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NEL FIUME DELLE COSE CHE NON ASPETTANO NIENTE: ANNA VENTURA

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 Redazione- “Purtroppo dobbiamo darvi una tristissima notizia, oggi nostra Madre Anna Ventura è salita sulle Cime più Alte. I funerali si terranno domani, 14 gennaio, alle ore 15,00 nella Basilica di San Bernardino.”

Con questo annuncio sul profilo Facebook Cesare Ianni, il 13 gennaio 2021 , ha dato l’annuncio della morte della mamma Anna Ventura, insigne scrittrice poeta e critica letteraria, già docente di lettere al Liceo Classico Domenico Cotugno e all’Istituto Commerciale Luigi Rendina.

Di Anna Ventura scrive sul suo profilo facebook  Goffredo Palmerini  un intenso e  commosso  ricordo : “Sono affettuosamente vicino a Cesare e Stefano toccati dal dolore per la perdita dell’amatissima mamma, di una mamma speciale come Anna. Ero grande amico di Fausto, il loro papà, giornalista fecondo, saggista e critico d’arte che si era occupato intensamente della realtà culturale italiana particolarmente per le arti figurative. Ero poi diventato anche amico di Anna, che ho sempre ammirato per la finezza, l’eleganza, la signorilità e la grande cultura umanistica. Le sono grato anche per l’attenzione che Lei ha riservato ai miei scritti, ai miei libri, molti dei quali ha recensito e alcuni ha presentato, a L’Aquila e Pescara.

Sono ancor più grato ad Anna Ventura per aver voluto che scrivessi la prefazione al libro testimonianza “Tra domenica e lunedì”, il suo diario del terremoto dal 6 aprile al 21 novembre 2009, una delle sue ultime opere, anche per i sopraggiunti problemi alla vista. Anna lo volle anche di fronte alla mia riluttanza, alla dichiarazione d’inadeguatezza al compito, trattandosi di una scrittrice prestigiosa sulle cui opere ben altre competenze si erano cimentate. Ma la spuntò chiedendomelo con garbata fermezza. Ne sono ora lieto perché è stato per me un grande onore e un privilegio, reso più intenso dal suo apprezzamento. Le sono anche grato per le sue opere di cui mi ha fatto gradito omaggio.

Dopo il terremoto del 2009 il suo trasferimento nella casa di Montesilvano, affacciata sul mare, dove ha passato con piacere molti anni di serenità, di letture e passeggiate sul lungomare, fino al recente ritorno a L’Aquila, nella bella casa in Via Persichetti. La ricordo, Anna, prima che il terremoto cambiasse le nostre vite, sempre attenta alla vita culturale della nostra città, presente con quella sua significativa distinzione e il portamento elegante, coniugato sempre alla gentilezza ed al sorriso solare. E’ stata una figura rilevante per la cultura aquilana e abruzzese, soprattutto per la cultura italiana, come autrice e come critica letteraria. L’Aquila perde una figura di punta della cultura umanistica, verso la quale la Città deve essere fortemente grata. “

Anna Ventura era nata a Roma nel 1936 da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Lunga sarebbe la lista con il dettaglio delle opere pubblicate, per molte case editrici italiane: tra esse 13 volumi di poesie, 9 volumi di narrativa – soprattutto racconti, ma anche romanzi e diari di viaggio – e 6 testi di critica letteraria, oltre a diverse antologie. Alcune sue opere sono state tradotte in francese, inglese, spagnolo, tedesco, portoghese e rumeno, e pubblicate su riviste, antologie e volumi monografici.

Di lei si sono occupati critici italiani e stranieri, anche in monografie. Giornalista, Anna Ventura ha collaborato con varie riviste, in Italia e all’estero. E’ presente nell’antologia delle scrittrici del Pen Club internazionale, curata dall’Università di Salta, in Argentina. Corposo il “palmares” dei riconoscimenti e dei premi che le sono stati tributati: il Premio per la Cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri (1983), il Tagliacozzo (1988), il Chianti (1989), il Lerici/Pea (1995), l’Utet (1997), l’Esuvia (2000), il Capoverso (2003), il Cesare De Lollis (2005), il Venilia (2007), tutti conferiti per la Poesia.

Finalista ai Premi nazionali Adelfia (1985), Il Ceppo (1986), Penne (poesia – 1989), Penne (narrativa – 1990), Teramo (racconto – 1991), Anna Ventura ha vinto i premi nazionali Giusti Monsummano (1992), il Parise (1994), il Michetti D’Annunzio (2001) per la narrativa, il Tagliacozzo (1984) per la critica e l’Over Cover Scriba (2007) per la prefazione. Ha avuto i Premi Histonium per la cultura (1977) e Peltuinum per la Carriera (2003). Ha tradotto dal latino il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e gli Inni di Ilario di Poitiers per il volume “Poeti latini tradotti da scrittori italiani” (Bompiani, 1993). Ha diretto la collana di poesia Flores, per la casa editrice Tabula Fati di Chieti. I suoi diari sono tutti depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano.

Il senso della poesia di Anna Ventura probabilmente si  riassume in una specie  di  eterno  scorrere  lento  in un fiume di cose che non aspettano niente perché i versi della Ventura  sono la trasformazione della  realtà delle cose, delle piccole cose che assurgono a  tappe del cammino dell’anima .In molte delle sue opere si ritrova lo sguardo su di  esse  che è poi uno sguardo dentro  se stessi . Uno sguardo a quella porta  che è una figura  contenuta speso nei suoi versi che  appunto fa da diaframma al dentro  e al fuori, al prima e al dopo.

E Gino Rago su una delle sue opere  “ la Casa  bassa”  afferma : «Quale è l’impianto poetico generale de “La casa bassa” di Anna Ventura se non quello di contrapporre in maniera stilisticamente ben riuscita un tempo “premoderno” al tempo postmoderno se non postcontemporaneo disgiunto definitivamente dalla dimensione spaziale, e un luogo antropologico ai non luoghi dello storico-antropologo Marc Augé? La Ventura non a caso parla alla maniera della Cvetaeva di ‘luogo dell’anima’.

E che fa il poeta in questo perimetro di libri, tappeti, gatti, legni di cui si conoscono perfino i respiri, perfino le voci? In questo luogo antropologico ben delimitato e sottratto all’infinito il poeta si prepara, circondato dalle sue ‘cose’, e in un’atmosfera da Antologia Palatina [“le allegre lusinghe, la musica, il canto, le coppe audaci nel brindisi e nel canto canto…tutto si spegnerà] all’ultima attesa…[…]»

 Rossana Levati dice : «Immersa nel “grande fiume delle cose che non aspettano niente” spesso Anna Ventura ha tracciato nella sua poesia, definendoli col tocco sapiente di un’immagine densa e delicata al tempo stesso, questi luoghi-rifugio, come la “casa bassa” o il “paese di mare” di “Lettera”, dove non si può comprendere la lingua della gente “dura, parca e di poche parole” che vi abita, dove il vento è freddo e pungente ma dove si può cercare un rifugio nel caldo, dove si può entrare a ripararsi e poi ancora uscire a sfidare il vento, partire e ancora tornare perché quel luogo, duro e al tempo stesso ospitale, è anch’esso “un luogo dell’anima”.
Utopia è, come lei dice, un luogo irraggiungibile, perduto nel nostro compromesso continuo col quotidiano, dove un mondo “spietato” ci ha forse tolto le ali che servirebbero per ritrovare il luogo dove vorremo essere nati e dove vorremmo vivere: ma lei sa sempre cogliere e indicare, nelle sue poesie, le cose cui affidare se stessi e in cui far consistere l’equilibrio della vita, tra l’orizzonte e il fuori dove si vedono “altre case, altri comignoli e tetti”, e il dentro dove si possono custodire i segreti, dove la sedia, il tappeto e la lampada, macchiata dalla “pulce nera della mosca estiva”, conservano lo “splendore” necessario per affrontare la vita, quasi punti di ancoraggio nel fluire delle cose.
Mi augurerei di trovare, sulla mia strada, quella bisaccia “con dentro un pezzo di pane” e quella “borraccia con l’acqua” che tanto generosamente ha dichiarato di donare a chi dovesse passare sulle orme lasciate nel suo viaggio.»

Ma la stessa Rosanna  Levati su  alcune poesie contenute nella raccolta  “Streghe “ One Group  2018  dice : “Dalla lettura delle bellissime poesie di Anna Ventura oggi pubblicate, ognuna delle quali meriterebbe un’analisi dettagliata e accurata, sono i dettagli dei luoghi e del tempo che colpiscono maggiormente: nulla è come appare, bisogna essere capaci di “guardare oltre” per comprendere le direzioni suggerite da questa realtà pesante dove si muovono con leggerezza i personaggi femminili che coltivano in se’ stesse un’altra natura e consentono l’accesso, la via per raggiungere una verità celata agli occhi di tutti: questo vale per la contadina eletta che “vide la Madonna” come per le zie che evocano ricordi incredibili, improbabili nel giudizio degli altri.

In “Cenere alla cenere” (titolo deliziosamente ironico nel suo alludere alla famosa formula del rito dei morti) è per esempio il sogno della vecchia signora che mette in comunicazione il mondo interiore, nel quale l’amore è un sentimento assoluto e indiviso, e il mondo esterno dove molte lettere lo rappresentano, ma frantumato e parcellizzato in molte identità: ma al fine del sogno tutto si ricompone, il sogno si è rivelato vero più della realtà quotidiana che lo ha tradito e distrutto, e allora una sola lettera, scelta a caso, può conservare il messaggio d’amore del sogno e le altre avranno la funzione di riattizzare il fuoco (segno simbolico della passione) ormai spento.
Altrettanto magico è quel salto tra tempi e luoghi diversi che percorre “In itinere”: la vecchia Europa è una stanza dei giocattoli dove il tempo può trasformare un personaggio di Maupassant in un tassista parigino, e dove l’autrice può ritornare alle sue vite passate identificandosi con la barbona, la proprietaria di un castello o la signora dell’altro secolo; ognuna di queste vite è a suo modo vera e tutte si sovrappongono in un fluire del tempo che lascia le sue tracce magiche in quegli oggetti “l’anello, la spilla, gli orecchini, il medaglione rotondo” testimoni delle vite passate. Oggetti che conservano ricordi e vita come il “tegamino d’alluminio” donato dalla zia: e questo passaggio di proprietà sembra non solo un dono anonimo ma un “passaggio di qualità”, una trasmissione morale di identità e di ruoli più che materiale, un tegamino che racchiude quasi una investitura affettiva, emotiva e poetica, un passaggio di consegna come un passaggio di testimone nella corsa della vita.

Ed ugualmente, tra gli oggetti che custodiscono un mondo di affetti e ricordi, la “teca d’argento, foderata di velluto cremisi”, un nuovo luogo della memoria dove si depositano sentimenti e ricordi, naturalmente invisibili all’esterno e percepibili solo, come nel sogno davanti al fuoco, da chi conserva nel profondo i mille strati di una vita che può apparire agli altri solo in superficie e che si nasconde nella sua vera essenza, tra il buio della vita interiore, non confessata e non dichiarata, e la luce di quella esteriore e visibile che invade le stanze.” (1)

Scrive Gianfranco Giustizieri in un post del suo profilo personale di facebook  : “Scrittrice raffinata, pluripremiata, rappresentante riconosciuta della cultura abruzzese contemporanea e non solo, ha spaziato tra poesia, narrativa e critica letteraria, lasciando testimonianze indelebili della sua opera.  Tra i suoi molteplici interessi è sempre stata viva l’attenzione dedicata ad un’altra grande scrittrice abruzzese di cui ha recensito molte opere e con la quale ha avuto una diretta corrispondenza: Laudomia Bonanni. Mi piace ricordare un libro, Scrittura e scrittori. Conversazioni sulla poesia, su Laudomia Bonanni e su Gennaro Manna, scritto insieme al giornalista e critico letterario Simone Gambacorta. Oltre ad illustrare il suo pensiero sui due autori, rispondendo a Gambacorta ebbe modo di dire nell’intervista a lei dedicata: “ […]. L’espressione poetica è immediata, è una luce che si accende e brilla per un attimo. Bisogna coglierla in fretta e fermarla sulla pagina con parole il più possibile sintetiche ed efficaci.La narrativa, invece, pur avendo come spinta iniziale una illuminazione, ha bisogno di parole più meditate, di tempi più lunghi. […] (Il suo “mestiere appassionato”, la critica letteraria). Il mestiere appassionato cerca sempre di prendere spazio all’attività creativa. Del resto è anch’esso un momento creativo. Ma trovare spazio per tutto è uno dei problemi maggiori, per cui ho qualche momento di panico, come una madre di tre gemelli.”

Gino Rago su La Presenza di Erato dell’8 maggio 2018  scrive  a proposito della raccolta  Streghe edito da One Group L’Aquila  : “Suggerirei al poeta del nostro tempo di recarsi nel borgo di Via delle Streghe, [borgo noto e Via ben familiare ad Anna Ventura], riuscirà egli a scorgervi la porta nel vicolo, incorniciata da pietra candida di quelle montagne, sulla quale le Streghe operarono la magia di poterla vedere soltanto loro, come unica via di salvezza? Quella porta [lo afferma Cesare Ianni nel suo denso scritto nel risvolto di copertina della raccolta “Streghe” di Anna Ventura] e quella Via esistono ancora, ma non a tutti è dato di vederle… [Ergo, Via delle Streghe e Porta invisibile ai più come metafore della Poesia, per Anna Ventura?]. Ho voluto vedere nel dato reale che la stessa autrice rimarca e rivendica per la Città dell’Aquila la possibilità di estrarne una valenza di correlativo oggettivo o appunto di metafora: la Porta delle Streghe, esistente realmente ma visibile soltanto a certi individui portatori di ben precisi valori di cultura, di potenza immaginativa, di sentimento di apertura e di accoglienza verso l’insolito e il Mistero del vivere, è ben riuscita metafora della poesia e quegli uomini, in fondo un po’ speciali, sono i poeti. Mi piace interpretarla così la poesia di questa recente raccolta di Anna Ventura anche perché soltanto un certo tipo d’uomo può conquistare una strega e può con lei costruire un nido. Interpretando i versi con i quali  l’autrice magnificamente chiude il suo poemetto

”[…]Quando ciò accade,
l’arcobaleno ha i colori più intensi, i ruscelli
scorrono più veloci e le mucche/
fanno il latte buono.”

si nota senza sforzi che da essi si distacca la volontà luminosa del poeta di volervi suggellare il miracolo alla portata dell’atto poetico vero, un evento del tutto simile alla “sorpresa” di cui ha parlato Papa Francesco nella Omelia di Pasqua: «Ogni atto di Dio genera una sorpresa…». E questa sorpresa può essere in grado di “mettere fretta” a certe persone, oppure di lasciarle nella stasi della indifferenza, come spesso succede con ‘altre’ persone. Le donne che si recarono al Sepolcro notarono la pietra appoggiata alla parete sepolcrale e non videro il corpo di Gesù in esso depositato morto dopo la deposizione dalla Croce. Una sorpresa, per il cristiano ‘la massima sorpresa’. E le donne in fretta si misero in moto per annunciare l’evento. Altri di fronte allo stesso evento rimasero immobili, non subirono la spinta a mettersi in movimento in fretta. Com’é forse per la poesia, per Anna Ventura la poesia-creatrice-di sorpresa che mette in moto alcuni, che lascia fermi altri, ma chi si mette in moto per la sorpresa poetica si mette in moto in fretta e corre verso gli altri per con-dividerne il senso del mistero. Questa la cifra tematico-allegorica che colgo nel poemetto Streghe di Anna ventura, peraltro magnificamente arricchita da stupende meditazioni artistiche da parte di artisti di forte postura estetica. Ma la poesia in fondo se è anche “arte conoscitiva”e come tale radicata nella Storia, è preminentemente “arte del linguaggio” e come tale si radica nella lingua. La poesia di Anna Ventura dalla Antologia Tu Quoque (2014) a questo recentissimo lavoro poetico Streghe, per il serio lavoro sul linguaggio condotto dal poeta d’Abruzzo sui nuovi versi, per senso del ritmo, per intonazione generale dell’intero poemetto, per accento, per sillabazione e per quella che vien detta ‘durata’, giunge a una personalissima prosodia in buona parte comparabile a quella di un Różewicz

[“Queste forme un tempo così ben disposte
docili sempre pronte a ricevere
la morta materia poetica
spaventate dal fuoco e dall’odore del sangue
si sono spezzate e disperse…”]

che Giorgio Linguaglossa nello studio magistrale dedicato al poeta di Polonia non ha esitato a definire «sorprendentemente ricca, frastagliata, vissuta e ritmicamente snodabile…», anche se l’autrice di Streghe continua a misurarsi lucidamente con la poetica delle «cose», immergendosi, come ha con pertinenza segnalato Rossana Levati in una nota su una poesia della Ventura, «nel grande fiume delle cose che non aspettano niente», ma continuando a dichiararsi estranea a quella che, con felice intuizione, Giorgio Linguaglossa, riferendosi a Tu Quoque, propose come «poetica logocentrica». Né poteva essere altrimenti se sono le stesse Streghe a dichiararlo [in ‘Il latte buono’, pag. 51]:“Noi streghe non ci innamoriamo: lo vieta Il giuramento a Lilith, nemica di Adamo[…]”.

Infatti Giorgio Linguaglossa scrive sull’omonimo  suo blog : “Una poesia di Anna Ventura, tratta dalla raccolta Le case di terra (1990).

La parola alle cose

Altissima sui sugheri,
cammino per le stanze.
È estate.
Sposto un calamaio pesante,
raddrizzo un fiore
nella polla d’acqua
di un vaso di cristallo.
In questi stessi spazi,
ampliati da un ordine chirurgico,
ieri,
uno sciame di vespe mi seguiva.
Oggi tocco la realtà e le cose:
angoli e superfici tonde,
la lucentezza degli specchi,
la scarna ruvidezza del coccio,
la porcellana bianca
del bricchetto del latte,
il tegamino d’alluminio
dei tempi della guerra
-oro e rame alla patria-. Ora
mi pare di capire
perché Morandi dipingeva da recluso,
trincerato oltre una fila
lunghissima di stanze: le cose
vogliono un grande silenzio
prima di prendere la parola.

Sono trascorsi ben 31 anni dalla pubblicazione di questa poesia. Un tempo immenso se consideriamo che la rivoluzione telematica e globale che ha investito il mondo è tale che equivale, con il senno di poi, almeno a 300 anni. Anna Ventura viene dopo il decennio de «La parola innamorata», del post-sperimentalismo e del primo minimalismo romano-milanese, un vero e proprio diluvio di luoghi comunicazionali e posiziocentrismi. La Ventura si pone la seguente parola d’ordine: restituiamo finalmente «la parola alle cose», facciamo parlare le «cose», lasciamo stare le «parole» ormai troppo inquinate dai paroliferi e dagli alfieri delle parole d’ordine dei modelli maggioritari. Nella sua poesia non c’è più traccia di «mettere la vita in versi» (di un Giudici che farà scuola e pessimi allievi), non c’è più traccia dei pasolinismi alla Gianni D’Elia (poesia di seconda e terza mano), non c’è traccia della poesia pseudo orfica (di seconda e terza mano: Alessandro Ceni, Giuseppe Conte e coetanei), non c’è più traccia del post-sperimentalismo auto referenziale di un Edoardo Cacciatore e di Jolanda Insana e dei loro innumerevoli imitatori, qui si va alla radice: restituire la parola alle cose. Mi sembra un coraggioso tentativo di fare tabula rasa di tutto ciò che i poeti citati e i loro epigoni (di seconda e terza mano) hanno fatto e contraffatto: uno sciame di scritture epigoniche che aveva la piccola borghesia massmediatizzata quale contro valore e condivisore di quelle scritture nefaste.

In definitiva  lasciamo a Gino Rago  la sintesi  sulla poesia di Anna Ventura  : “  Forse è difficile apprezzare appieno l’icasticità, la leggera ironia del dettato poetico della poesia di Anna Ventura, «la Szymborska italiana» come è stata felicemente definita nel blog “L’Ombra delle Parole” da Giuseppina Di Leo, sospeso tra attenzione e ritenzione, interrogazione e risoluzione. Nella poesia della Ventura assistiamo alla poesia delle «cose», dove sono le «cose» che ci parlano tramite la loro distanza; è all’allestimento della «distanza» che qui ha luogo, l’allestimento di un luogo dove sia possibile l’incontro tra la voce parlante e l’occhio di chi legge e ascolta. È una poesia che nasce da Atena che «conosce la superficialità degli dei», dalla Sibilla che non cerca la verità delle «cose» ma il loro «evento», da Antigone, che invece cerca la verità delle «cose» al di là e al di fuori dei discorsi discordi dell’agorà, lontana mille miglia dai reumatismi dell’intelligenza e dalle insolvenze dei discorsi suasori della politica e della poesia corrotta dalla retorica e dai sofismi dei sofisti. La loro parola è ora lieve ora tragica ora soffusa di melancolia. La Sibilla, anch’essa è leggera, scrive le proprie sentenze sulle foglie degli alberi, abita la superficie della materia, cambia umore, e così cambia anche i suoi responsi. La poesia della Ventura è poesia politica e ermeneutica perché nasce dalla meditazione sopra le «cose», siano esse “Gli sposi etruschi”, o “Le case” o le poesie dedicate alle “streghe”, siano “Due fili d’erba” o qualsiasi altro argomento come il poeta Nerone, preso ad emblema della follia poetica, o Giulio Cesare che celebra inconsapevole il suo trionfo che sarà la sua rovina, o “La guardiana delle oche”, così misteriosa e insondabilmente autentica. “La neve di ovatta” è un ricordo dell’infanzia, una stregoneria che rievoca il mondo in cui tutto era un mistero. L’ultima poesia dell’antologia (che qui viene riprodotta per prima) è il testamento spirituale di Anna Ventura: la parola che pronuncia «il dissenso». (2)

Alcune poesie di Anna Ventura da Streghe

L’amara stirpe

Non chi sta sulla nave,
ma chi resta, di sera,
sulla banchina dell’isola piccola,
è colui che veramente parte.
Dopo aver salutato con la mano
la nave che veloce si allontana,
tornerà alla casa spoglia,
all’acqua razionata,
alle cento scalette
che salgono sull’erta. L’amara
stirpe di Penelope
conosce questi inganni: restare
per partire nella lontananza del cuore,
nel silenzio dell’isola remota: Ulisse
vada ramingo:
il mare è tanto grande.

Via San Gallo

Questa è ancora Firenze: un negozietto
di tre metri quadri, pieno di mercanzia:
sono gli oggetti scampati
al tempo e alla selezione
degli antiquari veri: ora
appartiene a loro, due vecchiette avvolte
in palandrane lise; si muovono piano,
con mosse prudenti,
tra vetrinette pericolanti, stracolme.
Quel calamaio rotondo,
di porcellana sottile, verde e rosa,
è certamente francese, vi ha intinto la penna
una dama di condizioni modeste,
ma di gusto sottile. Non vale
il prezzo che le due donne richiedono,
ma sarebbe giusto, entrando,
pagare un biglietto di ingresso: questo
non è un posto qualunque,
è un’enclave, è l’ultimo lembo
di un passato gentile che ancora resiste
ai gelati e alle scarpe di gomma.

L’eletta

La contadina che vide la Madonna
non voleva dirlo a nessuno, ma poi
finì col confidarsi ad un’amica.
Perché niente esiste,
se non è raccontato.
In due tennero il segreto
e ne parlarono solo quando,
lavorando nei campi,
toccò loro un momento di riposo.
La donna sperava
in altre apparizioni e per questo
più volte tornò, da sola,
nel luogo benedetto, e pianse. Ma la Madonna
mai più volle mostrarsi.
Passarono gli anni e quando,
nello stesso luogo
e alla stessa ora, la Madonna
nuovamente apparve, la contadina
continuò a zappare: la sua fede
era rimasta intatta, ma il suo orgoglio
era stato offeso.

(1) http://giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica316

(2) http://giorgiolinguaglossa.com/index.php/giorgio-linguaglossa-critica316

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