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UN ABATE E UN DEMONIO: LA STORIA DI S. ANTONIO EREMITA CHE ANTICIPA IL CARNEVALE NELLA TRADIZIONE POPOLARE

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Molto probabilmente , anzi sicuramente anche quest’anno , a causa della pandemia da Covid 19, malgrado  le misure di contrasto al contagio  e l’avvio di una campagna vaccinale per ridurre le conseguenze dell’infezione , la tradizionale festa del carnevale sarà  celebrata in tono dimesso e minore . In attesa  di vedere quali manifestazioni ed eventi  rallegreranno quelle giornate , vorrei introdurre il tema del carnevale  richiamando all’attenzione appunto  la  trascorsa festa di S. Antonio Abate  ricorrendo a qualche ricordo  d’adolescente  e al contributo di studiosi delle tradizioni popolari abruzzesi. Che sono quelle tradizioni che ci accompagnano  aiutandoci a fare memoria del passato  e a  ipotecare il futuro  perché traghettano  le radici  da un tempo all’altro rinnovandole e restituendole sempre nella loro integrità. La festa di Sant’Antonio  è la prima che si incontra nel’annuale  calendario delle feste della tradizione popolare ma è anche l’evento che anticipa  per un solo giorno  quello che poi sarà il carnevale vero e proprio con le giornate del giovedì grasso, della domenica e del martedì successivo .

A Sulmona tra Porta Napoli e la Chiesa di S.. Francesco non è agevole oggi trovare la Cappella di S. Antonio Abate,quasi una edicola con immagine del santo , cancello e tettoia spiovente. Una volta era in aperta campagna. Oggi la piccola costruzione scompare al limite della strada dov’è situata, inglobata tra un distributore di benzina e un enorme edificio costruito  dai francescani  che lo hanno usato come cinema,  e istituto di formazione professionale .Di proprietà della famiglia del mio amico Romeo Caroselli era meta di passeggiate fuori porta sulla strada per il Ponte Nuovo.Il 17 gennaio di ogni anno sul piccolo campo antistante la cappella, ai margini della strada statale si svolgeva la benedizione degli animali.Era il giorno della festa di Sant’Antonio Abate a cui la devozione popolare affidava la protezione degli animali ,una festa affascinante. Per noi ragazzi accendere i fuochi , veder sfilare gli animali e partecipare poi alla cantata, una sorta di rappresentazione teatrale ,era veramente una festa.L’appellativo di protettore degli animali probabilmente trae origine da raffigurazioni pittoriche medievali di questo santo eremita.Sant’Antonio Abate  è  una delle figure principali della religiosità popolare. Venerato come protettore degli animali ( la sua immagine si trovava un tempo in tutte le stalle ), viene invocato per la salute del bestiame domestico e del corpo, specialmente contro un’affezione della pelle , il «fuoco di Sant’Antonio».
Il 17 gennaio nella cultura contadina è il giorno che dà inizio al  calendario delle opere da compiere e i lavori da eseguire nelle campagne . Il giorno della festa continua ad essere ancora oggi  un “giorno di fuochi”, di cantate  e di sfilate di animali  che la memoria riporta  a galla  per un racconto sempre avvincente .La memoria di un mondo  in cui la civiltà contadina  ha costruito  monumenti  di  saggezza e sapienza  ,oltre che di bellezza .Infatti scrivono Felice Gentile ed Emilia dell’Aguzzo in un post dal titolo “La cultura popolare” pubblicato il  15 gennaio 2021  su  Borghiarte E Cultura  condiviso sul loro profilo facebook  : “Il Santo è il protettore degli animali e noi crediamo che sia il più celebrato dalle genti delle campagne. Nel pomeriggio del 17 gennaio i contadini portavano i loro animali nel sagrato della chiesa parrocchiale del proprio paese per la benedizione da parte del parroco. In tempo recenti la benedizione riguarda i mezzi agricoli e le automobili. La tradizione vuole che la festa inizi la sera precedente. In molti paesi gruppi di persone cantano ” Le Santantonjie”. Noi vogliamo presentare una strofa: ” Le Demonie maledette/ je pesceve a lu lett/ Sant’Antonie ce lu trove/ ce lu ‘mbicche e ce lu ‘inchiove/. Uno dei borghi in cui si cantano queste strofe è Tocco a Casauria ( PE). Altre tradzioni sono legate al fuoco. La più famosa è quella delle ” Farchie” che si tiene a Fara Filiorum Petri (CH). A Collelongo (AQ) si accendono ” I Torcioni” dei coni di frasche rovesciati. Sul fuoco si pongono ” I cutturi ” dove si cuoce una zuppa di granturco bollito detta “I Cicerocchhi”. IL granturco bollito in altri luoghi si chiama ” I Granati”, uno di questi borghi è Villalago ( AQ). I ” Granati” vengono usati anche in altre occasioni, a Pettorano sul Gizio (AQ) si usano a ” Capetiempe”, a Villalago venivano regalati dai genitori quando i bambini mettevano il primo dentino. Naturalmente erano le famiglie più abbienti a regalarle a quelle più povere. A Scanno si celebra Sant’Antonio Barone, il diverso titolo attribuito al Santo, deriva probabilmente dal fatto che la statua è nella chiesa dei baroni del paese. Comunque ” Il Miserere del Santo Antonio Barone” è un dei testi medioevali più antichi presenti nella letteratura abruzzese. Le celebrazione nel Comune dell’Alto Sagittario iniziano con la celebrazione della santa Messa a cui segue una Processione verso il palazzo Di Rienzo. Nei pressi di questo palazzo viene distribuito alle persone presenti un ” cuppino” di ” sagne e ricotta”. A Montereale (AQ) la distribuzione della minestra ” la Paniccia” avviene alla mezzanotte del 16 gennaio. Una tradizione particolare si ha Marruci di Pizzoli (AQ), dopo le celebrazione religiose un banditore apre l’asta dei Zampitti di maiale. il ricavato dalla vendita dei piedi di porco viene distribuito ai cittadini meno abbienti. Purtroppo a causa della pandemia di Covid e per evitare gli assembramenti nel gennaio 2021 non si terranno tutte queste manifestazioni tradizionali.”Il Capoluogo .it  a questo proposito  titola un articolo del 16 gennaio 2021 a firma di Loredana Lombardo :“Festa Sant’Antonio, il Covid spegne i fuochi ma non la tradizione “ e dice in sostanza : “Sant’Antonio Abate: niente fuochi e festeggiamenti quest’anno a causa della pandemia. La festa in onore di Sant’Antonio Abate è un rito che si è sempre rinnovata ogni anno il 17 gennaio e la cui origine, persa ormai nella notte dei tempi, affonda le sue radici tra il sacro e il pagano. Purtroppo, ovviamente, non sarà possibile ritrovarsi intorno al fuoco proprio per evitare assembramenti e contatti che potrebbero causare un aumento dei contagi. In tanti piccoli borghi dell’Aquilano montano, i fuochi di Sant’Antonio non sono una semplice festa, ma un rito che si rinnova ogni volta, una sorta di buon auspicio per l’anno iniziato da poco.Infatti, per non perdere del tutto la tradizione, ad Alfedena per esempio, piccolo paese incastonato nel cuore del Parco nazionale d’Abruzzo, verrà acceso un solo fuoco simbolico, monitorato, con la speranza che aiuti a “scacciare” la pandemia. Prima della pandemia, intorno ai fuochi benedetti in onore di Sant’Antonio Abate si celebrava tanta allegria, musica, vino e gastronomia per una tradizione che ha sempre infiammato letteralmente l’inverno.”

Un accenno particolare va fatto all’iconografia  che troviamo nelle immagini sacre  ,spesso foglietti che venivano distribuiti e conservati sulle credenze delle cucine o a protezione delle stalle associa a Sant’Antonio Abate il bastone a T, tau, e un maiale.Forse il maiale inizialmente era un cinghiale. L’Abruzzo in particolare ha nel suo stemma regionale proprio la figura di un cinghiale . Probabilmente il riferimento è al  dio celtico Lug, venerato nell’area del nord Europa tra Gallia ,Irlanda  e che  anima la mitologia e i racconti  di quei paesiLug era il dio del gioco e della divinazione, accomunato alla dea romana Cerere  e i celti fregiavano i loro elmi e scudi con la testa del  cinghiale .  Un culto molto sentito tanto che i  sacerdoti celtici, i druidi, erano chiamati Grandi Cinghiali Bianchi.Ci sono poi varie leggende sulla vita del santo . Una di queste  racconta come   il culto  del dio pagano  fu trasferito nella  venerazione del santo le cui   reliquie  erano giunte in Francia,  per cui i primi cristiani celti diedero al  santo gli attributi dello stesso l dio pagano e nelle leggende di sant’Antonio abate fu inserita la figura  del  cinghiale, diventato poi maiale per allontanare  il ricordo precristiano.Ancora alla leggenda si deve l’accostamento del Santo alle figure del cinghiale prima, del maiale dopo e al fuoco . Sembra nella prima leggenda infatti che  il cinghiale maiale fosse la forma del demonio  che  lo tentava . Nella seconda leggenda si racconta la guarigione di un maialino .Il maiale fu poi un animale allevato dai  Fratelli Ospedalieri di sant’Antonio, fondati nel 1600, che usavano la carne per  nutrire gli ammalati che accorrevano alla chiesa di Saint-Antoine-de-Viennoi a alla Motte-Saint-Didier,  per farsi curare l’herpes  zoster  anche  a  seguito della credenza  che attribuiva al santo la facoltà di guarire questa malattia perché capace di controllare il fuoco.  L’herpes zoster viene anche chiamato comunemente “ fuoco di Sant’Antonio “  . Per questo il santo viene anche raffigurato insieme  ad un fuoco  di cui  sembra avere il controllo avendolo  rubato, per mezzo del demonio che lo tentava, proprio dall’inferno .Infatti scrive  Antonio Borrelli in Santi e beati .it : “Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come ‘ignis sacer’ per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli ‘Antoniani’; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento.Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò ad essere associato al grande eremita egiziano, poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.”L’herpes zoster è una  infezione ai nervi chiamata comunemente  “ fuoco di Sant’Antonio” . Interessa alcune  zone della pelle e provoca un’eruzione dolorosa di vescicole che in seguito formano una crosta. Questa affezione della pelle può avere una lunga durata e solo grazie alla medicina moderna  viene alleviata, anche se le conseguenze, a guarigione avvenuta  ,permangono ancora per molto tempoPer combattere questa  malattia oltre alla medicina ufficiale sono nati nel tempo anche i guaritori  che usano  modi e rituali derivanti  dalla  credenza popolare  . I guaritori devono avere( per la tradizione toscana ) alcuni particolari requisiti come quello di   nascere  ultimo di sette figli  tutti maschi o tutti femmine. Adottano dei  rituali tra cui c’è quello di “stremare il male “, consistente  nel  ripetere sulla persona affetta dal male,  segni di croci che si ripetono  appunto fino a stremare il male .

In Basilicata, per curarlo, si prende il sambuco (le foglie se è estate, gli steli se è inverno), si fa bollire, e si fa bere l’acqua al malato; poi, con l’acqua che resta, si fanno gli impacchi. Nella stessa regione si usa anche un altro rituale che viene ripetuto per tre martedì consecutivi. Il guaritore dopo aver  messo un dito nella cenere di un fuoco acceso da lui stesso  ripete questa specie di cantilena  : “S. Antonio venisti, tredici grazie facesti, dispensane una a quest’anima di Dio, spegni questo fuoco a quest’anima di Dio”. Infine si prendono tutte le braci, si spargono per strada e si ricomincia la litania: “Come si spegne questo fuoco in mezzo alla strada, spegni questo fuoco a quest’anima di Dio. Tu sei il patrono del fuoco. La virtù è tua e non mia”.Il fuoco è uno degli elementi che caratterizza la notte  della festa del Santo  . Le fiamme devono  bruciare tutte le energie negative  e portare  un messaggio : annunciare che si sta  passando dal buio mortale  dell’inverno alla luce della rinascita primaverile.  Dalle fiamme vengono anche  tratti dei presagi sull’andamento dell’annata agricola, “Lo spirito di questa antica festa contadina resiste anche a Pescocostanzo,e i ragazzi la sera della vigilia si mascherano con allegria per continuare a farla vivere. Girano, i giovani cantori, per le strade cantando vecchie canzoni che narrano la lotta tra il Santo e il Demonio, facendo la questua. Il giorno 17 al mattino la giornata inizia con l’accensione di un grande falò in Largo Porta Berardo, ai piedi della scalinata che conduce al “Peschio” su cui c’è l’antica chiesa dedicata al Santo e dove si tiene messa solenne alle 11.00. Nel pomeriggio, alle 17.00, in piazza Municipio l’apertura degli stand gastronomici a cura della Pro Loco; a quell’ora anche al Capocroce sarà pronto il fuoco degli “amici di Sant’antonio”.. Quando è notte – dopo i Vespri delle 18,00 – in piazza Municipio ci sarà il lancio dei “palloni” (mongolfiere). Dal volo di questi palloni (uno per ogni mese, sull’ultimo c’è l’effige di Sant’Antonio Abate) i contadini traevano un tempo previsioni per l’anno che iniziava. La notte di Sant’Antonio, come sempre, a Pescocostanzo sarà più lunga e la festa “brillerà” di suoni, canti, vino e banchetti intorno ai fuochi.  Per la festa  di Sant’Antonio Abate, si venera una statua  nella chiesa esistente sulla sommità del “Castello”. Nei tempi passati si accendevano grandi fuochi sul posto con legna donata dai cittadini. La legna esuberante veniva venduta all’asta pubblica e con il ricavato si organizzavano giochi popolari.Era venduto all’asta anche “j perchellucce de Santantonie” (un maiale), che, nei mesi estivi e nell’autunno, era stato allevato a turno dai cittadini pescolani. Sopravvive il lancio di grandi aerostati (una volta in carta velina, oggi in velo di plastica) gonfiati per mezzo, di un fuoco acceso alla base. Uno di questi palloni riportava l’effigie di S. Antonio. Dalla riuscita del lancio dei palloni, gli agricoltori di un tempo traevano auspici per il futuro raccolto. Nella circostanza faceva servizio una banda del paese. Lo specialista della carta velina era certo Francesco Mannella, detto “Lumbardozze”.Su graticole improvvisate o bracieri messi a disposizione da qualche partecipante, ancora si arrostiscono salsicce, braciole, castagne e si beve, cantando e facendo baldoria” (1)

Ma il protagonista di questa festa non è soltanto un cocciuto abate eremita ma anche un demonio sfortunato che appunto interagiscano nella scena di sacre rappresentazioni cantate. Queste che come afferma Adriana Gandolfi traggono “ origine dal vasto repertorio del teatro sacro medioevale e dalle successive commedie dei santi di origine spagnola ,raccontano in forma melodrammatica la vicenda di Sant’Antonio nel deserto e le tentazioni subite ad opera del demonio.” In realtà Antonio abate è uno dei più illustri eremiti della storia della Chiesa. Nato a Coma, nel cuore dell’Egitto, intorno al 250, a vent’anni abbandonò ogni cosa per vivere dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso, dove condusse vita anacoretica per più di 80 anni: morì, infatti, ultracentenario nel 356. Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l’Oriente. Anche Costantino e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant’Atanasio, che contribuì a farne conoscere l’esempio in tutta la Chiesa. Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia. La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Conciliio di Nicea. Nell’iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore“Cantare lu Sant’Antonio” assumeva nella cultura popolare un alto valore in quanto in chiave umoristico-burlesca il demonio diventa un folletto dispettoso intento a molestare il santo. Al termine dalla rappresentazione il demonio viene trafitto dal santo con una spada portatagli dall’Arcangelo Michele.Con questa rappresentazione burlesca il mondo contadino dava inizio ai festeggiamenti del carnevale. La festa assume varianti a secondo del territorio abruzzese in cui si svolge. In alcune versioni “ riscontrate soprattutto nella zona interna collinosa e pedemontana della Maiella, nella rappresentazione è presente anche “la dunzelle”,un uomo vestito da donna: il diavolo stesso che si traveste per tentare la castità di S. Antonio.” (2)I fuochi della festa di Sant’Antonio diventano le farchie a Fara Filiorum Petri , centro storico di origini longobarde. La festa tradizionale delle farchie,  che sono enormi fasci di canne con una circonferenza di oltre un metro e un’altezza che a volte supera anche i ome farchie sembra derivare dal vocabolo  arabo “afaca”, ossia torcia. L’uso del fuoco come elemento simbolico nei riti legati al culto di Sant’Antonio Abate è comune in tutto il Mediterraneo, ma le farchie di Fara si distinguono per l’imponenza del cumulo  di legna, che viene conferita alle dodici contrade in cui è diviso il paese ,   a cui viene appiccato il fuoco. Con il concorso  quindi di un gran numero di persone  che appartengono a quelle contrade .Le Farchie sono una festa  che si celebra per ricordare la protezione di Sant’Antonio Abate dall’invasione delle truppe francesi nel 1799, incendiando le querce che circondavano il paese. All’epoca Fara era protetta da un grande querceto e di fronte l’avanzamento delle truppe francesi, apparve S. Antonio nelle vesti di un generale che intimò loro di fermarsi  e di non oltrepassare la selva. Al loro diniego trasformò gli alberi in immense fiamme che fecero scappare e ritirare i soldati.Infatti si legge sul sito di abruzzo turismo.it    “ Verso il mese di dicembre del 1798 sono alle porte dell’Abruzzo, e più precisamente nel territorio teramano di Civitella del Tronto. Le truppe francesi non temono l’esercito borbonico che tenta di resistere e senza grandi difficoltà avanzano verso sud. Il giorno della vigilia di Natale di quell’anno entrano a Chieti. L’entroterra della provincia teatina organizza una resistenza che culminerà nell’eccidio di Guardiagrele, sulla cui strada si trova Fara Filiorum Petri e dove gli abitanti attendono, barricati nelle case, l’invasione dei nemici. La sera del 16 gennaio del 1799 avviene il miracolo: il bosco che circonda il paese di Fara, allora feudo dei principi Colonna, prende fuoco e le piante che bruciano nel tramonto assumono l’aspetto di enormi guerrieri. I Francesi, di fronte a tale spettacolo, preferiscono aggirare il paese e dirigersi verso altri centri, mentre gli abitanti di Fara attribuiscono questo prodigio all’intercessione di Sant’Antonio Abate.Da quel momento, quel miracoloso incendio viene simbolicamente ricreato dagli abitanti delle dodici contrade ogni 16 di gennaio con l’incendio delle farchie. Qualche giorno prima della festa ogni quartiere inizia a costruire la propria farchia. C’è la tradizione che le canne siano di provenienza furtiva per cui, fin dai primi giorni di gennaio i giovani del paese si procurano la materia prima nelle circostanti campagne di Pretoro, di Roccamontepiano, di Casacanditella, di San Martino sulla Marrucina, di Bucchianico, mentre altri provvedono alla loro custodia. Durante le fredde serate di gennaio ci si raduna per costruire i giganti.Nelle prime ore del pomeriggio del 16 gennaio, le contrade cominciano a trasportare le farchie davanti alla chiesetta dedicata a Sant’Antonio. Un tempo venivano portate sui carri mentre oggi si usano i trattori, ma l’atmosfera di festa è sempre la stessa, in grado di coinvolgere adulti e bambini. Numerosi suonatori di organetto che cantano le orazioni di Sant’Antonio, accompagnano la fase di preparazione della festa. Con l’aiuto di funi, davanti alla chiesa, vengono innalzate le farchie a cui si dà fuoco, mentre scoppiano i mortaretti inseriti al loro interno. Quando scende la sera, le torri di canne accese offrono uno spettacolo indimenticabile. La serata trascorre tra canti, balli e momenti di grande allegria, durante i quali si degustano vino e biscotti. Quando il fuoco ha consumato quasi tutte le canne, la festa continua in ogni contrada, dove gli abitanti si radunano intorno ai resti della propria farchia e ne raccolgono i tizzoni spenti per conservarli come reliquie.” (3)Antonio  Borrelli scrive su Santi e beati. It   : “ Dopo la pace costantiniana, il martirio cruento dei cristiani diventò molto raro; a questa forma eroica di santità dei primi tempi del cristianesimo, subentrò un cammino di santità professato da una nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere solo a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini. Questo fu il grande movimento spirituale del ‘Monachesimo’, che avrà nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere; dall’eremitaggio alla vita comunitaria; espandendosi dall’Oriente all’Occidente e diventando la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.Anche se probabilmente fu il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide, s. Antonio ne fu senz’altro l’esempio più stimolante e noto, ed è considerato il caposcuola del Monachesimo.Conoscitore profondo dell’esperienza spirituale di Antonio, fu s. Atanasio (295-373) vescovo di Alessandria, suo amico e discepolo, il quale ne scrisse una bella e veritiera biografia.Antonio nacque verso il 250 da una agiata famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto e verso i 18-20 anni rimase orfano dei genitori, con un ricco patrimonio da amministrare e con una sorella minore da educare. (…) Alla ricerca di uno stile di vita penitente e senza distrazione, chiese a Dio di essere illuminato e così vide poco lontano un anacoreta come lui, che seduto lavorava intrecciando una corda, poi smetteva si alzava e pregava, poi di nuovo a lavorare e di nuovo a pregare; era un angelo di Dio che gli indicava la strada del lavoro e della preghiera, che sarà due secoli dopo, la regola benedettina “Ora et labora” del Monachesimo Occidentale.Parte del suo lavoro gli serviva per procurarsi il cibo e parte la distribuiva ai poveri; dice s. Atanasio, che pregava continuamente ed era così attento alla lettura delle Scritture, che ricordava tutto e la sua memoria sostituiva i libri.

Dopo qualche anno di questa edificante esperienza, in piena gioventù cominciarono per lui durissime prove, pensieri osceni lo tormentavano, dubbi l’assalivano sulla opportunità di una vita così solitaria, non seguita dalla massa degli uomini né dagli ecclesiastici, l’istinto della carne e l’attaccamento ai beni materiali che erano sopiti in quegli anni, ritornavano prepotenti e incontrollabili.(…) Così ricoperto appena da un rude panno, si rifugiò in un’antica tomba scavata nella roccia di una collina, intorno al villaggio di Coma, un amico gli portava ogni tanto un po’ di pane, per il resto si doveva arrangiare con frutti di bosco e le erbe dei campi.In questo luogo, alle prime tentazioni subentrarono terrificanti visioni e frastuoni, in più attraversò un periodo di terribile oscurità spirituale, ma tutto superò perseverando nella fede in Dio, compiendo giorno per giorno la sua volontà, come gli avevano insegnato i suoi maestri.Quando alla fine Cristo gli si rivelò illuminandolo, egli chiese: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin da principio per far cessare le mie sofferenze?”. Si sentì rispondere: “Antonio, io ero qui con te e assistevo alla tua lotta…”.Scoperto dai suoi concittadini, che come tutti i cristiani di quei tempi, affluivano presso gli anacoreti per riceverne consiglio, aiuto, consolazione, ma nello stesso tempo turbavano la loro solitudine e raccoglimento, allora Antonio si spostò più lontano verso il Mar Rosso.Sulle montagne del Pispir c’era una fortezza abbandonata, infestata dai serpenti, ma con una fonte sorgiva e qui nel 285 Antonio si trasferì, rimanendovi per 20 anni.Due volte all’anno gli calavano dall’alto del pane; seguì in questa nuova solitudine l’esempio di Gesù, che guidato dallo Spirito si ritirò nel deserto “per essere tentato dal demonio”; era comune convinzione che solo la solitudine, permettesse alla creatura umana di purificarsi da tutte le cattive tendenze, personificate nella figura biblica del demonio e diventare così uomo nuovo. (…)Attaccato dal demonio che lo svegliava con le tentazioni nel cuore della notte, dandogli consigli apparentemente di maggiore perfezione, spingendolo verso l’esaurimento fisico e psichico e per disgustarlo della vita solitaria; invece resistendo e acquistando con l’aiuto di Dio, il “discernimento degli spiriti”, Antonio poté riconoscere le apparizioni false, compreso quelle che simulavano le presenze angeliche.E venne il tempo in cui molte persone che volevano dedicarsi alla vita eremitica, giunsero al fortino abbattendolo e Antonio uscì come ispirato dal soffio divino; cominciò a consolare gli afflitti ottenendo dal Signore guarigioni, liberando gli ossessi e istruendo i nuovi discepoli.Si formarono due gruppi di monaci che diedero origine a due monasteri, uno ad oriente del Nilo e l’altro sulla riva sinistra del fiume, ogni monaco aveva la sua grotta solitaria, ubbidendo però ad un fratello più esperto nella vita spirituale; a tutti Antonio dava i suoi consigli nel cammino verso la perfezione dello spirito uniti a Dio.Nel 307 venne a visitarlo il monaco eremita s. Ilarione (292-372), che fondò a Gaza in Palestina il primo monastero, scambiandosi le loro esperienze sulla vita eremitica; nel 311 Antonio non esitò a lasciare il suo eremo e si recò ad Alessandria, dove imperversava la persecuzione contro i cristiani, ordinata dall’imperatore romano Massimino Daia († 313), per sostenere e confortare i fratelli nella fede e desideroso lui stesso del martirio. (…)Visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, poté seppellire il corpo dell’eremita s. Paolo di Tebe con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 e fu seppellito in un luogo segreto.(…)  Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo santo taumaturgo di Padova.Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.(4)Ma Sant’Antonio e la sua festa è legato anche ad un’altra usanza tradizionale abruzzese : la panarda . Scrive Angelo Melchiorre ( 5)  :” Il termine «panarda» – un termine certamente non comune e, fino a qualche tempo fa, ignoto ai piú – è diventato da alcuni anni motivo di discussione e perfino di scontro tra gli studiosí di tradizioni locali abruzzesi. Gli aquilani, facendosi forti del nome di un giornalista quale Edoardo Scarfoglio, rivendicano a sé (o, meglio, alla loro frazione di Paganica) l’origine della parola e… del rito. I  marsicani, a loro volta (e, forse, con un pizzico di ragione in piú) affermano che le «panarde» sono e sono state sempre tipiche della loro zona, cioè della Marsica. E, nel recla-mare il giusto riconoscimento dei loro diritti, anch’essi si rifanno alla testimonianza di un grande folklorista abruzzese, Antonio De Nino, il quale ne parla nei suoi Usi e costumi abruzzesi.In ogni modo – anche se noi decidessimo di optare per questa «paternitá» marsicana – non è facile stabilire in quale dei numerosi centri della Marsica le «panarde» abbiano avuto la loro genesi e il loro sviluppo storico… culinario! Una tradizione locale, resa famosa dalla penna di un brillante scrittore avezzanese, Federico Nardelli, parla di Luco dei Marsi come del paese per antonomasia della «panarda». (…)  . Essa si fa anche a Villavallelonga, ai margini del Parco Nazionale d’Abruzzo, dove fin dal 1652 gli antenati di un certo Pietro Paolo Serafini distribuivano a tutta la popolazione, in segno di devozione per S.Antonio Abate, «le minestre di fave».E si effettuava, sempre con lo stesso nome, perfino a Trasacco e a Sante Marie; ed anche a Pietrasecca, Pereto e Carsoli, localitá in cui le «panarde» duravano tutta la notte: per la qual cosa – come denunció nel 1735 l’arciprete di Carsoli – «alcuni preti perdono perfino la messa!».E, con nomi diversi («ceci» o «cenacoli») essa si effettua ancor oggi a Scurcola Marsicana.Ma che cos’erano queste misteriose «panarde»? Sentiamo un diretto protagonista d’oggi: «Adesso faremo la panarda, proprio la tradizione della nostra panarda per grazia ricevuta da secoli passati dal santo venuto, che si è fermato su Villavallelonga. E da noi ereditariamente abbiamo fatto sempre la piú grande panarda di questo paese. È l’unica casa che verranno invitati tutti i forestieri piú lontano, oltre in tutta la nostra regione degli Abruzzi. La panarda che noi facciamo non è soltanto per invitati che sono questa sera, che saranno a tavola a mangiare; per quanto sará, per quelli che partecipano dopo il pranzo; giá a tutti quanti viene offerto da mangiare e da bere a sua soddisfazione. Alla fine del pranzo viene celebrato il Santo Rosario, tradizione di questa devozione del santo. E dopo celebrato il Santo Rosario, viene cantato la canzone di S.Antonio Abate, e quello sarebbe l’inizio di suoni, canti e balli per fino alla mattina del 17 corrente». (l’«Avvocato» di Villavallelonga). Dunque, dalle parole dell’«avvocato-contadino» di Villavallelonga, siamo venuti a sapere che la «panarda» è un banchetto collettivo, offerto da qualche devoto in occasione di ricorrenze religiose.Dato per scontato questo signíficato devozionale della «panarda», si apre peró un serio e difficile problema: qual è il vero «menú» delle panarde? Ma, purtroppo, l’accordo sul menu non è tanto facile come qualcuno potrebbe pensare. Le «panarde» di Scurcola Marsicana prevedevano (secondo lo statuto e secondo la tradizione) un povero piatto di ceci lessati. Quelle di Luco dei Marsi, una modesta cena offerta ai predicatori forestieri dal Comitato dei festeggiamenti dello «Spirito Santo». Quelle di Villavallelonga, una semplice minestra di fave bollite: «E prima che s’inizi a mangiare – perché ci sta gente che o non ci tiene o non lo sa fare – all’antipasto vi mangiate le fave: ci do l’ordine prima d’iniziare il pranzo, perché pe’ dovizione sono le fave che noi facciamo questa festa; e vi dovete mangiare le fave, vi dovete mangiare. Non perché le fave vengono messe secondo la vostra veduta, ma perché non mangiate le fave. Chi non mangia le fave, non po’ venì alla mia panarda…, non po’ venì alla mia festa, perché la festa del santo viene onorata con le fave […]». («Avvocato» di Villavallelonga, 1982).

E proprio su queste «fave bollite» di Villavallelonga si scatenó, nel 1982, una violenta polemica giornalistica tra il sindaco di quel centro, il prof.Domenico Grande, ed un noto poeta dialettale di Collelongo, l’avv.Walter Cianciusi.Sentiamo la definizione di «panarda» data dal Cianciusi: «A Villavallelonga […] la Panarda […] è fatta di fave bollite…». Ed ecco la risposta, alquanto risentita, del prof.Domenico Grande: «La Panarda non è fatta di fave bollite, è tutt’altra cosa. […] È una lauta e succulenta cena, che viene fatta da alcune famiglie; gli invitati sono parenti ed amici». II prof.Grande, anzi, azzarda persino una spiegazione etimologica del nome «panarda», facendolo derivare dal greco pan (tutto) e ardo (nutro, rifocillo, sfamo). II Cianciusi, allora, ironizza su tale definizione scrivendo: «Un rituale, quindi, questo della panarda di Villavallelonga, che, secondo il Grande, ha radici precristiane, come il pandoro (tutto d’oro) a Milano e il pancotto (tutto cotto) altrove!». (….)Qui a Luco, una volta, la panarda durava ben otto giorni; nel passato piú recente si era ridotta a tre giorni di banchetto collettivo, per trasformarsi, infine, in questi ultimi anni, in un’unica grande cerimonia rituale, che si conclude con il pasto della «colomba» o del piccioncino, pasto consumato dai soli “signori” o compari dello Spirito Santo. Una descrizione del triplice banchetto collettivo, che per decenni e, forse, per secoli si è svolto a Luco dei Marsi in tale occasione festiva, è quella fornitaci dal giá ricordato Federico Nardelli, autore (nel 1927) di un romanzo intitolato appunto La Panarda:«La panarda era un pasto rituale di trenta portate. Si faceva obbligo ai commensali di resistervi fino in fondo. Rifiutare i cibi, era somma scortesia. Similmente, avanzarli. Le porzioni erano di una abbondanza entusiasta. E un tal desinare si ripeteva durante tre giorni consecutivi…».Ma all’origine, certamente, la panarda era ben diversa. Ecco cosa si legge in un documento del 1771: «Corre tradizione in Luco dei Marsi, che nel 1479 una donnicciuola, per celebrare una qualche festa allo Spirito Santo, incominciasse a ritrarre dai paesani alcuna limosina, quale impiegava a suo modo in onore dello Spirito Santo; e che quella donna, morendo, lasciasse una sua casetta sita nella stessa Terra in piazza detta del Macello, perché servisse di magazzeno alla questua che si faceva per la festa dello Spirito Santo, e di ricetto a’ preti forastieri, i quali concorressero a celebrar messe nella festa medesima. Questa pia osservanza della donna fece profonde radici nell’animo di tutta la cittadinanza, tanto che generalmente contribuiva larghe limosine per l’annuale celebrazione di tal festa. E vieppiú crescendo questo zelo, si cominció ad invitare preti forastieri oltre i cittadini, per officiare la solennitá, che durava otto giorni.Ed a’ preti non pur si dava una limosina in danaro […], ma si preparava mensa per tutto detto tempo. E questo costume tuttavia persiste…». Dunque, una tradizione che risalirebbe (secondo la testimonianza appena letta) a oltre cinquecento anni fa. E la panarda non era altro che una modestissima cena offerta dalla popolazione di Luco dei Marsi ai preti «forastieri» che si recavano a predicare nel loro paese! Ben presto, peró, dovette diventare una cena tutt’altro che modesta, se giá nel 1705 il vescovo dei Marsi mons.Corradini fu costretto ad emanare un Editto, con il quale vietava le «panarde» per il seguente motivo: «[…] Alcune feste, che si fanno nella nostra diocesi, massime nella Pentecoste e nel Corpus Domini, si spendono nelle panarde […] con ubriachezze et altre indecenze, et accesso de’ secolari dell’uno e dell’altro sesso, non senza scandalo e offese di Dio […]».Divieto poco ascoltato, tuttavia, se 65 anni dopo (nel 1770) fu costretto ad intervenire lo stesso Ferdinando IV, re di Napoli, che il 17 ottobre di quell’anno emanó il seguente Reale Dispaccio contro le «panarde»: «La Regale Maestá proibisce, sotto gravi pene, alla Congregazione dello Spirito Santo di Luco ne’ Marsi lo andar questuando, ed a’ preti d’intervenire in simili Baccanali, i quali debbono essere in tutto aboliti […]. E punisce gravemente, in caso d’inosservanza, i trasgressori suoi sudditi». “

Spunti bibliografici su Sant’Antonio Abate a cura di LibreriadelSanto.it

  • Pesenti Graziano, Sant’Antonio Abate. Padre del monachesimo, Elledici, 2009 – 48 pagine
  • Antonio Abate (sant’), Secondo il vangelo. Le venti Lettere di Antonio, Qiqajon Edizioni, 1999 – 232 pagine
  • Antonio Abate (sant’), Antonio e i Padri del deserto. Invito alla lettura, San Paolo Edizioni, 1999 – 94 pagine
  • Atanasio (sant’), Antonio Abate (sant’), Vita di Antonio. Detti, lettere, Paoline Edizioni, 1995 – 316 pagine
  • Roberto Olivato, Sacrari, santi patroni e preghiere militari, Edizioni Messaggero, 2009 – 312 pagine
  • F. Agnoli, M. Luscia, A. Pertosa, Santi & rivoluzionari, SugarCo, 2008 – 184 pagine
  • Benedetto XVI, I santi di Benedetto XVI. Selezione di testi di Papa Benedetto XVI, Libreria Editrice Vaticana, 2008 – 151 pagine
  • Lanzi Fernando, Lanzi Gioia, Come riconoscere i santi e i patroni nell’arte e nelle immagini popolari, Jaca Book, 2007 – 237 pagine
  • Maria Vago, Piccole storie di grandi santi, Edizioni Messaggero, 2007 – 64 pagine
  • Piero Lazzarin, Il libro dei Santi. Piccola enciclopedia, Edizioni Messaggero, 2007 – 720 pagine
  • Ratzinger J., Santi. Gli autentici apologeti della Chiesa, Lindau Edizioni, 2007 – 160 pagine
  • Kleinber  Storie di santi. Martiri, asceti, beati nella formazione dell’Occidente, Il Mulino, 2007 – 360 pagine
  • Mario Benatti, I santi dei malati, Edizioni Messaggero, 2007 – 224 pagine
  • Sicari Antonio M., Atlante storico dei grandi santi e dei fondatori, Jaca Book, 2006 – 259 pagine
  • Dardanello Tosi Lorenza, Storie di santi e beati e di valori vissuti, Paoline Edizioni, 2006 – 208 pagine

(1)Informazioni tratte dal sito del Comune di Pescocostanzo

https://abruzzoturismo.it/it/festa-di-santantonio-abate-pescocostanzo-aq

(2)Gandolfi, Adriana – Di Virgilio, Domenico <1952- >  I rituali per S. Antonio abate in Abruzzo : presentazione delle versioni melodiche / \Adriana Gandolfi!. I canti per le farchie di Sant’Antonio abate a Fara Filiorum Petri  S.l. : s.n.!, stampa 1989 (Pescara : Arti grafiche Garibaldi

di  Gandolfi  Adriana vedesi anche gli interventi su questo tema si you tube

(3)Fonte http://www.abruzzoturismo.it/tourism/index

(4)http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300

(5) http://www.terremarsicane.it/node/722

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