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DALL’ANTISEMITISMO ALLO STERMINIO: IL PERCORSO DELL’ODIO PER GLI EBREI

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Redazione- Nel precedente articolo pubblicato in occasione del Giorno della Memoria fissato per il 27 gennaio di ogni anno abbiamo sostenuto che lo sterminio del popolo ebreo attraverso i lager e i forni crematori è il punto di arrivo di un processo che viene da lontano. E’ l’accumulazione di stereotipi e pregiudizi sul popolo ebraico che nei secoli ha dato vita ad episodi di false credenze, discriminazioni, imposizioni. Un processo non sempre lineare che ha visto ritorni all’indietro e pause e che continua inesorabilmente con il ritorno di fenomeni che nascono e si nutrono dell’ignoranza della Storia del passato. Parliamo del fenomeno dell’antisemitismo che si riaffaccia nella società moderna , quella che viviamo ogni giorno , spesso con modalità nuove e con esiti diversi , forse meno letali di allora , ma sicuramente capaci di continuare a far germinare proprio l’odio che fu la caratteristica fondamentale che portò agli avvenimenti della shoah .

In quell’articolo che abbiamo ricordato dicevamo : “Proviamo a ricordare a proposito di antisemitismo il percorso prima e dopo la Shoah. Accusato di deicidio ,il popolo eletto, fu continuamente accusato in occasione della peste nera nell’Europa medievale del Trecento ;dell’uccisione rituale dei bambini [esemplificativo è la storia di Simone da Trento e del Bambino crocifisso]; dall’avvelenamento delle acque dei fiumi alla profanazione delle ostie consacrate. Anche la Chiesa contribuì alle persecuzioni con il IV Concilio Lateranense nel 1215 che decretò la separazione di cristiani e ebrei i quali furono anche obbligati a vestire in un certo modo distintivo . Gli ebrei furono ufficialmente espulsi dall’Inghilterra nel 1290, dalla Francia nel 1394, dalla Spagna nel 1492. A Venezia nel 1516 fu istituito il primo Ghetto e bolle papali decretarono che nello stato pontificio gli ebrei dovessero vivere in abitazioni recintate da muri . A partire dalla fine dell’Ottocento, nell’Europa orientale, in particolare in Russia, l’antisemitismo si esercitò sistematicamente con la pratica del pogrom, veri e propri massacri collettivi…”

In questa riflessione vogliamo esaminare alcuni di quegli episodi che abbiamo ricordato che sono appunto frutto della discriminazione e del pregiudizio. Ma cominciando da ancora più lontano ossia dalla “ diaspora” che è un momento importantissimo della storia del popolo ebraico.

Anna Foa sul Dizionario storico della Treccani alla voce “Gli ebrei nella diaspora” spiega così il significato di diaspora che la storiografia usa per raccontare un processo importante della storia di un popolo : “Di origine greca, il termine «diaspora», «dispersione», è entrato nell’uso nel secolo scorso a definire la dispersione del popolo ebraico, in particolare quella avvenuta dopo la distruzione a opera dei romani del regno di Giuda, nel 70 d.C. In ebraico a indicare la diaspora si usa invece il termine galut, a forte connotazione negativa, che significa «esilio».”

Un popolo in esilio scacciato dalla sua terra, quella terra promessa che gli venne consegnata dal suo Dio dopo l’esodo dall’Egitto ,una terra di latte e miele nella quale riuscirono a tornare ,in parte solo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione dello Stato di Israele .

Dopo la seconda guerra mondiale e la Shoah, anche per cercare di porre rimedio agli scontri tra ebrei e arabi, il 29 novembre 1947 l’ Assemblea generale delle Nazioni Unite nella risoluzione n. 181 approvava il piano di ripartizione della Palestina che prevedeva la costituzione di due Stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo. Alla scadenza del mandato britannico il moderno Stato d’Israele fu quindi proclamato da David Ben Gurion il 14 maggio 1948.

Mai furono tracciati i confini tra israeliani e palestinesi e note sono le vicende che hanno portato negli ultimi decenni del secolo scorso e attualmente ad alimentare una storia di conflitto permanente.

Lo Stato di Israele sul Mar Mediterraneo confina a nord con il Libano,la Siria, a nord est con la Giordania, ad est con Egitto e golfo d’ Arabia e a sud con i territori dei palestinesi ossia Giordania e Cisgiordania a est e con la striscia di Gaza a sud ovest .Occupa approssimativamente un’area che secondo la Bibbia in epoca antica era compresa nel Regno di Giuda e Israele e nella regione della Cananea, soggetta nel tempo al dominio di numerosi popoli, tra cui egizi, assiri, babilonesi, romani, bizantini, arabi e ottomani, nonché teatro di numerose battaglie etnico-religiose. In età contemporanea è stata parte del mandato britannico della Palestina, periodo durante il quale fu soggetta a flussi immigratori di popolazioni ebraiche, incoraggiate dalla nascita del movimento sionista nella città svizzera di Basilea (1897) che mirava alla costituzione di un moderno Stato ebraico. (1)

Dunque un popolo disperso forzosamente ( a differenza della prima espansione nelle regioni del Mediterraneo durante il 3° e 2° secolo a.C) dopo le guerre giudaiche del sec. 1° d.C. pur se sotto Caracalla, nel 212, gli ebrei diventano cittadini come gli altri popoli dell’impero. Solo il cristianesimo vittorioso, codificando nel sec. 4° la loro inferiorità, impone della diaspora la visione, tutta teologica, di un esilio punitivo.

Una dispersione che proprio in senso punitivo vede , come racconta ancora Anna Foa nella voce del Dizionario Treccani che abbiamo già citato : “ gli ebrei continuare a vivere sulle coste del Mediterraneo, in Spagna, in Provenza e in Italia meridionale, dove la Puglia e la Sicilia erano fitte di comunità. La storiografia è unanime nel sottolineare la centralità assunta, tra l’8° e il 9° sec., dalle comunità dell’Italia meridionale. È in Italia meridionale, infatti, che passarono i primi contatti con la cultura talmudica babilonese, è qui che si ebbero le prime esperienze compiute di vita culturale ebraica della diaspora (K.R. Stow, R. Bonfil). Ed è anche nell’Italia meridionale che, secondo alcuni interpreti, si sarebbe affermata nel sec. 9° la struttura comunitaria tipica della diaspora, non descritta in nessun passo talmudico (Y. Baer, S.W. Baron, R. Bonfil).”

Il secondo grande momento di fioritura della cultura ebraica della diaspora avviene in Germania con i movimenti “degli hasidei ashkenaziti, un altro tema su cui la storiografia si è molto soffermata (I. Marcus, K.R. Stow), che determina nella Germania renana il nascere di importanti scuole talmudiche. Alla fine dell’11° sec. questa civiltà entrò in crisi, in seguito alle persecuzioni scatenatesi nel 1096 con la prima crociata. Seguirono altre violenze di massa scatenate dal basso, che culminarono nei massacri della peste nera del 1348, che misero fine per sempre alla fiorente cultura rabbinica delle comunità renane.”

Nel Trecento gli ebrei vengono scacciati dal territorio delle due grandi monarchie moderne europee quella inglese e quella spagnola. Su queste due vicende è il caso di soffermarsi un momento per capire i motivi. La decisione dei Re cattolici di espellere tutti gli ebrei dalla Spagna provocò un’emigrazione di massa verso l’Italia, il nord Africa e il Levante, dove fiorirono nuove comunità sefardite . In altri Paesi dell’Europa occidentale, come Francia e Inghilterra, gli ebrei erano già stati espulsi tra il XIII e il XIV secolo.

Scrive Paloma Díaz-Mas su National Georgraphic nell’articolo “Sefarditi: l’esodo degli ebrei spagnoli “ del 25 luglio 2020 :”L’editto non offriva nemmeno la possibilità di convertirsi come alternativa all’esodo: si affermava la necessità di cancellare completamente la presenza ebraica. I motivi addotti erano di carattere religioso: si trattava di evitare la relazione tra ebrei e cristiani convertiti, affinché questi ultimi rompessero definitivamente ogni legame con l’ebraismo. In seguito a una serie di rivolte popolari che nel 1391 erano sfociate in atti violenti contro i quartieri ebraici di tutta la penisola e delle isole Baleari, da circa un secolo si verificavano conversioni di massa degli ebrei. Molti di questi conversi rimanevano fedeli alla loro precedente religione e conservavano usi e costumi ebraici.

A quei tempi vivere sospesi tra due fedi, come facevano molti ebrei convertiti, era considerato un’eresia. Fu per evitare situazioni di questo tipo che i Re cattolici obbligarono gli ebrei a vivere in quartieri chiusi, i ghetti, e nel 1480 fondarono il tribunale della Santa Inquisizione con la missione di perseguitare i conversi giudaizzanti. L’ultima misura fu appunto l’espulsione degli ebrei, per evitare «la partecipazione, conversazione, comunicazione» tra ebrei e conversi. Ma il decreto di espulsione produsse un effetto contrario a quello sperato. (2) (3)

E ancora Anna Foa che richiama l’attenzione su un particolare fenomeno , quello della espansione degli ebrei nel nord Europa : “ Il Settecento è il momento della crescita inarrestabile della presenza ebraica nell’Europa dell’Est. La maggioranza degli ebrei d’Europa vivono in questo periodo all’Est, in Polonia e in Russia, in un contesto assai meno urbanizzato di quello occidentale, e caratterizzato da una forte separazione dal mondo esterno. Forte è l’attenzione che gli studiosi hanno dedicato al movimento hassidico, che nasce in Galizia e in Polonia nel Settecento, con la crisi delle comunità orientali, segnate a partire dal Settecento da crescenti divaricazioni sociali e dalla decadenza delle strutture comunitarie (J. Katz). Il periodo dell’emancipazione, cioè del raggiungimento della pienezza dei diritti e dell’inserimento degli ebrei nella società esterna, è stato a lungo interpretato dalla storiografia in termini di conflitto tra identità e assimilazione, una tesi sottoposta recentemente a una profonda revisione storiografica (F. Malino, D. Sorkin, P. Birnbaum, I. Katznelson, T.M. Endelman). Nei loro studi sugli ebrei dei vari Paesi d’Europa, gli storici fanno ora molta attenzione a distinguere e a precisare la natura dei diversi processi e la differenza fra i percorsi di modernizzazione a O e a E, dove la modernizzazione passa anche in assenza di emancipazione politica (J. Frankel, S. Zipperstein).”

Ma stavamo parlando di pregiudizi e di episodi che hanno scatenato espulsioni, isolamento, massacri .

Cominciando dal medioevo. Nel medioevo, la peste fu un flagello vero e proprio, una epidemia che si ripresentò più volte e ogni volta fu combattuta alla meno peggio. Sulle cause che annientarono famiglie intere, spopolarono vasti territori del continente una delle malattie più terribili e più temute capace di annientare decine di migliaia di persone e di spopolare intere regioni, nulla si sapeva. Questa origine misteriosa fu imputata all’azione del demonio fino a dare la colpa agli ebrei che avrebbero avvelenato i pozzi . Numerosi teologi cristiani (come p.e. Johannes Chrysostomos o l’arcivescovo Agobardo di Lione) avevano attribuito anche agli ebrei un carattere criminale . Scatenavano periodicamente la peste per eliminare i cristiani .
Un’altra teoria sosteneva che la peste era una punizione di Dio per il fatto che i cristiani tolleravano gli ebrei nelle loro città. Comunque sia, i risultati erano gli stessi: ogni volta che il flagello della peste colpì l’Europa aumentarono le sommosse popolari antisemite, i massacri e saccheggi, spesso con il tacito consenso – se non con l’appoggio attivo – delle autorità. Un esempio per tanti casi simili: nel 1349, a Strasburgo, furono sepolti vivi 2.000 ebrei ritenuti responsabili di quella terribile epidemia. (4)

Durante il Concilio Laterano del 1215 il Papa Innocente III, un nemico giurato degli ebrei, fece rilasciare una serie di norme che dovevano segnare il destino degli ebrei per molti secoli. Vietò per esempio ai cristiani di prestare soldi contro interessi e consigliò di escludere gli ebrei dalle altre associazioni professionali. Successivamente, quasi tutte le associazioni professionali, riferendosi a queste prescrizioni della chiesa, vietarono agli ebrei l’esercizio della loro professione e costrinsero questi a delle attività professionali (cambiamonete, prestasoldi etc.) che il popolo, comprensibilmente, odiava.

Poi c’è ancora la storia di Simonino da Trento, un bambino presunta vittima di omicidio rituale ebraico, fu venerato per secoli come ‘martire’ innocente. Nella penosa vicenda del falso beato si intrecciano, sovrapponendosi, sentimenti antiebraici, esigenze devozionali e ambizioni di politica ecclesiastica. “Trento, 23 marzo 1475, giovedì santo. Simone, un bambino di circa due anni, scompare misteriosamente tra i vicoli dell’antica città alpina. Il giorno di Pasqua il suo corpo senza vita viene ritrovato nei pressi della casa di Samuele, uno dei maggiori esponenti della piccola comunità ebraica locale. Ritenuti responsabili del rapimento e dell’omicidio del bambino, gli ebrei sono subito incarcerati, processati e, sulla base di confessioni estorte con la tortura, condannati a morte. L’accusa si fondava sulla credenza, o leggenda, che gli ebrei compissero sacrifici rituali di fanciulli cristiani con lo scopo di reiterare la crocifissione di Gesù, servendosi del sangue della vittima per scopi magici e religiosi. Il piccolo Simone (detto il ‘Simonino’) viene subito considerato un martire e diventa oggetto di un culto intenso, che papa Sisto IV proibisce, inutilmente, sotto pena di scomunica. (5) (…)La prudenza e i dubbi della Chiesa non riescono infatti ad opporsi ad una venerazione tributata per via di fatto e costruita utilizzando due potenti mezzi di comunicazione: le immagini e il nuovissimo strumento della stampa tipografica. Grazie alla macchina della propaganda, abilmente orchestrata dal principe vescovo di Trento Johannes Hinderbach, vero regista dell’intera operazione, il culto di Simonino si diffonde rapidamente, riuscendo a imporsi come prototipo di tutti i presunti omicidi rituali dei secoli a seguire. Solo nel Novecento la rilettura critica delle fonti ha ristabilito la verità storica, dimostrando l’infondatezza delle accuse di omicidio rituale rivolte agli ebrei, maturate in un clima di radicati pregiudizi antigiudaici. Sulla base di questi studi la Chiesa, negli anni del Concilio Vaticano II, ha deciso di abrogare il culto del Simonino il 28 ottobre 1965. L’esposizione è stata ideata in omaggio a mons. Iginio Rogger (1919-2014), già direttore del Museo Diocesano Tridentino e coraggioso protagonista della storica revisione del culto di Simonino, di cui nel 2019 ricorre il centenario dalla nascita. A distanza di più di mezzo secolo dalla sua abolizione, la mostra intende fare il punto sul ‘caso’ di Simone da Trento e diffondere una più ampia conoscenza di questa delicata e attualissima vicenda tardo-medievale. L’augurio espresso da Mons. Lauro Tisi, Arcivescovo di Trento, è “che questa mostra possa divenire per tutti, a cominciare dalle comunità cristiane, un monito fortissimo a vigilare perché nessuno osi ammantare del nome di Dio ciò che invece ferisce inesorabilmente l’uomo e il credente”.

Fino all’ avvelenamento delle acque dei fiumi alla profanazione delle ostie consacrate. La prima accusa di profanazione di ostie consacrate risale al 1247; nel 1321 gli ebrei vengono accusati di avvelenare pozzi e fiumi, mentre nel 1348 diventano il capro espiatorio della peste nera. Nel 1290 cominciano le espulsioni: dall’Inghilterra nel 1290, dalla Francia nel 1306, ma definitivamente nel 1394, dalla Spagna nel 1492; in Germania gli imperatori delegarono il dominio sulle comunità ebraiche ai governanti locali, quindi le eventuali espulsioni furono differenziate. Gli ebrei espulsi dall’Europa centrale (ashkenaziti) si stabilirono in Polonia; quelli espulsi dalla Spagna (sefarditi) si stabilirono in Italia e nei territori dell’impero ottomano (Nord Africa, Grecia, Turchia). In tutti i casi gli ebrei furono messi davanti ad una scelta: convertirsi al cristianesimo e rimanere, oppure mantenere la loro fede scegliendo la via dell’esilio, l’ennesimo esilio. Gli ebrei espulsi vennero collocati dai paesi ospitanti in appositi spazi cittadini, i ghetti.

Numerosi ghetti ebraichi furono istituiti in Italia tra il XVI e il XIX secolo nelle città di residenza degli ebrei, secondo i dettami della bolla “Cum nimis absurdum” di papa Paolo IV del 1555. La chiusura dei ghetti avvenne nell’Ottocento come conseguenza del processo di emancipazione degli ebrei italiani.

Un breve escursus storico tratto da varie fonti e vari siti web da cui abbiamo preso i brani citati per delineare in breve una storia che in fondo ha preparato l’esito della Shoah , come appunto soluzione finale nelle intenzioni di quanti determinarono quello sterminio. Una storia che ci dimostra come l’odio sia un seme sempre presente capace di dare male piante quelle che ancora oggi germogliano e rendono impraticabile la convivenza e il leale rispetto di un popolo disperso , sottoposto a discriminazioni , oggetto di violenza e di odio.

La memoria di tutto questo non è la memoria da sottolineare in un giorno dedicato , un giorno all’anno ma è una memoria che deve vivere tutti i giorni perché ogni giorno sia ormai di riscatto proprio a quella storia che non può essere dimenticata .

(1)Fonte Wilkipedia

(2) https://www.storicang.it/a/sefarditi-lesodo-degli-ebrei-spagnoli_14870

(3) È famosa la descrizione di questo esodo fatta dal cronista Andrés Bernáldez, il “sacerdote dei palazzi”, nel suo Historia de los Reyes Católicos (Storia dei Re cattolici): «Lasciarono le terre dov’erano nati, adulti, vecchi e bambini, a piedi, in sella ad asini e altre bestie o sui carri, e proseguirono il viaggio, ciascuno verso il porto cui era diretto; e procedevano per le strade e i campi trasportando con fatica le proprie fortune: c’era chi cadeva, chi si rialzava, chi moriva, chi nasceva, chi si ammalava. Non c’era cristiano che non provasse pena per loro, e ovunque li invitavano a battezzarsi, e alcuni con dolore si convertivano e potevano restare, ma pochi, e i rabbini li incoraggiavano, facevano cantare le donne e i giovani, e suonare i tamburelli per rallegrare la gente, e così lasciarono la Castiglia e raggiunsero i porti».

(4) https://www.viaggio-in-germania.de/ebrei.html

(5)  Domenica Primerano  ,con Domizio Cattoi, Lorenza Liandru, Valentina Perini  e la collaborazione di Emanuele Curzel e Aldo Galli L’invenzione del colpevole. Il ‘caso’ di Simonino da Trento, dalla propaganda alla storia su : https://www.museodiocesanotridentino.it/articoli/linvenzione-del-colpevole-il-caso-di-simonino-da-trento-dalla-propaganda-alla-storia-003 che illustra una mostra esposta al Museo Diocesano Tridentino dal 13 dicembre 2019 – 14 settembre 2020 La mostra, allestita su due diversi piani di Palazzo Pretorio, prestigiosa sede del Museo Diocesano Tridentino, presentava al pubblico più di settanta opere, alcune delle quali concesse in prestito da importanti musei e istituti culturali nazionali e stranieri. Con un linguaggio accessibile a tutti – ma senza abbandonare il rigore storico e scientifico, garantito dal contributo di illustri studiosi e da prestigiose collaborazioni istituzionali – la mostra ricostruiva il contesto culturale della Trento del XV secolo e le circostanze che condussero all’accusa di omicidio rituale. Ampio spazio è stato dedicato alla vasta e multiforme produzione artistica generata nel corso dei secoli dal culto del ‘beato’ Simonino: dipinti, sculture, bassorilievi, ex voto, reliquiari, disegni, incunaboli istoriati, xilografie, incisioni e fotografie testimoniano la fortuna e la vitalità di una devozione durata quasi cinquecento anni. Particolare attenzione è stat riservata all’illustrazione dei protagonisti della revisione del ‘caso’ di Simonino e alle motivazioni che condussero all’abrogazione del culto nel 1965. L’esposizione presentava, inoltre, una sala multimediale, curata da Aurora Meccanica, che intendeva evidenziare i meccanismi che portarono all”invenzione’ del colpevole: immagini, suoni, testi desunti da documenti storici accompagnano il visitatore in un percorso emotivo e coinvolgente. La mostra, infine, era arricchita da un video con interviste di approfondimento e da un filmato che testimonia l’ampia diffusione dell’immagine del falso ‘beato’ nelle

chiese del Trentino, delle regioni circonvicine e di quelle dell’Italia centrale.

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