PER UN NUOVO UMANESIMO DELLA BELLEZZA DEI LUOGHI
Redazione- In Italia sono circa 6 mila i piccoli centri a rischio di spopolamento ,tra comuni e agglomerati situati in zone di qualche valore naturalistico,paesaggistico o all’interno di parchi e aree protette ; 2300 quelli in stato di abbandono .
L’emergenza sanitaria ha fatto riscoprire tante piccole “Italie” disseminate nelle aree interne , soprattutto al Sud ,indicando e proponendo strade di recupero ,rinascita e rilancio, non solo delle località, della loro funzione territoriale ma anche in generale della bellezza di quei territori.
“Attraverso i territori “ è dunque un modo di guardare al futuro che è già cominciato ; attraverso una nuova idea di umanesimo che guardi all’integrazione di un modo di vivere, di lavorare, di trascorrere il tempo libero . Oltre alla possibilità di creare opportunità per innovare (una messa assieme di tecnologie che permettono l’espletamento per esempio del lavoro e dello studio da casa ) ma anche di sperimentare nuovi modelli di organizzazione sociale e appunto produttiva.
Il primo scenario , quello più allettante, consiste proprio nella integrazione tra connettività e banda larga il luogo dove si abita, quello dove si lavora, quello dove si svolge il tempo libero che potrebbe essere un posto unico. Queste tre funzioni messe assieme per esempio in un edificio di un centro montano favorirebbero il ripopolamento.
Un luogo dove si possa lavorare con lo smart working ma si possa anche studiare con le università a distanza . Un luogo dove si decide di ritornare ( esistono migliaia seconde case che sono state lasciate a disposizione da famiglie che sono andate a vivere in città per far fronte proprio alla necessità di lavorare e studiare) per una vita diversa che appunto recuperi quell’umanesimo della bellezza dei luoghi tra natura e paesaggio che fecero vivo quell’altro umanesimo che possiamo ancora ammirare nelle tele dei pittori , nelle architetture e in definitiva nella stessa concezione di città persa nel corso dei secoli.
Borghi che entrano in una visione futuristica perché rappresentano l’alternativa agli ingorghi della città,ai luoghi e di lavoro in cui si riesce a mala pena a garantire in questo momento il distanziamento in questo frangente; perché sono con il loro ripopolamento l’alternativa alla perdita di una identità, ad una anomia .Perchè sono il riconoscimento della ricchezza identitaria di un Appennino che nella storia del nostro paese ha svolto un ruolo decisivo per la crescita non solo economica ma anche umana e culturale.
Probabilmente proprio per quella visione futuristica di cui abbiamo parlato avviare finalmente da Amatrice ad Arquata del Tronto , sul lungo arco dei paesi appenninici danneggiate dal terremoto del 2016, una decisa ricostruzione ( siamo oggi solo al 6% ) sarebbe un impegno importante da mantenere rispetto alle assicurazioni che il Governo continua a dare fin dall’evento sismico . Di fronte ad interventi che coprono solo il 6% del fabbisogno necessario sembra che qualcosa cominci a muoversi . Forse grazie all’Ordinanza 100 del 9 maggio 2020 insieme al Decreto semplificazione e alle norme contenute nel cosiddetto Decreto di agosto si prova a cambiare il passo in una situazione caratterizzata da uno stallo della ricostruzione. Probabilmente grazie soprattutto all’Ordinanza firmata il 21 agosto 2020 si estende l’effetto dell’Ordinanza 100 del nove maggio 2020 anche a tutti i progetti di ricostruzione ( anche in altre aree e crateri ) già presentati fino ad oggi. Ovvero si attribuisce ai professionisti la potestà e il compito di autocertificare le conformità urbanistiche e determinare l’importo dei contributi per le riparazioni e le ricostruzioni degli immobili fissandone anche i tempi contingentati per i passaggi nei Comuni e negli altri Uffici pubblici con un massimo di 110 giorni totali per i casi più complessi.
Un intervento che insieme al cratere aquilano va nella direzione di ridare vita ai centri dell’Appennino e non solo di quelli terremotati secondo un’idea che il paesologo Franco Arminio, per esempio da tempo, va proponendo e che rappresenterebbe la nuova spina dorsale di una economia verde che l’Europa da tempo auspica.
In modo singolare Arminio per esempio domanda alla fine di ogni incontro con i suoi ascoltatori : “Fatemi un favore, andate a visitare un paese più piccolo del vostro, se il vostro paese conta seimila abitanti visitatene uno che ne ha quattromila, se ne ha quattromila andate in uno più piccolo, e così via, senza motivo, senza che ci sia una sagra, una festa, un evento, andateci e basta.” E continua : “ Poi cercate una persona anziana, sedetevi vicino a lui o a lei, e ascoltate quello che ha da dire.” E conclude in modo provvisorio ma efficace ed affascinante : “I paesi per prima cosa bisogna guardarli, andare a trovarli con un moto di passione. Attraversarli e guardarli”.
Secondo Arminio basterebbe solo guardarli questi paesi per salvarli. Perché nello sguardo c’è già la cura. Quella cura che da anni istituzioni, politica, economia hanno negato . Certo ci possiamo domandare chissà se è vero che si salvano in questo modo dallo spopolamento; di certo è un modo efficace per farli ricomparire nelle nostre anime Chi non ha un paese del cuore che ha dovuto abbandonare ? (1)
Non si può tacere,per esempio, senza nulla voler togliere a quella realizzazione necessaria per quel territorio, come per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova siano state messe in campo risorse e cure che da sole sarebbero bastate a restituire tutti i centri danneggiati dal terremoto al loro uso e alla loro funzione.
Dunque il ripopolamento dei centri montani può essere la strategia vincente in un momento in cui si va alla ricerca di un rilancio delle aree interne e della implementazione di idee e risorse per far ripartire una economia che potrebbe trovare i suoi punti di forza nel turismo, non solo nelle città ma anche come iniziative di albergo diffuso in tutti i centri della collina , della montagna e rivieraschi; nell’alimentare , come “made in Italy” con produzioni da riscoprire e valorizzare e tutta quella parte di economia verde collegata a questi due grandi settori. Azioni implementate che contrastino uno scenario che in Italia vede il 72% degli oltre 8 mila Comuni con meno di 5mila abitanti a rischio abbandono . Ben 2.381 Comuni dei 5.383 piccoli centri a rischio sono in stato di avanzato stato di abbandono e i rimanenti sono spopolati .
Ridare loro vita attraverso le tecnologie digitali che permettono di vivere e lavorare in quei territori .
A questo proposito bisogna capire se si possono fare progetti pilota, trovare nuovi equilibri tra città e borghi storici .de localizzare la vita urbana per periodi più lunghi del weekend, diluire le presenze nei posti di lavoro in città.
Negli ultimi tempi si vanno moltiplicando gli acquisti di borghi e la trasformazione delle abitazioni in albergo diffuso da parte di singoli o gruppi di imprenditori. E si torna a parlare della necessità di non far perdere a molti dei borghi spopolati la valenza agricola che ebbero un giorno portandovi per esempio wifi e fibra.
Un esperimento importante avviato e compiuto è sicuramente Santo Stefano di Sessanio, un borgo situato nell’entroterra abruzzese, nella parte meridionale del massiccio del Gran Sasso d’Italia, al di sotto della vasta piana di Campo Imperatore, in posizione panoramica verso la valle del Tirino da una parte e la bassa Conca aquilana dall’altra, ad una altitudine di poco superiore ai 1.200 m s.l.m. Dal XIII secolo Santo Stefano fu compreso nel distretto feudale della baronia di Carapelle che includeva anche Carapelle Calvisio, Castelvecchio Calvisio, Calascio e Rocca Calascio[4]. Santo Stefano seguì le vicende storiche della baronia fino al 1806, anno di abolizione della feudalità. Il borgo divenne dominio nell’ordine delle famiglie Pagliara, Colonna, Celano, Caldora, Accrocciamuro, Piccolomini Todeschini, Del Pezzo, Cattaneo, Medici e Borbone.
Ma Santo Stefano di Sessanio rappresenta un esperimento vincente di “albergo diffuso “ Si legge infatti nella brochure di questa realizzazione : “Il progetto di recupero e ridestinazione ricettiva di Santo Stefano di Sessanio (albergo diffuso) ha introdotto inedite procedure per conservare l’integrità di questo borgo storico e del paesaggio circostante mediante specifici accordi con gli enti territoriali (Comune/ Parco Nazionale). L’obiettivo finale è che, almeno in questo caso, la ridestinazione turistica non comporti inevitabilmente la perdita delle identità territoriali. Il progetto nella sua parte privata prevede la conservazione delle destinazioni d’uso dell’originaria organizzazione domestica, l’occultamento degli impianti e della tecnologia, l’uso esclusivo di materiale architettonico di recupero, l’uso dell’arredamento povero della montagna abruzzese. Questo approccio di tutela si spinge fino alla conservazione di quelle tracce del vissuto, e del vissuto povero, sedimentate negli intonaci e nelle stratificazioni del costruito, per preservare, nei segni di sofferenza del tempo, nelle tracce di un vissuto antico, l’anima più profonda e autentica di questi luoghi.”(2)
Le regioni più ricche di borghi sono l’Umbria e la Toscana alla pari con l’entroterra ligure.
Poi ci sono gli esperimenti di vendita delle case ad un euro in alcuni comuni con il solo impegno di presentare un progetto di ristrutturazione e riuso dell’edificio ; iniziativa spesso di difficile applicazione per le difficoltà a rintracciare i proprietari originari .
Dunque la rivitalizzazione di piccoli centri che rappresentano un itinerario ideale all’interno di storia, cultura, arte, natura . Un itinerario tra patrimoni di bellezza naturale, tra opere dell’ingegno e della creatività umana.
Un mondo in cui l’uomo per millenni ha segnato ,costruito, nominato . Un mondo che può contare dalle Dolomiti alle isole Eolie ,dal cuore di Verona a quello di Siracusa passando per Matera e i suoi sassi ,Pompei e i suoi scavi, ben 55 siti Unesco ,4.206 musei, 293 aree e parchi archeologici , 570 monumenti di rilievo.
Una strada è stata però già aperta come abbiamo riferito illustrando l’esperimento di Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo A continuare su questa strada ,per esempio, è l’iniziativa sulla “Campagna sull’Appennino promossa dal Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e dal Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, monte Falterona e Campigna; realizzata da Symbola e sostenuta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare” con la rilevazione che : “ La popolazione appenninica è molto diversa da come ce la immaginiamo. Lo spopolamento, soprattutto delle aree più interne, ha lasciato vuoti non solo anagrafici e fisici, ma soprattutto emotivi e culturali, vuoti oggi riempiti da nuove comunità di immigrati che ripopolano i borghi. La popolazione straniera residente in Appennino è pari a quasi 700 mila individui: il 6,4% della popolazione residente dei comuni appenninici, il 13,2% della comunità straniera in Italia. Gli stranieri residenti nell’Appennino provengono prevalentemente dalla Romania (28,2%), dall’Albania (12,1%), dal Marocco (10,8%) e dalla Cina (5,1%) e risiedono, in particolar modo, nei comuni dell’Appennino settentrionale e centrale.”
Si tratta di riconsiderare quella strana umanità che unisce per esempio gli Appennini di Parma e le colline di Bologna fino al mistero immobile delle foci del Po per poi scendere alla vetta bianca dell’Abruzzo e inerpicarsi nelle boscaglie del Cilento misterioso. In un viaggio che è viaggio dentro la miscela spesso indistinguibile di bene e male che hanno animato la storia di questi luoghi, attraverso la mediocrità del dolore della vita e della banalità del piacere di offrirsi al mondo proprio come sponda di una Italia di Mezzo.
Ecco perché nella relazione alla XXXVII Conferenza Italiana di scienze regionali : “La vita fragile dell’Appennino italiano , tra sopravvivenza e sviluppo possibile. Il Parco nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga nella provincia di L’Aquila” le autrici Valentina ALBANESE ed Elisa MAGNANI ricordano che : “Nell’Appennino italiano tende a cronicizzarsi l’involuzione demografica e la situazione di marginalità (Migliorini e Salvatori, 1990). E’ fitta la maglia dei cosiddetti “comuni minimi”, aventi un’ampiezza demografica inferiore a 1500 abitanti che, a causa delle loro dimensioni ridotte, hanno una carsissima vitalità,limitandosi in molti casi alla sopravvivenza (Migliorini, 1982, p. 231).Dopo una breve analisi delle condizioni di marginalità di questo territorio, il contributo focalizzerà la sua attenzione sulle nuove tendenze di consumo, tra cui il turismo, individuando alcuni scenari possibili per il superamento della condizione di marginalità.In particolare, si tratterà la parte aquilana del Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, un’area contraddistinta da tempo dalle caratteristiche di abbandono e marginalità sopra descritte, che tuttavia ha intrapreso un processo di valorizzazione delle proprie risorse in chiave turistica. Il ricco patrimonio culturale e naturale dell’area, su cui lo studio si concentrerà,diventa così stimolo per una rinnovata vitalità di questo territorio e per la riscoperta del senso dei luoghi non solo per gli abitanti ma anche per coloro che li visitano.”(3)
Alla ricerca dunque di un umanesimo della bellezza dei luoghi per sopravvivere agli attuali problemi creati dal diffondersi del contagio di covid 19, fino a diventare una pandemia perniciosa ma anche per restituire una identità ai luoghi di un paese che per millenni ha alimentato una storia e una cultura alla quale non si può rinunciare. Perchè fa parte non solo del dna della società ma è parte integrante di quelle risorse che serviranno per continuare un cammino di prosperità e di vita che già da oggi deve molto proprio a quella bellezza dei luoghi che l’uomo ha segnato, nominato, coltivato, costruito ,in altre parole vissuto .
(1)Scrive Valentina Pigmei su Internazionale del 2 gennaio 2020 : “ Sono più di vent’anni che il poeta e paesologo Arminio scrive e si occupa di questi temi: il suo oggi può suonare come appello ingenuo, poco realistico, tuttavia non lo è affatto Nel 2019 appare più chiaro che la via dell’attenzione sia l’unica possibile. Mescolare geografia e commozione, poesia e etnologia, politica e canti. “Non ho mai creduto alla morte dei paesi. I paesi si trasformano. Soprattutto, non bisogna pensare al paese come città mancata”. L’hanno capito l’economista e politico Fabrizio Barca, il ministro per il sud Peppe Provenzano ascoltano questo signore dell’Alta Irpinia che predica la poesia come forma di conoscenza. Lo aveva capito per primo Gianni Celati che nel lontano 1992 pubblicò Arminio nella raccolta Narratori delle riserve (Feltrinelli), e scrisse che il suo “era un modo del tutto inedito di guardare le cose al sud”.
La paesologia non è altro che una forma di attenzione. E forse non sono le città che salveranno i paesi, ma viceversa. Quelle città che in tutta l’Europa vanno a una velocità diversa dal resto delle province che le circondano. Dovremmo cominciare a pensare che i paesi “felicemente inoperosi” dell’Italia interna, quelli abbandonati dalla politica, quelli di cui si occupa il forum Diseguaglianze diversità presieduto da Barca, sono la ricchezza di una nazione fatta da una miriadi di piccoli comuni e attraversata in verticale da una lunga catena montuosa oggi sempre più disabitata e divisiva.
(2) I progetti del gruppo Sextantio e della Società Dom nascono da un’interessante ambizione culturale: dare dignità nel nostro Paese al Patrimonio Storico Minore ed al suo Paesaggio.
L’Italia, che ha come identità primaria, quella di essere il Paese della Storia per eccellenza, ha cancellato una storia minore, esclusa dal paradigma della “classicità” o della monumentalità di pregio, una storia che qualora tutelata, evidenzia luoghi di grande suggestione e pregnanza affettiva altrimenti condannati alla definitiva scomparsa o ad un’ibrida promiscuità.
Il progetto si declina, nei primi due borghi realizzati, a Santo Stefano di Sessanio (AQ), nel rapporto di reciproca integrità tra territorio e costruito storico, tutelando un paesaggio, quello dei borghi incastellati medioevali, così caratteristico dell’Italia Appenninica ma così fragile per le invasive urbanizzazioni dal dopoguerra ad oggi che sono state sempre in drammatica distonia col patrimonio storico originario; il secondo esempio, quello dei Sassi di Matera, rappresenta l’espressione paradigmatica del Patrimonio Storico Minore, se non addirittura miserabile, caratterizzato da grotte e chiese rupestri abitato fino ai primi anni 50 nonostante la malaria e le precarie condizioni igieniche e squalificato quale “vergogna dell’Italia”, giudizio partorito nel riformismo post-bellico, quale più evidente espressione del sottosviluppo del nostro Meridione.
Questo inedito approccio di Restauro Conservativo del Patrimonio Storico Minore ha riconsegnato al nostro Paese luoghi e borghi che stavano definitivamente deperendo, sotto il peso del tempo e dell’incuria o di speculazioni edilizie laddove era in corso una ridestinazione turistica di questi borghi storici. Oggi questo approccio di tutela del paesaggio e del patrimonio storico, oltre al suo valore culturale, e l’esempio di Santo Stefano di Sessanio è emblematico, sono diventati progetti trainanti l’economia dell’intero territorio. In un’Italia nel pieno di una crisi globale e nell’Abruzzo aquilano colpito dal terremoto del 2009 un nuovo modello di sviluppo, curiosamente basato su un progetto culturale in assoluta autonomia, ha portato a risultati logaritmici sotto molteplici variabili, una tra tutte le attività alberghiere di terzi passate da una a 15 dall’inizio del progetto, senza costruire un singolo metro quadrato ex-novo e facendo terminare quell’abbandono della montagna e invertendo quella scesa a valle in ricerca del lavoro che durava da quasi due secoli.
Come conseguenza di queste sommarie considerazioni, si vuole quindi proporre la definizione di un patrimonio da cui consegue una specifica progettualità e infine un modello di sviluppo proprio per luoghi che non ne hanno vissuti di significativi nel passato più recente. Un modello nell’insieme che definisce, per questo specifico patrimonio, una particolare progettualità negli interventi privati e disciplinari da concordare con gli enti territoriali, un modello di sviluppo che possa dare rispetto e dignità alle originali identità di questi territori e che sia parimenti una concreta possibilità di sviluppo produttivo per l’intero territorio e i suoi abitanti.
(https://www.sextantio.it/protezione-patrimonio-del-sud-italia/)
(3) L’Appennino , dotato di risorse culturali di un certo rilievo, siano esse tangibili o intangibili,può trovare nuove opportunità di valorizzazione nel contesto sociale contemporaneo. Le caratteristiche del paesaggio, dell’ambiente e del clima montano possono costituire alternative al lo spazio del tempo libero o possono ambire ad essere una componente essenziale per i bisogni e gli stili di consumo attuali,fortemente condizionati dai dettami dello sviluppo sostenibile e da un rinnovato desiderio di aumentare il contatto con
la natura come luogo rigenerante per l’individuo .
