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GIOSUE’ CARDUCCI (PRIMA PARTE)

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Redazione- A Bologna, per le sue posizioni politiche, venne minacciato di trasferimento a Napoli, a insegnarvi latino, dal Ministro della Pubblica Istruzione.

Quando giunse la grande ora, il 16 febbraio 1907, a pochi giorni dal premio Nobel che ne aveva consacrato la vita e l’operosità, Giosuè poteva ancora infondere, anche nel silenzio della morte, un insegnamento imperituro.

Sulle pagine del «Corriere della Sera» del 19 febbraio, Ugo Ojetti rifletteva, in un suo Esame di coscienza, sull’eredità lasciata da quel vecchio vulnerato dal male ma non mai domato dalla sofferenza, mai sopraffatto nello spirito libero. Pareva, ad Ojetti, che dalla pace estrema di quel corpo venisse «un puro e sommo insegnamento di vita», che così suonava: “Siate sinceri, con semplicità, contro tutti, contro voi stessi, anche contro di me”.

E aggiungeva parole che lasciano ancora risuonare, una per una, le lezioni di vero di Giosuè Carducci:

«Noi viviamo in un tempo d’accomodamenti così graziosi, di silenzii così prudenti, di pause così puntuali, di combinazioni così sottili, d’educazione così squisita, che la maggior difficoltà nel commercio con gli uomini non è di cattivarsene i favori, ma di capirne il pensiero e la coscienza.

Nessuno è nemico di nessuno. Tutti per qualche verso ci compatiamo. […]. Tutt’è buono, tutt’è bello e perciò anche tutt’è lecito. Le ribellioni sono giudicate prima di cattivo gusto, poi dannose per i ribelli, incomode per gli spettatori dattorno. Tutt’i pagamenti si fanno in moneta spicciola: i grandi valori non hanno corso».

Tratteremo di Giosuè Carducci, del poeta giambico e barbaro, dell’erudito inappuntabile, dell’insegnante carismatico e, come lui stesso si definiva del conservatore sovversivo, ma più di ogni altra cosa parleremo della sua avventura umana. Per la presentazione del grande Poeta lasceremo ai suoi scritti, alle sue lettere di raccontarcelo:

Dalla lettera di Carducci ad Angelo De Gubernatis del 14 gennaio 1877:

Nacqui il 27 Luglio 1835 in Valdicastello di Versilia.

A tre anni lasciai la patria, e fui sotterrato

nelle maremme pisane. A otto anni cominciai a studiar

latino. M’insegnava mio padre. L’applicazione

assidua su gli autori latini a cui mi costringeva fu

quella che in seguito mi fece riuscir qualche cosa nelle

scuole di Firenze. A 12 anni spiegavo Virgilio e, sapevo a

mente i primi 4 libri delle Metamorfosi. Le febbri

maremmane che a 70 anni vennero a visitarmi e

mi tennero compagnia per due annate in sempre più

m’infervorarono alla lettura di cui ero passionatissimo.

Da bambino leggevo e leggevo, con un fervore

con cui non ho mai letto romanzi, Ia Iliade tradotta da

Monti e l’Eneíde dal Caro. A 13 anni avevo letto questi

due poemi 4 volte, e 3 volte il Tasso. L’Ariosto, da

bambino non potetti mai leggerlo. Ma Ia rabbia con

cui leggevo Omero, Virgilio e [iI] Tasso è inesplicabile.

Fin quando la febbre mi ardeva tutto, io volevo il Tasso

e i miei delirj eran sempre di battaglie.

A 11 anni presi I’Alighieri, lessi in un giorno (e mi

ricordo era una domenica d’estate) tutto I’Inferno. Intesi

poco, ma quella dura e muscolosa espression di

verso mi rapiva. Il Purgatorio e il Paradiso però non

Ii lessi. .Con più avidità leggevo storie di qualunque

genere si fossero e, la Storia universale del Cantù, che

ora leggo tanto malvolontieri, era allora Ia mia prediletta…

Al fine, le storie romane e quella a me direttissima,

la Disfida di Barletta,

e le poesie di Berchet che io sapevo tutte a mente a 11 anni

mi avevan pieno del furore della libertà.

Per cui io disposi, e me ne ricorderò sempre,

fra i miei fratelli e in pochi compagni una Repubblica,

e si faceva magistrati e monete di carta

ed avevamo scelto le nostre province

fra quei boschi di maremma, e tutto con nomi classici,

Arconti, Consoli, mine, talenti,

comizi, province galliche, province libiche, colonie.

E combattevamo spesso con sassi e bastoni,

gli uni Romani, Galli e Africani gli altri,

gli uni Ghibellini, gli altri Guelfi;

ed io volevo essere sempre romano o guelfo.

Al fine vennero le convulsioni politiche del ‘46 e ‘47.

Il furore dell’entusiasmo era veramente inesplicabile

in un fanciullo di 13 anni.

Ma io, sempre più infervorato

dalla lettura della rivoluzione francese,

sognavo le repubbliche, e fui ritrosissimo ad applaudire Principi

e fui il primo a maledirli.

Nella primavera del ‘48 passai da Bolgheri a Castagneto.

Dunque fin da bambino Carducci si infiammò di amore per i classici e per la repubblica, a cui si votò coinvolgendo chi incontrava, i suoi studenti, ad esempio.

L’insegnamento, per Carducci, sempre fu cosa sacra, da esercitare non solo con amore e con zelo, ma con la coscienza che quel particolare officio era l’espressione di un dovere, il compimento quotidiano di una missione enunciata da Massimo d’Azeglio nel detto celeberrimo secondo il quale, fatta l’Italia, restavano da fare gli Italiani. A questo Carducci dedicò la propria esistenza, non con proclami enunciati in aula, ma con l’educazione agli studi severi, impartita prima a se stesso e poi agli scolari.

Quando arrivò a Bologna, il 10 novembre 1860, Carducci trovò una città moderna, “stupenda”. Più di ogni altra – più di Pistoia o Firenze, di San Miniato o Pisa – Bologna offriva al giovane professore le giuste opportunità per il perfezionamento dell’uomo e del cittadino, dell’educatore e del poeta.

Dalla lettera di Carducci alla moglie Elvira, 11 novembre 1860

Mia cara Elvira,

dopo lungo o noioso viaggio, in piedi a soffrire più del caldo che non del freddo, giunsi ieri sera in questa città. A compagni di viaggio avevo una vecchia, e due mogli di ufficiali, una delle quali aveva tre bambine. Desinai alla Porretta verso il tocco. Gli Appennini sono coperti di neve e molto belli. E a pochi passi da Pistoia fino a poche miglia da Bologna, è tutta montagna.

Questa città della quale stamane ho girato gran parte col Teza, mi piace molto; ed è magnifica. Poco lusso nelle case e poco nell’esterno: città seria. Della casa è impossibile che mi occupi oggi, perché non usa metterci l’appigionasi, e per trovarla, mi dicono, bisogna avere conoscenze e non ostante essere difficilissimo. Cominciate a sentire quanto ci vorrà al trasporto della roba, perché io temo sia una cosa ben seria. Nessuno de’ professori che son venuti da fuora ha portato la mobilia. Guardate di fare un barroccio solo, non vi sopraccaricate di roba inutile. Non crediate che sia un viaggio dei soliti in Toscana. Perché entri tutto in un barroccio potreste vuotare i sacconi. Credo che gran parte della roba vi si fracasserà tutta. Certo è che i prezzi delle case quanto dei viveri quaggiù sono molto alti a cagione della guarnigione che vi è moltissima. Domani andrò a dare il giuramento, all’Università, che ho già visto, ed è molto bella.

Dopo la nomina all’Università di Bologna il giovane professore si trasferisce, con la madre e con la moglie, Elvira e Beatrice, nella città che più di ogni altra avrebbe amato e nella quale avrebbe vissuto, come scriverà ad Adriano Lemmi molti anni più tardi, “la vita vera”. Per Carducci inizia così una nuova stagione, ove, con crescente autorevolezza, si afferma il suo ruolo di poeta, di educatore e costruttore, non in senso metaforico, dell’identità nazionale.

Nel frattempo, amicizie e affetti si intrecciavano agli studi e alla passione politica, si ché di questa e di quelli sostenevano lo slancio e ne rendevano il fervore con una nota di schietta umanità. Come scriverà un giorno a Giuseppe Chiarini da via Broccaindosso: “Salutami l’Enrichetta, e i bambini. Io ho un orto, e il mio studio c’è sopra, e i bambini ci sono”.

Nel maggio del 1860, Mille giovani patrioti guidati dal Generale Garibaldi compirono la grande impresa. Anche Giosuè partecipò alla lotta, impugnando la più efficace delle sue armi: la poesia.

Ma al poeta sarebbe sempre restato un rimpianto: «Oh se le sventure non coglievano la mia famiglia anzi tempo, ed avessi potuto fare anch’io qualche cosa (e non solo scribacchiare!) sarei stato più contento più gioioso e anche avrei potuto far meglio in letteratura; perché la vita vien solamente dall’opera, dall’opera ardente e dal pericolo e dal contrasto. In questa vita che meno ora tutto è gelo, gelo la cattedra, e gelo l’uditorio, gelo io stesso. Al diavolo!» Tra i più intimi amici di Giosuè, Ferdinando Cristiani che fu, tra l’altro, volontario tra i garibaldini.

FONTI: CARDUCCI, VITA E LETTERATURA. DOCUMENTI, TESTIMONIANZE, IMMAGINI

A cura di Marco VEGLIA – Casa Carducci Bologna – Casa Ed. Rocco Carabba

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