l’Inghilterra, la Scozia e l’Irlanda. Nel 1353, dopo aver infettato tutta l’Europa, i focolai della malattia si ridussero fino a scomparire. Secondo studi moderni la “peste nera” uccise allora almeno un terzo della popolazione del continente europeo, provocando verosimilmente quasi 20 milioni di vittime.
L’’infezione sostenuta da Yersinia pestis, se non trattata adeguatamente (e nel XIV secolo non era conosciuto alcun modo per farlo) risulta letale dal 50% alla quasi totalità dei casi, a seconda della forma con cui il contagio si manifesta: bubbonica, setticemica o polmonare.
Oltre alle devastanti conseguenze demografiche, l’epidemia ebbe un forte impatto sulla società del tempo. La popolazione in cerca di spiegazioni e rimedi arrivò talvolta a ritenere responsabili del contagio gli ebrei, dando luogo a persecuzioni e uccisioni. Questi ultimi vennero accusati dalla popolazione di diffondere l’epidemia tanto che dovette intervenire Papa Clemente VI, il quale «interpose a loro difesa la sua autorità pontificia e, con bolla del 4 luglio 1348, vietò di ascrivere agli ebrei delitti immaginari o toccarne vita o sostanze prima di sentenza del legittimo giudice».
Precedentemente i Papi avevano dovuto affrontare varie epidemie. Tre i casi più noti nella storia: due si erano verificati a Roma e uno ad Avignone. Nel corso del lontano 590 Roma era piegata da una violentissima pestilenza, nota come la peste di Giustiniano. Tra le tante vittime vi fu anche Papa Pelagio I. Il suo successore, Gregorio Magno, convocò una processione per chiedere l’intervento divino e la fine della peste. Si narra che nel corso della cerimonia apparve sulla cima dell’allora Mole di Adriano, oggi Castel Sant’Angelo, l’Arcangelo Michele nell’atto di rinfoderare la spada, segno della fine della pestilenza, che, per l’appunto, terminò.
Nel 1656 un’altra violenta epidemia di peste scoppiò a Roma. Alessandro VII era Papa da un anno e si prodigò con tutte le sue forze per arginare il contagio. Al fine di evitare il diffondersi del morbo, egli chiuse le porte della città e persino la chiesa di Santa Maria in Portico dove i romani accorrevano numerosi perché nel luogo di culto – che all’epoca era situato là dove ora sorge il palazzo dell’Anagrafe – era conservata l’immagine della Santa.
La Chiesa, del resto, si è confrontata con le pandemie nei suoi due secoli di storia. Tutti ricordiamo l’immagine di Papa Francesco che nel marzo del 2020 a piedi attraversava via del Corso, a Roma, praticamente deserta, per entrare a pregare nella chiesa di San Marcello e
chiedere la fine della pandemia da Covid-19 che sta affliggendo l’Italia e tutto il pianeta tuttora.
Nel passato, dinanzi all’avanzare delle pestilenze, molti attribuirono l’epidemia alla volontà di Dio tanto che di conseguenza nacquero diversi movimenti religiosi, tra cui uno dei più celebri fu quello dei flagellanti.
Anche la cultura fu notevolmente influenzata dai contagi. Si pensi a Giovanni Boccaccio, il quale utilizzò come narratori del suo Decameron dieci giovani fiorentini fuggiti dalla loro città appestata. Nelle rappresentazioni artistiche dei secoli successivi il soggetto della “danza macabra“ fu un tema ricorrente.
Terminata la grande epidemia, la peste continuò a flagellare la popolazione europea, seppur con minor intensità, a cadenza quasi costante nei secoli successivi. La storia dell’uomo è costellata da testimonianze su pestilenze che hanno attaccato e decimato popolazioni intere. Lo storico Tucidide descrisse alla fine del V secolo a.C. la peste di Atene. Nella Guerra del Peloponneso egli descrive la pestilenza che colpì Atene negli anni della guerra contro Sparta (431-404 a.C.) e la peste che, si presume, contribuì a causarne la sconfitta.
Oltre a Tucidide, molti altri scrittori antichi descrissero le epidemie: Galeno, Ippocrate, Platone, Aristotele, Rufo di Efeso. Medici come Ippocrate e Galeno affermavano che la causa era da trovarsi nei “miasmi” dell’aria, veleni atmosferici che compromettevano l’equilibrio dell’organismo secondo la teoria umorale. Nessuno, tuttavia, mancando di nozioni di epidemiologia, riconobbe la contagiosità tra esseri umani.
Nel 541 d.C. Costantinopoli fu duramente colpita dalla cosiddetta peste di Giustiniano, raccontata con dovizia di particolari dallo storico Procopio di Cesarea. La peste di Giustiniano, dopo aver ucciso circa il 40% della popolazione della capitale bizantina, si propagò a ondate per tutta l’area mediterranea fino all’anno 750 circa e causò circa 100 milioni di morti, arrivando pertanto a essere considerata la prima vera pandemia della storia. Quando la pestilenza arrivò a Roma nel 590, la tradizione tramanda che fosse fermata grazie alla processione penitenziale voluta da papa Gregorio I, durante la quale apparve l’arcangelo Michele, come già descritto.
Neanche il mondo musulmano fu risparmiato: a partire dall’Egira si conoscono almeno cinque pestilenze: la “peste di Shirawayh” (627-628), la “peste di ‘Amwas” (638-639), la “peste violenta” (688-689), la “peste delle vergini” (706) e la “peste dei notabili” (716-717).
Che dire poi delle grandi pestilenze narrate nella Bibbia. In Deuteronomio 32.23-24 si legge «accumulerò sopra di loro i malanni; le mie frecce esaurirò contro di loro. Saranno estenuati dalla fame, divorati dalla febbre e da peste dolorosa».
Dunque gli uomini del XIV secolo erano ben consci del concetto di epidemia, sebbene non possedessero conoscenze né sulla prevenzione, né sui metodi di cura. Erano consapevoli dell’esistenza di altre malattie epidemiche come il vaiolo o il morbillo, tuttavia, poiché chi sopravviveva a tali condizioni risultava immune per il resto della vita, ritenevano che le epidemie riguardassero esclusivamente i bambini. Inoltre non erano a conoscenza della possibilità di contagio tra uomini, ignorando il concetto di trasmissibilità delle malattie.
Il termine peste (dal latino pestis, “distruzione, rovina, epidemia”) indicava nel Medioevo molte malattie caratterizzate da alta mortalità e diffusione quali: il colera, il morbillo o il vaiolo. Nel Trecento l’espressione peste nera nacque dall’osservazione dei sintomi che l’epidemia provocava sulle persone, come la comparsa di macchie scure e livide di origine emorragica che si manifestavano sulla cute e sulle mucose dei malati. I contemporanei solitamente si riferirono a tale pandemia come febris pestilentialis, infirmitas pestifera, morbus pestiferus, morbus pestilentialis, mortalistas pestis o semplicemente pestilentia. Gli autori coevi al morbo utilizzarono anche i termini “grande peste” e “grande pestilenza”.
L’epidemia della metà del Trecento è nota anche con l’epiteto di Morte nera (dal latino mors nigra). Il termine venne utilizzato per la prima volta nel 1350 da Simon de Covino (o Couvin), astronomo belga, autore del De judicio Solis in convivio Saturni, componimento in cui egli ipotizzò che il morbo fosse l’esito di una congiunzione astrale tra Saturno e Giove.
Una delle cause principali della diffusione della peste nera fu la ripresa degli scambi commerciali del XIII secolo. Infatti fra il X secolo e gli inizi del XIV si assistette in Europa a una lenta ma costante crescita della popolazione, che arrivò a raddoppiare in Francia e in Italia e addirittura a triplicare in Germania. La crescita demografica fu favorita dalla stabilizzazione delle strutture politiche, che comportò maggior sicurezza, e da un periodo di clima mite, conosciuto come periodo caldo medievale. L’economia prosperò. Dopo diversi secoli le vie di comunicazione tornarono a essere mantenute in efficienza e così gli scambi commerciali fiorirono spingendosi fin verso il Mar Nero e l’impero Bizantino. All’inizio del Trecento molte città europee contavano oltre 10.000 abitanti, alcune arrivarono ad averne di più. Ad esempio in Italia Milano contava una popolazione di circa 150.000 persone, Venezia e Firenze 100.000.
Purtroppo successivamente l’alternanza del periodo caldo medievale con la piccola era glaciale e il generale peggioramento del clima (con abbondanti piogge che mandarono in rovina molti raccolti e aumentarono l’estensione delle paludi esistenti) causarono gravi carestie nel corso del XIV secolo. Sicché al fine di provvedere alla sempre maggior richiesta di cereali, alimento base della dieta dell’epoca, si estesero i terreni coltivati e si introdussero migliorie nelle tecniche agricole, come la rotazione triennale e nuovi attrezzi. La situazione peggiorò con la Guerra dei Cento anni, scoppiata fra il regno di Francia e il regno d’Inghilterra, allorquando molti contadini si riversarono nelle città alla ricerca di sussistenza, determinando insediamenti urbani sovrappopolati in condizioni igieniche precarie, con cumuli di rifiuti per strada e rifiuti organici versati direttamente in strada da finestre e balconi, data l’assenza di fognature. In tale putrido contesto, nell’ottobre 1347, la “peste bubbonica” o “peste nera”, già comparsa nei porti del mar Mediterraneo, trovò le condizioni ideali per scatenare una pandemia.
Un Cronista svedese scrisse in un’annotazione locale: «Le campane non suonavano più e nessuno piangeva. L’unica cosa che si faceva era aspettare la morte, chi, ormai pazzo, guardando fisso nel vuoto, chi
sgranando il rosario, altri abbandonandosi ai vizi peggiori. Molti dicevano: “È la fine del mondo!”»

Buongiorno Gabriella, complimenti per ciò che hai scritto sulla peste, argomento molto interessante anche per il momento storico che stiamo vivendo.
Un caro saluto!
Amanda