LA “TERRA DEL RIMORSO”: UNA LEGISLATURA BLINDATA DAL VOTO DI UN REFERENDUM E DA UNA PARTITA FINITA IN PARITA’
Redazione- Gli italiani hanno confermato il taglio della casta . E’ successo dunque che avendo 945 litri di vino diventati aceto se ne sono buttati 345 per ridurre anche l’odore secondo uno stereotipo che accolla alla politica anche il cattivo odore di tante altre situazioni che poco avrebbero a che fare con la politica stessa . Con il risultato che comunque nella botte è rimasto sempre aceto e i 600 litri di aceto rimasti non sono tornati ad essere vino. Staremo dunque a vedere come il percorso che il taglio dei parlamentari dovrebbe avviare riesca a scongiurare il pericolo che la botte continui ad avere vino che diventa continuamente aceto.
Migliorare se stessa – per esempio scegliendo meglio chi mandare in parlamento – nel momento in cui si arriva a smantellare parzialmente il parlamento stesso, diventa essenziale per rendere questa riforma credibile e produttiva in termini positivi. .
La cartina di tornasole sarà dunque l’uso che si farà di questa pronuncia popolare . il M5s si è intestata questa vittoria . Con la speranza che riesca a smentire anche la narrazione che sembra mettere il racconto della sua attività in questo modo : di fronte a una propria carenza, la politica reagisce diminuendo la capacità dell’istituzione che rappresenta il popolo, garantendosi di fatto ancor più potere di oggi. Sull’onda di un sentimento antipolitico che in molti – inclusa una parte della stampa più influente – hanno alimentato in questi ultimi due decenni. E con la speranza di smentire anche un altro sospetto che la vittoria al referendum si sia cercata solo per motivi di bassa politica strumentale . Non un voto per cambiare la Costituzione ma per decidere chi comanda nel Movimento . Con un Si che avrebbe favorito Di Maio per cercare di tornare al ruolo di reggente occupato da Vito Crimi . Ripercorrendo vecchie strade e copioni ormai noti di sequel che ancora una volta richiamano l’attenzione su una politica legata alla figura del leader . Sospetto rafforzato dalle dichiarazioni di Di Battista che, pur avendo fatto campagna elettorale in Puglia, ha dichiarato a voce alta che il M5s ha avuto un vero e proprio “ cappotto” in questa tornata elettorale. Preludio forse di uno scontro che il Presidente Fico tenta di mediare . Uno scontro forse salutare per definire non tanto il dna del Movimento, quanto l’identità
Scriveva infatti Alessandro Calvi su Internazionale . it del 19 agosto 2020 :” … tutto ha inizio negli anni novanta. Fu allora che i grandi partiti popolari vennero spazzati via, alcuni dalle inchieste sulla corruzione e altri invece dalla storia. Si affermò allora un genere di organizzazione politica più liquida e legata alla figura del leader, per la quale la comunicazione ha avuto un ruolo fondamentale e che alle idee ha sostituito l’appartenenza a vere e proprie consorterie. È lì, nella chiamata diretta del leader al popolo, senza più la mediazione dei partiti, che sta l’origine dell’ondata populista che negli anni successivi si è andata ingrossando. Non a caso, negli stessi anni la democrazia parlamentare venne di fatto “presidenzializzata”, anche se la costituzione non era cambiata. “(1)
Il taglio confermato dal voto popolare porta dai circa 96mila abitanti per deputato a circa 151mila per senatore e il nostro paese finisce all’ultimo posto in Europa per quanto riguarda la rappresentatività della camera bassa, che in Italia è la camera dei deputati. Ed è questo il primo risultato per un percorso tutto da fare .
In realtà questo referendum è una “terra del rimorso “ . Perché il Parlamento aveva già adottato una riforma costituzionale , che modificava gli articoli 56 e 57 della Costituzione che si esprimevano così in merito al numero dei seggi di Camera e Senato : ARTICOLO 56 «La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto, in ragione di un deputato per ottantamila abitanti o per frazione superiore a quarantamila. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età.» ARTICOLO 57 «Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale. A ciascuna Regione è attribuito un senatore per duecentomila abitanti o per frazione superiore a centomila. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sei. La Valle d’Aosta ha un solo senatore.» ma che erano già stati riformati dalla legge costituzionale 9 febbraio 1963, n. 2, che ha sostituito la proporzione fra parlamentari eletti e popolazione con l’attuale numero fisso.
I cosiddetti Padri Costituenti avevano ritenuto necessario un numero di deputati e senatori, direttamente proporzionale al numero di abitanti, che fosse in grado di garantire la rappresentanza in Parlamento di tutti gli interessi del Popolo italiano. Nel 1948 avevamo circa 46 milioni di abitanti contro gli attuali 60 milioni. Tanto che al contrario di quanto si possa pensare, se quegli articoli non fossero stati modificati nel 1963 , oggi il numero di parlamentari sarebbe stato enorme .
La legge di riforma costituzionale del governo giallo rosso attuale, in realtà dunque, modifica gli articoli 56 e 57 della costituzione già modificati da una legge costituzionale del 1963 che fissava il numero attuale dei parlamentari .
Nei primi tre passaggi alle Camere il Partito democratico si era espresso contro il taglio. Poi, al quarto e ultimo voto parlamentare, ha dato il via libera in cambio della promessa strappata al M5s dell’introduzione di una serie di correttivi per mitigare le distorsioni causate dalla riforma.
Di seguito al’approvazione della legge e prima della sua entrata in vigore un gruppo di parlamentari e non solo, ha avanzato la richiesta alla Corte costituzionale di esaminare il presunto conflitto istituzionale che la legge determinava . (2) Ne è venuto fuori il via libera da parte della Corte ad un referendum confermativo che si è limitato al solo quesito del si e no al taglio del numero dei parlamentari . Un referendum , utile per ritardare l’eventuale taglio di poltrone, come a qualcuno faceva comodo , ma soprattutto per blindare i tempi della legislatura stessa ( perché alla pronuncia referendaria in caso di conferma del taglio dovrebbe seguire una legge elettorale ) fino ad arrivare in qualche modo al semestre bianco, quello che precede l’elezione del Presidente della repubblica , periodo in cui non è possibile sciogliere ke Camere. Il Covid e la pandemia che ne è seguita ha fatto il resto, a cominciare dall’ allungamento tempi entro i quali è stata fissata la consultazione fino ad arrivare all’election day del 20 e 21 settembre.
Completamente diversa e più articolata era stata la legge Boschi il cui testo di riforma costituzionale era stato approvato dalla Camera dei Deputati il 12 aprile 2016 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016. Riforma del bicameralismo e del titolo V, promossa dal ministro Boschi, dell’allora governo presieduto da Renzi , che è stata tuttavia bocciata dal voto nel referendum che si è tenuto il 4 dicembre 2016. E che fa dire che l’attuale legge del taglio dei parlamentari , confermata questa volta dal voto referendario favorevole che siamo solo all’inizio di un cammino di riforme che diversamente nella legge Boschi venivano già messe nero su bianco ed erano diventate legge. (3)
Ora si parla con il risultato delle urne di una riforma storica equivalente a quella del 1913 del suffragio universale ma si è solo al principio. E’ il primo tassello di un mosaico da riempire con una stagione di riforme che partendo dalla Costituzione espanda la sua azione in molti altri settori della vita del no0stro paese. A cominciare dalla riforma della stessa legge elettorale che garantisca si la governabilità ma che non sacrifichi in nome di quest’ultima la rappresentanza. Il No che non ha vinto è stato comunque salutare anche alla stessa campagna referendaria : si sono viste scomparire le “ forbici “ ( un modo kitsch di esprimere una esigenza ) e non si è più ascoltata la solita cantilena su parlamentari nullafacenti, e via dicendo avvicinandosi maggiormente alle motivazioni istituzionali . La vittoria del SI fa dire alle opposizioni che comunque questo Parlamento è ora delegittimato , ( per questo va sciolto ) e non potrà mai eleggere il Presidente della Repubblica il cui mandato scade nel 2022 (4)
Certo è stato un referendum confermativo e per questo senza quorum. Se ci fosse stato, il NO avrebbe potuto cavalcare l’astensione che con i dati di affluenza che si sono registrati , avrebbe sicuramente vinto . Ed è stato un referendum che conferma una legge che oltre a modificare gli assetti istituzionali con effetti ancora da misurare pienamente, conferma l’ideologia anticasta ( visto la percentuale di sì che ha avuto) nella sua pretesa di rappresentare l’unica soluzione percorribile alla deriva oligarchica della democrazia.
Una pretesa che andrebbe messa in discussione non tanto perché non coglie il problema ma perché sbaglia la risposta . Il taglio dei parlamentari è la risposta sbagliata ad una domanda giusta.
Anche se Di Maio in prossimità dei risultati del referendum ha avuto modo di dire che si torna ad un Parlamento normale e che ciò non sarebbe mai accaduto senza il M5s . Una rivendicazione forte che serve comunque ad oscurare il pessimo risultato del Movimento nella consultazione .
Tanto da far pensare che l’apporto del M5s o è stato ininfluente o addirittura ha contribuito alla sconfitta del centro sinistra, il che certamente crea un problema e palesa qualche incertezza su come si possa portare avanti , da parte della alleanza di governo che fa cilecca sul territorio , una riforma costituzionale e soprattutto di fronte al grande scenario della scelta dei progetti per il Recovery Fund che determineranno le sorti di questo paese e delle generazioni future nei prossimi decenni .Progetti che dovrebbero vedere in “prima fila azioni” ( una delle preminenze assolute ) provvedimenti e azioni per l’aumento del tasso di occupazione almeno di 10 punti percentuali per arrivare alla media europea del 73,2% contro il 63% dell’Italia. Un obiettivo di lungo termine che tradotto in cifre equivale ad un aumento di 3,5-4 milioni di occupati. Una sfida che ha bisogno del recupero innanzitutto del differenziale negativo di 15 punti relativo ai giovani della fascia d’età tra i 15 e i 24 anni che hanno un posto di lavoro. Insieme al gap di 13,5 punti relativo all’occupazione femminile ( con un divario maggiore nel sud) e di 5,6 tra gli uomini . Senza contare gli altri due assi della crescita come la transizione digitale ( almeno il 20% degli investimenti del Recovery Fund) e la transizione climatica (30% dei fondi ). Insomma uno scenario quello dei Recovery Fund in cui la politica non dovrebbe guardare solo al domani ma al futuro con il coraggio di scontentare qualcuno. Cosa che da tempo la politica non è più capace di fare perché il suo sguardo è sempre proteso alla “prossima elezione” in un paese in cui le elezioni si susseguono continuamente .
A livello regionale il M5s , anche dopo molti anni della discesa in campo, non riesce a costruire una classe dirigente credibile restando solo un collettore di protesta e non andando oltre . Proprio laddove occorre affrontare i problemi quotidiani dei cittadini e dove appunto andrebbe esplicata la “ buona politica” che va propugnando quindi da tempo .
Il bilancio riferito all’espletamento del voto è comunque positivo . La paura del covid sembrava dovesse determinare l’affluenza. La tornata elettorale appena espletata è diventata la prima consultazione dell’era covid ed è un bel segnale perché ,malgrado il paventato pericolo sanitario, è andata in controtendenza all’assenteismo e alla disaffezione. Il Ministro dell’Interno ha richiamato la complessità delle elezioni affermando che la macchina dello Stato ha superato tutte le difficoltà con un ringraziamento a tutti compreso anche il volontariato, soprattutto per la raccolta dei voti a domicilio per gli elettori in quarantena . Hanno funzionato dunque 61 mila sezione ordinarie, 200 sezione ospedaliere e seggi speciali con 3097 raccolte di voto per coloro che erano in isolamento. Si è avviato un esperimento di ricerca di sedi per i seggi ,diversi dagli edifici scolastici, con la previsione che si possa evitare in futuro l’uso degli edifici scolastici stessi in toto per le consultazioni elettorali. Non hanno votato per le comunali gli elettori iscritti n liste elettorali diverse dal comune di domicilio ma hanno potuto votare per referendum e regionali.
Quello che si evidenzia in modo forte è che questo referendum ha evitato che il taglio dei parlamentari fosse solo un taglio burocratico. C’è ora anche un pronunciamento popolare e forse sarà utile tenerne conto quando si andrà a fare la legge elettorale . Che sembra una legge semplice da fare : rimodula i collegi e la proporzionale e dai la possibilità di scegliere i rappresentanti . Si fa in un momento se si vuole fare ma soprattutto si fa in modo da rispettare il segnale che viene dalle urne. Ossia la richiesta dei cittadini di contare nella scelta dei loro rappresentanti con il voto di preferenza.
Per Nicola Zingaretti, che molti definiscono il vincitore in questo momento, si può dire che ci sia stata una tenuta del suo partito anche se innegabilmente è proprio il vincitore all’interno di quest’ultimo. Un Nicola Zingaretti che anche dove ha perduto non lo ha fatto con scarti abissali o maggioranze bulgare . La vittoria del Si , come egli stesso ha detto, apre una stagione di riforme durante la quale il Pd farà di tutto per rappresentare le preoccupazioni rispetto alla legge elettorale e alla rappresentanza dei cittadini che hanno votato NO, sostenendo quindi anche le loro motivazioni . Il SI è la garanzia che ora si apra il cantiere delle riforma che dovrà andare avanti speditamente in un clima di unità costruttiva. . E come ha più volte ripetuto fin dall’inizio dell’alleanza in questo momento guarda al l’unità ,che non è un rischio ma un’opportunità. Governare bene e unire le forze.
Per quanto riguarda invece il voto regionale alla fine la contesa è stata sulla Toscana. Una sfida che all’inizio sembrava in ombra e sottotono in quanto sembrava che ci dovesse essere contesa solo nelle Marche e nelle Puglie. In Toscana il centro sinistra si presentava unito . Si facevano i conti su 7 a zero e sul 4 a 3 ma poi ,più la campagna elettorale entrava nel vivo più si capiva che le sorti della Toscana sarebbero state le sorti di Zingaretti. Che doveva anche sostenere una contesa al fioretto ,con Matteo Salvini. Una contesa finita tre a tre con la riconferma dei governatori della Puglia e della Campania e con la vittoria del centrosinistra in Toscana ; regione che appunto come si diceva sembrava dovesse essere espugnata come segnale per una spallata al governo . Con lo stesso copione visto in occasione delle elezioni del governatore dell’Emilia Romagna. E come in Emilia Romagna anche in Toscana il centro sinistra ha avuto una affermazione che rappresenta un argine alle richieste di cambiamento di governo del centrodestra e soprattutto alla politica invasiva di Matteo Salvini che ne ha fatto un punto decisivo, trasformando un voto regionale in un voto sul Governo centrale. Certo da parte di Salvini aver drammatizzato la questione in precedenza , spostando lo scontro sul voto regionale e personalizzando la campagna elettorale , probabilmente ha fatto si che si chiudesse un occhio su alcune vicende negative in cui è coinvolta la Lega in questa fase e che ritorneranno sicuramente con forza per determinare anche in quell’area della vita politica del nostro paese, una sorta di resa dei conti .
La vittoria nelle tre regioni del centro sinistra che già le amministrava rafforza il governo contro spallate e soprattutto offre l’opportunità al segretario del PD di dire che la sua linea è comunque vincente . E se mettiamo assieme i risultati di tutte le regioni specialmente nel centro e sud Italia possiamo dire che nel centro destra la cabina di regia Salvini / Meloni,in questa occasione , ha avuto un problemi e qualcosa non ha funzionato . Una debolezza dei candidati che avevano già avuto prove negative come Fitto e Caldora e una incertezza la Ceccardi come novità . Con la sottovalutazione delle potenzialità dei governatori uscenti che hanno vissuto i problemi della pandemia al fianco dei loro elettori, arrivando anche a conflitti con il governo centrale per salvaguardare interessi di salute ed economici. Cosa che forse li ha favoriti ma sicuramente cosa che è stato loro riconosciuta in senso positivo con il premio del voto .
Ma a proposito dei risultati del centro destra non va comunque sottovalutata la consistenza e le potenzialità di questa forza ,malgrado si affermi, alla luce dei risultati , una debacle del cosiddetto pericolo populista. E’ vero che dopo le elezioni regionali in Umbria del 2019 si è arrestato quella che sembrava una valanga irresistibile da parte del centro destra. Rimane, malgrado tutto,quella del centro destra, una realtà complessa di cui tenere assolutamente conto . E comunque una forza politica ragguardevole. Non bisogna dimenticare che il centro destra amministra quindici regioni su venti e che all’ultima tornata elettorale ne ha guadagnata ancora una. Oltre ad amministrare centinaia di Comuni. Un coalizione di centro destra dove la Lega ,alle ultime elezioni politiche , è risultato il secondo partito per percentuali di voti e dove ci sono gruppi ed esponenti che potrebbero rappresentare, per così dire, le istanze di una destra illuminata e tale da poter dar vita ad una alternanza di governo. Che cosa sta succedendo allora in questa compagine. O meglio, che cosa è successo in questa tornata elettorale ? Sicuramente , malgrado il clima in qualche modo favorevole in realtà quello che non ha funzionato sono state proprio le candidature. Con altre candidature probabilmente la battaglia sarebbe stata più combattuta e il centro destra avrebbe dimostrato tutta la sua vitalità che non è sicuramente diminuita pur con l’appannamento della figura di Salvini ( per comportamenti sbagliati, scelte inconsuete, inutili faccia a faccia,spropositati conflitti come quello per esempio innescato su Emilia Romagna e Toscana ). Dal voto emerge una debolezza dei candidati che avevano già avuto prove negative come Fitto e Caldora e una nuova entrata incerta come la Ceccardi . E’ stata sottovalutata la potenzialità di tutti i governatori uscenti che sono stati riconfermati . E la sorpresa infine della tenuta della linea i Zingaretti che ha voluto questo governo ,che ha creduto sull’alleanza, che ha fatto fare sacrifici al PD . Un partito che anche con mugugni ha dovuto accettare tutto quello che ha chiesto il M5s compreso il si alla quarta votazione parlamentare sul taglio dei parlamentari e il blocco del Mes.
Un Nicola Zingaretti, come dicevamo che anche dove ha perduto non ha visto scarti abissali o maggioranze bulgare . Pur se in definitiva poi De Luca ed Emiliano hanno fatto da soli .Con un poco di trasformismo meridionale ,perché in quelle liste di appoggio si trova di tutto , e slittando su problemi concreti delle due regioni i come per esempio ,ma solo per citarne uno veramente macroscopico , l’Ilva di Taranto di cui in questa campagna elettorale si è parlato poco o niente .
Una tornata elettorale con una grande tensione in Puglia all’inizio dello spoglio che faceva pensare a un voto testa a testa secondo sondaggi che pronosticavano una forbice molto stretta e che prevedevano si ripetesse il bis delle elezioni in cui Ventola poi vinse contro Fitto con uno scarto minimo . Lo stesso Fitto oggi contrapposto a Emiliano. Una tensione scioltasi quasi subito con un distacco via via sempre più incolmabile, atteso che Emiliano correva senza M5s e senza Italia dei valori mentre Raffaele Fitto aveva il centro destra compatto
Il modello Puglia che forse non riesce più a replicare quella che venne definita la “primavera pugliese “ci dimostra però in sostanza che esistono due mondi diversi : gli zoccoli duri del PD e del M5s che non accettano una fusione a freddo di questi due partiti ma che sanno ragionare e in generale contrastare i pericoli della destra .Giani in Toscana ed Emiliano in Puglia non erano certamente il massimo di fronte ad elettori che piuttosto che veder vincere Fitto o la Ceccardi li hanno votati malgrado tutto .
Va comunque detto che se il voto fosse andato in un altro modo, secondo quanto auspicato dal centro destra in modo da mettere in discussione la cabina di regia governativa; se Il PD avesse perso probabilmente non avrebbe potuto tenere in piedi una”fiction” e una narrazione secondo la quale il M5s è un alleato da tenere in conto , che questa alleanza e forma di governo è l’unica possibile . Avrebbe probabilmente perso ogni speranza di tornare a chiedere lo sblocco del Mes , la rimodulazione dei decreti sicurezza , il cambiamento di alcuni assetti istituzionali come per esempio a cominciare dalla presidenza della rai,per finire con una legge elettorale di un certo tipo che oggi si potrebbe permettere di chiedere con forza .
Ora il punto politico di Zingaretti sta proprio in questo ragionamento . Abbiamo vinto ai voti, siamo più forti nella coalizione e abbiamo un problema istituzionale : 69 % ai SI e 30 % ai NO e il NO è più forte dove è forte la sinistra .Se dovessimo andare ad elezioni anticipate sono il partito egemone e posso mettere insieme una coalizione. Una coalizi9one che confederando la sinistra ( Renzi, Calenda ,Bonino ,Verdi ) otterrebbe un premio di maggioranza così da governare secondo la legge elettorale che riscuote più gradimento sul modello di quella tedesca . Oggi sono nelle condizioni per fare una operazione politica del genere . Al termine della legislatura chissà. Anche in presenza di chissà quale nuova legge elettorale . Quindi sto in un governo che dia risposte secondo una nuova visione e dentro un progetto complessivo di riforme che la concessione dei fondi del Recovery Fund e la stessa Europa chiedono e pretendono o affronto una nuova strada. Che detta in soldoni equivale a prendere il potere nel partito, fare il congresso, farsi rieleggere con piena legittimazione ,fare dunque un nuovo partito e procedere alle elezioni anticipate da questa posizione di forza in una colazione a sinistra , che appunto avrebbe un premio di maggioranza .
Un’analisi questa appena riferita che permette di prendere in considerazione anche la domanda che molti cittadini si fanno : ma se la posizi9one che scaturisce dalle urne è così ora più solida , così capace di dimostrare la sua capacità di affrontare e risolvere problemi ,( sui quali l’alleato tergiversa ) allora perché non si va al voto , come molte volte è stato richiesto,e perché bisogna aspettare la scadenza naturale della legislatura. . Un perché al quale forse è difficile rispondere.
Il referendum e l’enfatizzazione che se ne fa della vittoria è servito probabilmente a coprire le difficoltà del M5s. Loro ne sono, come afferma qualcuno, i promotori e contemporaneamente sono la dimostrazione del perché i cittadini hanno votato SI . Guardando alla voglia di potere di un movimento che ora piuttosto che commentare i risultati delle elezioni regionali, che è la vera prova , tra l’altro negativa per loro , si affrettano a intestarsi una vittoria. Senza riuscire a smentire una narrazione del referendum strumento di lotta politica. In barba alle salutari riforme costituzionali che non interessano al contrasto tra le anime del movimento, che si dibatte nella disparità e nella diversità di linee che prima o poi arriveranno ad un conflitto determinante . Ma sono solo voci .
Al di là di questa osservazione forse malevola infatti il vero punto della situazione in questo momento non è la vittoria al referendum o il risultato della partita tra centrodestra e centrosinistra alle regionali con il tre a tre ,ma è la tenuta del governo non in termini di alleanza ma in termini operativi che significa l’uso dei fondi del Recovery Fund. E’ questa la madre di tutte le questioni . E’ questo il punto decisivo di una pagina di storia del nostro paese. Sull’uso di questi fondi il Presidente Conte ha legato il destino del suo governo ,perché pur dichiarandosi per il si al referendum e pur sollecitando una coalizione delle forze di governo anche sul territorio non è andato oltre. Perché sa che tutto dipende da questa battaglia che iniziata in Europa, si è trasferita in Italia e ritornerà a breve sui tavoli di Bruxelles. E dunque il risultato di questa tornata elettorale ,il risultato di una certa consonanza del voto parlamentare con quello popolare sul taglio dei parlamentari , il clima di tranquillità sia all’interno del Pd che del M5s, forze alleate a sostegno del governo ,permettono a Conte di vedere la sua compagine rafforzata e capace di traghettare la legislatura attuando quel programma di iniziative e riforme che il Recovery Fund impone di fare.
Probabilmente Conte dovrebbe fare tesoro dell’esperienza di governo fatta durante la fase più acuta della pandemia con le opportune correzioni quando attraverso una collaborazione con i territori e le regioni , non a chiacchiere ma sulla base di provvedimenti concreti e atti amministrativi sia del Governo che degli Enti locali , si è riuscito a contrastare e contenere il contagio e a tenere a galla un paese. Non sono state usate “slide” ma sono state dispiegate ,in un certo modo tutte le forze in campo secondo priorità ,programmazione e buon senso. Il modello è riproponibile ,integrazioni e correzioni comprese.
Questo significa fare in modo che i progetti e le riforme risultino veramente produttivi per il destino di questo paese nei decenni a venire e in favore delle generazioni future che si troveranno ad affrontare problemi ben più gravi di una pandemia. Sul Recovery Fund gli italiani giudicheranno il Governo Conte e le forze politiche che lo sostengono , e giudicheranno la stessa “ politica “alla quale confermando il taglio dei parlamentari hanno chiesto di emendarsi , di tornare a svolgere un ruolo . Questa del referendum e delle elezioni regionali è una parentesi , forse significativa ma non decisiva. Guai se allora il Governo, la politica , dovessero fallire. Ne andrebbe di mezzo non solo il destino delle forze che sorreggono questo governo ma soprattutto il destino di questo paese. E gli italiani non lo perdonerebbero sicuramente.
(2) La Corte costituzionale ha esaminato il 12 agosto 2020 in camera di consiglio l’ammissibilità di quattro ricorsi per conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato – sollevati dal Comitato promotore del referendum, dalla Regione Basilicata, dal senatore Gregorio De Falco e dall’Associazione +Europa – riguardanti, sotto vari profili, il taglio dei parlamentari nonché il relativo referendum costituzionale e le elezioni regionali, per i quali sono state fissate le date del 20 e 21 settembre ( election day). I quattro ricorsi sono stati dichiarati inammissibili. In particolare:
la Corte ha dichiarato inammissibile (ord. 195/2020) il conflitto sollevato dal Comitato promotore del referendum
sul testo di legge costituzionale riguardante il “taglio dei parlamentari” avente per oggetto l’abbinamento delle due votazioni, disposto dal decreto legge n. 26 del 2020 e dal DPR 17 luglio 2020. Il Comitato promotore non ha legittimazione soggettiva a sollevare questo conflitto dato che la Costituzione non gli attribuisce una funzione generale di tutela del miglior esercizio del diritto di voto da
parte dell’intero corpo elettorale;
con il conflitto promosso dall’Associazione +Europa, nella sua veste di partito politico, veniva contestata in particolare la previsione (contenuta nel DL n. 26 del 2020) che riduce a un terzo il numero minimo di sottoscrizioni richiesto per presentare liste e candidature nelle elezioni regionali. Secondo +Europa,
omettendo di prevedere, in favore dei partiti già presenti in Parlamento, una deroga all’obbligo della raccolta delle sottoscrizioni, il legislatore avrebbe leso le sue attribuzioni costituzionali in quanto partito politico. L’inammissibilità del conflitto (ord. 196/2020) deriva dal difetto di legittimazione della ricorrente in base alla costante giurisprudenza costituzionale che nega ai partiti politici la natura di potere dello Stato;
con riferimento al ricorso presentato dal senatore De Falco nei confronti del Senato, del Governo e del Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale (ord. 197/2020) ha ritenuto che esponesse, in modo confuso e incoerente, critiche alla legge elettorale, alla riforma costituzionale, all’accorpamento delle
consultazioni, all’utilizzo dei decreti legge e, infine, al procedimento di conversione in legge degli stessi,Riduzione del numero dei parlamentari
https://temi.camera.it/dossier/OCD18-12525/riduzione-del-numero-parlamentari-3.html
Riduzione del numero dei Parlamentari. Il testo di legge costituzionale e il referendum ex art. 138 della
Costituzione
https://temi.camera.it/dossier/OCD18-13956/riduzione-del-numero-parlamentari-testo-legge-costituzionale-e-referendum-ex-art-138-della-costituzione.html
sovrapponendo argomenti giuridico-costituzionali tra loro ben distinti. Inoltre, pur sostenendo la violazione di plurimi principi costituzionali inerenti sia il procedimento legislativo sia quello di revisione costituzionale, il ricorso non ha chiarito quali attribuzioni costituzionali del singolo parlamentare siano state in concreto lese nel corso di questi procedimenti. Perciò è stato giudicato inammissibile.
la Corte ha dichiarato inammissibile (ord. 198/2020) il ricorso proposto dalla Regione Basilicata con riferimento sia all’avvenuta approvazione definitiva, l’8 ottobre 2019 , del testo di legge costituzionale di modifica degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione sulla riduzione del numero dei parlamentari, sia al
DPR del 17 luglio 2020 di indizione del referendum popolare confermativo. La Corte, in linea con la propria giurisprudenza, ha infatti escluso la legittimazione soggettiva degli enti territoriali, in generale, e della Regione, in particolare, perché non sono potere dello Stato ai sensi dell’articolo 134 della Costituzione
(3) https://www.altalex.com/documents/leggi/2016/04/13/riforma-costituzionale-il-testo
Netta riduzione dei senatori e cambio delle competenze. Ecco come sarà il nuovo Senato: rappresenterà le istituzioni territoriali, sarà composto da 100 membri e avrà compiti diversi dalla Camera dei deputati. Scompare la legislazione concorrente tra Stato e Regioni. Viene poi abolito il Cnel e arrivano i referendum propositivi. Sono queste le principali novità del ddl Boschi che modifica 36 articoli della Costituzione . Il Parlamento continua ad articolarsi in Camera dei deputati e Senato della Repubblica, ma i due organi hanno composizione diversa e funzioni differenti. Solo alla Camera, che rappresenta la Nazione e resta composta da 630 deputati, spetta la titolarità del rapporto di fiducia e la funzione di indirizzo politico, nonché il controllo dell’operato del governo. Il Senato rappresenta invece le istituzioni territoriali. La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti. Ai senatori resta l’immunità parlamentare come ai deputati. I nuovi senatori non riceveranno indennità se non quella che spetta loro in quanto sindaci o membri del consiglio regionale. L’indennità di un consigliere regionale non potrà superare quella attribuita ai sindaci dei comuni capoluogo di Regione. Resta l’indennità per i senatori a vita. Garantito anche ai senatori l’esercizio della funzione senza vincolo di mandato. Con la fine del bicameralismo la riforma costituzionale ridisegna le competenze delle due Camere.
(4) 1. Le disposizioni di cui agli articoli 56 e 57 della Costituzione, come modificati dagli articoli 1 e 2 della presente legge costituzionale, si applicano a decorrere dalla data del primo scioglimento o della prima cessazione delle Camere successiva alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale e comunque non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore. (legge di riforma «Modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del
