” RESISTENZA E RESA ” DI VALTER MARCONE
Redazione- Le lettere e altri testi scritti dal 1943 al 1945 nel carcere berlinese di Tegel dal teologo Dietrich Bonhoeffer sono raccolte ora in un libro intitolato “Resistenza e resa” . Il volume edito dalle edizioni San Paolo , curato da Alberto Gallas e tradotto da Marco Zanini è una ricostruzione completa e fedele del rapporto epistolare tra il teologo e i suoi familiari .Questi documenti scritti, come dice la presentazione web dell’editore, presentano “il quadro di un cristianesimo “non religioso”, definito dal recupero dei contenuti originari delle Scritture, che bandisce ogni fuga nell’aldilà e coniuga la fede nel Dio di Gesù Cristo con una piena fedeltà alla terra e alla vita.
Lo prendo però in considerazione tra tutti quelli che potrebbero fare al caso non per i temi così brevemente riassunti ma perchè mette l’accento anche su due termini “resistenza” e “resa” che interessano le vicende della nostra vita e della vita umana in generale. E soprattutto quando si parla come in questo momento della possibilità di disporre di questa nostra vita e soprattutto del poter porre termine al tempo che ci è stato assegnato per vivere appunto questa esistenza.
La parola “resistenza” ci è familiare perchè può essere forte o debole, vivace o scarsa, attiva o passiva. In generale diritto di opporsi, anche con la violenza, a ogni attentato o minaccia recati ai diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo da parte del potere costituito: ammesso dalle dottrine politiche dei sec. 17° e 18° , ma non accolta nelle moderne costituzioni tra cui quella italiana. Oltre a numerosi altri significati. La parola “resa” ci è altrettanto familiare perchè racconta in modo diverso tutte le nostre umane cadute, le nostre sconfitte . Anche se arrendersi a volte è “ onorevole” ed è anche una dichiarazione di disponibilità a considerare e riconsiderare le cose del mondo secondo una prospettiva diversa da quella dell’io supremo. Mi arrendo e quindi assumo la disposizione a trattare , a modificare. Resa e non “rendimento” che è il significato che spesso si annette a questa parola.
“Resistenza e resa” li uso qui come termini estremi in cui si dibatte la vita. Perchè il tema è quello della vita e del suo possesso. In generale si indicano come possesso le cose : un’automobile, una casa , un oggetto della vita quotidiana. Di queste “ cose” si può disporre liberamente . Già è molto più difficile per esempio disporre di una persona , anche se la storia della schiavitù dall’antichità ad oggi ci racconta questa facoltà di un uomo su di un altro uomo. E dunque difficile e problematico diventa il poter disporre della vita. Parlo della propria vita, perchè è fuori discussione quella di poter disporre della vita di altri. Poter disporre della propria vita. La domanda in questo senso che però sorge quando parliamo di vita , della nostra vita, è allora : si può disporre a piacimento della propria vita e quindi si può attivare quel corto circuito che come un arco voltaico va dalla resistenza alla resa . Se ne può disporre sempre e in ogni occasione. E’ vietato dalla legge , dalla morale, dalle consuetudini. O leggi, morale e consuetudini possono essere cambiati in favore della espressione di una volontà in tal senso da parte dell’individuo in determinate condizioni e divenga un diritto ..
Uso, resistenza e resa, in termini di vita in un contesto sociale, culturale e politico in cui si dibatte una questione morale importantissima : quella del diritto di decidere della propria vita nel momento in cui la sofferenza causata da una malattia o altro, diventi così forte da far decidere per una rinuncia alla vita stessa, a proseguire una vita appunto impossibile da vivere in quanto la resistenza senza la possibilità della resa può diventare un supplizio o un martirio inutile. Sino a quale punto una vita può resistere al dolore?
Occorre però in questa riflessione sgomberare il terreno da una questione che seppur importante può non essere determinante per l’assunzione della decisione di porre fine alla propria vita. E’ vero può essere una tentazione ma niente di più in quanto pesa in una diversa dimensione del trattamento sanitario ,si situa ad un altro livello di considerazioni , ad un altro stadio della malattia. Mi riferisco ai livelli di assistenza che può essere deficitaria e che possono influire materialmente e psicologicamente sul desiderio di porre fine ad una condizione che si fa pesante di fronte a difficoltà causate appunto da un livello insufficiente di assistenza . Ma parlo di decorsi in cui la malattia si è cronicizzata ma che ha ancora una prospettiva di semi-guarigione o di attenuazione della sofferenza .
Può essere una tentazione La tentazione della morte probabilmente arriva oltre che per le inaudite sofferenze che si devono patire anche quando,ma non è del tutto determinante , non si può contare su livelli di assistenza tali che permettono anche a chi assiste un malato in condizioni di cronicità e quindi con scarse possibilità di guarigione di svolgere questo ruolo in serenità.
Soprattutto in un momento in cui come afferma Vanessa Pallucchi ,portavoce del Forum del Terzo settore :“Il percorso intrapreso verso l’autonomia differenziata presenta grandi rischi per un Paese già segnato da profondi divari territoriali. Bisogna fare tutto il possibile per scongiurare lo scivolamento verso un ‘regionalismo delle disuguaglianze’, a partire da una adeguata definizione dei Lep e dalla garanzia della loro concreta esigibilità sui territori”.
“Quello sui Lep è un passaggio atteso da ben 22 anni – prosegue -: livelli essenziali delle prestazioni omogenei, finanziati ed esigibili in ogni parte d’Italia, sono il presupposto fondamentale per un sistema di welfare realmente inclusivo e universalistico, fondato sul riconoscimento di diritti e pari opportunità per tutte le persone. Oggi, purtroppo, questo obiettivo è ancora distante da raggiungere e ci auguriamo vivamente che il ddl sull’autonomia differenziata non lo allontani ancora di più, acutizzando fenomeni discriminatori”.
“In attesa del testo definitivo approvato dal Consiglio dei ministri, sottolineiamo inoltre la necessità del più ampio coinvolgimento parlamentare, dell’ascolto e del confronto con le parti sociali, nell’iter di un provvedimento così delicato per le sorti del Paese” conclude Pallucchi.(1)
Evitata dunque la possibilità di essere sviati avviciniamoci ancora un poco al tema che ci interessa con una domanda posta da Massimo Recalcati che in suo scritto proprio sul tena della resistenza e della resa si fa questa domanda : Alla luce della pietas umana la forza della resistenza dovrebbe avere la stessa dignità della dichiarazione di resa?
Un equiparazione difficile da contenere e da esaminare in questo caso mentre parlando di altri temi e forse in modo un poco sbrigativi si potrebbe dire che sì , la resa equivale alla resistenza, ovvero che la resa ha la stessa dignità della resistenza, parlando per esempio di conflitti armati in cui una resa eviti un eccidio o parlando di relazioni interpersonali in cui una resa può mettere fine ad un conflitto lancinante e dilapidante di valori e patrimoni comuni come nel caso di separazioni tra coniugi.
Scrive Claudio Magris in un articolo sul Corriere della sera di molti anni fa (24 dicembre 2010) :”Pure quel bambino di Betlemme è nato per morire. Morirà anzi presto e fra angoscia e tormento, che la resurrezione non cancella in alcun facile lieto fine. Gesù ha scelto la morte perché, pur amando la vita, sapeva che essa non è il bene supremo e che talora si può essere chiamati a perderla per amore degli altri. Ama il prossimo tuo come te stesso, sta scritto. Dunque il nostro prossimo sono gli altri ma siamo anche noi ed è lecito, anzi doveroso amare noi stessi e lenire le nostre sofferenze insieme a quelle altrui. Ogni compiaciuta mortificazione viene dal Maligno. C’è un diritto di nascere, di cui si parla poco, e c’è un diritto di morire, di cui si parla molto. Per quel che mi riguarda, faccio mia la dichiarazione congiunta della conferenza delle Chiese cattolica e protestante tedesche sul diritto—rivendicato però dall’interessato e soltanto da lui — di sospendere, in determinate condizioni inaccettabili, cure a quel punto inutilmente accanite. Un uomo che ha fede, ha scritto il teologo Wiener Thiede, non artiglia spasmodicamente quel pezzetto di vita che gli è stato assegnato; le sue mani, non contratte dall’ansia, possono aprirsi e lasciare la presa.”
E’ un articolo composito sul Natale che parla di molte cose .Ho estrapolato questo paragrafo perchè qui parla del diritto alla vita ma soprattutto del diritto alla morte secondo una sua visione. Quando parla del diritto alla morte lo fa richiamando appunto su questo tema la posizione della Conferenza delle Chiesa cattolica e protestante tedesca. Una scelta di fede afferma Magris perchè “un uomo che ha fede, come ha scritto il teologo Wiener Thiede, non artiglia spasmodicamente quel pezzetto di vita che gli è stato assegnato; le sue mani, non contratte dall’ansia, possono aprirsi e lasciare la presa.
Sono argomentazioni che mi permettono di introdurre in questa riflessioni le posizioni della Chiesa cattolica in tema di eutanasia, suicidio assistito ,fine della vita.
Fondamentalmente la Chiesa cattolica ha sempre affermato che la vita umana deve essere difesa dal suo concepimento fino alla morte naturale come afferma nel suo Catechismo “l’eutanasia volontaria, qualunque ne siano le forme e i motivi, costituisce un omicidio. È gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore” (2324). Ma a questo proposito Papa Francesco ha richiamato un “ memorabile “ discorso di papa Pacelli del 24 novembre 1957 ad un gruppo di anestesisti in cui affermava che non c’è obbligo di impiegare sempre tutti i mezzi terapeutici potenzialmente disponibili e che, in casi ben determinati, è lecito astenersene: è il primo accenno al principio del cosiddetto “accanimento terapeutico”. Viene definito moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio della “proporzionalità delle cure”.
Ma tra le violazioni del rispetto della persona umana la Chiesa cattolica non indica solo l’eutanasia stando a quanto afferma la Costituzione conciliare “ Gaudium e spes” che afferma che è violazione della persona umana “tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, le costrizioni psicologiche; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani, o ancora le ignominiose condizioni di lavoro, con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili” –
Encicliche e documenti del magistero papale tra cui l’enciclica del 1995 “Evangelium Vitae” di Giovanni Paolo II ,la cura dell’accompagnamento e dell’amore di papa Benedetto XVI e la cultura dello scarto di Papa Francesco ribadiscono che “inguaribile non è mai sinonimo di incurabile”: chi è affetto da una malattia allo stadio terminale come chi nasce con una previsione limitata di sopravvivenza ha diritto ad essere accolto, curato, circondato di affetto. La Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico, ma ribadisce come “insegnamento definitivo” che “l’eutanasia è un crimine contro la vita umana”.
Attualmente in Italia l’eutanasia costituisce reato e rientra nelle ipotesi previste e punite dall’articolo 579 (Omicidio del consenziente) o dall’articolo 580 (Istigazione o aiuto al suicidio) del Codice Penale. Al contrario, il suicidio medicalmente assistito in determinati casi e la sospensione delle cure – intesa come “eutanasia passiva” – costituisce un diritto inviolabile in base alla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale e alla legge 219/2017.(2)
Un risultato sicuramente promosso dalla sentenza della Corte costituzionale a cui si era rivolta nel febbraio del 2018 la Corte di Assise di Milano, nel corso del processo penale contro Cappato, imputato del reato di aiuto al suicidio. Per dare risposta alla richiesta della Corte d’Assise la Corte costituzionale si vide costretta a colmare il vuoto normativo e ad emettere la “storica” sentenza n.242 del 2019, con la quale fu dichiarata l’incostituzionalità dell’articolo 580 c.p. nella parte indicata dalla Corte di Assise e fu, di fatto, legittimato nel nostro ordinamento il diritto al suicidio medicalmente assistito.
Nel 2021 il Comitato Eutanasia Legale, promosso dall’Associazione Luca Coscioni, ha realizzato una campagna referendaria raccogliendo oltre un milione duecentomila firme. Il quesito referendario voleva abrogare il reato previsto dall’art 579 c.p., che attualmente punisce qualsiasi condotta di omicidio del consenziente.
Il 15 febbraio 2022 la Consulta ha dichiarato l’inammissibilità del referendum, sostenendo che “a seguito dell’abrogazione, ancorchè parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili”.
Ma al di là di questo iter che prosegue sicuramente stando alle proposte di legge depositate in Parlamento per allargare i casi in cui la decisione di porre fine alla propria vita diventa un diritto garantito , torno al problema resistenza resa con il quale ho iniziato questa riflessione.
Per dire che la vita è sempre sacra, quando la si riceve e quando la si restituisce. Soprattutto quando la si restituisce come accade oggi nei conflitti sparsi nel mondo e in particolare in quelli alle porte d’Europa tra Russia e Ucraina, tra Israele e la volontà di quest’ultima di estirpare con ogni mezzo il movimento di Hamas sui territori occupati dai palestinesi con una vera e propria strage di civili . Forse in questi due casi è allora il tempo di considerare e riconsiderare i termini di resistenza e resa. Ma il discorso incontra difficoltà che qui sarebbe troppo lungo esaminare per cui lo rimando ad altra riflessione. .
Per dire ancora che della sacralità della vita deve tenersi conto in ogni momento e condizione di vita,anche le più precarie e le più disagiate come quelle,solo per citare un esempio emblematico, in cui vivono migliaia di “nuovi schiavi” come vengono chiamati uomini e donne soggette al caporalato nel mondo del lavoro nei campi; una condizione strutturale che oggi interessa gli immigrati ma ieri ha interessato gli stessi lavoratori italiani. Per evitare ancora ennesime tragedie come quella di Satnam Singh avvenuta nell’Agro Pontino in cui il lavoratore con il braccio troncato e le gambe fratturate è stato preso e portato fuori dall’azienda e lasciato presso la sua abitazione invece di essere affidato al soccorso sanitario .
(2)Grazie alla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, in Italia è invece possibile richiedere il suicidio medicalmente assistito, ossia l’aiuto indiretto a morire da parte di un medico. Le condizioni richieste sono quattro: la persona che ne fa richiesta deve essere pienamente capace di intendere e volere, deve avere una patologia irreversibile portatrice di gravi sofferenze fisiche o psichiche, e deve sopravvivere grazie a trattamenti di sostegno vitale . L’Associazione Luca Coscioni, grazie soprattutto a Piergiorgio Welby , fin dalla sua fondazione si batte per ottenere una legge sulla legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio medialmente assistito in Italia con il fine di riconoscere la piena libertà di autodeterminazione alla persona malata.
https://www.associazionelucacoscioni.it/cosa-facciamo/fine-vita-e-eutanasia/eutanasia
