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COME DILAPIDARE UN PATRIMONIO SENZA RIMORSI (PRIMA PARTE)

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Redazione- Era il 2 dicembre 1991 quando il prof Fernando Aiuti, virologo,  baciava  durante un convegno sull’HIV , che flagellava inesorabilmente centinaia di vite, alla Fiera campionaria di  Cagliari,  Rosaria Iardino, 25 anni, sieropositiva da sette. Con un gesto che voleva dire  nell’ Italia inizio anni  Novanta  che le epidemie  non solo sono un evento virale  ma rivelano e condizionano la società.

Stiamo sprecando quel bacio  , oggi specialmente  in tempo di contagio  da coronavirus quando  il bacio è assolutamente negato, vietato . Un bacio che infetta, un bacio che trasmette  un essere vitale , anzi mortale in questo momento che però non può e non sa vivere da se stesso e nel suo egoismo vitale ci induce a negare quello che di più sacro possiamo avere  e dare: un bacio. Il bacio della madre al suo bambino , un bacio tra innamorati, un bacio di benvenuto o di commiato. Insomma una manifestazione  del  cuore  dentro gesti di prossimità, di vicinanza, di accoglienza.

Quella società in cui il prof Aiuti  baciava una donna  sieropositiva  ha pagato nel nostro paese  al l’infezione virale di Aids  un tributo di 44 mila morti prima che  non si riuscisse a convivere con la malattia   (1) .  Nel  2009, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stimava  che vi fossero  33,4 milioni di persone nel mondo che vivevano  con l’HIV/AIDS, con 2,7 milioni di nuove infezioni HIV all’anno e 2,0 milioni di decessi annuali a causa di AIDS.  Nel 2018 , dieci anni dopo I dati dell’UNAIDS  (2)   sull’epidemia di HIV e AIDS, stimano che a fronte di 37,9 milioni di persone che vivono con il virus, nel 2018 ci siano state 1,7 milioni di nuove diagnosi. I dati riportati dall’UNAIDS riferiscono che delle 37,9 milioni di persone che vivono con l’infezione da HIV nel 2018, 36,2 milioni sono adulti e 1,7 milioni sono bambini con meno di 15 anni. (3)

 Oggi probabilmente ci manca quel bacio  , che era come abbiamo detto una espressione, di resistenza e resilienza. La stessa resistenza e resilienza  che occorre mettere in atto per questa pandemia da coronavirus. Ci manca  quel bacio perché , dentro la paura che stiamo attraversando ci portiamo dietro l’incapacità di accogliere con un bacio gli altri, quelli che ci stanno vicini ma  anche quelli lontani . Il bacio non è più un simbolo  in questa pandemia come lo fu  per la lotta all’infezione da  HIV . Il simbolo  che sembra rappresentare questa emergenza, è duro dirlo , in negativo , sembra essere lo spreco. . Un vocabolo che abbiamo sentito nominare per primo da Papa Francesco che  ha esortato  nei i mesi appena trascorsi  a non sprecare.  E sarebbe grave “sprecare “ questa esperienza.  Sarebbe grave ,come però sta avvenendo di sprecare il “tempo2, quello che abbiamo comprato a  grande prezzo durante il look down di marzo aprile  e che continuiamo a comprare in queste settimane di chiusure più o meno colorate.  Il tempo , quello che ci serve per arrivare magari ad un vaccino  o a terapie  più efficaci lo stiamo pagando a caro presso . Non va sprecato . Evitare di sprecare significa dunque  trasformare un simbolo negativo  “lo spreco” in uno positivo “la lotta allo spreco “. Il simbolo di questa pandemia potrebbe essere dunque la “ lotta allo spreco “.

Cambiare prospettiva  allora  dallo spreco alla lotta allo spreco .  Ed è quello che alcuni  operatori sanitari  stanno tentando di dire con una relazione (4) che  esaminiamo  di seguito . Senza però prima ricordare    brevemente la condizione di un paese inerte e confuso di fronte alla necessità di ridisegnare  la quotidianità e tutto quello che si riferisce alle regole di questa quotidianità  . Un paese che si spacca continuamente  tra i pro e i contro , tra consensi e dissensi  nei confronti di decisioni di contrasto al contagio   con modalità che  rasentano momenti di ribellione, anche violenta delle piazze in uno scenario che appunto, come dicevamo  ha sprecato e dilapidato quella che era  la forza e la virtù di comportamenti messi in atto nella precedente esperienza.

Non è una colpa ammalarsi  , non ci sono untori  di manzoniana memoria  e non c’è da sentirsi impotenti, con una doppia colpevolizzazione  di fronte alle morti che il contagio produce .  Occorre  smontare la colpa  e farla diventare un simbolo positivo flettendola  alla solidarietà che riesce non solo ad alleviare la colpa( perché  non c’è colpa ad ammalarsi ) ma a  costruire una barriera di protezione  perché i miei comportamenti non siano causa di infezione  , non  favoriscano il contagio  ,non   minimizzino il pericolo reale .

Solidarietà che  vuole anche dire condividere slanci ,  affermazioni  di un destino comune  inteso come “fratellanza” che è  conquista più importante  tra “ libertà” e “ uguaglianza”, parole a loro volta simboli di una rivoluzione di non molto tempo fa, si fa per dire , che ha cambiato “ qualcosa” nel mondo .  Ma forse nemmeno la fratellanza è il simbolo adatto perché passate le cantate condominiali , le esecuzioni di musica sui balconi,  terrazzi e sui tetti delle case  è tornato uno scenario preoccupante di  imbarbarimento e di integralismo  , seppure ancora mascherato dal prolungarsi di certe code per così dire di finta solidarietà.

C’è speranza di evitare  lo sperpero frettoloso  di esperienza e di memoria  in un momento storico in cui c’è tanto da raccontare  ?

 “È dunque riesplosa la pandemia da Covid 19. I sacrifici degli italiani, reclusi per 2 mesi fra marzo e aprile, sono stati gettati alle ortiche.” Esordisce così una relazione, forse un manifesto  intitolato :”Covid .Un’operazione verità è necessaria “ firmato da alcuni virologi, economisti, giuristi ( (5 )  che appunto tenta di  evitare lo sperpero frettoloso di quella esperienza . Un’operazione verità perché abbiamo raccontato  il coronavirus per aneddoti e lo stiamo guardando dallo specchietto retrovisore anziché  con il cannocchiale. Perché  afferma la relazione  che stiamo esaminando , in Italia sono stati prodotti diversi studi e documenti che in tempi utili indicavano ai decisori politici quel che stava effettivamente accadendo, e la strada da imboccare per evitare di ritornare in una situazione drammatica quale quella sperimentata nella prima parte dell’anno. Perché sostenere l’economia e tutelare la salute non sono due obiettivi inconciliabili, ma due processi strettamente interdipendenti:l’economia funziona solo se la gente non ha paura, e la gente non ha paura solo se l’epidemia è sotto controllo. La situazione di panico generalizzato che, al di là delle chiusure più o meno severe e più o meno tempestive, sta investendo gli italiani in questi giorni, è il frutto amaro degli errori e delle omissioni dei mesi estivi, quando molto si poteva fare e poco è stato fatto.

E continua la relazione : a chi spetta controllare la pandemia? “Occorre fare chiarezza sulle competenze. L’art. 117, comma 2, lettera q della Costituzione attribuisce la competenza esclusiva in materia di profilassi internazionale allo Stato. Per “profilassi” si intendono le norme e i provvedimenti che si devono adottare per la difesa contro determinate malattie, specialmente infettive. “Internazionale” allude ai provvedimenti che riguardano malattie che vanno oltre i confini nazionali e che dunque presuppongono un concerto con altre nazioni. L’articolo 117 comma 3 attribuisce poi allo Stato la competenza concorrente in materia di tutela della salute. Ciò significa che allo Stato spetta la definizione delle norme generali e per conseguenza, in termini amministrativi, il coordinamento dell’azione delle istituzioni regionali a tutela della salute. Lo Stato ha in altre parole anche il compito di garantire la efficacia della azione amministrativa in suddetta materia. L’articolo 120 comma 2 riserva inoltre al Governo il compito di sostituirsi agli organi regionali e comunali laddove lo esiga la tutela della incolumità e della sicurezza pubblica. Allo Stato spetta infine in via esclusiva, ex art. 117 comma 2 lettera r, il coordinamento informativo, statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale, e locale.”

In realtàva ricordato a questo punto dell’esame della relazione  che  l’art. 11 della legge 23 dicembre 1978, n. 833  “Istituzione del servizio sanitario nazionale” afferma : “Le regioni esercitano le funzioni legislative in materia di assistenza sanitaria ed ospedaliera nel rispetto dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato ed esercitano le funzioni amministrative proprie o loro delegate. Le leggi regionali devono in particolare conformarsi ai seguenti principi:
a) coordinare l’intervento sanitario con gli interventi negli altri settori economici, sociali e di organizzazione del territorio di competenza delle regioni;
b) unificare l’organizzazione sanitaria su base territoriale e funzionale adeguando la normativa alle esigenze delle singole situazioni regionali;
c) assicurare la corrispondenza tra costi dei servizi e relativi benefici. Le regioni svolgono la loro attività secondo il metodo della programmazione pluriennale e della più ampia partecipazione democratica, in armonia con le rispettive norme statutarie. A tal fine, nell’ambito dei programmi regionali di sviluppo, predispongono piani sanitari regionali, previa consultazione degli enti locali, delle università presenti nel territorio regionale, delle organizzazioni maggiormente rappresentative delle forze sociali e degli operatori della sanità, nonché degli organi della sanità militare territoriale competenti. Con questi ultimi le regioni possono concordare:
a) l’uso delle strutture ospedaliere militari in favore delle popolazioni civili nei casi di calamità, epidemie e per altri scopi che si ritengano necessari;
b) l’uso dei servizi di prevenzione delle unità sanitarie locali al fine di contribuire al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie dei militari. Le regioni, sentiti i comuni interessati, determinano gli ambiti territoriali delle unità sanitarie locali, che debbono coincidere con gli ambiti territoriali di gestione dei servizi sociali. All’atto della determinazione degli ambiti di cui al comma precedente, le regioni provvedono altresì ad adeguare la delimitazione dei distretti scolastici e di altre unità di servizio in modo che essi, di regola, coincidano.

E quindi alla luce di queste semplici indicazioni è possibile determinare e capire quello che si poteva, si doveva fare e che in realtà non è stato fatto . La  relazione fa un elenco di inadempienze in dieci punti .

Il primo punto si riferisce ai tamponi . “Il 5 maggio Lettera 150 lanciò un appello per aumentare il numero di tamponi, ma la promessa governativa di farne molti di più non ha avuto alcun seguito (anzi, al 5 di agosto, ossia dopo 3 mesi dall’appello, i tamponi risultavano addirittura diminuiti di circa il 15%). In compenso i cittadini che li debbono fare sono costretti spesso a file interminabili e i risultati arrivano dopo diversi giorni. I centri diagnostici privati sono stati coinvolti tardi, in modo parziale e ancora non in tutte le regioni. È di ieri  (26 ottobre 2020  ndr)   la sentenza del Tar Lazio che condanna la Regione a consentire l’effettuazione di tamponi molecolari ai centri privati.” Secondo l’AGI infatti : “Il Tar del Lazio ha annullato l’ordinanza del presidente della Regione del 6 marzo scorso, e gli atti conseguenti, con cui erano state adottate previsioni relative all’esecuzione di esami molecolari per la ricerca del virus, istituendo la rete pubblica di laboratori CoroNET-Lazio. Lo ha deciso la terza sezione quater del Tar, accogliendo, con una sentenza depositata ieri, un ricorso di Artemisia Spa, rete di centri privati della Capitale. I giudici amministrativi hanno, in particolare, ritenuto “fondata” la questione esposta col primo motivo di ricorso secondo cui “non c’è ragione sanitaria alcuna per cui non debba essere svolto da più soggetti possibili, senza che ciò determini una sottrazione di risorse pubbliche (nè finanziarie, nè materiali), il solo esame diagnostico che al momento consente di individuare i soggetti infetti e di applicare quindi quei protocolli di tracciamento e isolamento che sono l’unica vera alternativa al confinamento generalizzato”.

“Il 20 agosto il prof. Andrea Crisanti aveva inviato al Governo un piano che considerava necessario realizzare 400.000 tamponi al giorno per prevenire il diffondersi del virus. Nel piano si prevedeva che il Governo aggiungesse, alle potenzialità delle Regioni, 20 laboratori fissi, uno per regione, e 20 laboratori mobili. Nulla di questo è stato realizzato.”

“Uno studio dei professori Francesco Curcio e Paolo Gasparini, per Lettera 150,reso pubblico il 19 maggio dal Corriere della Sera, aveva previsto un concreto modello organizzativo per realizzare circa 1.3 milioni di tamponi al giorno. Una capacità così ampia di fare tamponi rallenterebbe ancora oggi il diffondersi dell’epidemia. I costi sono compatibili: un tampone rapido costa circa 4 euro. Del resto nella città cinese di Qingdao su una popolazione di 9 milioni di abitanti, si sono fatti oltre 3 milioni di tamponi in un solo giorno, come riporta l’agenzia Agi il 13 ottobre.”

Per la questione  tamponi va detto per quanto riguarda il Lazio come si legge su Domani  del  20 ottobre 2020  che “La Regione Lazio prima ha cercato di escludere i privati dalla gestione del tracciamento dei contagi, concentrando l’esame dei tamponi sulle strutture pubbliche o assimilate della rete Coronet.   Poi ha prima fissato delle regole, sulla base delle quali molti laboratori si sono attivati per testare i potenziali positivi, poi le ha cambiate in corsa.  Il risultato è che il sistema si è bloccato, ha generato ritardi e il tracciamento dell’epidemia in quella che oggi è una delle regioni più colpite si è bloccato proprio quando sarebbe servito di più.  “

Più in generale va tenuto presente che la questione è   una questione complessa e articolata sulla quale la scienza  e gli stessi operatori  hanno avuto a disposizione varie tecniche a cominciare da  quella   che  cerca il materiale genetico del virus ,per passare a quella che  cerca gli anticorpi che l’organismo produce come reazione al virus. Fino ad arrivare ad una terza via : la ricerca delle proteine che compongono la “capsula” virale. Questa tecnica è già in uso in alcuni campi. Ad esempio nei test HIV di ultima generazione si ricerca anche la proteina P24. Con una ricerca combinata anticorpi + proteine si migliorano le performance del test nelle primissime fasi, quando gli anticorpi sono ancora deboli. Questi test prendono il nome di test Antigenici. (6)

Ma in definitiva  le scene a cui si assiste in questi giorni per effettuare tamponi  derivano  dal fatto che parallelamente ai  nuovi contagi, aumentano anche i test effettuati in Italia per individuare i positivi. La media italiana di tamponi attualmente è di 2 test ogni mille abitanti. La Francia è a 2,1. Fanno meglio dell’Italia in Europa anche Belgio, Portogallo, Finlandia e, soprattutto, il Regno Unito con 3,3 tamponi ogni mille persone. Più basso, invece, il conteggio per la Germania che, con meno positivi, ha messo in moto 1,8 test ogni mille abitanti, secondo lo European Centre for Disease Prevention. il vero problema è il tempo di chiamata da parte delle ASL per effettuare il tampone e il tempo di risposta  per avere il risultato. Cosa che dipende dal fatto che questo sistema, come quello dei tracciamenti è andato in tilt a causa della   stragrande  quantità di  persone  che si rivolgono alla struttura sanitaria per avere  anche una rassicurazione in presenza di  sintomi  che potrebbero essere investigati per esempio dai  medici di base, anche con l’effettuazione di tamponi o test rapidi senza ricorrere alla struttura pubblica che spesso, insieme a quella privata, a cui demanda una collaborazione in questo settore, non ce la fa. Si parla di un protocollo di intesa che consenta  per esempio l’effettuazione di tamponi rapidi nelle farmacie  e quindi del superamento di un regio decreto del 1934 che  vieta ogni pratica medica nelle farmacie .

IL secondo punto si riferisce alla scuola : “Alla ripresa di settembre la maggior parte delle scuole non è in grado di ridurre il numero di alunni per classe (come avvenuto in molti paesi europei), né di garantire la misurazione della febbre, né di gestire i sospetti positivi. Non è nemmeno previsto l’obbligo delle mascherine chirurgiche in classe. I ragazzi arrivano a scuola ammassati sui bus, perché –non essendo stata rafforzata la rete dei trasporti locali – nessuno si preoccupa di far rispettare la (blanda) regola che mporrebbe di non occupare più dell’80% dei posti.”

Qui si è detto e si è fatto di tutto ma alla didattica a distanza si è dovuto ricorrere ancora. Buona prassi sarebbe stata nei mesi estivi preparare gli insegnanti  a questo compito. Evitare il balletto dei banchi  e attuare il distanziamento veramente riducendo  il numero degli alunni in ogni classe. Sia attraverso  l’assunzione di nuovi insegnanti , sia attraverso la  individuazione alternativa agli attuali edifici scolastici dove tenere lezione.  Si  sono avanzate le proposte più  fantasiose possibili senza vedere al di là del proprio naso.  Esistono edifici  inutilizzati  di proprietà di enti statali e di enti locali , alcuni dei quali in buono stato , dismessi  da quella miriade di attività  che gli enti locali conducono , che  per una  riutilizzazione  immediata  potevano  giovarsi deii  fondi  spesi per i banchi . Custodi, bidelli , e altro personale per una conduzione di locali che nel pomeriggio e nei giorni festivi potevano essere utilizzati dalla comunità locale per attività culturali e di associazionismo ,potevano essere trovati tra pensionati, volontari delle varie associazioni.  La legge del terzo settore che garantisce la sussidiarietà  secondo la costituzione  consente oggi, dopo  la sentenza del marzo scorso  della Corte costituzionale consente una  coprogrammazione e cogestione  di  alcuni progetti tra  ente locali ed associazionismo. Questo sarebbe stato un caso in cui esercitare proficuamente questa nuova normativa .. Niente di tutto questo .

(continua )

(1) I dati sulle nuove diagnosi di infezione da HIV e dei casi di Aids in Italia al 31 dicembre 2018 sono pubblicati sul Notiziario Istisan volume 32 – n. 10 ottobre 2019 redatto con il contributo di alcuni componenti del Comitato Tecnico Sanitario del Ministero della Salute e i referenti della Direzione Generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della salute. Nel 2018, sono state riportate, entro il 31 maggio 2019, 2.847 nuove diagnosi di infezione da HIV pari a 4,7 nuovi casi per 100.000 residenti.

L’Italia, in termini di incidenza delle nuove diagnosi HIV, si colloca lievemente al di sotto della media dei Paesi dell’Unione Europea (5,1 casi per 100.000 residenti).

L’incidenza (casi/popolazione) delle nuove diagnosi di HIV è diminuita lievemente tra il 2012 e il 2015, mostrando un andamento pressoché stabile dal 2015 al 2017, mentre nel 2018 è stata http://www.salute.gov.it/portale/news/p3_2_1_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=notizie&p=dalministero&id=3963osservata un’evidente diminuzione dei casi in tutte le regioni.

(2) EpiCentro – nato nel 2000 sotto la guida del già Laboratorio di Epidemiologia e Biostatistica (LEB) dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) – è uno strumento di lavoro per gli operatori di sanità pubblica, prodotto per migliorare l’accesso all’informazione epidemiologica, nell’ambito del servizio sanitario, tramite l’uso della rete internet. Alla sua realizzazione partecipano i reparti dell’ISS, in stretto collegamento con le Regioni, le Aziende sanitarie, gli istituti di ricerca, le associazioni di epidemiologia, i singoli operatori della sanità pubblica. Attualmente, EpiCentro  è coordinato scientificamente dal Centro Nazionale per la Prevenzione delle malattie e la Promozione della Salute (CNAPPS) dell’ISS. Dal punto di vista redazionale, il sito si avvale del contributo dell’agenzia di giornalismo scientifico Zadig.

(3)Il numero delle nuove diagnosi è diminuito nel tempo passando dal picco del 1997 con 2,9 milioni di nuove infezioni a 2,1 milioni nel 2010 fino a raggiungere 1,7 milioni nel 2018. Ogni settimana vengono diagnosticate circa 6000 nuove infezioni da HIV tra giovani donne (15-24 anni); tra gli adolescenti dei Paesi dell’Africa Sub-Sahariana 4 nuove diagnosi su 5 riguardano ragazze (15-19 anni).  Alla fine di giugno 2019, 24,5 milioni di persone con l’HIV hanno avuto accesso alle terapie antiretrovirali (nel 2010 7,7 milioni). Nel 2018 circa l’82% delle donne in gravidanza ha avuto accesso alle terapie antiretrovirali per prevenire la trasmissione del virus al nascituro. Il numero di decessi per anno continua a diminuire, principalmente per effetto delle terapie antiretrovirali combinate, passando da 1,7 milioni nel 2004 a 770.000 nel 2018 con una riduzione superiore al 56%.

 (4) Un documento intitolato  :”Covid .Un’operazione verità è necessaria “ firmato da alcuni virologi, economisti, giuristi

 (5) Nicola Casagli, ordinario di Geologia applicata, Università di Firenze; presidente OGS, Trieste.

Pierluigi Contucci, ordinario di Fisica matematica, Università di Bologna.

Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia; direttore del dipartimento di Medicina molecolare, Università di Padova.

Paolo Gasparini, ordinario di Genetica medica, Università di Trieste; direttore del Dipartimento di Genetica medica ospedale Burlo, Trieste.

Francesco Manfredi, ordinario di Economia aziendale; prorettore Lum, Jean Monnet, Bari.

Giovanni Orsina, ordinario di Storia contemporanea; direttore School of Government Luiss.

Luca Ricolfi, ordinario di Analisi dei dati, Università di Torino; presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume.

Stefano Ruffo, ordinario di Fisica della materia; presidente SISSA Trieste.

Giuseppe Valditara, ordinario di Diritto privato e pubblico romano, Università di Torino; coordinatore Lettera 150.

Claudio Zucchelli, presidente aggiunto onorario del Consiglio di Stato.

(6) https://www.editorialedomani.it/politica/italia/cos-le-delibere-della-regione-lazio-di-zingaretti-hanno-generato-il-caos-tamponi-kzmb8a4i

 

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