RIFLESSIONE PEDAGOGICA E RELIGIOSA SUL PARADOSSO DELLE PIAZZE E LA RESPONSABILITÀ AUTENTICA DELLA PACE
Redazione- In questo nostro tempo di travaglio sociale e smarrimento etico, osserviamo con crescente frequenza il manifestarsi di cortei, di piazze gremite, di striscioni che recano la nobile invocazione:
“No alla guerra, sì alla pace.”
Un’eco che si innalza verso il cielo, ma che, purtroppo, troppo spesso si disperde come vapore effimero nelle prime ore della notte.
Poi, al mattino, mentre i riflettori mediatici si spengono, la realtà prosegue il suo corso drammatico: i bollettini di guerra si aggiornano con nuovi bombardamenti, nuove vittime, nuove macerie.
Ci troviamo, dunque, dinanzi a una contraddizione pedagogicamente rilevante e spiritualmente inquietante: i governi perseverano nell’invio e nella produzione di armamenti, mentre i popoli si illudono che il solo grido possa arrestare il vortice del conflitto. Il divario tra il gesto simbolico e l’azione sostanziale diventa ogni giorno più ampio. Non vi è, in questa dinamica, forse un paradosso che interpella la nostra coscienza di educatori, di cittadini, di cristiani?
Le piazze diventano talvolta inconsapevoli quinte sceniche di una rappresentazione utile solo a legittimare un’apparente vitalità democratica, mentre dietro le quinte il sistema politico ed economico prosegue indisturbato nel proprio disegno di profitto e potere. Ciò che dovrebbe essere spazio di autentico cambiamento rischia di diventare strumento di distrazione collettiva.
Ma il Vangelo, che illumina la mente e il cuore dell’uomo di buona volontà, ammonisce con chiarezza:
“Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre” (Mt 7,21).
Ed è proprio la volontà del Padre che ci chiama, oggi più che mai, ad abbracciare una pedagogia della responsabilità profonda, una pedagogia del fare e non solo del proclamare.
La pace non è parola; la pace è scelta.
Essa nasce dal rifiuto netto della logica del mercato di morte.
Essa prende vita quando si arrestano le filiere industriali che alimentano i conflitti, quando si convertono le economie belliche in economie di solidarietà, quando si sceglie la diplomazia, la mediazione, l’incontro.
Solo così si onora la vita e si onora Dio.
Non possiamo continuare a ignorare che intere popolazioni, dissanguate da guerre volute da pochi, sprofondano nella miseria materiale e spirituale, fino al punto estremo della disperazione e del suicidio. È una guerra silenziosa, non meno feroce, quella che colpisce le famiglie travolte dalla povertà, i giovani privati del lavoro, le madri abbandonate alle loro lacrime. Una guerra che non si combatte con le armi da fuoco, ma con l’indifferenza e l’ingiustizia sociale.
E allora, come pedagogisti, come pastori d’anime, come formatori della coscienza collettiva, siamo chiamati a smascherare il grande inganno del nostro tempo:
il gioco perverso delle tre carte, dove la piazza è solo il palcoscenico dietro cui si cela il cinismo del potere.
Non si serve la pace rimanendo spettatori o semplici attori di un copione già scritto. Si serve la pace educando i cuori al discernimento, alla giustizia, alla sobrietà, alla carità vera, che è atto e non parola.
“Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.” (Mt 5,9)
La Chiesa e la pedagogia autentica ci insegnano che la pace nasce da scelte radicali di conversione sociale, spirituale ed economica. Senza giustizia non vi è pace, senza verità non vi è civiltà.
Non ci si illuda, dunque, che basti la voce di una sera.
È necessario ricostruire la civiltà dell’uomo per l’uomo, educando le nuove generazioni a riconoscere le dinamiche del potere, a smascherare le ipocrisie sistemiche, a scegliere il coraggio della verità.
Solo così potremo sperare di restituire dignità all’umano e sacralità alla vita.
Riflettiamo.
Meditiamo.
Formiamo cuori liberi e coscienze vigili.
Soltanto da qui può rinascere la pace vera.
Associazione Essere Oltre
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