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2021- SETTECENTO ANNI DOPO: DANTE ALIGHIERI, LA COMMEDIA, IL MEDIOEVO

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http://www.maat.it/maat4/index_htm_files/519.jpg Redazione- Quest’anno, 2021, si celebrano i 700 anni dalla morte di Dante, avvenuta il 14 settembre del 1321, dopo una breve malattia di malaria, contratta durante il viaggio di ritorno del Poeta a Ravenna, da Venezia, dove era stato inviato come ambasciatore.

In tutta Italia gli eventi e le rievocazioni inizieranno giovedì 25 marzo, data designata come “Dantedì”. Infatti gli studiosi reputano che Dante Alighieri inizi la sua discesa nell’”Inferno” il 25 marzo del 1300, quando il sole sta sorgendo nella costellazione dell’Ariete: “Temp’era dal principio del mattino,/ e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle/ ch’eran con lui quando l’amor divino/ mosse di prima quelle cose belle; (…)”[1]

Dante incarna la più alta espressione artistica della letteratura mondiale di tutti i tempi. Teologo, filosofo, letterato, astronomo, astrologo, politico, è stato lo scienziato per eccellenza del Medioevo.

Durante, detto Dante, nasce a Firenze nel 1265, da nobile famiglia. I genitori, guelfi, Alighiero Alighieri e donna Bella, nonostante il lignaggio, si occupano di attività mercantili. Muoiono quando Dante è ancora molto giovane.

Il Poeta intorno al 1285 sposa Gemma Donati, da cui ha tre figli. Stringe amicizia con diversi letterati del tempo, fra loro: Brunetto Latini e Guido Cavalcanti.

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Cavalcanti e Dante

Guido Cavalcanti, come Dante, è di nobile estrazione. Così lo descrive Lorenzo il Magnifico: «[…] come del corpo fu bello e leggiadro, come di sangue, gentilissimo, così ne’ suoi scritti non so che più degli altri bello, gentile e peregrino rassembra, e nelle invenzioni acutissimo, magnifico, ammirabile, gravissimo nelle sentenze, copioso e rilevato nell’ordine, composto, saggio e avveduto, le quali tutte sue beate virtù d’un vago, dolce e peregrino stile, come di preziosa veste, sono adorne.»[2]

Alighieri e Cavalcanti iniziano a frequentarsi intorno al 1282 ma il loro sodalizio, che si consumerà con una rottura, nasce nel 1283, dopo l’entrata ufficiale di Dante sulla scena letteraria.

I due intellettuali stringono subito un fortissimo legame, fondato su un’assoluta affinità professionale. Insieme fondano la scuola poetica che prende il nome di Stil Novo.

Essi sono convinti assertori che solo i “cuori gentili”, cioè nobili, possano provare amore e che l’amore non possa trovare sede in cuori volgari. Ritengono pertanto che la poesia d’amore debba rivolgersi ad un pubblico selezionato di persone animate da nobili sentimenti. Durante il sodalizio artistico-letterario Dante, stimolato da Guido, inizia a studiare filosofia. Cavalcanti intrattiene stretti rapporti sia con Bologna, sia con l’Università della città, dove, in quel periodo, fioriscono gli studi filosofici sui temi di Avicenna e Averroè, entrambi filosofi e medici arabi: il primo, fondatore della medicina moderna (X° secolo d. C.), il secondo (XII° secolo d. C.), continuatore della ricerca di Avicenna, passato alla storia dei posteri per il commento al De anima di Aristotele.

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Avicenna – Mosaico e manoscritto

Le letture di Averroè, che lo rendono eretico, influiscono molto sul pensiero e sulla formazione di Cavalcanti. In quel tempo, con Averroè, si afferma la tesi secondo cui la verità può essere raggiunta senza la mediazione divina e che l’anima intellettuale non ha nulla di spirituale, ovvero è vincolata alla sfera della natura e non ha connessioni col divino.

È proprio sul tali disquisizioni filosofiche che si consuma, tensione dopo tensione, la rottura tra Dante e Guido. Insomma le loro filosofie e morali non coincidono. Inevitabilmente i due finiscono per maturare anche concezioni opposte sull’amore: Cavalcanti ha dell’amore una visione pessimistica e irrazionale, legata alla dimensione fisica, scevra da ogni influenza spirituale e religiosa; Dante invece è convinto assertore che l’amore sia strumento di elevazione etica e morale.

Cavalcanti sostiene che l’amore paralizzi e che l’intelletto conseguentemente soccomba. Dante, invece, dice di voler cantare qualcosa di migliore e di nuovo (Vita Nova – 1294) e introduce il tema della dolcezza alla vista della donna amata, Beatrice, la quale impersona una manifestazione sensibile della divinità (“cosa venuta / di cielo in terra a miracol mostrare” [3]) e non turbamento e sconvolgimento come l’intende Cavalcanti[4].

La vista dell’amata innesca in Cavalcanti un processo immaginativo basato sulle sensazioni; mentre “quella vista” scatena in Dante un processo intellettivo e il risveglio spirituale.

Dante tuttavia comprende la posizione dell’amico Guido, “imprigionato” nella follia di una concezione errata dell’amore e gli rende omaggio più volte nel Purgatorio.

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Dante Gabriel Rossetti,

Dante e Beatrice in Paradiso, 1854

In Vita nova il Poeta scrive componimenti vari. L’opera è dedicata a Beatrice, sua musa ispiratrice, figlia di Folco Portinari e sposata a Simone de’ Bardi, morta prematuramente nel 1290. Dopo la morte della donna amata, Dante è colto da una grave crisi interiore e conosce un periodo di smarrimento: “mi ritrovai per una selva oscura/ ché la diritta via era smarrita”[5]. Si dedica agli studi teologici e filosofici, i quali arricchiscono la sua già vasta conoscenza dello scibile umano. Filosofia, politica, poetica amorosa, mondanità sono i temi trattati nelle Rime, scritte in quegli anni. Partecipa anche alla vita politica di Firenze.

La città toscana in quel tempo è famosa. I letterati fiorentini costituiscono l’élite della cultura europea. Dante eccelle su tutti.

Dopo la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche l’Europa entra in pieno Medioevo. I monasteri rappresentano l’unico luogo deputato al recupero di tutte quelle conoscenze dell’antichità che erano andate disperse durante le guerre, gli incendi, i saccheggi subiti attraverso circa cinque secoli. I monaci amanuensi, tuttavia, se svolgono un lavoro preziosissimo per i posteri: ricostruire, salvare importantissime opere greche e latine di letteratura, di diritto, di filosofia, di astronomia, di geometria, etc., è pur vero che finiscono per “interpretare” quelle stesse al fine di renderle “compatibili” con la Verità rivelata dal libro per eccellenza: la Bibbia.

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Dante, da buon Gemelli (nasce fra il 21 maggio e il 21 giugno), è molto curioso; vuole conoscere; vuole sapere. Diviene presto “cavaliere della conoscenza”, consapevole che vi sono tante esperienze proibite, occultate deliberatamente dall’Istituzione più importante del suo tempo: la Chiesa. Così si iscrive alla presunta Società Segreta dei Fedeli d’Amore. Ne è capofila Guido Cavalcanti, il quale conosce una quantità di verità proibite, alcune di esse sono anche riportate sulla Bibbia. La predetta società è a tal punto segreta tanto da caratterizzarsi di parole d’ordine, di un linguaggio criptato, nonché di frequenti rapporti intrattenuti dai suoi affiliati con i Templari e forse con la nascente Massoneria.

Studiando i testi di Dante e di Cavalcanti, si scorge come i rapporti tra poesia, filosofia e teologia emergano fortemente nei loro componimenti poetici. Per meglio comprendere tali rapporti occorre puntualizzare che, durante il Medioevo, Avicenna ed Averroè, i due filosofi e medici arabi, grandi interpreti di Aristotele, forniscono alla Chiesa cristiana d’Occidente la base filosofica dell’aristotelismo. Si pensi anche all’influenza esercitata dal pensiero di Averroè ed Avicenna sulle ricerche scientifiche effettuate dallo stesso “Stupor mundi”, Federico II di Svevia[6] [7].

Tra il X e il XII secolo l’Europa è raggiunta dall’aristotelismo attraverso varie traduzioni che incontrano non poche difficoltà di trascrizione ed interpretazione. Agli Arabi si deve la conservazione di molte opere, andate perse in Occidente. Alcune asserzioni aristoteliche però incontrano molte avversioni poiché non collimano con l’interpretazione biblica di quel tempo, finché gli scritti di Aristotele sono banditi e nel 1277 l’insegnamento di Aristotele è vietato persino alla Sorbona di Parigi, proprio in quell’ambiente universitario dove fino a quel momento Aristotele è l’autore preferito da Tommaso d’Aquino.

Come dire: inaccettabile eresia! Non solo alcuni testi aristotelici, ad esempio De coelo II, sembrano la negazione della Creazione biblica, ma addirittura sono introdotti in Occidente dall’Islam!

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Nella presunta Società Segreta dei Fedeli d’Amore il Sommo Poeta apprende tante nuove conoscenze, che tanto nuove non sono poiché risultano ancestrali; risalgono alla notte dei tempi.

Guido Cavalcanti “inizia” Dante ad un sapere antichissimo, mai andato perso. Si tratta del sapere delle antiche civiltà della Mesopotamia, della Valle dell’Indo, portato in gran segreto nell’antico Egitto.

– Si pensi che i Sumeri, vissuti intorno al IV millennio a.C., conoscevano non solo la sfericità del pianeta Terra, il suo moto di rotazione attorno al proprio asse e di rivoluzione attorno al Sole, ma vantavano ampissime conoscenze dello scibile umano, dalla matematica all’astronomia. Il loro sistema di numerazione era in base 60. Inventarono e svilupparono l’aritmetica elaborando il sistema sessagesimale, con cui probabilmente divisero l’orologio con i relativi 60 secondi, 60 minuti e 12 ore, e l’anno solare in 12 mesi. –

Per il Medioevo, per gli “Iniziati” di Guido Cavalcanti, si tratta di conoscenze “rivoluzionarie” e su di esse Dante “costruisce” il suo “viaggio” nell’oltretomba. In fondo la “Commedia” è la metafora di un percorso iniziatico e purificatorio.

Nel 1300 Dante è uno dei priori di Firenze; l’anno seguente è ambasciatore a Roma. Durante la sua assenza Firenze è presa da Carlo di Valois, “paciere” del papa, che vi instaura una signoria di guelfi neri, sostenitori di Bonifacio VIII e degli Angioini, capitanati dal violento Corso Donati. Dante si schiera con i guelfi bianchi, guidati dalla famiglia Cerchi ma i guelfi neri congiurano perché la ricchissima Firenze cada sotto il dominio papale. I Bianchi prevalgono e difendono l’indipendenza della città, esiliando i Donati.
La casa del sommo Poeta tuttavia è saccheggiata, l’operato politico diviene oggetto di inchiesta. Condannato in contumacia, Dante non si presenta a giustificarsi, e la condanna viene commutata in morte nel 1302.  Si unisce ad altri bianchi in esilio e, fallito ogni tentativo di rientrare in Firenze, si rifugia a Verona presso la corte degli Scaligeri, dove scrive il “De vulgari eloquentia”.

Dante inizia a vagare per l’Italia da esule. Si reca a Treviso, a Padova, a Venezia, in Lunigiana e nel Casentino. Poi a Lucca nel 1309. Frattanto scrive il “Convivio” ed inizia la “Commedia”.

Intanto, a causa del suo rifiuto a sottomettersi alle autorità fiorentine, la condanna a morte viene estesa alla sua famiglia.

L’”Inferno” è pubblicato nel 1314, il Purgatorio nel 1315. Arrivato a Ravenna, alla corte di Guido da Polenta, vi pubblica il “Paradiso”. In questa città trova pace e tranquillità; insegna poesia e retorica.

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“mi ritrovai per una selva oscura

ché la diritta via era smarrita”

Nella “Commedia” Dante si avvale della visio in somniis, un topos, ossia un meccanismo retorico e narrativo, in grado di conferire validità a un episodio, usato spesso nell’antichità come nel Medioevo, e in modalità diverse anche nell’Umanesimo. Nell’antichità, e non solo, al sogno si attribuisce una natura divina.

Nella “Commedia” si incontrano altri tòpoi: il locus horridus (l’ Inferno), il saluto salvifico della donna amata; il viaggio, la selva, ossia la foresta (uno dei temi più mutevoli della letteratura di tutti i tempi).

Il sogno appare spesso nella “Commedia” come profetico. I più noti esempi sono i tre sogni premonitori che Dante fa sul monte del Purgatorio prima dell’alba. Secondo la credenza dei pensatori antichi e medievali, i sogni fatti al mattino sono maggiormente corrispondenti al vero.

Dante è “uomo del suo tempo”, poiché sono molti gli elementi del mondo medievale introdotti nei suoi testi, in particolare nella “Commedia”. Basti pensare che Dante nel passaggio dall’Antipurgatorio al Purgatorio si serve proprio del sogno, o meglio della visio in somniis, non solo per dare una svolta alla scrittura ma anche per sottolineare il passaggio in un contesto diverso, ovvero l’ingresso nel Purgatorio (…in sogno mi parea veder sospesa/ un’aguglia nel ciel con penne d’oro,/ con l’ali aperte e a calare intesa….)[8]

La “Commedia”, in fondo, rispecchia il modo in cui è organizzata la vita materiale e sociale medievale che ha riflessi sul modo in cui gli uomini pensano e rappresentano la realtà.

Nella civiltà medievale la struttura sociale gerarchica, statica, e l’economia chiusa, che ignora lo scambio, trovano un evidente corrispettivo nella visione prettamente stabile della realtà intera. Tale visione è permeata profondamente dalla religiosità cristiana che domina prepotentemente. L’ordine del creato, in quanto provvidenziale e voluto da Dio, è ritenuto perfetto ed immutabile.

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Lavori contadini

nel Medioevo

Ma nel Medioevo essere cristiani non significa avere la stessa fede, credere cioè alle stesse cose, quanto piuttosto partecipare alla medesima atmosfera mentale, condividere la stessa visione del mondo. Dunque l’elemento che accomuna tutti gli uomini del Medioevo è la religiosità, tanto che Marc Bloch, storico francese, li definisce un “popolo di credenti”[9]. La visione medioevale dei destini dell’uomo e dell’universo si inscrive unicamente nel disegno tracciato dalla teologia e dall’escatologia cristiana. Tipica di tutto il Medioevo è la visione metafisica del mondo: “Tutto è permeato dalla religione”, scrive lo storico Hauser[10].

L’uomo del Medioevo (e quindi Dante) avverte profondamente il rapporto col soprannaturale per cui il mondo sensibile-visibile è permeato di spirituale ed è sempre posto a confronto con quello invisibile; anzi il mondo terreno è considerato il segno e il riflesso del mondo spirituale. I confini tra il sogno e la realtà sono molto sfumati: visioni, miracoli e apparizioni sono fenomeni comuni con cui l’uomo medievale convive quotidianamente.

La Verità ultima è solo in Dio e l’uomo su questa terra può solo avvicinarsi ad essa, coglierne un’ombra o un riflesso, non può mai afferrarla interamente. Così San Paolo scrive nella 1° Lettera ai Corinzi: “Videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad facies” (trad.: Ora vediamo come in uno specchio oscuro, ma allora vedremo faccia a faccia).

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Berea:

il mosaico ricorda la predicazione

di san Paolo

in città

L’intera natura appare come un libro scritto da Dio, che manifesta attraverso i fenomeni e le creature sensibili i segni della sua volontà. Oltre alla realtà, è di fondamentale importanza la concezione del tempo. Lo storico francese Le Goff lo definisce come escatologico nella visione medievale, ovvero orientato da Dio. Non solo nella realtà, ma anche nella vita individuale il tempo è e coincide con la creazione, l’incarnazione e il giudizio finale[11].

Si ritiene che la Verità sia data una volta per tutte, consegnata definitivamente alla rivelazione delle Sacre Scritture e all’auctoritas dei grandi pensatori, dei filosofi antichi e dei teologi cristiani. Inoltre si reputano “limitate” le possibilità umane, determinate dalla pochezza delle facoltà dell’uomo, essere mortale, offuscato dal “peso” della carne e del peccato. Spingere lo sguardo oltre quei limiti è considerato “follia”, “superbia”.

Specchio ed esempio mirabile di tale concezione è il Canto XXVI dell’”Inferno”, in cui Dante rievoca la figura dell’antico eroe omerico Ulisse, la cui impresa è considerata “folle volo”, “varco folle”. Per Dante, Ulisse è colui che osa sfidare “l’alto mare aperto” e che va incontro alla sconfitta e alla morte, “come altrui piacque”, Dio[12].

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Anonimo Fiorentino, Naufragio della nave di Ulisse, 1390 circa

La “critica” inoltre non rientra nell’orizzonte mentale della cultura filosofica medievale. Bisogna attendere l’età umanistica per intravedere il concetto di critica all’”ipse dixit”, all’auctoritas[13].

Il Medioevo è caratterizzano anche da aspetti contrastanti tra loro. Essi, più che riflettere la realtà, rispecchiano le aspirazioni dominanti e dunque costituiscono una “proiezione rovesciata della realtà effettiva”. Tali aspetti li ritroviamo tutti nel pensiero di Dante e nelle sue opere, in particolare nella “Commedia”[14].

Essi sono: la trascendenza di Dio, l’universalismo, il particolarismo, l’enciclopedismo e la Scolastica, l’allegorismo, l’ascetismo e il misticismo.

Il Medioevo concepisce il fondamento della propria visione del mondo imperniato sulla religione, sull’ordine divino dell’universo. Ma Dio, per il mondo medievale, non si identifica con il mondo, si colloca al di là di esso, in un’altra dimensione, dunque lo trascende. E se Dio è perfezione, è verità suprema, allora tutto ciò che è supremo e perfetto va ricercato al di là del mondo, nell’altra dimensione, poiché il mondo visibile è solo apparenza imperfetta, fugace, passeggera.

L’idea dell’universalità dell’ordine voluto da Dio si trasferisce anche nelle concezioni universalistiche dell’ordine terreno. Ne scaturisce la divisione dei due massimi poteri, Chiesa e Impero, la cui autorità deriva da Dio, perciò poteri universali, e il cui primato afferisce rispettivamente alla sfera spirituale e temporale.

La visione universalistica dei due poteri, tuttavia, contrasta con una realtà medievale effettuale, dominata dai particolarismi più esasperati come la polverizzazione della storia e della società del tempo in grandi e piccoli signori feudali laici ed ecclesiastici.

La conoscenza e il sapere tendono a un sistema unitario, poiché la molteplicità e la varietà delle forme del reale sono riconducibili all’ordine divino che le rende perfetta unità. Tutti i settori dello scibile umano, poiché riconducibili a Dio, sono subordinati alla scienza di Dio, la Teologia. L’uomo dotto del Medioevo, l’intellettuale per eccellenza, è Dante Alighieri. E’ colui che possiede le conoscenze di tutto lo scibile. Il dotto medievale non è uno specialista. La massima espressione artistico-letteraria dell’enciclopedismo è la Divina Commedia, grande enciclopedia, compendio di tutto il sapere dell’autore e dei suoi tempi.

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La Creazione di Adamo, Michelangelo Buonarroti, 1511,

affresco, Cappella Sistina,

Città del Vaticano

La visione medievale del Creato è eminentemente simbolica. Ogni aspetto del mondo non vale solo per sé, né ha un significato in sé concluso, come per la visione moderna. Rimanda sempre ad altro significato, a qualcosa che è al di là delle semplici apparenze, a qualcosa di più in alto: a Dio. Così l’uomo medievale è inevitabilmente portato a “leggere” in ogni aspetto della natura un “segno” del misterioso disegno divino, ad avvertire ogni elemento naturale come intriso di allusioni e di “significati altri”. La ricerca di significati riposti si manifesta nella “lettura” del “libro della natura” ma anche dei libri veri e propri. Dalla ricerca di “altro”, nella lettura dei libri, di qualcos’altro che vada oltre ciò che i libri trasmettono a prima vista, deriva il termine di allegoria. E Dante stesso ci insegna come quattro siano i sensi o livelli di lettura, secondo cui può essere interpretato un libro:

  1. livello letterale, che riguarda il significato più superficiale, percepibile immediatamente
  2. livello allegorico, in cui la parola rimanda a un altro significato, collegato al precedente attraverso un rapporto di analogie
  3. livello morale, per cui attraverso i fatti raccontati e dal loro significato si vuole ricavare un modello di comportamento, volto a indicare la “via del bene e della virtù”
  4. livello anagogico (dal greco anà e àgo, condurre verso l’alto), relativo ai più alti misteri della fede che risolvono tutti i significati del testo letto alla luce della Verità divina.

A fronte di tanta spiritualità, coesistono e si sviluppano durante il Medioevo tendenze razionalistiche (v. Scolastica, Tommaso d’Aquino, Guglielmo d’Ockam) che, pur rivendicando la trascendenza di Dio, vogliono suggellare le basi razionali della fede. Del resto già San Benedetto, il cui motto è “ora et labora”, auspica una partecipazione attiva del cristiano alla vita terrena e al mondo produttivo, e San Francesco, che scrive Cantico di frate Sole, concepisce l’Uomo, parte del Creato, che abbraccia fraternamente tutte le altre creature, che non disprezza il mondo, creazione divina, bensì lo esalta in quanto “portano significazione” del Creatore.

E’ sbagliato definire il Medioevo come “barbaro”, ossia ignaro della tradizione culturale del mondo antico. Nel Medioevo si sviluppa, al di là del significato letterale dei testi, una lettura dei classici che tende a coglierne i sensi riposti, purché concordino con le Verità rivelate nella Bibbia. Certamente si tratta di una “lettura”, di un’interpretazione, forzata e anacronistica che conferisce a quei testi del mondo antico significati che forse i loro stessi autori non avrebbero mai pensato di dare.

La vita dell’uomo è sempre stata accompagnata da esperienze che sono state avvertite come straordinarie: sogni, intuizioni, apparizioni, visioni, profezie sono fenomeni antichi con cui l’uomo, volente o nolente, ha sempre fatto i conti. E durante il Medioevo il sogno è rivelazione del Divino. Dante ne fa buon uso.

In quell’epoca fondamentale punto di riferimento latino è il poeta mantovano Virgilio, che Dante sceglie come proprio mentore durante il “viaggio” nell’oltretomba, dall’ Inferno al Paradiso, attraverso il Purgatorio. Nel capolavoro virgiliano Eneide, poema epico scritto tra il 31 e il 19 a.C., il sogno è uno degli intrecci dell’opera. Ricchi di profezie come nei poemi greci, i sogni hanno in Virgilio la funzione di mettere in moto gli eventi. E, come nell’Iliade, la divinità Zeus profetizza il destino degli eroi e la distruzione di Troia, così nell’Eneide Giove profetizza non solo il destino di Enea, protagonista assoluto dell’opera, ma anche la futura grandezza del princeps Augusto che riporterà finalmente l’età dell’oro fra gli uomini.

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Dante Alighieri e la “Commedia“: il Purgatorio

Il concetto di sogno per Dante non è sempre positivo. Non solo nella Commedia ma anche in altre opere, la visione per l’Alighieri ha una funzione importante. In Vita Nova lo scrittore fa scandire i momenti salienti del proprio itinerario spirituale proprio dalla visione-sogno, descrivendo l’apparizione e il saluto di Beatrice come indice profetico di «mirabile salute». Sempre in “Vita Nova” il sogno, vissuto come esperienza conoscitiva e allegorica, fa intuire anche la futura morte di Beatrice.

Il Sommo Poeta crede alla tradizione, la quale assegna grande importanza ai somnia vera delle prime ore dell’alba. L’insieme di questi segni è presente in tutta l’opera letteraria dantesca. Secondo i modelli narrativi medievali, il viaggio di Dante dall’Inferno al Paradiso è descritto allegoricamente come una visione avuta durante il sonno. Dante infatti cade addormentato all’inizio della Commedia (Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,/ tant’era pien di sonno a quel punto/ che la verace via abbandonai)[15], per svegliarsi al termine del poema, dove la figura-guida di San Bernardo concede al poeta il privilegio della visione di Dio[16].

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Paradiso, Divina Commedia, Canto XXXIII, Invocazione di Dante: visione dell’unità dell’Universo (vv. 67-108), G. Di Paolo, L’ombra d’Argo

“La vita degli uomini del medioevo è piena di sogni. Sogni premonitori, sogni rivelatori, sogni istigatori, essi sono la trama stessa nonché gli stimolanti della vita mentale. […] Il sogno è conoscenza.” [17]

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Il Sogno di Gioacchino, Giotto, , 1303-1305 circa, Cappella degli Scrovegni, Padova.

Il Sogno di Gioacchino, Giotto, 1303-1305 circa, Cappella degli Scrovegni, Padova.

La visione del mondo medievale è saldamente riconducibile ad una concezione organica che abbraccia in sé tutti gli aspetti del reale e del soprannaturale, conferendo ad essi un senso univoco. La concezione del mondo è unitaria, rigidamente gerarchica, piramidale, subordinata all’autorità politica e religiosa. Si tende a interpretazioni complessive dell’universo, dominate dall’idea della trascendenza religiosa e da grandi opposizioni (Dio e Satana, l’anima e il corpo, il Paradiso e l’Inferno).

Dante e le sue opere ne sono i più illustri portavoce.

 

  1. Divina Commedia, Inferno, Canto I, ww.37-40
  2. Lorenzo il Magnifico, Opere
  3. Dante Alighieri, “Vita Nova” ww. 8/9
  4. Guido Cavalcanti, “Voi che per li occhi mi passate ‘l core”; Perch’i’ no spero di tornar giammai”
  5. Divina Commedia, Inferno, Canto I, w. 3
  6. Federico II e il mondo mediterraneo, Federico II e le scienze, Federico II e le città italiane, a cura di P. Toubert-A. Paravicini Bagliani, Palermo 1994;
  7. Intellectual Life at the Court of Frederick II Hohenstaufen, a cura di W. Tronzo, Washington 1994
  8. Dante Alighieri, “Divina Commedia”, Purgatorio, Canto IX, ww. 1-33
  9. J. LE GOFF Gli intellettuali nel Medioevo, Collana Saggi n. 29, Oscar Mondadori
  10. Ibidem
  11. Idem
  12. Commedia”, Inferno, Canto XXVI, ww. 139-142
  13. Galileo GALILEI, Lettere copernicane
  14. Le Goff, Mentalità, sensibilità, atteggiamenti (X – XII secolo), in Id., La civiltà dell’occidente medievale, Firenze, Sansoni, 1969,
  15. Commedia, Inferno, Canto I, ww.10-13
  16. Commedia, Paradiso, Canto XXXIII, ww. 40-145
  17. Le Goff, Mentalità, sensibilità, atteggiamenti (X – XII secolo), in Id., La civiltà dell’occidente medievale, Firenze, Sansoni, 1969, p.406

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