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FACCIO APPELLO ALL’ APPELLO: DA PRATICA BUROCRATICA AD AZIONE DI SENSO

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di Michela Fava psicologa, Tutor organizzatrice Università di Macerata

 

 

Redazione- Chi di noi non lo ricorda: l’insegnante arrivava con il registro sotto il braccio, poi lo apriva lentamente ed iniziava l’appello. I banchi erano schierati ed i posti assegnati. Presenti e assenti. Naturalmente molto è cambiato. Il registro è diventato elettronico. Lo scopo principale dell’appello, come si leggerà in seguito, resta quello di verificare la presenza a scuola di tutti i frequentanti e di conseguenza quello di predisporre delle modalità di recupero delle lezioni. Se un bambino è assente ci si organizza per non farlo “rimanere indietro”. Chat di classe, amici volenterosi, nel migliore dei casi il materiale di studio è condiviso nella piattaforma scolastica. Per i bambini più piccoli e meno autonomi il lavoro a casa sarà a carico del genitore di turno.

L’appello nasce come necessità burocratica e serve a monitorare la frequenza degli studenti, specie per quelli in età dell’obbligo. Ricordiamo che la normativa prevede un obbligo di istruzione (Legge 296/06 art.1 comma 22) che estende il periodo temporale sancito dall’ art.34 della Costituzione, innalzandolo da otto a dieci anni. La frequenza annua è vigilata costantemente: “Ai fini della validità dell’anno scolastico, per la valutazione finale delle alunne e degli alunni è’ richiesta la frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato, definito dall’ordinamento della scuola secondaria di primo grado, da comunicare alle famiglie all’inizio di ciascun anno.” (Art.5 Decreto Legislativo 62 del 13 aprile 2017). (1)

Al di là degli aspetti più formali, gli insegnati più “presenti” cercano di indagare sulle cause del banco vuoto, nel rispetto di privacy e con garbo professionale, tentano di gestire la situazione caso per caso. Gli studenti più problematici vengono segnalati al Dirigente scolastico che ha il compito di approfondire e gestire la situazione di concerto con il Sindaco e/o la Provincia.

È sotto gli occhi di tutti la condizione inadeguata della maggior parte delle strutture, il numero troppo elevato di alunni per classe, il tasso preoccupante di dispersione scolastica, che nel nostro paese arriva al 14,5 % (Rapporto Istat sgds 2019) (2). Problemi annosi, già ben radicati prima dell’emergenza Covid 19, ma che oggi affiorano in tutta la loro gravità è che hanno allargato ancora di più il divario sociale delle nostre classi.

La scuola a distanza, i collegamenti virtuali, i problemi di connessione, i device assenti. Chi era presente all’appello? Chi era in webclass? Chi c’era non essendoci? Chi, non essendoci, avrebbe voluto esserci? E’stato un anno difficile che ha fatto riflettere.

A scuola si è sostituito il saluto con l’appello, mi chiedo se il cambio sia stato vantaggioso. Un saluto quando ci si incontra può, anche in questo caso, essere un atto formale, un rituale sterile ma, vi chiedo: come mai tutti notiamo con disappunto quando qualcuno non risponde al nostro saluto? Iniziamo subito a farci delle domande sul perché.

Dal saluto, dato guardandosi negli occhi, si capisce come evolverà la giornata, se la partenza è buona, se ci stiamo portando dietro dei vissuti, delle preoccupazioni, dei bisogni che in quel momento ci sono…più presenti di noi! Alcuni professionisti riescono a separare nettamente vita e lavoro, ma mi chiedo quanto questo li renda autentici nel modo di affrontare relazioni, studio, scelte, motivazioni.

L’appello e il saluto potrebbero intrecciarsi l’uno con l’altro, potrebbero creare un rituale d’inizio che, se ben pensato e integrato all’interno di un progetto educativo didattico, sarebbe in grado di incidere sul clima scolastico e sul percepirsi parte di una comunità.

 Un insegnante mi ha raccontato che ha iniziato l’anno scolastico con la proposta di un blog didattico che ha preso il via dalla domanda “Sai il motivo per cui ti hanno dato questo nome?” Che cosa significa?” Un’idea che è poi continuata per l’intero anno con risvolti molto positivi sul clima scolastico.

Non penso che un docente debba svolgere il ruolo dello psicologo, né tanto meno dello psicoterapeuta. Non si tratta quindi di uno sportello psicologico per il disagio patologico. Si tratta di recuperare uno spazio di vita quotidiana che non può essere lasciata fuori dalla porta. Se in classe non entrano le vite dei nostri studenti, se non li sosteniamo per capire insieme chi siamo, chi stiamo tentando di essere e soprattutto la direzione di dove andremo, temo che il rischio di perdersi possa essere alto. Penso che anche l’azione di un volenteroso insegnante possa essere vanificata, volatilizzata, dispersa. Generazioni impermeabili, che rischiano di lasciarsi passare tutto addosso senza cambiare espressione. Noto spesso difficoltà nei giovani, nei bambini e negli insegnanti a riconoscere l’altro empaticamente. E se iniziassimo a fare un appello in classe? Magari partendo dalle presentazioni? Sarebbe possibile introdurre un rituale di apertura della mattinata che possa avere lo scopo di iniziare le lezioni partendo da chi è soggetto attivo del percorso di apprendimento?

Alcuni esempi ci giungono dalle scuole del primo ciclo di istruzione. Nella scuola dell’infanzia si attribuisce molta importanza alle attività che si ripetono regolarmente, chiamate “routine”. Le routine costituiscono una serie di momenti che si ripresentano nell’arco della giornata in maniera costante e ricorrente, caratterizzati da cura, benessere, intimità, relazione affettiva.

Nella quotidianità, una routine attesa e prevista costituisce sicuramente una cornice rassicurante che sollecita alla scoperta. Questi eventi significativi ripetuti costituiscono per il bambino/a i primi quadri concettuali di riferimento. Sono come dei copioni, sulla base dei quali i bambini/e progressivamente costruiscono il loro mondo e inseriscono le loro scoperte. L’appello è uno di questi momenti, l’accoglienza, che racchiude in sé la separazione dall’ambiente familiare per entrare in un contesto più ampio, deve essere accompagnata da azioni ripetitive che rassicurano, ma al tempo stesso facilitano il processo di individuazione e separazione. Io sono.

L’appello, svolto in cerchio, aiuta i più piccoli a riconoscersi in un gruppo, a vedere l’altro, ad imitarlo e a differenziarsi da lui. I pari e gli adulti fanno parte di un sistema che per esistere deve in primo luogo “presentarsi” ogni giorno, manifestando il cambiamento, lo sviluppo nel breve e nel lungo tempo. Gli alunni e gli studenti trascorrono molto tempo a scuola questo significa che ogni giorno c’è un cambiamento, un frammento in più da aggiungere alla loro crescita. Sono soggetti in evoluzione e i cambiamenti, a volte, sono discontinui. L’appello registra la loro crescita, durante la prima ora ognuno di loro ha la possibilità di riflettere un po’ su eventi, fatti di attualità, preoccupazioni, ansie, desideri personali e non. In questo grande specchio dove ognuno può vedersi con i suoi occhi, ma anche attraverso lo sguardo degli altri compagni e degli insegnanti, questo gioco di riflessi potrà aiutare la crescita e la consapevolezza di questo divenire. Ogni giorno darà forza ad un sé diverso.

Naturalmente ci sono altre questioni da valutare, prima tra tutte la sostenibilità. Introdurre un appello con modalità più significative necessita inevitabilmente di un tempo appropriato, più lungo rispetto alla lista “presente assente”. Come si possono tenere insieme 50 minuti di lezione con del lavoro da portare avanti, con argomenti e apprendimenti che seguono una programmazione. Come si possono garantire gli indiscutibili traguardi attesi.

La vita e i saperi epistemologici non credo siano separati. Se voglio conoscere qualcosa, il punto di partenza è: cosa voglio sapere? Perché questo fenomeno/fatto avviene? Cosa so? Cosa non so? Perché mi interessa conoscerlo? Quale legame c’è con la mia vita di adesso, e con quella che immagino domani? Se chi ho di fronte è uno sconosciuto come farà ad ancorare a sé la conoscenza. Non si tratta di riempire un vaso vuoto.

Di recente la pubblicazione del romanzo intitolato L’ appello (3) dello scrittore D’ Avenia ha suscitato interesse nel mondo scolastico. Provocatoriamente ci propone un appello in cui pronunciare un nome potrebbe significare far esistere un po’ di più chi lo porta e la risposta “presente!” conterrebbe il segreto per un’adesione coraggiosa alla vita.Al di là delle suggestioni narrative, la scuola oggi più che mai non può

perdere la sua propria e irrinunciabile dimensione sociale.

 

 

(1) Decreto Legislativo 62 del 13 aprile 2017

(2) Rapposto annuale Istat 2019 presentata da Gian Carlo Blangiardo, Presidente dell’Istat giovedì 20 giugno 2019 a Roma, nella Sala della Regina di Palazzo Montecitorio

(3) A. Avenia, L’appello, Mondadori, 2020

 

 

 

Macerata 21 febbraio 2021

 

 

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