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DECLINO DEMOGRAFICO E SPOPOLAMENTO : UN DESTINO ?

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Redazione- Declino demografico e spopolamento : un destino inevitabile ? Forse ma non è detto fino in fondo .Per molti paesi sarà necessaria l’immigrazione e il multiculturalismo per sopravvivere tra qualche decennio ma per altri non è detto che questo avvenga necessariamente .

Qualcuno afferma che 7 miliardi di persone sul pianeta terra sia un bell’affollamento e che il peso di questi miliardi di individui si faccia sentire eccome e che desti comunque delle preoccupazioni sotto molti aspetti. E che quindi la preoccupazione che si possa andare nel breve volgere di alcuni decenni ad uno spopolamento è una preoccupazione molto lontana in questo momento in cui appunto ci si dibatte in problematiche di sopravvivenza non solo intricate ma piene di pericoli .

La bomba demografica si fermerà intorno ai 10-11 miliardi di individui, dicono le stime. Poi i numeri diminuiranno in modo inesorabile, con tutte le conseguenze di un mondo abitato da anziani.

Lo scrivono nero su bianco Darrell Bricker e John Ibbitson in “Pianeta vuoto. Siamo troppi o troppo pochi?”, di Add editore, 2020 “….Il grande avvenimento che definirà il XXI secolo – uno dei grandi eventi che segneranno la storia dell’umanità – si verificherà tra circa tre decenni, quando la popolazione mondiale inizierà a ridursi e, una volta innescato, questo processo non si fermerà. La sfida che ci troviamo di fronte non è quella di un’esplosione ma di un declino demografico, un calo implacabile, generazione dopo generazione, della popolazione umana. Niente del genere è mai accaduto prima d’ora.” (…) Non c’è da stupirsi che questa sia una notizia scioccante. Le Nazioni Unite prevedono che nel XXI secolo la popolazione passerà da sette a undici miliardi, per poi stabilizzarsi a partire dal 2100. Ma sempre più demografi in tutto il mondo considerano le stime dell’Onu di gran lunga troppo elevate. Secondo i loro calcoli è più probabile che la popolazione planetaria raggiungerà un picco di circa nove miliardi tra il 2040 e il 2060, e da lì inizierà a ridursi. Forse, anche in quel caso come per il «bambino numero sette miliardi», le Nazioni Unite individueranno la morte che darà il via a questa decrescita. Resta il fatto che alla fine di questo secolo potremmo ritrovarci esattamente dove siamo ora, e continuare a calare (1)

Per combattere lo spopolamento, i Paesi dovranno abbracciare sia l’immigrazione sia il multiculturalismo. E se la prima appare difficile, per alcuni il secondo potrebbe rivelarsi addirittura impossibile. Anche se parlando del nostro paese probabilmente la sua cultura e la sua storia molto deve proprio al multiculturalismo e alle immigrazioni che nei secoli hanno alimentato la vita sociale ed economica .Un esempio ne è il lungo periodo della dominazione romana che dopo aver ridotto i popoli autoctoni delle regioni a sudditi ne ha poi valorizzato le potenzialità attraverso gli scambi e la annessione più che la sottoposizione. Un lavoro di integrazione che la civiltà romana è riuscita a fare in tutti i continenti e grazie alla quale ha avuto un lunghissimo periodo di affermazione.

Molti studi si sono occupati dello spopolamento individuando cause naturali e cause geopolitiche. Per quanto riguarda il nostro paese si parla di spopolamento dei comuni montani, di spopolamento per la fuga dei giovani da alcuni territori , dello spopolamento delle zone agricole. Per quanto riguarda lo spopolamento in regioni di altri continenti si parla di problemi climatici, siccità, surriscaldamento , mancanza d’acqua o deviazione di corsi d’acqua , guerre ,desertificazione.

Alcuni degli argomenti che riferiamo di seguito sono suggeriti dalle ricerche e dagli studi di Legambiente che a questo tema, come dalle indicazioni in nota ha dedicato uno studio specifico e approfondito .

Quindi in tema di spopolamento va detto che episodi storici di declino della popolazione umana a breve termine sono stati comuni e sono stati causati da diversi fattori. Gli alti tassi di mortalità per malattie tra cui la peste nera che spopolò l’Europa nel XIV e XVII secolo , le malattie importate nelle Americhe dai Conquistadores , l’influenza spagnola dopo la prima guerra mondiale, l’epidemia di AIDS nella popolazione di alcuni stati africani . Le carestie come quella in Irlanda nel XIX secolo. Le guerre come l’invasione mongola dell’Europa nel XIII secolo che potrebbe aver ridotto la popolazione dell’Ungheria del 20-40%: La migrazione forzata del popolo siriano per un conflitto che dura tutt’oggi . Anche ai genocidi va data parte della responsabilità di alcuni spopolamenti come il genocidio armeno , con 1,5 milioni di morti ,l’olocausto del popolo ebreo con 6 milioni di morti le esecuzioni dei Khmer rossi della popolazione della Cambogia negli anni Settanta .

Fino a ricordare qui il fenomeno dello spopolamento delle Grandi Pianure degli Stati Uniti d’America che dette vita ad un processo di migrazione della popolazione dalle aree rurali delle Grandi pianure degli Stati Uniti d’America alle aree urbane delle coste ovest ed est. Questo fenomeno è comune in molte aree degli Stati Uniti come in quelle di molti Paesi industrializzati o in via di industrializzazione ma si è rivelato estremamente pronunciato nell’area delle Grandi pianure dove molte contee hanno in pochi decenni perduto più del 60% della loro popolazione. Lo spopolamento cominciò nei primi anni del ‘900, si incrementò negli anni ’30 con la grande depressione e, contemporaneamente, con una serie di anni estremamente siccitosi, e proseguì per tutto il secolo fino al recente censimento del 2010.

In termini più generali rispetto proprio alla vita del nostro pianeta ,nonostante questi shock demografici causati dai motivi che abbiamo sopra riferiti, dopo una crescita lenta ,circa 0,04% l’anno , durata dalla comparsa dell’uomo sulla terra ( 10 mila a.C.) fino all’età moderna circa il 1700 ,da questo secolo , a seguito della spinta della produttività , si è registrato una crescita di circa lo 0,6% annuale . Malthus che aveva ipotizzato, per le condizioni precedenti condizioni etichettate come “ trappola malthusiana” parla per l’evoluzione che la situazione ha avuto negli ultimi secoli di “ sovrappopolazione “

Va anche detto però che effetti di una popolazione in declino possono essere positivi. L’unico miglior indicatore del successo economico è la crescita del PIL pro capite, non il PIL totale. Il PIL pro capite (noto anche come PIL pro capite ) è un indicatore approssimativo del tenore di vita medio. Un paese può sia aumentare il suo tenore di vita medio sia aumentare il PIL totale anche se la sua crescita demografica è bassa o addirittura negativa. Le economie del Giappone e della Germania andate in ripresa nel periodo in cui la loro popolazione ha cominciato a diminuire (2003-2006).

Ma possono essere anche fortemente negativi. Come per esempio la pressione sulla forza lavoro, l’impossibilità di assistere condizioni come quella degli anziani, del fine vita, un calo delle innovazioni che sono frutto del lavoro dei giovani

Spopolamenti, cali demografici possono essere causati anche da problematiche di trasformazione delle regioni del mondo a causa di shock climatici. Troppo spesso si parla di profughi o di rifugiati ambientali come se fossero solo numeri e rappresentassero con cattiveria e volontà negativa un pericolo per noi e per gli altri. Invece sono persone, e dietro quei numeri , c’è una vera disperazione . E il numero delle persone costrette a lasciare i loro territori , perché resi invivibili dalle conseguenze dei mutamenti climatici e vanno visti non dal punto di vista della paura di una invasione del proprio spazio ma di tanta sofferenza e povertà che lì dove sono crea disperazione “ (2)

In Italia lo spopolamento si rivela nell’invecchiamento della popolazione i cui effetti, si traducono in condizioni e situazioni sia positive che negative. Cambiano le abitudini e i consumi e in ultima analisi per la capacità di crescita dell’economia italiana e la tenuta del sistema paese sia come capacità produttiva che come welfare.

Si comincia a parlare di crisi demografica in Italia già negli anni Novanta. In quegli anni il numero di nati vivi era sceso dai 917.000 del 1970 ai 526.000 del 1995. Tuttavia, nel quindicennio successivo vi era stato un leggero recupero con un aumento del numero di nascite fino a 576.000 nel 2008, con un contributo fornito sia dall’aumento del tasso di fertilità delle donne italiane che dall’aumento delle nascite di figli di immigrati. Gli effetti delle crisi finanziarie ed economiche del 2008-2013 hanno tuttavia portato a un nuovo crollo della natalità fino a 440.000 nati nel 2018, a fronte di 633.000 morti nello stesso anno in Italia.

L’aumento dell’aspettativa di vita è continuato negli ultimi anni malgrado singoli anni nei quali è calata (in presenza di alcune estati eccezionalmente calde che hanno accresciuto la mortalità). Per le donne si è passati da un’aspettativa di vita alla nascita di 50,8 anni nel 1921 a 72,3 anni nel 1961, 82,8 nel 2001 e 84,9 nel 2017; per gli uomini l’aspettativa di vita era di 49,3 anni nel 1921, 67,2 nel 1961, 77 nel 2001 e 80,6 nel 2017. Al 1° gennaio 2019 vi erano oltre 14.000 ultracentenari in Italia, facendo dell’Italia (secondo dati Istat) il paese più longevo d’Europa. I residenti di 65 anni ed oltre erano il 18,7% della popolazione nel 2002, il 22,8% nel 2019 e saranno il 33,9% nel 2050, secondo lo scenario centrale delle previsioni dell’Istat.

Questi numeri hanno determinato un impatto a breve periodo sul sistema sanitario e sulla spesa di accadimento e a lungo periodo con una rivoluzione nel consumo/ risparmio immobiliare : la casa è stata sempre ritenuto un bene rifugio fino alla crisi del 2008. Eppure il settore immobiliare è quello che ha subito il ridimensionamento più forte dal 2008 al 2014 (circa -50% per la produzione nel settore edilizio rispetto al -20% della produzione industriale, secondo dati Istat). Le ragioni di questo crollo nei consumi immobiliari sono molteplici ma, oltre alle questioni fiscali e regolatorie, sono predominanti quelle legate all’invecchiamento, allo spopolamento e al rapporto tra generazioni.(3)

La retorica delle “ondate”, dell’“invasione”, della “sostituzione etnica” adoperata ciclicamente nella descrizione dei flussi migratori diretti verso l’Europa cela una realtà molto diversa e più complessa. A dicembre 2018, i dati UNHCR parlano di 68,5 milioni di persone in tutto il mondo costrette a fuggire dal proprio Paese, un numero mai così alto. Di queste, circa 25,4 milioni sono rifugiati, più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. Alla stessa data, sommando gli arrivi via mare e via terra, il dato è che, del fragore di questa marea umana, in Europa è arrivata appena una debole eco: 113.539 persone, di cui 22.927 in Italia. (4)

Dunque come scrive Andrea Gandini il 30 marzo 2019 “Uno spettro si aggira per l’Europa, anzi due”: il declino demografico e l’immigrazione. Due fenomeni che fanno paura ma, se ben governati, possono portare a nuovo sviluppo e, paradossalmente l’uno (immigrazione) è la soluzione dell’altro (spopolamento).
Le persone nel mondo sono sempre più mobili: i viaggiatori hanno superato 1,2 miliardi all’anno. Le spese per i trasporti degli italiani sono raddoppiate in 50 anni e sono prossime a quelle per alimenti e bevande. L’aeroporto di Bologna ha un traffico passeggeri doppio del valore del Pil dell’economia della città, è cresciuto anche negli anni della grande crisi e dal 2019 allargherà la pista e attiverà una navetta (people mover) per la stazione ferroviaria. Insomma, muoversi è diventato importante quanto mangiare. E tra qualche anno le spese per trasporti supereranno quelle per l’alimentazione. Si muovono innanzitutto i più ricchi e i cittadini dei paesi ricchi, e non solo per viaggi, ma come residenza: basti pensare che nel biennio 2017 e 2018 300mila italiani si sono trasferiti all’estero (più del il doppio dei 119mila immigrati sbarcati nel 2017).(…) Il Regno Unito, la Germania, la stessa Polonia e l’Ungheria, proprio come l’Italia, non hanno alcun futuro senza immigrazione. Nell’ipotesi (teorica) di bloccare ogni immigrazione le nazioni si troverebbero in pochi anni in recessione dovendo poi tagliare pensioni, welfare e diritti creando un caos sociale.
Occorre quindi organizzare flussi regolari di immigrazione finalizzati alle professioni di cui abbiamo bisogno, con selezioni che favoriscano coloro che hanno i titoli, la conoscenza della lingua, privilegiando le famiglie sul modello del Canada. Per i rifugiati andrebbero rafforzati i ‘corridoi umanitari’, inventati, peraltro, dagli italiani.
Ciò dovrebbe azzerare il traffico di essere umani. Sarà forse impossibile impedire completamente una modesta immigrazione illegale, ma è questo un prezzo da pagare finché non si aiuteranno in modo consistente i paesi Africani. Si consideri che il piano Marshall americano del dopoguerra che aiutò tutta l’Europa fu pari a circa l’1,2% del Pil Usa all’anno e durò 4 anni: 88% furono aiuti e solo 12% prestiti. Il 70% dell’aiuto venne dagli Usa, 12% da Canada, 7,7% dall’America Latina, altri con 6,2%. Una notevole distanza dall’aiuto attuale dell’Italia alla cooperazione internazionale che è pari allo 0,3% del Pil annuo” (5)

Ma per parlare ancora di casa nostra che è la realtà più vicina e più immediata, senza trascurare evidenze internazionali ( come abbiamo fatto in queste riflessione) che comunque hanno e vranno delle ripercussioni anche sulla nostra vita, ecco alcuni numeri preoccupanti sullo spopolamento dell’Appennino e dell’Appennino abruzzese e aquilano .

In cinque anni, dal 1° gennaio 2015 al primo gennaio 2020 116 piccoli paesi di montagna, più di un terzo di tutti i comuni abruzzesi, hanno perso 6.448 abitanti, passando da 98.435 a 91.947. Numeri che indicano una flessione demografica del 6,6%, ben superiore alla media regionale che è del -1,94%, visto che i residenti sono passati da 1 milione 331.574 del gennaio 2015 ad un milione e 305.770 del gennaio 2020. Vittime dell’emorragia di popolazione non sono soltanto i paesi dell’entroterra aquilano colpiti dal sisma del 2009, come Montereale, Campotosto, Capitignano e Castelvecchio Calvisio, dove la ricostruzione procede a rilento, inabissatasi tra tante promesse e illusioni. Un destino che riguarda però gran parte dei piccoli comuni abruzzesi di montagna, quelli con meno di 3mila abitanti e sopra i 600 metri di altezza e che annovera anche rinomate località turistiche, come Pescasseroli, Scanno e Rocca di Mezzo in provincia dell’Aquila, Pietracamela in provincia di Teramo. Fanno eccezione Castel del Monte e Calascio in provincia dell’Aquila, che vedono invece aumentare i loro abitanti. Le nascite poi nei piccoli paesi sono passate da 648 a 502. In provincia dell’Aquila, che ha il numero maggiore di piccoli comuni di montagna, tranne qualche eccezione, tutti i comuni perdono abitanti. Oltre ai bonus bebè e fondi a pioggia evidentemente si ha bisogno di servizi, trasporti, e soprattutto lavoro e prospettive economiche per consentire ai giovani di restare e mettere su famiglia. Le flessioni demografiche più consistenti in percentuali riguardano Castelvecchio Calvisio (127 abitanti) che ha perso 31 abitanti, pari al  19,6%. Fontecchio (310) che ha perso 69 abitanti (-18,2%). E ancora, San Benedetto in Perillis (95 abitanti) meno 21 abitanti in cinque anni (-18,1%), Barete (638) meno 97 abitanti (-13,2%), Campotosto (487) meno 75 abitanti (-13,3%), Lucoli (910) meno 140 abitanti (-13,3%). E poi c’è Montereale, che come Campotosto ha subito due terremoti e neanche una ricostruzione: ora ha 2.329 abitanti, ben meno 304 rispetto al 2015, con una flessione dell’11,5%. Stessa sorte della vicina Capitignano (637 abitanti), meno  55 (-7,9%). E ancora: Barisciano (1.712 meno 143 (7,7%),  Prata d’Ansidonia (463) meno 36 (-7,2%), Caporciano (209) meno 16 (-7,1%), Poggio Picenze (1.063), meno  73 (-6,4%), Rocca di Mezzo (1.434) meno 96 (-6,2%), Rocca di Cambio (480)  meno 38 abitanti (-7,3%). Alte le percentuali del calo di popolazione per Ortona dei Marsi (451),  meno 103 abitanti  (-18,6%), Cocullo (212), meno  37 (-14,8%), Gioia dei Marsi (1.742) meno 291, (14,3%). Diminuzione maggiore di popolazione anche per Scanno (1.762) meno 128 (-6,7%) e Pescasseroli (2126), rinomata località turistica,  meno 114 (-5,09%), Ortucchio (-1778) meno 109 (-5,7%). Ma esistono anche realtà di piccoli centri fortunatamente in controtendenza: San Demetrio ne’ , Vestini (1.931 abitanti), comune del cratere sismico, con più 79 residenti rispetto al 2015, a seguire Alfedena (917), nel parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: più 48, Oricola (1.272) più 30, Pettorano sul Gizio (1.411)  più 25, Cappadocia (554), più 19, Aielli (1.469) più 18, i citati Castel del Monte (444) più 11, Calascio (136) più 9, Gagliano Aterno (251), più 5 e Carapelle Calvisio (86) più 3 abitanti. Invece in provincia di Teramo la situazione critica riguarda perfino lo stupendo territorio dei monti della Laga. Crognaleto, (1.169 abitanti) ha perso dal gennaio 2015 al gennaio 2020 148 residenti con una flessione del  -11,2%, Pietracamela (240) meno 38 abitanti, (-13,6%), Valle Castellana (903), meno 102 abitanti (-10,1%), Rocca Santa Maria (497) meno 49 abitanti (-8,9%), Fano Adriano (272),  meno 31 (il 10,2%) In provincia di Pescara situazione critica a Villa Celiera (615 abitanti), patria degli arrosticini, dove in cinque anni sono venuti meno 101 residente con una flessione del  14,1%, c’è poi Brittoli (268) meno 34  (- 11,2%). Spicca il dato di Caramanico Terme, (1.890) che pure è una rinomata località turistica, ma che ha perso 72 abitanti (-3,6%). In provincia di Chieti spicca Castiglione Messer Marino, (1.627 abitanti), che in cinque anni ha perso  ben 192 residenti (-10,5%). E ancora Gessopalena (1.457)  con meno 146  abitanti  (-10%), Roccaspinalveti (1.229) meno 143 (-10,4%) e Palmoli (843) meno 111 abitanti ( -11,6%). In termini percentuali lo spopolamento nel quinquennio vede in testa alla classifica Schiavi di Abruzzo (732), famoso per il suo carnevale e la danza popolare della spallata: ha perso abitanti in cinque anni pari a ben il 17,2%. E ancora, Colledimacine (171), perde  32 abitanti  (il 15,7%), Fraine (291), 53  abitanti (il 15,4%), Pizzoferrato (1.006), -161 abitanti (il 13,8%), Torricella Peligna (1.368), famoso per il festival dedicato allo scrittore Jhon Fante, perde 116 abitanti (-13,5%),  Civitaluparella (310) meno 48  (-13,4%) e Lama dei Peligni  (1.134) meno 164 ( -12,6%). Eclatante anche il dato di Tornareccio (1.726), famoso per il miele, che ha perso ben  134 abitanti (-7,2)%

E’ interessante leggere sui temi che abbiamo qui accennato il “Rapporto sul territorio 2020 Ambiente,Economia società “ l’Istat fornisce una fotografia una prospettiva sull’Italia e i suoi territori che abbraccia diverse dimensioni: lo spazio fisico e le risorse naturali, le pressioni antropiche sull’ambiente, le caratteristiche e le condizioni di vita, l’economia, fino ai servizi pubblici e alle reti infrastrutturali e immateriali. Ciascuna di queste dimensioni forma l’oggetto di un capitolo. Seguendo l’approccio introdotto on il Rapporto sulla conoscenza il volume è articolato in numerosi (61) quadri tematici sintetici, che offrono valutazioni puntuali sui singoli fenomeni, prendendo a riferimento gli altri paesi dell’Unione europea ed esaminando le loro caratteristiche territoriali e i cambiamenti in atto. I quadri tematici (e quindi i fenomeni e le dimensioni d’analisi) sono collegati tra loro attraverso un tessuto di rimandi incrociati, mentre gli approfondimenti posti alla fine di ciascun capitolo permettono di esplorare in maniera più ampia alcuni argomenti. Le tendenze di fondo che hanno caratterizzato il paese –e in misura diversa i territori –dal punto di vista economico, sociale e ambientale sono trattate nel capitolo di apertura, dedicato ai cambiamenti. Il volume è infine corredato di un’appendice che ripercorre le geografie utilizzate per leggere i fenomeni su base territoriale. (6)

(1)I Paesi la cui popolazione sta diminuendo sono già più di venti; nel 2050 saranno oltre trentacinque. Alcune tra le regioni più ricche del pianeta – tra cui Giappone, Corea, Spagna, Italia e gran parte dell’Europa orientale – perdono abitanti ogni anno. «Siamo un Paese moribondo», ha dichiarato nel 2015 Beatrice Lorenzin, la ministra della Salute italiana.Ma la vera notizia non è questa. La vera notizia è che presto anche i più grandi Paesi in via di sviluppo, i cui tassi di fecondità sono già in discesa, inizieranno a ridursi. La popolazione cinese comincerà a calare entro pochi anni. Di qui alla metà del secolo Brasile e Indonesia faranno lo stesso. Perfino l’India, che sarà presto il Paese più popoloso del mondo, vedrà il numero dei suoi abitanti stabilizzarsi tra circa una generazione per poi iniziare a diminuire. E se nell’Africa subsahariana e in parte del Medio Oriente i tassi di fecondità rimangono esorbitanti, da quando le donne hanno ottenuto accesso all’istruzione e alla contraccezione le cose stanno cambiando. È probabile che lo sfrenato baby boom africano finisca ben prima di quanto non prevedano i demografi dell’Onu.

(2)”Profughi ambientali ; cambiamento climatico e migrazioni forzate Profughi Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate” Legambiente Onlus – Dipartimento Internazionale Autori: Maurizio Gubbiotti ,Tiziana Finelli ,Elena Peruzzi https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossierprofughi_ambientali.pdf

(3) Il prezzo della casa è oggi in Italia funzione dell’ingente massa di risparmio accumulatasi dalla seconda guerra mondiale a oggi, e collocato al 60% in immobili secondo il rapporto della Banca d’Italia sul patrimonio delle famiglie. Tale prezzo è dunque largamente scollegato rispetto al flusso di reddito corrente (basso) dei giovani, ma è invece collegato allo stock di patrimonio (alto) degli anziani. Ci sono proprietari che non vendono per non deprezzare i propri risparmi e giovani che non hanno le risorse per comprare, malgrado un calo dei prezzi dal 2008 al 2018 di oltre il 20% (senza che ancora si intraveda una stabilizzazione dei prezzi degli immobili usati).

Inoltre, il tendenziale spopolamento di gran parte del territorio italiano e soprattutto del Mezzogiorno viene accelerato dalla concentrazione continua attorno ai maggiori centri urbani, contribuendo a un progressivo calo del valore degli immobili nei piccoli centri, nelle campagne e territori montani o marginali, che ne impoveriscono ulteriormente gli abitanti, alimentando la desertificazione di importanti fasce del territorio italiano (fenomeno peraltro non limitato al solo Mezzogiorno).

Teoricamente, un incontro tra queste tendenze opposte potrebbe avvenire: le persone anziane che vendono alloggi cittadini per ritirarsi in pensione in centri minori, in campagna, al mare e al Meridione, al fine di godere di prezzi più bassi e migliore qualità della vita, potrebbero contribuire a stabilizzare i prezzi immobiliari e liberare opportunità per i giovani nelle grandi città. Cresce ad esempio il numero di piccoli centri che cercano di attrarre compratori con vendite di immobili per un solo euro in cambio dell’impegno a restaurare l’edificio. Tuttavia questo fenomeno, che già avviene, stenta ad acquisire le dimensioni necessarie, anche perché la delocalizzazione degli anziani si scontra con la concentrazione dei servizi sanitari e di assistenza nei grandi centri, oltre che dal costo umano rappresentato dalla rottura traumatica con ambiente, parenti e amici, provocata dall’abbandono dei luoghi di residenza di tutta una vita.

Vi è anche un mutamento del tipo di alloggio necessario per gli anziani, di minori dimensioni, dotato di ascensori e di servizi di sostegno. Questa necessità potrebbe guidare una parte consistente dei consumi per ristrutturazione o costruzione di alloggi e influire sul processo di alienazione di parte del patrimonio immobiliare di proprietà di anziani con difficoltà a gestirli. Tuttavia la combinazione della tentazione di alienare proprietà immobiliari da parte delle classi demografiche più anziane e più numerose, quelle nate tra gli anni trenta e la fine degli anni sessanta, e la carenza di potere d’acquisto da parte dei giovani, provoca una tendenza strutturale cronica al calo dei prezzi immobiliari in quasi tutte le ripartizioni geografiche a eccezione delle grandi città.

https://aspeniaonline.it/leffetto-della-demografia-sui-consumi/

(4) Nel 2017, erano arrivati in Europa 172.301 migranti e le domande accolte in prima istanza in Italia per il riconoscimento della protezione internazionale erano state 33.873, il 40% di quelle esaminate. In Italia risiedevano circa 131.000 rifugiati, sommando anche i richiedenti asilo si arrivava a 183.00 persone. Il 3 per mille della popolazione residente. Nel luglio 2018, al concerto di Roger Waters a Roma, durante il quale un “maiale volante” con la scritta “Stay Human” ha sorvolato la folla, hanno partecipato 50.000 persone e il Circo Massimo era pieno per meno di metà. Per intenderci, nell’VIII Municipio di Roma abitano 131.000 persone. Dati che sintetizzano la reale entità dell’“emergenza” che Europa e Italia hanno deciso di affrontare attuando politiche migratorie restrittive, insistendo sull’associazione implicitamente razzista tra migrazioni e rischi per la sicurezza. Se andiamo avanti nell’analisi dei dati, la sensazione è sempre più quella di un mondo raccontato alla rovescia: sul totale dei rifugiati al 2017, l’84% è accolto in Paesi in via di sviluppo, il 26% nei Paesi più poveri in assoluto, meno del 10% nell’Unione Europea. L’Europa si fa carico di 11 milioni di rifugiati, compresi quelli ospitati in Turchia, il Nord America ne ospita meno di 300.000, 60 milioni sono accolti in Asia, Africa, America latina. I Paesi al mondo che accolgono il maggior numero di rifugiati sono nell’ordine Turchia (3,5 mln), Pakistan (1,4 mln), Ugand (1,4 mln), Libano (1 mln), Iran (980.000), Germania (970.000), Bangla desh (930.000), Sudan (900.000). L’unico paese dell’UE che compare in graduatoria, al sesto posto, è la Germania. Gli ultimi dati UNHCR disponibili sull’incidenza dei rifugiati rispetto alla popolazione residente, dicono inoltre che al Libano spetta il primato con 169 rifugiati ogni 1.000 abitanti, seguono Giordania (80 ogni 1.000) e la Turchia (40 ogni 1.000), mentre nell’Unione Europea solo Svezia e Malta raggiungono i circa 30 migranti su 1.000 residenti. L’Italia si ferma a quota 6. Se guardiamo ai dati, dunque, vacillano insieme l’idea di un’Europa percepita come principale luogo di approdo dei richiedenti asilo e quella dell’Italia come Paese che sopporta il maggiore carico dell’accoglienzaPer completare il quadro, secondo i dati Istat, al 1° gennaio 2017, a fronte dei circa 5 milioni di cittadini italiani residenti all’estero, in Italia, gli stranieri residenti rappresentavano l’8,3% della popolazione, 5.047.028 di persone, di cui il 52,4% costituito da donne. Una bilancia in sostanziale equilibrio. Inoltre, sul totale dei cittadini stranieri presenti in Italia, ben 2,5 milioni sono cittadini europei, circa 1,5 milioni provenienti da altri paesi dell’Unione Europea, riducendo così la percentuale dei non comunitari al 5,8% della popolazione. Per la precisione, al 1° gennaio 2018, secondo i dati Istat, erano presenti sul territorio italiano 3.714.934 cittadini non comunitari. I cittadini africani residenti in Italia sono 1,1 milioni, 1 milione circa gli asiatici, 400.000 gli americani quasi tutti del centro-sud America

CRISI AMBIENTALE E MIGRAZIONI FORZATE Nuovi esodi al tempo dei cambiamenti climatici a cura di Salvatore Altiero e Maria Marano Associazione A Sud CDCA – Centro Documentazione Conflitti Ambientali Contributi di:Salvatore Altiero, Carolina Bertolini, Francesca Casella,Antonello Ciervo, Nuria del Viso, Eleonora Fanari,Emanuele Gaudioso, Eleonora Guadagno, Shila Hosseini,Chiara Maiorano, Maria Marano,

Giulia Murgia, Elisa Paderi,Isabella Pers, Mike Roman, Stefania

http://cdca.it/wp-content/uploads/2019/11/crisi-ambientale-e-migrazioni-forzate-2018-WEB-1_compressed-1.pdf

 (5) Ferrara Italia https://www.ferraraitalia.it/declino-demografico-e-immigrazione-che-fare-169915.html

(6) https://www.istat.it/storage/rapporti-tematici/territorio2020/Rapportoterritorio2020.pdf

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