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” CHE COSA RESTA DELLA GLOBALIZZAZIONE ” – DI VALTER MARCONE

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Redazione-  Che cosa resta della globalizzazione di fronte alle istanze campanilistiche come si diceva una volta mentre oggi si dice sovraniste e ai conflitti sparsi per il mondo che sono a volte la manifestazione cruenta di quelle istanze . Conflitti frammentati come le bombe che sono ormai d’ordinanza , alcuni dei quali potrebbero ( si veda per esempio l’area medio orientale e il conflitto perenne tra Iran e Israele) veramente condurre il mondo ad una terza guerra mondiale . Che cosa resta della globalizzazione come mito insieme alla plastica, all’automobile,alla produzione di indumenti di moda che finiscono nelle discariche africane,internet che non è più di tutti ma solo di alcuni padroni ,l’Europa che poteva essere una casa comune e in realtà non lo è mai stata. Che cosa resta di questi miti tra i quali la globalizzazione sembra essere il più pervasivo rispetto all’immaginario popolare. Rifletterci sopra è l’oggetto delle considerazioni che seguono dentro certamente uno scenario di contraddizioni ma anche di nuove prospettive.

La globalizzazione con le sue innovazioni ha sicuramente cambiato il mondo .Di fronte ad una economia mondiale che è cresciuta di 14 volte, il commercio internazionale si è espanso di 45 volte. Dunque quasi sicuramente il mondo che ci circonda è migliore di quello di ieri .Questo nuovo mondo ha però un problema simile a quello del vecchio mondo : la competizione di giganti ,in termini di geopolitica, per assicurarsi il primato economico, tecnologico , militare che potrebbe trasformarsi in predominio .In quanto il primato potrebbe anche significare una competizione tra valori che hanno determinato e sorreggono una civiltà e le sue forme di governo a scapito di altre civiltà e forme di governo. A lungo si è discusso e la discussione continua anche nel presente sulla egemonia dell’Occidente e sulla preminenza dei suoi valori fondativi su altri esaminando indizi di decadenza che farebbero volgere lo sguardo verso altri orizzonti e nuovi scenari.

Negli ultimi decenni del Novecento, il secolo breve, il tramonto delle ideologie ha minato le identità che erano state costruite in secoli di accumulazioni di eventi costati spesso milioni di vite umane. La caduta del muro di Berlino per esempio ,come la fine dei regimi comunisti,la fine della guerra fredda, l’avanzamento del capitalismo ,l’affermazione delle democrazie liberali sembravano aver dato vita ad un nuovo mondo. Quello in cui la globalizzazione sembrava esperire ed esprimere tutte le sue potenzialità Sembrava voler dire che tutto era cambiato in meglio e che si poteva stare finalmente con le mani in mano perchè non c’era più niente da fare , niente più da aspettarsi e perfino la Storia sembrava essere arrivata a capolinea , ovvero alla fine .Uno scenario in cui sembravano impossibili alcune cose .

La prima : un rallentamento dell’economia . Cosa puntualmente avvenuta specialmente nei paesi più sviluppati , si parla di una fermata intorno al 3%.

La seconda : la bella favola o meglio la bella narrazione della favola della globalizzazione e quindi di uno sviluppo infinito è stata contraddetta da due esperienze di guerra . Proprio quella guerra che ormai sembrava essere bandita definitivamente dagli orizzonti dell’umanità lanciata verso speranze diverse e nuove . Due esperienze di guerra che si sono succedute nel breve tempo e che perdurano ancora. Una delle quali addirittura alle porte dell’Europa che da cinquant’anni non sentiva più l’urlo delle sirene e il rumore delle bombe. Due scenari la guerra tra Russia e Ucraina e la nuova guerra in Medio Oriente che insieme a tutte le altre guerre nel mondo , determina una vera e propria angoscia per le tragedie che quotidianamente i mezzi di informazione riferiscono delineando un quadro di riferimento che si fa sempre più fosco , anzi cupo. Non bastava la guerra tra Russia e Ucraina e la miriade di conflitti sparsi per tutto il mondo che fanno dire a Papa Francesco che stiamo vivendo la terza guerra mondiale con conflitti frazionati. Ora si aggiunge lo scenario medio orientale in cui Israele e Hamas, il gruppo oltranzista che “ governa” tra virgolette la striscia di Gaza,si combattono ,dopo l’azione dei miliziani di Hamas sul suolo israeliano , e forse l’esagerata controffensiva di Israele che coinvolge anche alleati e sostenitori di Hamas , rischiando di allargare il conflitto e di destablizzare l’intera area.

Guerre combattute con le armi convenzionali e armi modernissime come i missili ispersonici di fabbricazione russa che l’Iran minaccia di usare nei confronti di Israele. Ma anche guerre di altro genere come per esempio la guerra dei dazi. Una guerra quella dei dazi che già avviata nella passata stagione trumpiana ci pone la domanda sul futuro della globalizzazione , sia pur in una versione riveduta e corretta rispetto ai primi anni Duemila. Una domanda che pone l’interrogativo se il mondo è destinato a una nuova stagione di chiusure e di visioni contrapposte. Un tema molto discusso nella campagna elettorale per le prossime elezioni americane tanto che, nonostante l’importanza di temi come immigrazione, geopolitica, aborto e le cosiddette ‘culture wars’, l’economia si conferma come un argomento di primaria rilevanza. Ronald Regan quasi mezzo secolo fa incitava Michael Borgaciov ad abbattere il muro di Berlino e a liberalizzare i commerci. Donald Trump mezzo secolo dopo incitava a ristabilire confini daziari con la Cina e non solo ma anche ad erigere muri ( come in realtà poi ha fatto ) per contrastare l’emigrazione in particolare quella dal Messico negli Stati Uniti. Una politica quella di Trump in questi due settori che non è cambiata con l’amministrazione Biden che pure in molti settori ha preso decisioni diametralmente opposte a quelle di Trump

Gli economisti di Washington ritengono che il rallentamento dei commerci sia dovuto alla frammentazione dei conflitti che si ripercuote appunto sull’intero pianeta che così non riesce ad affrontare le sfide che la globalizzazione chiede. Anche perchè come dicono gli economisti è la fiducia che alimenta i mercati e fa girare l’economia .

Uno scenario di stallo se non di recessione che parte dall’Europa che deve rivedere il suo tasso di crescita a +1,2% nel 2024 a causa della recessione della Germania che come è noto è la locomotiva industriale dell’intero continente .Come pure la Cina che secondo le previsioni in questo 2024 si fermerà a 4,2%, un tasso da sopravvivenza a causa della crisi immobiliare e della sfiducia dei consumatori . L’’Italia crescerà forse dello 0,7% .

L’affermazione per così dire “ selvaggia” della globalizzazione degli anni scorsi sembrava voler dire che non era possibile più alcuna guerra che la limitasse. Invece no come si è già constatato con i conflitti Russia Ucrania e Israele -Hamas per parlare di quelli più vicino a noi e che potrebbero coinvolgerci pesantemente .No, anche perchè si ricomincia da capo anche con la “ nuova guerra fredda”. Quella che Janet Gellan , segretario al tesoro degli Stati Uniti definisce “friend-shorting”, un eufemismo per dire seconda guerra fredda ,quindi ,in termini di scambio, da effettuare solo con quei paesi che “ condividono con noi” i nostri stessi valori . Una guerra fredda e una guerra commerciale per la crescita e lo sviluppo se non anche per la supremazia che pone una domanda in termini di valori . Che pone una domanda guardando per esempio al benessere economico che il regime comunista della Cina sta assicurando ai suoi cittadini o sudditi che dir si voglia. Una domanda che recita così: “a che serve la libertà se la vita può essere migliore anche in un paese senza libertà?” .Una domanda difficile e impegnativa che occorre però farsi.

Di fronte a questo scenario viene ancora da domandarsi che fine ha fatto la globalizzazione e quello che sembrava il suo mito che, una volta affermatosi, rischiava di non tramontare più. Dobbiamo dunque scordarci modelli di consumo e di produzione più uniformi e convergenti?

La globalizzazione è stata usata come sinonimo di liberalizzazione per indicare la progressiva riduzione, da parte di molti paesi, degli ostacoli alla libera circolazione delle merci e dei capitali. Questo, tuttavia, è solo un aspetto dei fenomeni di globalizzazione che fino ad oggi hanno visto un aumento progressivo dell’integrazione economica tra i diversi paesi e purtroppo anche una persistenza (o addirittura aggravamento) degli squilibri fra questi . Una globalizzazione a due facce . Prende l’avvio e si sviluppa storicamente grazie ai processi di integrazione internazionale sviluppatisi nel 19° sec., interrotti nella prima metà del Novecento dalle guerre mondiali e dalla Grande depressione , e ripresi nella seconda metà (soprattutto dopo il 1960) con rinnovato vigore.

Persiste negli ultimi decenni del 20° e gli inizi del 21° sec. grazie al veloce progresso tecnologico contribuendo a ridimensionare le barriere naturali agli scambi e alle comunicazioni, alla crescita del commercio internazionale

Rischia di scomparire ?. “Sono diversi i fattori che, già da alcuni anni, stanno contribuendo a modificare profondamente, la “natura” della globalizzazione: la minore partecipazione alle catene globali del valore; il ruolo crescente dei servizi e dei dati nei flussi transfrontalieri; lo sviluppo delle nuove tecnologie.” E’ questa l’analisi che ne fanno Alessandro Terzulli e Pierluigi Ciabattoni in un breve esame contenuto nello studio : “Contro i danni del protezionismo, una globalizzazione più equilibrata” che si può leggere sul web (1) .Uno studio che dimostra come la stagione della globalizzazione “ viene e va “ e che in conclusione “ non ha la pretesa di indicare soluzioni, ma di offrire idee e spunti di riflessione. In primo luogo, crediamo( dicono gli autori ) si sia accumulata sufficiente esperienza con riguardo alle storture che la globalizzazione e il progresso tecnologico hanno prodotto e sono in grado di produrre. Questo bagaglio di conoscenza va sfruttato, se non altro per attivare dei meccanismi volti a correggere tali distorsioni e a impedire che se ne presentino di simili in futuro. Altro nodo, secondo noi cruciale, riguarda la necessità di avvicinare le istituzioni internazionali e statali alle comunità. Anche laddove le prime abbiano operato nell’interesse di

queste ultime, vi è sempre stato un enorme problema di comunicazione e spesso trasparenza, sia delle azioni sia dei risultati. In questo senso, pensiamo che rendere i processi più “nitidi”, semplificare il linguaggio, prendere in considerazione l’ipotesi di una presenza diretta sul territorio – all’interno delle comunità – di referenti di tali organismi, con cui potersi interfacciare, in una frase, rendere meno “astratte” tali istituzioni e garantire una maggiore possibilità di “controllo” alle comunità, potrebbe essere la chiave per riavvicinare queste ultime agli altri due pilastri, Stato e mercato”.

Scrive Alberto Mingardi su Corriere economia : “L’evoluzione anticinesi dell’establishment americano (ben di più dei successi elettorali «sovranisti») ha annunciato una radicale revisione della retorica della globalizzazione. L’integrazione delle economie era compresa, fino a pochi anni fa, come un elemento di forza: consentiva a imprese e Paesi di specializzarsi, di diversificare i rapporti di scambio, di valorizzare le proprie risorse e peculiarità. Dopo la narrazione prevalente ha cominciato a insistere sulla presunta debolezza implicita nel dipendere dagli altri per beni variamente definiti come «strategici». La politica continua a parlare come fossimo ancora nell’Ottocento e a spostarsi fossero manufatti che passano dalle stive delle navi agli scaffali dei supermercati. Invece la globalizzazione contemporanea è fatta di cose che servono per fare altre cose: di input e componenti. Per questo, smontarla è più complicato di quanto si creda. ( 2 )

Dunque una globalizzazione che va corretta per le sue storture ma anche una globalizzazione che va inquadrata in un nuovo contesto mondiale perchè torni ad essere un elemento di forza per continuare ad assicurare risultati che negli ultimi trent’anni, hanno permesso la straordinaria fuga dalla povertà di interi paesi del nostro pianeta. Secondo alcuni esperti non ci si sta dirigendo verso una spinta alla deglobalizzazione, bensì verso un processo di globalizzazione su nuove basi, nel quale il ruolo degli Stati Uniti non è più dominante e si deve confrontare con l’emergere di diversi nuovi attori. già sulla scena .

( 1 )https://www.sace.it/docs/default-source/ufficio-studi/pubblicazioni/sace-simest—macrotrends.pdf?sfvrsn=4690fcbe_2

( 2 )https://www.corriere.it/economia/opinioni/23_novembre_02/globalizzazione-ancora-viva-meno-male-mondo-chiuso-piu-povero-9aa7d91c-771a-11ee-9b27-58862827e9ef.shtml

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