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LA LANTERNA DI SOCRATE

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Redazione- «Sarà la tua lanterna, Socrate, la tua filosofia/la via d’ uscita in questo ginepraio» canta Francesco De Gregori in Sei mai stata sulla luna?, canzone utilizzata in chiusura del film omonimo diretto nel 2015 da Paolo Genovese. Dunque «la via d’uscita» rispetto a tutte le contraddizioni del presente è affidata alla «lanterna» degli intellettuali. E’ giusto ricordare che nella storia della filosofia il filosofo della «lanterna» è Diogene di Sinope (il cinico) che se ne andava in giro, con questa «lanterna», cercando l’uomo. Ma ogni lanterna è bella a mamma sua: nel senso che ogni «lanterna» può essere utile al filosofo, al letterato, all’uomo di cultura per rendere chiaro e dipanare il «ginepraio» costituito da tutto il malessere e tutto il benessere che abbiamo di fronte. Costituito da quell’enorme magma nel quale, oggi, si installano componenti economiche, politiche, afferenti al Biopotere, antropologiche, sociali, umane, umanitarie, biologiche, eccetera. Che cos’è dunque questa «lanterna»? E quale è oggi «il ruolo dell’intellettuale»? La «lanterna» è un «mezzo». Dice il Vocabolario Treccani alla voce «lanterna»: «Apparecchio d’illuminazione, portatile o fissato a un sostegno, costituito da una gabbia metallica di forma circolare o prismatica con pareti di vetro, entro cui è una sorgente luminosa, che una volta era una lampada a fiamma (di qui la caratteristica copertura a comignolo, per fare uscire il fumo) e che oggi è generalmente una lampada elettrica». La «lanterna» è dunque un «mezzo» per «illuminare». Al pari del Secolo dei «Lumi» (XVIII sec.) ci vorrebbe quindi oggi un nuovo «illuminismo»? O, forse, la «lanterna» di Socrate è diversa da quella di Diderot e D’Alambert? L’intellettuale si trova in mano questa sua «lanterna» per illuminare tutte le regioni recondite del «ginepraio» che abbiamo davanti. Xenofobia, razzismo, nuovi populismi, disoccupazione, nuove diseguaglianze, società delle reti telematiche, società dello spettacolo … Kant, nel breve scritto Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? in apertura scrive: «L’illuminismo è l’uscita dell’essere umano dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità. Se la sua causa non dipende da un effetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! Questo dunque è il motto dell’illuminismo». Nell’ipotesi che gli intellettuali odierni (della società, come dice brillantemente Umberto Eco, del «tutto fa brodo»: nozione che ricalca l’anything goes dell’epistemologo Paul Feyerabend. Società che non ha più punti di riferimento e diversità e per la quale «tutto fa brodo»: un uomo che fa vedere le foto del suo colon su Internet e un premio Nobel per la medicina che ha speso cinquant’anni della sua vita nel duro lavoro di laboratorio…) siano «illuministi» che cosa essi dovrebbero fare? Dire a tutte le persone di questa società liquida e nella quale è finito per sempre il concetto di sociale (Alain Touraine) sostituito da quello dell’individualità: di avere il coraggio di usare la propria intelligenza! In questa ipotesi la parola definitiva sembra essere «coraggio». Lo stesso del titano Prometeo che ruba le tecniche e il fuoco agli dei per darli agli uomini. Lo stesso che raccomandava Nanni Moretti nel suo film Aprile. Ad uno dei suoi operatori che stava inquadrando Umberto Bossi e gli chiedeva «poi» cosa avrebbe dovuto fare Moretti rispondeva «E poi osa. Osa stilisticamente». Dunque in questo primo caso di intellettuali illuministi si avrebbe una «tensione essenziale» (Thomas S. Kuhn) che verterebbe, attraverso la «lanterna», sull’avere coraggio, sull’osare, sull’arrischiare. Del resto Ulrich Beck non ci aveva avvertiti già negli anni Ottanta che questa è «la società del rischio»? La «lanterna» illuminista ha portato a un primo risultato che dovrebbe sciogliere l’intrico del «ginepraio». Ma «Socrate grida domande per strada/ e il beato Angelico dipinge muri di periferia» canta sempre De Gregori nel pezzo L’aggettivo mitico contenuto nell’album Amore nel pomeriggio del 2001. La seconda strada di questi nostri postmoderni intellettuali è quella prettamente socratica della dialettica. Andare in giro, attraverso la «lanterna» del dialogo socratico, a risvegliare le coscienze. Ecco che il «ginepraio» è dipanato: avere coraggio e prendere coscienza dei problemi. Non abbiamo fatto il superuomo (Friedrich Nietzsche) ma quantomeno. grazie agli intellettuali, abbiamo fatto l’uomo. Un uomo adatto per questa tarda postmodernità oramai, grazie a Maurizio Ferraris, completamente Nuovo Realista. Ecco il terzo elemento socratico di De Gregori che ci arriva tramite Eraclito. Nel brano L’infinito contenuto nell’album Per brevità chiamato artista del 2008 in apertura De Gregori canta: «Lascia che cada il foglio/ dove sta scritto il nome/ non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume». E poi De Gregori continua: «E’ un riflesso sull’acqua/ una bolla di sapone/ e alla fine del libro non c’è spiegazione». Il «divenire» di Eraclito non può essere «spiegato». Emanuele Severino diceva che la legna diventa cenere e non c’è niente da fare. Infatti De Gregori nella stessa canzone (che viaggia sulla falsariga della poesia L’infinito di Giacomo Leopardi) afferma: «Il tempo non esiste». Nel fluire di merci, cose e persone, nelle dinamiche della dromoscopia (studiata fra gli altri di Paul Virilio), nei grandi flussi di capitali che percorrono il Pianeta da Nord a Sud, nella velocità elevatissima su cui viaggiano le autostrade informatiche dei nostri giorni: niente sembra avere un senso. Bisogna solo, attraverso la «lanterna», lasciare cadere «il foglio». Ovvero, direbbe Socrate (letto attraverso Eraclito): smetterla di cercare «spiegazioni» e fare come la rivista «Alphabeta 2» che si autoproclamava ai tempi della sua uscita «rivista d’intervento». Gli intellettuali devono rischiarare il viluppo del «ginepraio» e «intervenire» concretamente per sciogliere i problemi. Le persone comuni a questo punto dovrebbero ammassarsi alla «luce della lanterna». Stare a sentire gli intellettuali che se no sarebbero tante Cassandre o Grilli parlanti di collodiana memoria. In una «Bustina di Minerva» (uscita sull’ «Espresso») di qualche anno fa Umberto Eco diceva che quando la casa brucia, compito degli intellettuali è chiamare i pompieri. Quindi non intervenire. Liquidità dentro liquidità. Mentre Antonio Tabucchi gli faceva notare che sarebbe necessario accendere «Un fiammifero Minerva». Illuminare, fare luce, restituire chiarezza al buio: ecco quel «mezzo» potentissimo che è la «lanterna» permette di fare un po’ di pulizia di alcuni luoghi comuni e di alcune cose che si sono andate solidificando nel tempo. Il coraggio, l’intervento, il restituire una coscienza: le persone dovrebbero prendere atto che solo gli intellettuali possono fare luce nella società attuale. E, nello stesso tempo, gli intellettuali devono prendere atto che la loro «lanterna» è sacra. Fiat lux. La «luce della conoscenza» diceva il film  di Peter Weir L’attimo fuggente del 1989. La luce è composta di onde insieme alle particelle dice la fisica del XXI secolo. L’ultima parola spetta al poeta. «Ma sedendo e mirando interminati/ Spazi di la da quella, e sovrumani/ silenzi, e profondissima quiete/ io nel pensier mi fingo». Anche l’intellettuale e anche chi non è intellettuale «nel pensier» si finge! Che vuol dire? Che c’è un «infinito» che è lo stesso per tutti: il segreto delle nostre vite private, delle nostre emozioni più intime, delle nostre esperienze di vita. E questo «infinito» noi dobbiamo tutelare e «illuminare» con la «lanterna» affinché il «ginepraio» non ci avvolga definitivamente coi suoi rami. All’intellettuale spetta il compito – piccolo se vogliamo – di «dare una mano». Se si considera tutto il bene e tutto il male che c’è dentro questo «ginepraio» (tutte le nostre vite per come sono, tutte le nostre vite per come dovrebbero essere, tutto il senso del nostro stesso stare al mondo in questo momento) allora il nostro «cuore»

per un attimo si smarrisce e «io nel pensier mi fingo»! 

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