VENIRE AL MONDO ,LASCIARE IL MONDO- DI VALTER MARCONE
Redazione- Il Congresso di Madrid ha approvato l’otto marzo 2021 la legge che regolamenta l’eutanasia, la rende possibile e gratuita all’interno del sistema sanitario pubblico. Ne danno notizia le fonti di informazioni della carta stampata e delle tivvu .Scrive Andrea Nicastro sul Il Corriere della sera in estrema sintesi : “ Potrà richiederla chi «soffra di una malattia grave e incurabile o di una condizione» nella quale dolori «cronici provochino una situazione di incapacità». Lo scopo, recita il testo ( della legge spagnola ndr), è di stabilire il diritto dei cittadini spagnoli e dei residenti nel regno a chiedere l’aiuto dei medici per evitare «sofferenze intollerabili». La legge che è entrata in vigore il 21 giugno 2021 salvaguarda l’obiezione di coscienza da parte dei sanitari , è entrata in vigore tra polemiche tanto che è pendente davanti alla Corte Costituzionale ricorsi annunciati dall’estrema destra di Vox.
E’ come siamo venuti al mondo l’evento più importante di ogni vita. Tutto il resto si accoda ad un modo di essere al mondo che a volte ci spinge “… a fantasticare, come scrive Franco Fornari in Scritti scelti, (Raffaello Cortina Edirore) , di poter salire nei cieli per poter nascere dall’alto, ( attraverso le potenze dell’anima le stesse n.d.r) che hanno anche spinto gli uomini a cercare le grotte in cui rifugiarsi la notte, oltre che per proteggersi dalle intemperie, per poter sognare il ritorno al grembo materno. E dopo essersi rifugiati nelle grotte per sognare il ritorno al grembo materno, gli uomini si sono costruiti case, come contenitori in cui rifugiarsi per dormire e ripetere sempre gli stessi sogni, di ritorno là dove si è già stati, fin dalla notte dei tempi. Vicine alla città dei vivi, gli uomini hanno costruito necropoli, le città dei morti, perché anche i morti potessero continuare a sognare la morte, nella tomba come ritorno alla madre terra.”
Venire al mondo oggi dunque da una lettera, indirizzata al Direttore Sanitario dell’Ospedale San Salvatore dell’Aquila.
“Egregio Direttore,
con la presente vorrei sottoporre alla sua attenzione la situazione che molte donne come me si trovano a vivere, in questi mesi, nel reparto da lei gestito presso l’Ospedale dell’Aquila. Sono una futura mamma che, come tante mamme, nei mesi passati e nei prossimi mesi, si trovano ad affrontare presso la Asl1 della Regione Abruzzo il momento del travaglio, del parto e del post partum da sola, senza l’appoggio di una persona cara al proprio fianco a causa della pandemia Covid-19.Come è noto, diverse letterature spiegano e normano la tutela del benessere psicofisico delle partorienti e del neonato ed in particolare la L.R. 11 aprile 1990 n. 35 Art.2 punto b) che riporto di seguito:Art. 2
Per garantire che l’espletamento del parto avvenga nel rispetto delle esigenze psicologiche, ambientali e sanitarie della donna e del nascituro, gli ospedali e le case di cura convenzionate devono:
a) predisporre ambienti singoli, in modo da permettere che l’evento travaglio-parto-nascita, comprensivo del periodo di osservazione del neonato e della madre dopo il parto, avvenga in un unico ambiente; a tal fine le suddette strutture procedono all’idonea ristrutturazione delle sale travaglio e parto esistenti, con particolare attenzione alla creazione di un ambiente confortevole sia per la madre che per il bambino (luci, assenza di rumori, ecc.);
b) assicurare l’accesso e la permanenza, durante il travaglio e il parto, di una persona con cui la donna desidera condividere l’evento;
c) garantire adeguata assistenza tecnica al parto e al neonato, evitando, da parte degli operatori, ogni ingerenza negli aspetti personali, sociali, affettivi della donna in quanto persona.
Visto che lo stesso Ministero della Salute, nonché le tre società scientifiche della ginecologia italiana (SIGO, AOGOI, AGUI), la Federazione Nazionale degli Ordini della Professione Ostetrica (FNOPOI) e la Società Italiana di Neonatologia (SIN) hanno espresso generale consenso sul fatto che una persona a scelta della donna debba essere presente, se lo desidera, nel rispetto delle condizioni organizzative comprensiva del periodo di crisi che stiamo affrontando e che altri ospedali della Regione Abruzzo e anche del resto d’Italia tengono ben saldo questo principio di assistenza alla partoriente, chiedevo se fosse possibile prendere in considerazione un protocollo che permetta alle partorienti l’assistenza di una sola persona nel rispetto totale e nella protezione dal rischio di infezione del personale sanitario, delle altre donne e dei neonati. Quindi con tutti i DPI necessari e se ritenuto dalla stessa asl, anche con tampone eseguito privatamente.
Ritengo che tutto questo sia necessario per permettere alla donna di affrontare con più serenità il momento del parto e del post partum, senza pesare in maniera eccessiva sul personale sanitario, soprattutto in caso di parto cesareo ed evitare così il fenomeno che sta avvenendo, ovvero che molte future mamme decidano di andare in altri ospedali vicini ad affrontare travaglio e parto. Confido nella sua comprensione e nella possibilità di prendere in considerazione le mie richieste”.
Ho preso questa lettera che lascio volutamente anonima in un social perché , al di là della richiesta legittima di non entrare da sola nella sala parto mi aiuta a argomentare un tema importante che è quello di “venire al mondo” nel nostro paese e anche di “lasciare il mondo” che mi sembra la conseguenza naturale di un processo . Una riflessione per così dire introduttiva a due tempi appunto quello della nascita e della morte che vanno diagonalmente a confluire nella richiesta e nella tutela di alcuni diritti come quello di disporre del proprio corpo e quindi di morire con una decisione personale .Oppure quello di decidere se far nascere o meno un figlio .
E incidentalmente voglio ricordare Amra ,23 anni ,residente del campo nomadi di Castel Romano che ha dato alla luce una bambina in una cella della sezione femminile di Rebibbia il 3 settembre 2021. Uni bambino venuto al mondo nell’infermeria di un carcere dove probabilmente la madre non doveva trovarsi, come riferiscono le cronache perché quando è stata arrestata era già incinta e aveva anche una bambina piccola.
Scrive Massimo Recalcati sul suo profilo fb : “«Il bimbo ha lo statuto dell’angelo – dice McCarthy. Appare come un angelo. Cioè, traduciamo: è un annuncio. […] Che cosa annuncia? La possibilità di un avvenire. La possibilità di risorgere dalle ceneri. La possibilità di un mondo – non oltre il mondo, non dietro il mondo, non altro mondo rispetto a questo mondo – ma un mondo che possa dare forma nuova a questo mondo. […] Finché esiste il bambino – McCarthy fa dire al padre – esiste la possibilità di Dio. Che dovremmo tradurre: se esiste il bambino, esiste la possibilità che il mondo abbia un senso»
In generale ma in particolare venire al mondo in tempo di Covid 19 impone una riflessione. Accenniamo immediatamente al venire al mondo in tempo di pandemia per riflettere poi più in generale. Un bambino che viene al mondo in questo momento è un bambino che non riceve l’abbraccio immediato dalla madre e non trova fuori la sala parto nessuno a festeggiare il suo arrivo. Non solo esami di routine ma anche tamponi. Venire al mondo è un momento luminoso : è l’atto in cui si vede la luce per la prima volta dopo nove mesi dell’opacità del seno materno. Un momento dunque sacro e allo stesso tempo oscuro. Chi si ricorda di quella prima luce . Siamo tutti immemori di quel passaggio essenziale. Dal seno materno al mondo allargato delle creature per iniziare un percorso. Che in tempo di Covid 19 è un percorso che inizia con una verifica di pericolo che ribalta la prospettiva. La prospettiva immediata che fa riflettere perché accorda alla precarietà della vita un ruolo decisivo e richiede uno sforzo costante per sopravvivere.
Contro dunque il trauma . “Il trauma è un taglio, uno spartiacque nello scorrere del tempo di una vita. Quello che è accaduto ha frantumato l’ordine del mondo ma non cessa di accadere ancora; si ripete inesorabilmente nel tempo a venire. Il passato ritorna sempre uguale a se stesso opprimendo il futuro. Una impronta indelebile, una marchiatura a fuoco incide nel soggetto una ferita che non cessa di spurgare. Non a caso Lacan associa il trauma al reale perché questo ritorno del passato non porta con sé alcun messaggio, non si rivolge ad un destinatario, non genera alcuna significazione: «all’origine dell’esperienza analitica il reale si presenta nella forma di quanto c’è in esso di inassimilabile – nella forma del trauma». L’inassimibilità concerne la natura della ripetizione reale che il trauma innesca rispetto al potere della rappresentazione e alla parola. (1)
E’noto che Hannah Arendt ha riflettuto su cosa significhi nascere e con «Natalità» ha introdotto un nuovo concetto nella filosofia. Nelle sue osservazioni, la filosofa fa riferimento anche al Natale e al suo messaggio di speranza.
Angela Büchel Sladkovic su Questioni di fede .it scrive : “Hannah Arendt pensa alla nascita, al natale. La sua attenzione non è rivolta alla morte e alla finitezza, ma alla capacità di iniziare e creare qualcosa di nuovo. Nel pensiero della Arendt, le persone non vengono gettate nel mondo, ma nascono da una madre e quindi fin dall’inizio legate agli altri, dipendenti dalla cura, dall’attenzione e dal cibo. Come esseri umani nati siamo dipendenti e allo stesso tempo liberi di iniziare e di mettere in gioco cose sorprendentemente nuove.”
Ed è la stessa Hannah Arendt che dice : “«Parlando e agendo, entriamo nel mondo degli esseri umani, un mondo che esisteva prima che noi nascessimo, e questo entrare nel mondo è come una seconda nascita in cui confermiamo il semplice fatto di nascere […] Dal momento che ogni essere umano perchè nasce è un initium, un inizio e un nuovo arrivato nel mondo, gli esseri umani possono prendere l’iniziativa, cominciare e mettere in moto qualcosa di nuovo.» ( 2 )
La sopravvivenza. Lo sforzo di sopravvivere . A questo proposito è utile conoscere la storia della legge sulla tutela della maternità e dei nascituri e le vicende che nel tempo hanno via via creato appunto una serie di tutele.
Nella relazione preparata dall’avvocato Celeste Lombardi in collaborazione con la dott.ssa Letizia Martini per il Congresso del MAMI ( Movimento allattamento materno italiano ) del marzo 2000 si legge : “Fino ai primi del Novecento in Italia il lavoro femminile, per quanto ormai costituisse una realtà in espansione, non era disciplinato da alcuna legge.
Il dibattito parlamentare per il varo di una legge che contenesse delle norme che garantissero la salute e l’incolumità delle donne lavoratrici, iniziato già alla fine dell’Ottocento, non riusciva a convogliare gli opposti interessi verso l’approvazione di un testo di legge.
Solo nel giugno del 1902 veniva approvata la legge n. 242 c.d. legge Carcano (dal nome del ministro presentatore del disegno di legge) che dettava norme, seppur minime nei contenuti, a tutela delle donne lavoratrici.(…) La tutela che la legge garantiva alle lavoratrici madri si sostanziava nella introduzione del divieto di adibire le puerpere al lavoro “se non dopo trascorso un mese da quello del parto” (3)
Qualche decennio dopo Il regio Decreto Legge 22 marzo 1934 segna una prima tappa importante nella legislazione a tutela della maternità delle lavoratrici in quanto regolamenta la materia in maniera compiuta nei suoi diversi aspetti. Ma è l’art. 37 della Costituzione repubblicana disponendo che “la lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore” ed ancora “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare ed assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione“.
E’ nel 1950 che la legge 26 agosto 1950 n. 860, come si evince dall’epigrafe “Tutela fisica ed economica delle lavoratrici madri“, tenta di assicurare alle lavoratrici madri una tutela adeguata onde reprimere l’intento dei datori di lavoro di licenziare o comunque penalizzare la donna lavoratrice che affrontasse l’esperienza della maternità.
Rispetto alla legge 654/34, la legge 860/1950 ha un ambito di applicazione più vasto.
Essa infatti si applica “alle lavoratrici gestanti e puerpere che prestano la loro opera alle di privati datori di lavoro, comprese le lavoratrici dell’agricoltura, (.), nonché a quelle dipendenti dagli uffici o dalle aziende dello Stato, delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti pubblici e Società Cooperativistiche anche se socie di queste ultime” .
E’ negli anni Settanta che con la legge 1204 del 1971 ci si avvia a compimento in questa materia del dettato costituzionale con la riaffermazione dei diritti di parità fra uomo e donna, della funzione sociale della maternità e dell’inserimento della donna nel mondo del lavoro.
Ho voluto ricordare in breve questi aspetti giuridici che tutelano la donna e la maternità perché all’interno di questo quadro normativo crescono e si affermano tutta un’altra serie di rappresentazioni e narrazioni di una condizione , quella della maternità e sostanzialmente quella di chi viene al mondo.
Venire al mondo non è facile come non è facile andarsene in determinate condizioni. Mi riferisco alle difficoltà che molte volte incontra il desiderio di procreare in coppie con problemi di sterilità e la volontà di porre fine ai propri giorni per evitare, in una condizione ormai irreversibile , sofferenze . Questi due momenti probabilmente sono pieni di angoscia e di solitudine . Parliamone un attimo.
In Italia nel 2018 la relazione trasmessa dal Ministero della Salute al Parlamento in riferimento alla procreazione medicalmente assistita ha evidenziato che una coppia su cinque non riesce ad avere figli in maniera naturale . Tra il 2015 e il 2016 si è verificato un notevole incremento delle coppie che hanno fatto ricorso alla fecondazione assistita che sono passate da 74.292 a 77.522 e, di conseguenza, si è anche assistito ad un notevole aumento del numero di bambini nati (da 12.836 a 13.582) da coppie supportate da questo protocollo medico. Soltanto venti anni fa, infatti, appena il 10% delle coppie era colpita da sterilità.
Ci sono stati secoli prima del nostro in cui per restare al mondo c’era poco tempo . E bisognava dimostrare subito quello di cui si era capaci .Altrimenti stop. Così “Pascal è morto a trentanove anni ed era già una bella età. Alessandro Magno e Catullo sono morti a trentatré anni, Mozart a trentasei, Chopin a trentanove, Spinoza a quarantacinque, Shakespeare e Fichte a cinquantadue, Cartesio a cinquantaquattro, Hegel, vecchissimo, a sessantuno.” Come racconta Umberto Eco .
Oggi a sessantacinque anni si entra nella terza età ma l’aspettativa di vita è di almeno altri venti anni . A sessantacinque anni si sono già guadagnati venti anni a confronto dei secoli scorsi più venti di aspettativa fanno quaranta.
Ma a volte lasciare il mondo diventa altrettanto complicato come venire al mondo . Solo che nel caso dell’arrivo l’individuo, il neonato non può esprimere alcuna opinione. Nel caso di lasciare il mondo invece l’individuo può esprimere una qualsiasi volontà .
Scrive Luisella Battaglia :”Il caso Welby – nel rivelare insieme e simmetricamente, l’onnipotenza della medicina e l’impotenza della persona – ha mostrato come si continui a rendere, nella nostra cultura, solo un formale e ipocrita omaggio a quel principio di autonomia che si traduce nel diritto all’autodeterminazione e che gioca un ruolo rilevante nella costruzione dell’idea moderna della dignità umana. Nel lontano 1859 John Stuart Mill, uno dei padri del liberalismo, si interrogava, in un testo ormai classico On Liberty, sulla natura e sui limiti del potere che la società poteva esercitare sull’individuo e rispondeva formulando il ‘principio del danno’, secondo cui l’intervento della società è giustificato solo quando la condotta di un individuo è tale da nuocere agli altri e il singolo deve rispondere verso la società solo delle azioni che incidono sulla sfera di attività del prossimo. La società non ha dunque in alcun modo il diritto di definire che cosa sia il ‘bene’, sia fisico che morale di un individuo il quale, di conseguenza, non può essere costretto a fare o non fare qualcosa in base alla pretesa giustificazione che ciò sarebbe meglio per lui, lo renderebbe più felice o il suo agire sarebbe più saggio o più giusto. (4)
Per questo la Carta di Firenze (5) , redatta da alcuni dei principali esperti del settore medico-sanitario e presentata il 14 aprile 2005, propone una serie di regole che devono stare alla base di un nuovo rapporto, non paternalistico, tra medico e paziente. Il paziente ha diritto alla piena e corretta informazione sulla diagnosi e sulle possibili terapie, ma ha anche diritto alla liberta’ di scelta terapeutica, scelta che deve essere vincolante per il medico
Scrive Antonio Lera : “Riguardo poi la questione dell’individuo che scelga di porre termine alla vita in modo volontario o terapeutico che sia, per la scelta consapevole di allontanarsi dal corpo in quanto unità somatopsichica sofferente e/o insoddisfacente per la qualità di vita che si è determinata fino a quel momento, tale questione trova la sua matrice nell’idea che la vita è un ciclo in cui non è ammissibile l’allontanamento dal fondamento stesso della libertà dell’uomo, intesa anche come libertà di non più vivere, ovvero di morire. Tale questione tuttavia ci riporta sul piano esperenziale all’incapacità del soggetto di concretizzare quel passaggio sottile del MORIRE PRIMA DI MORIRE, ovvero di vivere nel ventre del vivere , che lo costringerà poi ad esercitare il diritto di porre termine alla propria esistenza d’amblè o in maniera assistita, rinunciando a conoscere il valore della morte e molto probabilmente costringendosi a negare il valore della vita vissuta fino ad allora, forse per estinzione di ogni altra forma o possibilità progettuale e delineando infine un percorso esistenziale in cui si staglia il Vivere per Morire. Non c’è mai in ogni caso per i più, coscienza di vita non avente in gioco anche la sua fine, con ripetuti rivolgimenti nostalgici ad un passato che non tornerà più (che peccato!) e con numerose sortite nel tempo futuro dominate perlopiù da timore e preoccupazione (che sarà!). Mettere in conto il morire, significa affrontare il limite di vivere meglio il tempo presente, come soglia stessa o nomen omen esistenziale. Anche per Jung, la morte sembra essere un cambiamento di stato, come per Einstein, materia/energia che si trasformano e la vita una parentesi di quel tornare ad essere quel che si era e che si è. Questo rimanda dunque fortemente ad interrogarci sul senso della vita e sulla questione cardine su cosa sia veramente la vita e su cosa sia importante considerare riguardo ad essa (valori etici, moralità, etc.). Situazioni liminali come la morte, suggeriscono modalità esistenziali di abbandono attivo, per sortire migliori percezioni ed esperienze non facendosi intrappolare dalle sabbie mobili della nevrosi o dal fiume vorticoso psicotico che pur mosse dal nobile fine di allontanare l’idea della morte, finiscono per imprigionare il soggetto in una vita angosciosa e frammentaria in cui la memoria subisce numerosi assalti e turbative ed il presente assomiglia ad uno piccolo stagno dove a vivere veramente è solo la sofferenza. Il vero nemico in tal senso è l’angoscia del contagio, assai presente nella società contemporanea che finisce per destrutturare i vari livelli socio-relazionali producendo due grandi fenomeni di massa: l’ineguaglianza e l’indifferenza. Questi sono i veri nemici dell’umanità, costringendo il mondo a situazioni di costante migrazione collettiva, dimenticando spesso la qualità della vita e finendo i più a vivere “morenti” ed a morire in modo insignificante spesso anche per se stessi. Morte dunque in coda alla vita, non avente o dante senso, insomma post factum esistenziale.
Il sacramento della estrema unzione è divenuto unzione degli infermi e dunque viatico per la malattia, perdendo di significato e non suggellando la morte. La fine è asettica spesso, mentre i parenti si affannano attorno per rendere questo evento insensato, il meno traumatico possibile e seguito da una cerimonia funebre rispettosa del rango del congiunto. I nostri fini concentrati sono nella vita e per la vita, pur sapendo che vi sarà una conclusione. Nell’antica grecia invece, una bella fine, una morte onorevole produceva un effetto speciale, ad esempio in battaglia, rendendo importante ed eroica tutta la vita stessa, assumendo la morte un ruolo salvifico e dunque la stessa vita far capo alla morte che diveniva arché . Non è possibile tuttavia commettere l’ingenuità di voler estrarre un senso universale, o meglio convergere verso un senso unificante, in rapporto al dipanarsi continuo di significati, neppure per alcuni mostri sacri della Psicoanalisi come Freud, seppur vicini a cogliere le valenze del rapporto tra amore e morte, tuttavia non riescono ad analizzare i due eventi essenziali della vita, ovvero la nascita e la morte che sembrerebbero assolutamente estranei al volere umano, a men di scomodare alcune teorie secondo le quali ciascuno sceglie di venire al mondo in quel preciso istante ed in quella famiglia e modalità ed in qualche modo si prepara l’uscita dal mondo, gli fornisce un senso e comincia addirittura a farsene una ragione, aprendo una sorta di negoziato nato con lei, immaginando di fare parte di un tutto universale, in cui sia matericamente che spiritualmente in una concezione d’insieme assoluto. Ciò conduce al far ritorno : l’eterno ritorno e ciò anche al termine dell’ultimo degli eventuali cicli di reincarnazione che alcune dottrine orientali paventano, inteso come ritorno all’egualità vera che la vita non può consentire, per l’enorme disparità di possibilità esistenziali che concede e determina. In realtà, si potrebbe dire che l’essere umano è in continua guerra, con quella scia mortifera, o coda esistenziale e proprio per questo riesca ad apprezzare una vita assolutamente irrispettosa ed inadempiente riguardo le attese, attraverso la costruzione mentale più fantastica e meravigliosa, seppur ingannevole, rappresentata dall’illusione di non morire che va a rafforzare la voglia esistenziale. Origina da questa costruzione mentale dell’illusione di non morire, come formazione reattiva, il conflitto relazionale per cui nella vita ha sempre torto chi è assente, per cui il massimo rimprovero che muoviamo all’altro è quello di non esserci, in quanto insopportabile la deprivazione dell’altro nella relazione che sia amicale, amorosa, professionale, etc.. Questa costrizione al fare a meno di, appare essere cosi dolorosa ed imperdonabile, tanto che l’uscita di scena da ogni forma di relazione umana raramente ottiene la possibilità di un continuum o di forme di moderata comprensione della concreta possibilità di continuare ad esistere per l’altro/per gli altri (pensionamento, cambio di lavoro, separazione, cambio di club, associazione, etc..), per la regola del niente sarà come prima. Ogni atto esistenziale, relazione, rapporto avrà dunque insieme il potere di legare e slegare, di far vivere e di far morire la relazione. (6)
Ho parlato di nascita e di morte; di venire al mondo e di lasciare il mondo ma le implicazioni di questi due temi sono molte. Hanno bisogno di ulteriori approfondimenti che queste pagine offriranno al lettore specialmente in attesa delle decisioni del Parlamento , in tema di eutanasia ,dopo la pronuncia della Corte costituzionale che ha stabilito , in riferimento alla vicenda di Marco Cappato e della morte di Dj Fabo, la non punibilità del suicidio e del tentato suicidio .
(1)Massimo Recalcati, Il trauma del fuoco: note sulla poetica di Claudio Parmiggiani, in “Frontiere della psicoanalisi”, 1/2020, Il Mulino, gennaio-giugno, pp. 61-71
(4)Luisella Battaglia Manifesto dell’istituto Italiano di Bioetica
(5) La Carta di Firenze, redatta da alcuni dei principali esperti del settore medico-sanitario e presentata il 14 aprile 2005, propone una serie di regole che devono stare alla base di un nuovo rapporto, non paternalistico, tra medico e paziente. Il paziente ha diritto alla piena e corretta informazione sulla diagnosi e sulle possibili terapie, ma ha anche diritto alla liberta’ di scelta terapeutica, scelta che deve essere vincolante per il medico.
CARTA DI FIRENZE
1 La relazione fra l’operatore sanitario e il paziente deve essere tale da garantire l’autonomia delle scelte della persona.
2 Il rapporto è paritetico; non deve, perciò, essere influenzato dalla disparità di conoscenze (comanda chi detiene il sapere medico, obbedisce chi ne è sprovvisto), ma improntato alla condivisione delle responsabilità e alla libertà di critica.
3 L’alleanza diagnostico/terapeutica si fonda sul riconoscimento delle rispettive competenze e si basa sulla lealtà reciproca, su un’informazione onesta e sul rispetto dei valori della persona.
4 La corretta informazione contribuisce a garantire la relazione, ad assicurarne la continuità ed è elemento indispensabile per l’autonomia delle scelte del paziente.
5 Il tempo dedicato all’informazione, alla comunicazione e alla relazione è tempo di cura.
6 Una corretta informazione esige un linguaggio chiaro e condiviso. Deve, inoltre, essere accessibile, comprensibile, attendibile, accurata, completa, basata sulle prove di efficacia, credibile ed utile (orientata alla decisione). Non deve essere discriminata in base all’età, al sesso, al gruppo etnico, alla religione, nel rispetto delle preferenze del paziente.
7 La chiara comprensione dei benefici e dei rischi (effetti negativi) è essenziale per le scelte del paziente, sia per la prescrizione di farmaci o di altre terapie nella pratica clinica, sia per il suo ingresso in una sperimentazione.
8 La dichiarazione su eventuali conflitti di interesse commerciali o organizzativi deve far parte dell’informazione.
9 L’informazione sulle alternative terapeutiche, sulla disuguaglianza dell’offerta dei servizi e sulle migliori opportunità diagnostiche e terapeutiche è fondamentale e favorisce, nei limiti del possibile, l’esercizio della libera scelta del paziente.
10 Il medico con umanità comunica la diagnosi e la prognosi in maniera completa, nel rispetto delle volontà, dei valori e delle preferenze del paziente.
11 Ogni scelta diagnostica o terapeutica deve essere basata sul consenso consapevole. Solo per la persona incapace la scelta viene espressa anche da chi se ne prende cura.
12 Il medico si impegna a rispettare la libera scelta dell’individuo anche quando questa sia in contrasto con la propria e anche quando ne derivi un obiettivo pregiudizio per la salute, o, perfino, per la vita del paziente. La continuità della relazione viene garantita anche in questa circostanza.
13 Le direttive anticipate che l’individuo esprime sui trattamenti ai quali potrebbe essere sottoposto qualora non fosse più capace di scelte consapevoli, sono vincolanti per il medico.
14 La comunicazione multi-disciplinare tra tutti i professionisti della Sanità è efficace quando fornisce un’informazione coerente ed univoca. I dati clinici e l’informazione relativa alla diagnosi, alla prognosi e alla fase della malattia del paziente devono circolare tra i curanti. Gli stessi criteri si applicano alla sperimentazione clinica.
15 La formazione alla comunicazione e all’informazione deve essere inserita nell’educazione di base e permanente dei professionisti della Sanità.
Il documento è stato redatto da un ampio gruppo di lavoro:
(6) https://anankenews.it/morire-morire-vivere-nel-ventre-del-vivere/
