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CONSEGNARE LA DEMOCRAZIA A FACEBOOK E TWITTER?

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Redazione- Forse non è stata una decisione giusta anche se saggia quella di chiudere gli account di Donald Trump da parte di Facebook e Twitter all’indomani degli avvenimenti dell’assalto a Capitol Hill . O forse si. Dipende da dove si posa lo sguardo ed è per questo che è stata ed è utile la discussione che su questa decisione è stata aperta e che continuerà per molto tempo .

Nel dibattito che ne è seguito , anche perché Donald Trump ha minacciato una reazione non proprio soft, che non era ancora arrivata negli ultimi giorni della sua presidenza e non è ancora arrivata oggi a più di un mese dalla fine del suo mandato . Nella discussione c’è chi è d’accordo sulla decisione e chi no. Molto dipende probabilmente dall’idea che uno ha delle piattaforme digitali e della loro natura.

L’assalto a Capitol Hill ricostruito nelle ultime settimane , esaminato , commentato e condannato rappresenta per molti un vulnus alla democrazia americana . A opera ,secondo il partito democratico che ne ha promosso il procedimento di impeachment , dello stesso Presidente di quella nazione spingendo le istituzioni e la democrazia verso un’ombra e un’ombra di morte .

Apriamo momentaneamente una parentesi e consideriamo un punto importante in tutta questa vicenda che rimane comunque un punto fermo nella discussione e nelle opinioni. Se non vogliamo derubricare a folklore quell’assalto a Capitol Hill, bisogna esaminare i fatti e interrogarci sul ruolo di Donald Trump e sul senso di quello che è accaduto . I fatti dicono che nell’assalto sono morte cinque persone , sessanta poliziotti feriti o contusi, l’Fbi sta arrestando i partecipanti con l’accusa di sovversione armata, molti in America esprimono preoccupazione per quello che è accaduto ritenendo che non sia stata una goliardata per le supposte complicità in quanto l’entrare in quegli edifici è stata sicuramente favorita e guidata . Fatti preoccupanti in se stesso ma anche per il ritrovamento di un ordigno artigianale rinvenuto nei sotterranei e l’erezione di una forca ( per impiccare lo stesso vice presidente Spence per tradimento ) ad indicare che non si è passato per poco alle vie di fatte per decapitare ( uccidendo deputati del Congresso a cominciare dalla stessa speaker Nancy Pelosi ) ,il potere legislativo . Un tentativo portato avanti con metodi terroristici

Ma parlavamo della sospensione degli account del Presidente. Una decisione che pone delle domande e degli interrogativi all’ultimo utilizzatore di quelle piattaforme che ragioni con la propria testa. Domande e perplessità che si riferiscono a molti aspetti della nostra vita quotidiana ma anche agli orizzonti di una società che voglia minimamente costruire una forma di messa in comune ( condivisione) di proposte e risposte , spesso fortemente discordanti tra loro ,ma utili per la vita e la crescita di quella stessa società.

Certo tra i provvedimenti minacciati da Donald Trump allora c’era la creazione di una piattaforma alternativa a Twitter e Facebook per abbattere lo strapotere di questi social ma va detto che già ne esistono alcune utilizzate da comunità marginali che affidano a questi strumenti comunicazioni e propaganda che spesso viene sanzionata e quindi rischiano l’oscuramento. Cosa che non avviene nei confronti di Twitter e Facebook . Senza contare che nella minaccia di Trump c’è anche un antico riflesso di critica e disapprovazione per la elite della Silicon valley e il suo potere contro cui Donald Trump ha in qualche modo in questi quattro anni del suo mandato alla Presidenza degli Stati Uniti ha mosso le sue strategie .

A cominciare dalla ripresa di parte del programma di un Presidente molto amato in America J.F. Kennedy per aver scongiurato una guerra atomica riuscendo a dialogare con Nikita Krusciov primo segretario del PCUS di una Unione Sovietica che portava le sue armi nucleari alle porte dell’America sull’isola di Cuba, ottenendone lo stop. Un Presidente dunque J.F. Kennedy che però nella sua politica interna e anche estera a suo tempo delineata ,sembra potersi accomunare , per qualche aspetto a Donald Trump. Entrambi occupano la Casa Bianca senza alcuna esperienza p0olitica alle spalle ,entrambi in difficoltà nel trasformare le loro idee programmatiche in norme legislative per l’incapacità di mediare con gli organi del Congresso , entrambi con idee particolari. Detto per inciso fu per esempio ad opera del vice presidente Johnson che lo sostituì dopo l’assassinio la realizzazione del programma elettorale in norme e leggi molte delle quali ancora oggi sono in vigore e che hanno dato un volto all’America. Grazie alla esperienza come senatore del Texas che lo aveva eletto al Parlamento.

Ma torniamo alla nostra domanda : E se avessero fatto male ad espellere Donald Trump dai social ? Se Twitter e Facebook avessero esagerato questa volta accortosi dell’aria che tirava e che non conveniva più a loro ,a differenza di quando accondiscendenti avevano appunto per convenienza lasciato correre?

Consideriamo la sostanza del provvedimento. Il Presidente di un paese che nella sua costituzione del 1789 pone a base della sua democrazia ,la libertà di espressione viene “bannato” ,ossia silenziato, tacitato, nella piazza digitale globale dove dialogano tre miliardi di persone. Viene fatto da editori privati a cui lo stesso Presidente aveva riservato uno speciale trattamento sollevandoli da ogni responsabilità penale per le cose che pubblicano,esentandoli inoltre dal pagare i diritti di copyright e altri privilegi. Viene estromesso a venti giorni dal termine del mandato presidenziale da editori e non da una autorità di garanzia ,nemmeno da quella allestita dallo stesso Facebook per dirimere casi controversi. Insomma due privati cittadini che decidono chi può e chi non può parlare.

Lo può fare chiunque di noi quando “ banna” su Facebook un amico con il cui profilo si trova ad interagire virtualmente perché non vuole più condividere con lui. Un comportamento che sta dentro la piena responsabilità e libertà di ognuno di noi che usa quei social, Ma nel caso di Trump lo hanno fatto degli amministratori delegati verso un loro utente .

Abbiamo già anticipato che su questa vicenda le opinioni sono state e sono contrastanti. Spieghiamo meglio e più compiutamente . C’è chi afferma che Twitter e Facebook hanno fatto bene, era nel loro pieno diritto a silenziare Donald Trump, ipotizzando dei diversivi : regole contro l’hate speach e le fake news . Dice infatti Riccardo Luna su La Repubblica di domenica 10 gennaio 2021 a pag 28 nel suo commento dal titolo “Popper nella Silicon Valley”: “ L’espulsione di Donald Trump non è esagerata, non è una censura, non è un attentato alla democrazia… Semmai Trump andava fermato prima quando sui social ha insultato e diffamato avversari politici ,demonizzato il ruolo del giornalismo,sfiorato il conflitto con potenze straniere, irriso il coronavirus e gli scienziati…”

In sostanza i social hanno permesso a Trump di fare tutto questo ma alla richiesta di un intervento che lo limitasse è stato sempre risposto ( a volte conveniva agli stessi amministratori ) con provvedimenti diversivi seppure in qualche modo utili. La stessa Silicon Valley intesa come gruppo di potere aveva dato per così dire “ licenza” di andare oltre il lecito incassando “ profitti della pubblicità” acquisita dagli stessi “sparaballe” tra cui sicuramente Trump ma anche molti altri leader politici .

Con una spiegazione forse .Ricorda infatti Riccardo Luna nell’articolo citato : è Karl Popper che ci spiega come sono andate le cose . Il filosofo che aveva visto crollare la democrazia e l’ascesa del nazional socialismo nel 1945 aveva detto che “ la tolleranza illimitata porta alla scomparsa della tolleranza”. Insomma si passa sempre da un opposto all’altro.

Ci sono però anche opinioni che stigmatizzano negativamente il comportamento dei social nei confronti di Trump richiedendo per esempio di oscurare,allo stesso modo , despoti e dittatori annettendo anche a provvedimenti del genere un valore di sfida. Ovvero pongono concretamente agli amministratori dei social una sfida chiedendosi e chiedendo loro se sono capaci di fare altrettanto con altri utenti ,non quelli normali ma i rappresentanti dei maggiori potentati del mondo . Tra questi c’è il giornalista ed esperto di tecnologia Spreenath Sreenvasan nato a Tokio e cresciuti tra Unione Sovietica e Stati Uniti che in una intervista data a Jaime D’Alessandro pubblicata a pag. 13 di La Repubblica del 10 gennaio 2021 dice : “ Era evidente che sarebbe accaduto. (…) Inizia ora la fase più difficile per le compagnie come Twitter e Facebook perché ora saranno costrette a fare lo stesso nel resto del mondo. Parliamo di aziende che non hanno gli strumenti per “ capire gli equilibri degli altri paesi “.(…) Certo un politico non è un semplice cittadino e questo non deve significare impunità. Per loro la condivisione è importante e i social hanno bloccato questa possibilità”

In America la libertà di parola è protetta costituzionalmente e per la sospensione dell’account di Donald Trump stiamo parlando di un provvedimento di piattaforme private che sono diventate anche servizi pubblici .

Infatti dopo che Twitter e Facebook hanno bannato in modo permanente Donald Trump, ponendo i sigilli sui suoi account, Kevin Roose, giornalista del “New York Times”, si è rivolto una domanda. Questa: “chi comanda in America?”. Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute alla Columbia University, ha così commentato la decisione di chiudere gli account di Trump: “L’azione delle società tecnologiche è legale, non c’è alcun dubbio su ciò. Ma essa dimostra il potere enorme che alcune di queste società hanno come guardiani della pubblica piazza”. Se Twitter e Facebook pensavano di placare la furia dei democratici ed evitare che aggiungessero la loro voce a quella dei repubblicani nell’esigere un più stretto controllo sulla politica dei due social media, hanno fatto male i loro conti.Subito dopo il saccheggio di Capitol Hill, Richard Blumenthal, uno dei senatori democratici favorevoli a rimettere mano al Decency Act (vedi sotto), ha dichiarato che quell’episodio “rinnova e pone l’attenzione sulla necessità del Congresso di riformare i privilegi e gli obblighi dei Big Tech”. In Europa Angela Merkel ha definito la decisione di chiudere gli account di Trump “problematica” e una violazione del “fondamentale diritto alla libertà di parola”. Scrive Kevin Roose sempre sul quotidiano di New York: “La museruola messa a Trump chiarisce bene dove risieda il potere reale nella società digitale. Non nella legge, non nel meccanismo dei pesi e contrappesi, ma nella facoltà di consentire o negare l’accesso alle piattaforme che modellano la conversazione pubblica”. (1)

Dunque opinioni contrastanti .Soprattutto di fronte alle aspettative negli Stati Uniti e in Europa di nuove regole ma anche di una storia che si è tutta consumata in un breve volgere di tempo . Infatti un aspetto di tutta questa discussione è sicuramente il problema della manipolazione on line dei mezzi di comunicazione. Proprio venti anni fa i movimenti di protesta su internet con la tattica del sabotaggio culturale, vedi l’azione dei Yes Men,( 2 ) hanno involontariamente aperto lo studio delle manipolazioni del mezzi di comunicazione . Reagire implica accantonare l’ideologia secondo cui le piattaforme tecnologiche sarebbero democrazia pura . Nel tempo la stessa tecnologia usata per promuovere il cambiamento sociale è stata usata dai governi per spiare i propri cittadini.

Una conclusione provvisoria ma ardua potrebbe essere che occorre riprogettare i social media affinché assicurino una informazione diversa da quella di oggi , ossia tempestiva, locale rilevante e autorevole. Un cambio di scenario che vede la tecnologia non come strumento neutrale ma un mezzo per costruire il mondo che vogliamo. Che significa in sostanza la costruzione etica che significa secondo Sasha Costanza- Chock, la studiosa della comunicazione del Mit : “ Niente su di noi senza noi”.

Resta sempre come un mantra la nostra domanda iniziale. Possiamo consegnare la democrazia a Twitter e Facebook . Stefano Feltri in un articolo su Domani del 11 gennaio 2021 imposta il problema con una serie di domande : “ Le opinioni polarizzate sulla decisione delle piattaforme digitali di chiudere gli account di Donald Trump di solito dipendono dall’idea che si ha della loro natura. Chi pensa siano imprese private che ci offrono un servizio a condizioni che ci impegniamo a rispettare non vede nulla di scandaloso nell’espulsione del presidente degli Stati Uniti. Poi c’è chi pensa che le piattaforme digitali siano qualcosa di diverso, infrastrutture della nostra vita pubblica che per colpa di una serie di errori sono sotto il controllo arbitrario di alcuni imprenditori della Silcon Valley “ .Feltri esamina queste domande e dà alcune risposte .

Ma proprio in riferimento alla natura dei social dobbiamo continuare a chiederci per fare ancora qualche passo nella nostra riflessione qual’ è stata, qual ‘è e quale sarà la funzione dei social. E’ una risposta difficile da dare anche se come dice un proverbio il buongiorno si vede dal mattino . Una riposta probabilmente ci viene da Twitter, questo gigante dei social, che aveva già storicamente definito la sua funzione democratica dando un calcio proprio alla più elementare delle sue prerogative :la libertà in rete .

Infatti ci spiegava già a settembre del 2020 Ernesto Belisario Senior Partner Studio Legale E-Lex, Segretario Generale Istituto per le politiche dell’innovazione su Wired. It : “Da poche settimane gli utenti di Twitter (il social network creato da Jack Dorsey nel 2006) hanno a disposizione una nuova funzionalità. Si tratta della possibilità di decidere chi può rispondere ai propri post (tweet). Le opzioni a disposizione sono tre: chiunque (cioè qualsiasi altro utente della piattaforma, come è stato fino a ieri), solo le persone che segui (la tua cerchia) oppure solo le persone che menzioni (di cui ti fidi). Se si sceglie quest’ultima opzione senza però taggare altri utenti, tutti possono leggere il tweet ma nessuno può interagire rispondendo. (…)Da Twitter sostengono che questa evoluzione sarebbe dovuta alla necessità di limitare l’attività di troll e l’hate speech, dal momento che gli altri strumenti a disposizione non avrebbero dato i risultati sperati. I risultati dei test svolti prima del lancio su larga scala della funzionalità, tra l’altro, dimostrerebbero che gli utenti si sentono più a proprio agio sapendo di non poter essere commentati se non dai propri amici e contatti. E quindi, comprensibilmente, postano più liberamente.” Purtroppo, però, non si tratta di una buona notizia, almeno per due ragioni. La prima è limitazione che questa nuova funzionalità comporta alle libertà di manifestazione del pensiero, di critica e di satira. Non si tratta di un’esagerazione: è ovvio che questa funzionalità ha l’obiettivo – sia pure a fin di bene – di ridurre le interazioni tra gli utenti. E quindi anche le critiche, le discussioni, il dibattito. Insomma, quello che fin qui ha reso Twitter un posto meritevole di essere frequentato. Una “livella” social in cui poteva capitare di assistere alle discussioni tra l’esperto virologo e un utente “diplomatosi all’università della vita”, tra un candidato e un elettore. Da oggi, semplicemente, questo confronto potrebbe non esserci più. E quindi dobbiamo prepararci a una serie di messaggi unidirezionali. Non soltanto da parte di chi ha paura dei troll, ma anche – anzi soprattutto – da parte di chi ha paura del confronto e, anzi, al dibattito vuole sottrarsi. Facile immaginare l’uso (e l’abuso) che potrebbero farne – ad esempio – politici in campagna elettorale oppure account intenzionati a diffondere fake news, disinformazione e insulti.

La funzione democratica dei social . Dopo queste considerazioni in riferimento alle ultime vicende che hanno interessato una delle democrazie più antiche del mondo, quella americana , rimane pressante una domanda che è appunto” la madre di tutte le domande “ . Abbiamo cercato di analizzare ma che in definitiva si ripropone con tutto il suo peso stando a quanto afferma va Eugenio Cau che già nel 2017 scriveva su il Foglio : “ Lo strapotere dei social network è diventato un problema per la tenuta dei nostri sistemi democratici? I legali di Facebook, Google e Twitter, davanti alle domande pressanti di senatori e deputati, ( 3) si sono attenuti al copione scritto, hanno ammesso i problemi ma vi hanno fatto fronte annunciando cure palliative: più assunzioni per monitorare i contenuti controversi, più intelligenza artificiale e così via. Nessuno ha voluto ammettere che ormai Google e Facebook sono “media company”, vale a dire società editoriali con una responsabilità sui contenuti che ospitano, e nessuno ha voluto sostenere le iniziative legislative che chiedono più trasparenza. Per la Silicon Valley, se un errore c’è stato è ormai in fase di risoluzione, e bisogna sbrigarsi a far tornare tutto come era prima. Non basta .” Certo non basta .

La vicenda della libertà e della democrazia sulla rete, partita dai pareri pro e contro la chiusura degli account di Trump, assume un grande rilievo soprattutto per il futuro . Le domande relative alle questioni che abbiamo cercato di esaminare restano tute e tutte con il loro peso e hanno bisogno di risposte da parte dei singoli paesi e per quello che ci riguarda della stessa Unione Europea. Sarà dunque inevitabilmente necessario riparlare di questo tema .

(1) Fonti: Kevin Roose, In Pulling Trump’s Megaphone, Twitter Shows Where Power Now Lies, “The New York Times”, 11 gennaio 2021 Kirian Stacey, Hannah Murphy, Big Tech reform calls from left and right, “The Financial Times”, 13 gennaio 2021 per : https://www.firstonline.info/trump-fuori-dai-social-chi-comanda-davvero-in-america/

(2) Gli Yes Men sono un gruppo di attivisti americani che attraverso le loro azioni,, o performance cercano di mettere in evidenza la soggezione all’autorità del mercato nell’era del mercato globale. La “vittima” preferita degli Yes Men è il WTO (World Trade Organizazion, organizzazione con sede a Ginevra, nata nel 1995, succedendo al GATT General Agreement on Tariffs and Trade, fondato nel 1947), cioé l’Organizzazione Mondiale del Commercio, le loro tecniche la clonazione e la parodia. Gli Yes Men gestiscono, infatti, un sito Identico a quello del WTO, registrato con il dominio http://gatt.org, donatogli dall’agenzia ®tmark (www.rtmark.com), che era riuscita ad aggiudicarselo alla vigilia del round di Seattle nel novembre del 1999. La clonazione del sito si può ottenere tramite l’utilizzo del software Reamweaver (chiaramente una parodia del noto software Dreamweaver), o del software “Yes I Will” entrambi creati dagli Yes Men, che una volta installati non solo copiano fedelmente il sito prescelto, ed sono anche in grado di tenerlo aggiornato in tempo reale. Un utente poco attento può essere facilmente tratto in inganno da un sito clonato, esattamente come è successo al professor Nousiamen dell’Istituto di Scienze dei Materiali in Fibre, invitando un rappresentante del WTO al seminario “Fibre e tessuti per il futuro” che si teneva a Tampere in Finlandia nell’agosto del 2001. Certamente il più clamoroso e divertente intervento degli Yes Men! Il finto rappresentante del WTO accettò l’invito e il giorno stabilito il prof Hank Hardy Unruh puntualmente si presentò al seminario finlandese.Il prof Unruh dapprima incantò la folta platea di manager del tessile con dichiarazioni deliranti circa lo schiavismo e l’inutilità delle guerre civili, definendo Gandhi e Lincoln due criminali, e per concludere la sua stravagante performance si strappò gli abiti rimanendo con un’aderente tuta dorata, la Management Leisure Suit, dal quale con l’aiuto di una bomboletta a gas gonfiò un gigantesco fallo. L’enorme strumento, spiegò, era un modernissimo strumento di controllo studiata dal WTO, con il quale si poteva controllare a distanza l’operato dei dipendenti di una qualsiasi azienda, da cui si potevano trasmettere piccole scariche elettriche ai lavoratori meno efficienti, e infine ricevere impulsi positivi se nell’azienda andava tutto bene. L’unica obiezione in mezzo ad un pubblico entusiasta pervenne da una donna manager femminista. http://www.edueda.net/index.php?title=Yes_men

(3)Era successo con Big Food e Big Tobacco, con i grandi network televisivi negli anni Duemila, al culmine della loro potenza, e adesso è arrivato il turno di Big Tech. Tra ieri e martedì ( 2 novembre 2017 Ndr ) tre diverse commissioni del Congresso americano hanno sentito in udienza i rappresentanti legali di Facebook, Google e Twitter ponendosi una spaventosa domanda di fondo: i giganti tecnologici che possiedono i nostri dati personali e controllano il modo in cui i cittadini si informano sono diventati un pericolo per la democrazia? I giganti stessi, interrogati, non hanno fornito risposte soddisfacenti. Tutti e tre sono stati accusati di essere diventati strumento inconsapevole di una campagna di disgregazione del tessuto sociale e democratico americano (e occidentale) portata avanti da una potenza straniera, la Russia. Su questo non ci piove: tutti e tre hanno ammesso di essere stati la piattaforma di diffusione di falsità e disinformazione da parte di agenti russi coordinati a livello centralizzato, e hanno ammesso che queste falsità hanno raggiunto centinaia di milioni di elettori prima e dopo la campagna elettorale americana dell’anno scorso. Ora però la questione da risolvere diventa se possibile più grande, e cioè: potrebbe capitare di nuovo? Potrebbe succedere all’Italia o alla Germania di essere attaccate al cuore del sistema democratico dall’Iran o dalla Corea del nord? https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2017/11/02/news/lo-scandalo-russo-della-silicon-

valley-mostra-che-la-dittatura-dei-clic-e-la-tomba-della-democrazia-160978/

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