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CAMMINARE INSIEME PER ANNUNCIARE IL VANGELO (TERZA PARTE)

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Redazione- Nella prima e seconda  parte di questa esposizione abbiamo  ricordato  storia,  ragioni e  in generale  contenuti  del Sinodo indetto Papa Francesco, che è  stato avviato il 10 ottobre scorso e che si svolgerà lungo un  percorso che si proietterà ben oltre il 20222.

In questa terza parte indichiamo a modo di indice ,  secondo quanto  riporta il documento preparatorio , proprio il percorso  del documento stesso  che “1) comincia tracciando alcune caratteristiche salienti del contesto contemporaneo;  2) illustra sinteticamente i riferimenti teologici fondamentali per una corretta comprensione e pratica della sinodalità; 3) offre alcuni spunti biblici che potranno nutrire la meditazione e la riflessione orante lungo il cammino; 4) illustra alcune prospettive a partire dalle quali rileggere le esperienze di sinodalità vissuta; 5) espone alcune piste per articolare questo lavoro di rilettura nella preghiera e nella condivisione.”

Inoltre nel documento medesimo  vien proposto e allegato un Vademecum  per “  accompagnare concretamente l’organizzazione dei lavori. Il sito  nel quale si può trovare il testo del documento preparatorio e dell’allegato Vademecum  offre alcune risorse per l’approfondimento del tema della sinodalità; tra queste ne segnaliamo due, più volte citate di seguito: il Discorso per la Commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, tenuto da Papa Francesco il 17 ottobre 2015, e il documento La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa, elaborato dalla Commissione Teologica Internazionale e pubblicato nel 2018.”

Alcune caratteristiche salienti del contesto contemporaneo

Il documento si apre dunque, secondo l’indice che abbiamo riportato   con l’analisi di  alcune caratteristiche  salienti del tempo presente   .“Il cammino sinodale si snoda all’interno di un contesto storico segnato da cambiamenti epocali della società e da un passaggio cruciale della vita della Chiesa, che non è possibile ignorare: è nelle pieghe della complessità di questo contesto, nelle sue tensioni e contraddizioni, che siamo chiamati a «scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo» (GS, n. 4). Si tratteggiano qui alcuni elementi dello scenario globale più strettamente connessi al tema del Sinodo, ma il quadro andrà arricchito e completato a livello locale.”

Scrutare I segni dei tempi . Nella convinzione che tutto può diventare segno; tutto, nella realtà, può raccontarci di Dio, può rimandare alla sua voce, alla sua Parola. Dio ci parla ogni giorno  ,in modo comprensibile perché si fa presente proprio nelle esperienze fondamentali della nostra giornata   e con le modalità comprensibili  che la Buona novella  ha annunciato al mondo.

“L’espressione segni dei tempi fu usata per la prima volta ufficialmente nella bolla di Giovanni XXIII Humanae salutis (25.12.1961) con cui convocava il Concilio. Nell’enciclica Pacem in terris (11.4.1963) dello stesso Pontefice, diventa una categoria fondamentale. In modo chiaro, vengono in essa indicati quattro segni dei tempi contemporanei: la socializzazione, l’emancipazione delle classi lavoratrici, l’ingresso della donna nella vita pubblica, la libertà dei popoli oppressi. Paolo VI, nella sua prima enciclica Ecclesiam suam (6.8.1964) ripete questa stessa espressione. Chenu descrive i segni dei tempi come « fenomeni generalizzati , che abbracciano tutta una sfera di attività, e che esprimono i bisogni e le aspirazioni dell’umanità di oggi ». La Costituzione conciliare Gaudium et Spes afferma che « è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo » (GS 4; cf UR 4; PO 9). Già Gesù stesso aveva invitato i Farisei a saper interpretare i segni dei tempi » (Mt 16,3) per conoscere l’ »ora messianica » o « il segno di Giona » (Lc 11,29), cioè, la presenza salvifica di Dio nella storia. Nell’esposizione preliminare della Gaudium et Spes, il Concilio indica questi segni: il potere economico, che è in contrasto con la fame e con la miseria di una grande parte dell’umanità; un senso acuto della libertà, che è in contrasto con nuove forme di schiavitù sociale e psichica; il desiderio di unità, interdipendenza e solidarietà, che è in contrasto col pericolo costante della guerra; lo scambio delle idee che è in contrasto coi vari significati che si danno alle parole in ideologie differenti; la ricerca di un ordine temporale più perfetto a cui non corrisponde il progresso spirituale (cf GS 4).” (1)

Scrive Paolo VI per l’Udienza generale  di Mercoledì, 16 aprile 1969: “Uno degli atteggiamenti caratteristici della Chiesa dopo il Concilio è quello d’una particolare attenzione sopra la realtà umana, considerata storicamente; cioè sopra i fatti, gli avvenimenti, i fenomeni del nostro tempo. Una parola del Concilio è entrata nelle nostre abitudini: quella di scrutare «i segni dei tempi». Ecco una espressione, che ha una lontana reminiscenza evangelica: «Non sapete distinguere – chiede una volta Gesù ai suoi ostili e malfidi ascoltatori – i segni dei tempi?» (Matth. 16, 4). Il Signore alludeva allora ai prodigi ch’Egli andava compiendo, e che dovevano indicare l’avvento dell’ora messianica. Ma l’espressione ha oggi, sulla stessa linea, se vogliamo, un significato nuovo di grande importanza: la riprese infatti Papa Giovanni XXIII nella Costituzione apostolica, con la quale indisse il Concilio Ecumenico Vaticano II, quando, dopo aver osservato le tristi condizioni spirituali del mondo contemporaneo, volle rianimare la speranza della Chiesa, scrivendo: «A noi piace collocare una fermissima fiducia del divino Salvatore … che ci esorta a riconoscere i segni dei tempi», così che «vediamo fra tenebre oscure numerosi indizi, i quali sembrano annunciare tempi migliori per la Chiesa e per il genere umano» (A.A.S. 1962, p. 6). I segni dei tempi sono, in questo senso, dei presagi di condizioni migliori.”  E continua  Paolo VI  : “Il mondo per noi diventa libro. La nostra vita, oggi, è assai impegnata nella continua visione del mondo esteriore. I mezzi di comunicazione sono così cresciuti, così aggressivi, che ci impegnano, ci distraggono, ci distolgono da noi stèssi, ci svuotano dalla nostra coscienza personale. Ecco: facciamo attenzione. Noi possiamo passare dalla posizione di semplici osservatori a quella di critici, di pensatori, di giudici. Quest’attitudine di conoscenza riflessa è della massima importanza per l’anima moderna, se vuole restare anima viva, e non semplice schermo delle mille impressioni a cui è soggetta. E per noi cristiani questo atto riflesso è necessario, se vogliamo scoprire «i segni dei tempi»; perché come insegna il Concilio (Gaudium et spes, n. 4), l’interpretazione dei «tempi», cioè della realtà empirica e storica, che ci circonda e ci impressiona, deve essere fatta «alla luce del Vangelo». La scoperta dei «segni dei tempi» è un fatto di coscienza cristiana; risulta da un confronto della fede con la vita; non per sovrapporre artificiosamente e superficialmente un pensiero devoto ai casi della nostra esperienza, ma piuttosto per vedere dove questi casi postulano, per il loro intrinseco dinamismo, per la loro stessa oscurità, e talvolta per la loro stessa immoralità, un raggio di fede, una parola evangelica, che li classifichi, che li redima; ovvero la scoperta dei «segni dei tempi» avviene per farci rilevare dove essi vengono da sé incontro a disegni superiori, che noi sappiamo cristiani e divini (come la ricerca dell’unità, della pace, della giustizia), e dove un’eventuale nostra azione di carità o di apostolato viene a combaciare con una maturazione di circostanze favorevoli, indicatrici che l’ora è venuta pei- un progresso simultaneo del regno di Dio nel regno umano.” (2 )

Il teologo Carlo Molari scrive in  “SCRUTARE I SEGNI DEI TEMPI”DOVERE COSTANTE DELLA CHIESA:  “Occorre distinguere l’uso sociologico della formula ST dall’uso teologico. In senso sociologico la formula indica le caratteristiche di un periodo storico che lo distinguono dagli altri. In questo senso la globalizzazione, l’idolatria del mercato, l’orizzonte planetario della storia sono spesso citati come segni del nostro tempo. Sono fenomeni estesi e visibili, non sempre positivi in ordine al Regno di Dio, anzi spesso opposti alle sue dinamiche. Ma proprio per questo anch’essi possono avere un significato per le comunità ecclesiali in quanto suscitano la necessaria tensione al loro superamento.Non sono gli eventi come tali o le condizioni sociali a costituire i segni dei tempi, bensì il rapporto che essi hanno in ordine al Regno di Dio e quindi le indicazioni che essi danno per ricercare i luoghi dove l’azione di Dio si può esprimere come salvezza. Una volta riconosciuti essi possono indicare l’orientamento del cammino della Chiesa. Le particolari caratteristiche di un periodo storico spesso costituiscono sollecitazioni per le comunità ecclesiali a dare risposte salvifiche. In tale modo esse diventano segni indiretti in quanto possono indicare l’azione o la presenza divina in coloro che guidati dallo Spirito operano per il Regno reagendo al male.Nell’uso strettamente teologico, quindi, la formula ST si riferisce all’azione di Dio in ordine alla venuta del suo Regno espressa nella storia attraverso i suoi testimoni.” E continua indicando proprio le azioni concrete di questo scrutare: “Soggetto della lettura dei ST è il popolo di Dio o la Chiesa intera con particolare funzione di servizio dei pastori e dei teologi. Luogo od oggetto materiale della lettura sono “gli avvenimenti” della storia, in particolare, le “attese, le aspirazioni, l’indole spesso drammatiche”, o ” i vari modi di parlare” degli uomini del nostro tempo. La Chiesa non possiede tutti gli elementi per svolgere la sua missione, né conosce tutti i contenuti per annunciare in modo adatto la verità rivelata. Essa deve volgersi alla storia degli uomini, alle loro esperienze per cogliere gli aspetti non ancora scoperti della verità e poterli annunciare per la salvezza degli uomini. Questo esame del mondo non è di stretta competenza della Chiesa, che non possiede tutti gli strumenti necessari per questa analisi. Essa deve perciò rivolgersi agli “esperti del mondo, siano essi credenti o non credenti” (GSp.44). Oggetto specifico dello sguardo ecclesiale devono essere i “segni della presenza o del disegno di Dio”. Fine di questa ricerca è la missione ecclesiale : “rispondere ai perenni interrogativi dell’uomo sulla vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto”; “capire la verità rivelata, approfondirla e presentarla in maniera più adatta”. Luce di questa lettura viene alla Chiesa dalla sua tradizione, dalla fede, dall’azione dello Spirito santo. La luce della fede, in quanto tale, non offre contenuti propri, ma fa scoprire ciò che si fa presente o è nascosto nella realtà. La fede non può sostituire l’analisi delle cose, ma la rende possibile in una prospettiva diversa. In virtù delle convinzioni che attraverso le esperienze salvifiche le generazioni precedenti hanno acquisito. Qualifica morale con cui viene indicato il compito della lettura dei segni dei tempi è impegnativa è un dovere. “   (3 )

Il documento preparatorio  sinodale comincia così nell’indicare appunto quei segni dei tempi : “Una tragedia globale come la pandemia da COVID-19 «ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti: ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme» (FT, n. 32). Al tempo stesso la pandemia ha fatto esplodere le disuguaglianze e le inequità già esistenti: l’umanità appare sempre più scossa da processi di massificazione e di frammentazione; la tragica condizione che i migranti vivono in tutte le regioni del mondo testimonia quanto alte e robuste siano ancora le barriere che dividono l’unica famiglia umana.”

Tempo di diseguaglianze e di  inequità  già trattate  nelle due encicliche di Papa Francesco e  che il testo del documento sinodale ricorda così :  “Le Encicliche Laudato si’ e Fratelli tutti documentano la profondità delle fratture che percorrono l’umanità, e a quelle analisi possiamo fare riferimento per metterci all’ascolto del grido dei poveri e della terra e riconoscere i semi di speranza e di futuro che lo Spirito continua a far germogliare anche nel nostro tempo: «Il Creatore non ci abbandona, non fa mai marcia indietro nel suo progetto di amore, non si pente di averci creato. L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune» (LS, n. 13).”

L’enciclica “Laudato sì “ che non è una “ enciclica verde “ come Papa Francesco stesso ha detto ma è “un’enciclica sociale “ pur trattando  di ambiente e di ecologia  in cui il Pontefice ci esorta ad aver cura della casa comune .

Gli argomenti usati dal Papa sono “ un campanello d’allarme mondiale per aiutare l’umanità a comprendere la distruzione che l’uomo sta causando all’ambiente e ai suoi simili.Pur affrontando direttamente l’ambiente, il campo di applicazione del documento è, per molti versi, più ampio in quanto esamina non solo l’effetto dell’uomo sull’ambiente, ma anche le numerose cause filosofiche, teologiche e culturali che minacciano i rapporti dell’uomo con la natura e l’uomo con gli altri esseri umani, in varie circostanze. Questo documento è, per molti versi, l’epitome di Papa Francesco. È un argomento inaspettato. Presenta verità evangeliche e lancia una sfida a ogni credente (e anche ai non credenti). Papa Francesco fin dall’inizio afferma l’obiettivo del documento: “In questa Enciclica, mi propongo specialmente di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa comune” (n.3). Normalmente i documenti pontifici sono indirizzati ai vescovi della Chiesa o ai fedeli laici, ma, come nel caso della Pacem in terris di San Giovanni XXIII, Papa Francesco rivolge il suo messaggio a tutte le persone. L’obiettivo del dialogo: “Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”. (n. 14). Questo è il cuore del documento, ma papa Francesco rivolge un appello alla conversione molto suggestivo anche a coloro che sono nella Chiesa. “La crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana.” (#217)(4)

“Fratelli tutti “  è la  terza enciclica firmata da papa Francesco  in un luogo simbolico come d Assisi  in cui  propone la terapia della fraternità ad un mondo malato, e non solo di Covid. Il testo di riferimento è il documento di Abu Dhabi, il modello è quello del Buon Samaritano. Una “governance globale per le migrazioni”, la richiesta del quarto capitolo. Nel quinto, Bergoglio traccia l’identikit del “buon politico” e mette in guardia dal “populismo irresponsabile”. “Il mercato da solo non risolve tutto”, scrive il Papa auspicando una riforma dell’Onu. “La Shoah non va dimenticata, mai più la guerra”. Cita una canzone di Vinicius de Moraes, per esortare alla gentilezza

M.Michela Nicolais  il 4 ottobre 2020 per l’Agenzia Sir  commentando appunto  l’annuncio della pubblicazione della terza enciclica che parla soprattutto del segno dei tempi scrive : “ Il Coronavirus, che ha fatto irruzione in maniera improvvisa nelle nostre vite, “ha messo in luce le nostre false sicurezze” e la nostra “incapacità di vivere insieme”,denuncia Francesco sulla scorta del suo magistero durante la pandemia: “Che non sia stato l’ennesimo grave evento storico da cui non siamo stati capaci di imparare”, l’appello per il dopo-Covid: “Che non ci dimentichiamo degli anziani morti per mancanza di respiratori. Che un così grande dolore non sia inutile. Che facciamo un salto verso un nuovo modo di vivere e scopriamo una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri”. “Siamo più soli che mai”, la constatazione di partenza.Il razzismo che “si nasconde e riappare sempre di nuovo”; l’”ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca”, prima fra tutti l’aumentare della povertà.Sono alcuni effetti della “cultura dello scarto”, stigmatizzata ancora una volta dal Papa. Vittime, in particolare, le donne, che con crimini come la tratta – insieme ai bambini – vengono “private della libertà e costrette a vivere in condizioni assimilabili a quelle della schiavitù”.    “La connessione digitale non basta per gettare ponti, non è in grado di unire l’umanità”, il rimprovero al mondo della comunicazione in rete, dove pullulano “forme insolite di aggressività, di insulti, maltrattamenti, offese, sferzate verbali fino a demolire la figura dell’altro”. I circuiti chiusi delle piattaforme, in cui ci si incontra solo tra simili con la logica dei like, “facilitano la diffusione di informazioni e notizie false, fomentando pregiudizi e odio”.    (5)

Contro le sicurezze  dunque e contro quel modo di fare e di pensare che rende  la rassegnazione  un tarlo  terribile dice ancora il documento sinodale : “ Questa situazione, che, pur tra grandi differenze, accomuna l’intera famiglia umana, sfida la capacità della Chiesa di accompagnare le persone e le comunità a rileggere esperienze di lutto e sofferenza, che hanno smascherato molte false sicurezze, e a coltivare la speranza e la fede nella bontà del Creatore e della sua creazione. Non possiamo però nasconderci che la Chiesa stessa deve affrontare la mancanza di fede e la corruzione anche al suo interno. In particolare non possiamo dimenticare la sofferenza vissuta da minori e persone vulnerabili «a causa di abusi sessuali, di potere e di coscienza commessi da un numero notevole di chierici e persone consacrate»4. Siamo continuamente interpellati «come Popolo di Dio a farci carico del dolore dei nostri fratelli feriti nella carne e nello spirito»5: per troppo tempo quello delle vittime è stato un grido che la Chiesa non ha saputo ascoltare a sufficienza. Si tratta di ferite profonde, che difficilmente si rimarginano, per le quali non si chiederà mai abbastanza perdono e che costituiscono ostacoli, talvolta imponenti, a procedere nella direzione del “camminare insieme”. La Chiesa tutta è chiamata a fare i conti con il peso di una cultura impregnata di clericalismo, che eredita dalla sua storia, e di forme di esercizio dell’autorità su cui si innestano i diversi tipi di abuso (di potere, economici, di coscienza, sessuali). È impensabile «una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio»6: insieme chiediamo al Signore «la grazia della conversione e l’unzione interiore per poter esprimere, davanti a questi crimini di abuso, il nostro pentimento e la nostra decisione di lottare con coraggio”. ( continua )

( 1) https://www.latheotokos.it/programmi/DIZIONARI/PASTORALE/segni-dei-tempi.html Bibliografia :Chenu M.D., I segni dei tempi, in: Aa.Vv., La Chiesa nel mondo contemporaneo, Ed. Queriniana, Brescia, 1966, pp. 85‑102. Gennari G., « Segni dei tempi », in: Nuovo Dizionario di Spiritualità, Ed. Paoline, Cinisello B., , pp. 1400‑1422. Latourelle R., Cristo e la Chiesa segni di salvezza, Ed. Cittadella, Assisi, 1971. O’ COLLINS G., Teologia fondamentale, Ed. Queriniana, Brescia, 1982. Pellegrino M., La Chiesa nel mondo, Ed. Esperienze, Fossano, 1967.

( 2  ) https://www.vatican.va/content/paul-vi/it/audiences/1969/documents/hf_p-vi_aud_19690416.html

( 3 ) https://www.viandanti.org/website/scrutare-i-segni-dei-tempi-impegno-costante-della-chiesa/

(  4  ) https://laudatosimovement.org/it/2021/10/25/la-migliore-sintesi-della-laudato-si/

(5 ) https://www.agensir.it/chiesa/2020/10/04/fratelli-tutti-sintesi-dellenciclica-di-papa-francesco-serve-amicizia-sociale-per-un-mondo-malato/

Continua  Michela Nicolais : “     Arrivare ad “una governance globale per le migrazioni”. È l’auspicio del quarto capitolo, dedicato interamente alla questione dei migranti, da “accogliere, promuovere, proteggere e integrare”, ribadisce Francesco. “Piena cittadinanza” e rinuncia “all’uso discriminatorio del termine minoranze”, l’indicazione per chi è arrivato già da tempo ed inserito nel tessuto sociale. “La vera qualità dei diversi Paesi del mondo si misura da questa capacità di pensare non solo come Paese, ma anche come famiglia umana, e questo si dimostra specialmente nei periodi critici”, sottolinea Francesco: no ai “nazionalismi chiusi”, l’immigrato non è “un usurpatore”.      Una cosa è essere a fianco del proprio “popolo” per interpretarne il “sentire”, un’altra cosa è il “populismo”. Nel quinto capitolo, dedicato alla politica, il Papa stigmatizza l’”insano populismo” che consiste “nell’abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere”. No, allora, al “populismo irresponsabile”, ma anche all’accusa di populismo “verso tutti coloro che difendono i diritti dei più deboli della società”.  “La politica è più nobile dell’apparire, del marketing, di varie forme di maquillage mediatico”, ammonisce Francesco tracciando l’identikit del “buon politico”, le cui “maggiori preoccupazioni non dovrebbero essere quelle causate da una caduta nelle inchieste”: “E quando una determinata politica semina l’odio e la paura verso altre nazioni in nome del bene del proprio Paese, bisogna preoccuparsi, reagire in tempo e correggere immediatamente la rotta”. “Il mercato da solo non risolve tutto”,mette in guardia Francesco, che chiede di ascoltare i movimenti popolari e auspica una riforma dell’Onu, per evitare che sia delegittimato.  “Occorre esercitarsi a smascherare le varie modalità di manipolazione, deformazione e occultamento della verità negli ambiti pubblici e privati”. Ne è convinto il Papa, che puntualizza: “Ciò che chiamiamo ‘verità’ non è solo la comunicazione di fatti operata dal giornalismo”, e nemmeno semplice “consenso tra i vari popoli, ugualmente manipolabile”. Oggi, ad un “individualismo indifferente e spietato” e al “relativismo” – la tesi di Francesco – “si somma il rischio che il potente o il più abile riesca a imporre una presunta verità”. Invece,  “di fronte alle norme morali che proibiscono il male intrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere il padrone del mondo o l’ultimo ‘miserabile’ sulla faccia della terra non fa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamente uguali”.  “La Shoah non va dimenticata”. “Mai più la guerra”, mai più bombardamenti a Hiroshima e Nagasaki, “no” alla pena di morte. Bergoglio lo ripete, nella parte finale dell’enciclica, in cui si sofferma sull’importanza della memoria e la necessità del perdono. Cita una canzone di Vinicius de Moraes, per riaffermare la sua concezione della società come “poliedro” ed esortare alla gentilezza: “La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita”. Come San Francesco, ciascuno di noi deve riscoprire la capacità e la bellezza di chiamarsi “fratello” e “sorella”. Perché nessuno si salva da solo: “Siamo sulla stessa barca”, come ha detto il 266° successore di Pietro il 27 marzo scorso, in una piazza San Pietro deserta e bagnata dalla pioggia.

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