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25 APRILE, FESTA DELLA LIBERAZIONE DI ANTONIO FELICE

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Redazione-L’anniversario della liberazione d’Italia (anche chiamato festa della Liberazione, anniversario della Resistenza o semplicemente 25 aprile) è una festa nazionale della Repubblica Italiana che ricorre il 25 aprile di ogni anno.È un giorno fondamentale per la storia d’Italia ed assume un particolare significato politico e militare, in quanto simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale a partire dall’8 settembre 1943 contro il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana e l’occupazione nazista.Riportiamo, qui di seguito, un’interessante riflessione di Antonio Felice Segretario Regionale dell’Abruzzo del Partito Comunista:<<

Deve essere sfatata la leggenda largamente diffusa, non sempre disinteressatamente, da storici e da uomini politici, secondo la quale la Resistenza sia stata un fenomeno “spontaneo” a cui avrebbe partecipato in massa tutto il popolo italiano. Come se all’8 settembre, di colpo, quasi per folgorazione divina, tutti o la grande maggioranza degli italiani avessero aperto gli occhi e fossero accorsi ad impugnare le armi per battersi contro lo straniero ed i fascisti e per conquistare la libertà. Si tratta di una oleografia, forse allettante, ma che non ha nulla a che fare con la realtà quale effettivamente essa fu.            (P. Secchia – Il PCI e l’8 settembre ’43)

Su invito del Prof. Gaudieri ho accettato di fare alcune riflessioni sulla Festa della Liberazione che festeggiamo ogni anno il 25 aprile. Per noi Comunisti, il 25 aprile non è solo un giorno di festa, è il ricordo che ogni uomo libero e democratico dovrebbe avere verso quegli eroi che, 72 anni fa, portarono a compimento la battaglia decisiva contro il nazifascismo, e con l’auspicio di una società libera da qualsiasi forma di sfruttamento e oppressione,  ma soprattutto per l’affermazione di valori universali quali pace, progresso e democrazia.

Da anni è in atto un processo di revisionismo storico che vuole porre le basi per una equiparazione dei contendenti, la “lotta di liberazione”, viene sostituita con “guerra civile” mettendo sullo stesso piano oppressi ed oppressori. Operazione, fatta sia dalla destra ma anche e soprattutto dal centro-sinistra e in molti casi anche dalla sinistra radical-chic, di equiparare il nazismo al comunismo, dimenticando che il tributo più grande alla liberazione dell’Europa dall’oppressione del nazifascismo fu dato dal popolo e dalle truppe sovietiche – con oltre 20 milioni di morti – i quali determinarono la caduta del nazifascismo.

Pietro Secchia afferma che “la Resistenza non fu lotta per la rivoluzione socialista, fu però lotta per la conquista delle libertà democratiche per gli operai, per i contadini, per i lavoratori, per le classi oppresse.” La Resistenza fu lotta di classe. Essa (la Resistenza) lottò contro la borghesia che aveva appoggiato e sostenuto il fascismo e condiviso con esso la politica di soppressione delle libertà individuali di sfruttamento, di oppressione del popolo e dei lavoratori, della guerra e della responsabilità della rovina del Paese.

Ma se la Resistenza ha avuto questo carattere fu perché essa iniziò, non il 25 luglio o l’8 settembre del ’43, ma con l’avvento del fascismo quando, nella clandestinità, i partiti antifascisti resistettero e “gettarono i semi nelle coscienze dei lavoratori”.

La Resistenza è anche la Costituzione Repubblicana e non può considerarsi realizzato il programma dei “partigiani” fin quando questa non sarà applicata in tutte le sue parti.

La Costituzione, nasce dalla lotta di liberazione, dalla Resistenza, è la legge fondamentale che regola tutte le altre leggi dello Stato comprese quelle sul lavoro. La Costituzione nasce con il fondamentale contributo dei lavoratori che furono i protagonisti principali di quella lotta, che non fu, come qualcuno vuole farci credere, movimento spontaneo, non organizzato da nessuno. La classe operaia attraverso la sua avanguardia, il Partito Comunista, organizzò e diresse questa battaglia. La Resistenza non è stata solo lotta contro il fascismo, è stata anche lotta contro i gruppi del grande capitale monopolistico.

Tutto ciò potrebbe sembrare retorico, vuoto di contenuti reali, attuali, ma non può essere retorica se oggi la Costituzione – quella Costituzione nata con il sacrificio e con il sangue dei lavoratori – viene svuotata, modificata, ribaltata dei suoi principi cardini, dei suoi principi ispiratori da un Parlamento di non eletti, di “nominati”. Non può essere retorica se gli attacchi al mondo del lavoro, alle sue leggi, alle conquiste che i lavoratori hanno fatto negli anni passati, vengono messi in discussione, cancellati, distrutti da una classe politica sempre più succube del grande potere economico e finanziario, serva della grande borghesia monopolistica. Non può essere retorica parlare di Resistenza se non si pone il valore resistenziale agli attacchi che il grande capitale attraverso la politica fa a queste conquiste.

La Costituzione Italiana nasce dalla lotta di liberazione, viene scritta, è bene ricordarlo, su ispirazione di quella sovietica del ’36 fatta da Giuseppe Stalin, anche se fondamentalmente la differenza è abissale soprattutto per due motivi: il primo, quella sovietica del ’36 disegna il paese per le conquiste già fatte e ottenute dalla classe lavoratrice, stabilisce il suffragio universale, il diritto allo studio, l’eguaglianza assoluta tra i sessi. Il testo riconosce il diritto al lavoro (definito anche dovere), tranne per gli inabili,  alla tutela della salute con un sistema sanitario pubblico, gratuito e universalistico, alla cura, al momento della vecchiaia, con le pensioni di anzianità o in caso di malattia con le pensioni e gli assegni di invalidità, all’alloggio (assegnato in uso perpetuo a ciascun nucleo familiare o singolo lavoratore) e all’istruzione gratuita per tutti.

Quella italiana al contrario è una Costituzione di “auspici” di come deve essere impostato lo Stato. La Costituzione Italiana nata dalla lotta di resistenza è stato lo strumento su cui i lavoratori hanno imbastito le lotte per poterla attuare e la resistenza nell’attuazione  di leggi che contraddicevano lo stesso trattato costituzionale. Tutti sappiamo di come questa nostra Costituzione sia stata il più delle volte manipolata dalle leggi che lo stesso Stato emanava in maniera contraddittoria al dettato costituzionale. Ma avere quella Costituzione era motivo di sicurezza, ossia di avere la legge primaria che garantiva eguali diritti indipendentemente dal ceto sociale di appartenenza.

Il secondo motivo, e non per ordine di importanza, è che la Costituzione dello Stato Sovietico era la Costituzione di uno Stato proletario senza più classi, al contrario quella italiana è, per quel che ne rimane di quella Costituzione del ’48, la Costituzione dello Stato borghese.

Secondo Marx, lo Stato è lo strumento della dittatura di una classe sull’altra. Lo Stato è dittatura che viene esercitata sia sul piano politico che su quello militare, pronta a reprimere qualsiasi ribellione della classe non al potere.

La borghesia detenendo il potere economico e avendo la proprietà dei mezzi di produzione, non potrebbe, essendo minoranza, avere il controllo del dominio se non avesse uno Stato garante dello strumento dell’oppressione militare e dell’inganno politico.

Lo Stato borghese è organizzato in modo tale da garantire al proprio apparato, direttamente controllato dal potere economico e dal capitalismo, condizioni di privilegio attraverso i mega-compensi, le regalie e i posti di potere illusorio che consentono all’apparato dello Stato di essere completamente asservito al capitalismo. Pertanto lo Stato borghese è nelle mani della classe che detiene il potere economico in quanto con esso si può, ed è ciò che accade, asservire il potere politico.

Lo Stato borghese si presenta sotto forma di democrazia dando l’illusione al popolo di delegare ai deputati e ai governanti le mediazioni politiche e sociali. Divisi in partiti, questi dovrebbero rappresentare i diversi interessi del popolo, ma è solo un’illusione. Linee e programmi sono elaborati dalla stessa borghesia per ingannare le masse. Il compagno Marco Rizzo, Segretario Generale del Partito Comunista, ha utilizzato la metafora del treno: “possiamo scegliere il colore del treno, il macchinista, il controllore, ma non la direzione, questa, la direzione del treno, è stabilita dal capitalismo e dal potere economico”. Ad avvalorare questa tesi ci ha pensato, anche se involontariamente, Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea, che intervistato sulla situazione italiana all’indomani delle ultime elezioni politiche, con un parlamento che non riusciva ad eleggere ne il Presidente della Repubblica ne tantomeno un Governo, ha dichiarato che loro – il potere economico – avevano inserito il pilota automatico. Difatti Draghi con quella dichiarazione ha esplicitato ciò che la borghesia intende per democrazia. Ovvero la dittatura borghese. Noi la chiamiamo democrazia borghese, proprio per differenziarla dal concetto di democrazia che è cosa ben diversa. La democrazia borghese è democratica fin quando vince. Chiaro ed emblematico esempio di come essa funziona è stato il Cile di Allende, e penso sia superfluo ricordare ciò che avvenne nel 1973 o quello che avviene oggi in Venezuela con la rivoluzione chavista.

A questa concezione di democrazia, democrazia borghese – dittatura della classe minoritaria – noi comunisti non possiamo che contrapporre il concetto di dittatura del proletariato, quindi la dittatura della classe maggioritaria. Vale a dire la maggioranza del popolo lavoratore sulla minoranza dei parassiti borghesi. Pertanto possiamo affermare che la dittatura del proletariato è la più alta forma di democrazia proprio perché esercitata dalla maggioranza del popolo che lavora e produce, sulla minoranza parassitaria.

Questi concetti che possono sembrare obsoleti, vecchi, antichi, sconfitti dal tempo e dal progresso, al contrario sono di un’attualità sconvolgente.

Sono attuali per il giovane lavoratore che non ha più diritti, per l’anziano che non ha più uno stato sociale a cui poter fare riferimento, per lo studente che vede aumentare in maniera abominevole le tasse scolastiche e universitarie. Sono attuali se consideriamo che l’Italia, secondo i dati OCSE, è il paese con il più alto numero di giovani in età lavorativa (dai 16 ai 19 anni), ma soprattutto che il 31% dei giovani svolge un lavoro di routine, vale a dire un lavoro che non richiede competenze specifiche.

Oggi quindi va fatta una battaglia per la riaffermazione di quei principi che sono stati alla base della lotta di liberazione, della Resistenza che fu, come ho detto prima, non solo lotta al fascismo e all’occupazione nazista, ma lotta contro il capitale monopolista. Va riaffermato con forza il valore universalistico del lavoro.

La disaffezione del popolo nei confronti della politica assume sempre più caratteri preoccupanti. Infatti la percentuale di astensioni alle ultime elezioni è aumentata e rappresenta ormai più della metà dell’elettorato attivo. Da parte dei più, in genere persone che si affacciavano nell’elettorato di sinistra, la sfiducia nei confronti di questa politica, sempre più politicante, va aumentando. E’ necessario ricostruire quella coscienza di classe – fondamento di tutte le conquiste sociali del secolo scorso – che  è andata sempre più scemando, facendo dell’individualismo la nuova religione.

Oggi la politica del pensiero unico imposto dal capitalismo è tornata ad essere il mezzo di sottomissione per milioni di lavoratori, come già avvenuto nel passato. Uno scritto di Gramsci, “il Partito Comunista”, pubblicato sull’Ordine Nuovo il 4 novembre 1920 è quanto mai attuale. Egli affermava:  “i partiti democratici si sono decomposti nel terreno della democrazia parlamentare” questi “servivano a indicare uomini politici di valore e farli trionfare nella concorrenza politica; oggi gli uomini di governo sono imposti dalla banche, dai grandi giornali, dalle associazioni industriali; i partiti si sono decomposti in una molteplicità di cricche personali”.

Vanno, pertanto, riaffermati i valori della Resistenza che sono i valori dell’antifascismo. Oggi il fascismo si maschera con le sembianze della democrazia e, con il ricatto della “governabilità”, del “decisionismo” e della “rapidità delle decisioni”, erode sempre più spazio alle libertà individuali.

Con il ricatto della mancanza di lavoro,  erode i diritti dei lavoratori, li sottopaga, distrugge lo stato sociale, il diritto alla pensione, alla casa, allo studio e alle cure mediche.

Oggi quei valori che i nostri padri hanno affermato nella lotta partigiana contro il fascismo sono sempre più attuali per la lotta dura che bisogna intraprendere contro il capitale monopolista e finanziario, che sempre più opprime e distrugge le coscienze dei lavoratori, degli studenti e dei pensionati, ponendo come unico ed indissolubile valore

l’individualismo>>.

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