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UGO TOGNAZZI, LA GRANDE VIRTU’ DI AVERE TANTI PICCOLI DIFETTI

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Redazione-  Tra gli attori italiani del secolo scorso sicuramente Ugo Tognazzi o, come lo chiamavano tutti (compresi i figli), semplicemente Ugo, è stato quello che più di ogni altro ha avuto una carriera ed una vita interessanti e singolari. Ugo aveva una curiosità particolare che lo induceva a scegliere  ruoli talvolta difficili, e nella vita personale aveva una moltitudine di interessi.

Nato a Cremona nel 1922, Ugo mostra sin da piccolo le sue doti artistiche, salendo sul palco già all’età di quattro anni per una recita di beneficenza. All’età di quindici anni, a causa di una malattia del padre, è costretto ad impiegarsi come ragioniere nel salumificio Negroni, ma questo lavoro non durerà molto per il giovane Ugo, che ha ben altri progetti. Dopo la fine della guerra lavora in diversi spettacoli di rivista ed avanspettacolo, esperienze che gli saranno molto utili per la sua futura carriera, anche se lui ne avrebbe poi ricordato le difficoltà, tra pensioni di second’ordine e viaggi in treno o addirittura su carri bestiame. Negli anni ’50 recita in diversi film comici e commedie leggere, così come altri suoi colleghi che saranno poi assieme a lui i protagonisti di quel periodo d’oro che fu la commedia all’italiana. In quegli anni incontra Raimondo Vianello, con il quale forma una fenomenale coppia televisiva e cinematografica. In televisione resta storico il programma “Un, due, tre”, un varietà che rende celebri i due attori in tutta Italia. Il programma dura fino al 1959, anno nel quale, dopo alcuni sketch piuttosto dissacranti dei due, la Rai li licenzia.

Nel 1961 avviene la consacrazione cinematografica. Il regista Luciano Salce lo chiama come protagonista per il film “Il federale”, una commedia dai toni seri. Qui interpreta un fanatico fascista che, con lo scopo di diventare federale, ha il compito di portare a Roma un professore antifascista. Tra mille peripezie i due arriveranno nella capitale proprio subito dopo la sua liberazione. Ugo riesce a dare umanità ad un personaggio che in fondo è solo un sempliciotto che non capisce perché gli hanno insegnato a non capire. L’attore, come lui stesso ha detto, comincia ad asciugare la sua recitazione, abbandonando certi eccessi di comicità pura da rivista o da varietà e cercando di trattenere soltanto ciò che di divertente e di comico si avvicina di più alla credibilità del personaggio.

Nello stesso anno Ugo debutta alla regia nel film “Il mantenuto”. E’ una pellicola davvero interessante nella quale il regista/attore narra le vicissitudini di un impiegato innamorato di una collega, che in seguito conosce ed inizia una storia con una prostituta di cui ignora la professione (lei gli fa credere di essere un’infermiera), e nel frattempo è corteggiato da una ricca vedova. E’ una gradevole commedia degli equivoci che Ugo decide di dirigere personalmente per non subire più gli ordini di qualche regista al quale dover obbedire, ma avendo così la possibilità di girare come vuole lui. Il risultato è ottimo, così come il cast. Oltre al grande Mario Carotenuto troviamo la splendida Ilaria Occhini nel ruolo della prostituta, la straordinaria Marisa Merlini nel ruolo della vedova e Margarete Robsahm, attrice norvegese che poi sposerà Ugo e gli darà il figlio Thomas, in quello della collega della quale il protagonista è innamorato.

Nel 1962 Ugo incontra per la prima volta sul grande schermo Vittorio Gassman nel film “La marcia su Roma” di Dino Risi. E’ la storia di due poveracci che, per motivi poco ideologici e molto opportunistici, aderiscono all’appena nato movimento fascista. Dopo varie vicende i due si rendono conto che il fascismo è ben altra cosa da quella proclamata dai suoi capi e così fuggono e scompaiono. Li ritroveremo ad assistere alla parata trionfale che porterà Mussolini al potere. E’ una commedia divertente, dalla quale nascerà il rapporto di grande amicizia ma anche di rivalità dei due attori.

Siamo nel 1963 e Ugo incontra un regista con il quale inizia un sodalizio artistico ed anche umano di grande importanza. Il regista è Marco Ferreri, ed il film si intitola “Una storia moderna: l’ape regina”. Ferreri trova in Ugo il suo interprete ideale. Il regista milanese è il maestro del grottesco e Ugo riesce a dare il meglio di sé con lui. Qui interpreta un quarantenne che sposa una donna che si rivela sessualmente insaziabile e vuole a tutti i costi un figlio. Le continue richieste sessuali della moglie porteranno l’uomo ad un deperimento fatale. L’incontro tra l’attore e il regista è felice: Ugo riesce finalmente a fare un film non facile interpretando un ruolo non prefabbricato, Ferreri si fa conoscere grazie ad un attore molto famoso.

Nello stesso anno Ugo torna a recitare con Gassman nel film di Dino Risi “I mostri”. Si tratta di un film nel quale Risi prende in giro l’italiano medio attraverso vari episodi nei quali i due attori si alternano a descrivere con un’ironia talvolta feroce i vizi di quel popolo che stava entrando nel boom economico degli anni ’60. Ed ecco quindi il padre che insegna al figlio ad essere un farabutto o il marito che rimbecillito dalla televisione non si accorge che la moglie lo sta tradendo nella loro camera da letto. E’ pura commedia all’italiana, così come poi l’attore la descriverà in un’intervista qualche anno più tardi: “Siamo stati espressioni, sullo schermo, della condizione, dei drammi, dei problemi e delle piccole gioie dell’italiano medio, tutti visti con un’ottica a mezzo tra il patetico e il drammatico, tra il comico e il grottesco, e sempre con una certa dose di ironia”.

Nel 1964 Ugo torna ad essere diretto da Marco Ferreri ne “La donna scimmia”, accanto ad un’ottima Annie Girardot. Qui interpreta un personaggio davvero viscido, un uomo che vive di espedienti e che, incontrata una donna completamente ricoperta di peli, la sposa e la espone come fenomeno da baraccone. La donna si affeziona a lui, che però continua a trattarla come una scimmia da comandare. Continuerà a sfruttarla anche quando lei morirà. In questa pellicola c’è tutto Marco Ferreri, il suo modo di fare cinema, e Ugo ne è interprete assolutamente eccezionale.

Nel 1966 Ugo, grande appassionato di tennis, comincia ad organizzare un torneo apposito nella sua villa di Torvaianica, che diventa il “villaggio Tognazzi”. “Lo scolapasta d’oro” diventa un evento che nel corso degli anni vede sfidarsi tennisti come Panatta e Pietrangeli e attori e gente dello spettacolo, come Gassman, Manfredi, Villaggio e molti altri. E’ anche un modo per attori che non riescono a lavorare per trovare una scrittura. E’ proprio durante un torneo che Pupi Avati, che cercava Paolo Villaggio per fargli firmare il copione del suo “La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone” da portare al produttore per poter fare il film, lascia proprio su indicazione di Villaggio il copione su un tavolino, e va via senza molte speranze. Qualche giorno dopo la moglie gli dice che Tognazzi ha telefonato da Parigi. Avati lo richiama ed Ugo gli dice che vuole fare il film. Lo farà senza percepire compenso.

Arriviamo al 1967 ed alla seconda regia di Ugo, “Il fischio al naso”. Tratto da un bel racconto di Dino Buzzati, qui l’attore interpreta il ruolo di un industriale che, infastidito da un fischio al naso, entra in una clinica per sottoporsi a degli esami. Di volta in volta verrà trasferito ai piani più alti, fino a giungere al settimo ed ultimo, dove la sua vita terrena si concluderà. E’ un film davvero interessante, quasi ferreriano (infatti l’amico regista vi partecipa nel ruolo di un medico). In questa pellicola Ugo ha voluto rendere la degenerazione che porta la società dei consumi anche nella scienza. Da segnalare anche la presenza di Gildo Tognazzi, padre dell’attore, e Franca Bettoja, che diventerà poi sua moglie.

Nel 1968 arriva la terza regia di Ugo nel film “Sissignore”, interpretato da lui insieme a Gastone Moschin. E’ la storia dell’autista di un industriale che si adegua a fare l’uomo di paglia del padrone. La pellicola, che vuole essere una satira del potere ed una parabola grottesca della condizione umana, riesce a metà. Come ebbe a ricordare Moschin la seconda parte poteva essere sviluppata  ulteriormente e diversamente, tanto che il risultato finale lasciò insoddisfatti sia il regista che gli attori. Colpa di una produzione alquanto frettolosa.

Nel 1969 Ugo partecipa a due bei film. Il primo è “Porcile” di Pier Paolo Pasolini. Ancora una volta l’attore decide di recitare per un regista piuttosto anticonvenzionale. In questa pellicola interpreta il ruolo di un imprenditore ex nazista in una storia di non facile lettura. Ugo la ricorda come un’esperienza affascinante, in quanto aveva potuto conoscere un uomo intelligente, un poeta, un genio. Qui, insieme al bravissimo Alberto Lionello, ritrova l’amico Marco Ferreri che recita una piccola parte.

Nello stesso anno Ugo interpreta un bel film di Ettore Scola, “Il commissario Pepe”. E’ una gradevole commedia nella quale l’attore interpreta un commissario che in una cittadina veneta deve indagare su alcuni presunti reati a sfondo sessuale. Scoprirà la doppia vita di molti cittadini insospettabili. Come ebbe a dire lo stesso Scola, Ugo era molto contento di aver fatto questo film, perché si ritrovava ad interpretare un personaggio riflessivo, pensoso, che corrispondeva molto alla natura dell’attore.

Il 1969 è anche l’anno nel quale Ugo, grande appassionato enogastronomico, comincia a produrre vino nella sua tenuta di Velletr. “La Tognazza” diventerà poi, sotto la guida del figlio Gianmarco, una piacevole realtà nel mondo vitivinicolo italiano.

Il 1970 è un anno d’oro per Ugo. In televisione appare come regista ed interprete di una miniserie poliziesca giallorosa in sei puntate scritta da Age e Scarpelli, “F.B.I. – Francesco Bertolazzi investigatore”. Al cinema interpreta tre ottime pellicole. “Splendori e miserie di Madame Royale” di Vittorio Caprioli è la storia di un ex ballerino omosessuale che è solito fare festini con gli amici gay travestendosi da donna. Per salvare dalla galera una ragazza cresciuta come una figlia accetta di diventare confidente della polizia, ma pagherà questa scelta a caro prezzo. Il film, come disse il regista, è una storia d’amore e di solitudine che Ugo si diverte ad interpretare definendola un’esperienza sconvolgente, poiché si era calato così a fondo nel personaggio da essere costretto a dibattersi in acque veramente pericolose.

Il secondo film è “Venga a prendere il caffè…da noi” di Alberto Lattuada. In questa pellicola, tratta dal romanzo “La spartizione” di Piero Chiara, che si svolge sul Lago Maggiore, Ugo interpreta il ruolo di un ragioniere di Luino che punta al matrimonio con una delle tre sorelle Tettamanzi, ricche ereditiere. Ne sposerà una ma diventerà poi l’amante di tutte e tre, con conseguenze per lui negative. Ugo è bravissimo a dipingere un uomo mediocre e per di più presuntuoso, che ha un progetto ed un comportamento mediocri, anche se lui crede che il suo comportamento sia quello di un personaggio importante. In fin dei conti la storia è una caricatura dell’ipocrisia provinciale cattolica, come ha detto il regista.

La terza pellicola che Ugo interpreta magistralmente è “La Califfa” di Alberto Bevilacqua, nella quale troviamo anche la bellissima Romy Schneider. Qui l’attore è Doberdò, proprietario di una fabbrica che deve vedersela con gli operai in sciopero, soprattutto con una bella operaia soprannominata La Califfa. I due, dopo un inizio di rapporto difficile, diventeranno amanti e lui verrà addirittura influenzato da lei e rileverà un’azienda che darà in gestione agli operai. Farà però una brutta fine. Prima di girare la sequenza finale Ugo disse al regista: “Io non so interpretare la morte. Adesso mi abbraccio alla quercia, forte, forte, così lo spettatore avrà la sensazione che la fine dell’avventura non mi ha spazzato via”.

Nel 1971 Ugo torna a recitare insieme a Vittorio Gassman ne “In nome del popolo italiano” di Dino Risi. E’ una bella commedia nella quale Ugo interpreta un magistrato integerrimo che mette sotto accusa un industriale arrogante e furbetto per l’omicidio di una giovane ragazza. In questa pellicola i due danno il meglio di sé integrandosi nelle proprie interpretazioni in maniera perfetta.

Nel 1973 Ugo recita, insieme a Marcello Mastroianni, Philippe Noiret e Michel Piccoli ne “La grande abbuffata” di Marco Ferreri. E’ la storia di quattro amici che si rinchiudono in una villa di Parigi per mangiare fino alla morte. In questa pellicola, che nasce dall’idea avuta dal regista una sera a cena a casa di Ugo che si stavano suicidando per il troppo mangiare, è il ruolo perfetto (interpreta un cuoco) per l’attore, visto il suo grande amore per la cucina (anche sui set dei suoi film mandava qualcuno della troupe a cercare determinati ingredienti e poi cucinava per tutti). Dato che tutti gli attori avevano altri impegni di lavoro Ferreri li faceva man mano morire per lasciarli liberi, ed i superstiti si sentivano più soli. La morte di Ugo, che mangiava mentre l’unica donna che aveva partecipato a quel suicidio lo accompagnava alla morte con un atto sessuale, fu proposto al regista dall’attore stesso.

Nel 1974 Ugo viene diretto da Mario Monicelli in “Romanzo popolare”, nel quale l’attore è un operaio cinquantenne che sposa la figlioccia diciottenne (Ornella Muti) e che nel tempo cerca di ringiovanire attraverso trattamenti estetici, viene cornificato ed infine perde la moglie che se ne va delusa da lui. Anche qui Ugo riesce a tratteggiare un personaggio divertente ma con venature tristi.

Nel 1975 Ugo torna ad essere diretto, insieme a Philippe Noiret, Gastone Moschin, Adolfo Celi e Duilio Del Prete, da Mario Monicelli in “Amici miei”. Il film nasce da un’idea di Pietro Germi, che però si ammala e muore prima di poter iniziare a girare la pellicola, affidandola all’amico Monicelli. E’ la storia di cinque amici fiorentini che vogliono rimanere ragazzini per dimenticarsi che stanno invecchiando e così si inventano beffe nei confronti del prossimo. Qui Ugo interpreta magistralmente un nobile decaduto che, tra una risata e l’altra, nasconde una profonda amarezza esistenziale. Il film avrà un bel seguito nel 1982, “Amici miei atto II”.

Nello stesso anno torna a recitare in teatro, dopo molto tempo, ne “Il tartufo” di Molière.

Nel 1976 Ugo torna per la quarta volta dietro la macchina da presa con il film “Cattivi pensieri”, storia del presunto tradimento di una moglie con conseguenti gelosie e sospetti del marito. Ancora una volta Ugo dimostra di saper girare pellicole non convenzionali, anche se non viene capito da una critica troppo intellettualoide.

Nel 1977 Dino Risi chiama ancora una volta Ugo per interpretare nel film “La stanza del vescovo” il ruolo di un ricco uomo che fa amicizia con un giovane che sta navigando sul Lago Maggiore e nel frattempo tenta in tutti i modi di conquistare la giovane cognata (Ornella Muti), arrivando persino ad uccidere la propria moglie. Tratto da un romanzo di Piero Chiara, il film vede ancora un’ottima interpretazione dell’attore in una buona storia ben diretta da Risi.

Nel 1978 Ugo recita in due pellicole di diverso tenore. Se “Il vizietto”, interpretato insieme ad un vulcanico Michel Serrault, è una divertente commedia su una coppia di gay, dove Ugo dà una bellissima prova attoriale, “Primo amore” di Dino Risi è la malinconica storia di un ex comico che vive in una casa di ricovero per artisti anziani che perde la testa per una giovane che lavora lì (Ornella Muti) e la lancia nel mondo dello spettacolo, venendo poi abbandonato. Il film è quasi una  pietra tombale su un’epoca che ormai ha detto la sua ed è destinata a finire, così come i suoi protagonisti.

E’ il 1979 e Ugo torna per la quinta ed ultima volta alla regia con “I viaggiatori della sera”. Scegliendo di fare un film, ancora una volta molto originale, sul futuro perché gli sembrava che il presente fosse un casino, Ugo regista ci regala la storia di un Governo che, per risolvere il problema del sovrappopolamento, relega i cinquantenni in un villaggio di vacanza, che si rivelerà poi una sorta di lager per ucciderli tutti. E’ una pellicola dove ancora una volta Ugo dimostra di saper raccontare storie fuori dalla banalità.

Nel 1981 Ugo interpreta un altro ruolo intenso in “La tragedia di un uomo ridicolo” di Bernardo Bertolucci. Qui è il proprietario di un caseificio sull’orlo del fallimento che subisce il rapimento del figlio e ha difficoltà a mettere insieme i soldi del riscatto. E’ ancora una volta un’interpretazione intensa, diretta, che gli vale la Palma d’oro al Festival di Cannes. Diceva il regista di lui che era di una fisicità che usciva dallo schermo, che rendeva meglio nella descrizione dei difetti piuttosto che delle virtù. Il padre da lui descritto è il concentrato di tutte le meschinità moderne.

Gli anni ’80 sono anni duri. Pur continuando a recitare in qualche buon film (si ricordano qui le due belle interpretazioni in “Ultimo minuto” del 1987 per la regia di Pupi Avati e il suo ultimo film italiano “I giorni del commissario Ambrosio” del 1988 di Sergio Corbucci), Ugo non trova più parti che gli piacciono e continua a cestinare i copioni che gli arrivano. E così decide di tornare a teatro, recitando prima a Parigi, in francese, in “Sei personaggi in cerca d’autore” di Pirandello nel 1986 e successivamente, nel 1988, in “L’avaro” di Molière, dirigendo anche l’opera in seguito a divergenze con il regista Mario Missiroli. L’ultimo impegno teatrale è nel 1990 in “M. Butterfly”, accanto al trasformista Arturo Brachetti. Morirà il 27 ottobre dello stesso anno.

Ugo è stato un grande attore ed un uomo dalla straordinaria curiosità. Nel cinema ha interpretato ruoli molto diversi, facendo anche film coraggiosi come quelli con Marco Ferreri e Pier Paolo Pasolini. Pensava che fosse necessario rendere intima, e non esplosiva, l’espressione divertente o comica. Nelle sue interpretazioni puntava soprattutto sulla sfumatura, pur non rinunciando all’effetto, alla scena madre. Nella vita è stato uno straordinario intrattenitore, riunendo i suoi amici per il famoso torneo di tennis di Torvaianica od organizzando cene per amici, come la famosa cena dei 12 apostoli, nella quale riuniva i suoi amici del cinema per farli mangiare e per poi ricevere i giudizi (spesso beffardamente disastrosi) sui suoi piatti. E cucinava anche sui set dei suoi film. Perché a Ugo piaceva cucinare, per lui era la premessa per stare a tavola con gli amici, aveva bisogno di stare con gli altri perché odiava la solitudine. L’amore per la cucina lo aveva portato anche a scrivere quattro libri sull’argomento (famoso è “Il rigettario” del 1978). Negli anni ’80 diresse anche un periodico di gastronomia ed enologia dal titolo “La nuova cucina”.

Ugo era spaventato dalla vecchiaia e dalla noia, e così riempiva i momenti di solitudine con cose da fare, si inventava lavori e progetti. Negli ultimi tempi condivideva con l’amico Vittorio Gassman quella feroce malattia dell’anima che è la depressione. Ma a noi piacerà sempre ricordarlo con il sorriso sulle labbra mentre, davanti ai fornelli, cucina qualcuno dei suoi complessi piatti per gli amici di sempre. Con in testa un nuovo personaggio da regalarci sul grande schermo.

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